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• Le prime parole famose
• Eyes wide open
• Senti chi parla
• I grandi dittatori
• Frankestein junior
Le prime parole famose
"Il
cinema è un'invenzione senza avvenire",
così Louis
Lumière salutò la nascita della scoperta forse
più importante che aveva fatto assieme al fratello Auguste.
La
nascita del cinema, spettacolo a pagamento così come lo conosciamo
oggi, si fa risalire tradizionalmente al 28 dicembre del 1895 quando
i fratelli Lumière appunto, eseguirono la prima proiezione per
un pubblico pagante a Parigi presso il Grand Café sul
Boulevard des Capucines.
A questo punto la prima e più ovvia
domanda che molti si fecero fu "che cos'è il cinema?".
In maniera
indicativa e quanto più possibile cronologica cercherò di
illustrare le riflessioni dei teorici che hanno cercato di rispondere
a questa domanda e di stabilire quale fosse la sua caratteristica più importante
che lo legittimava come arte e lo differenziava dalle altre.
Molti fra
i maggiori studiosi dell'epoca dei Lumière
che si occupavano d'altro: sociologi, poeti, scrittori, filosofi, si
occuparono della questione.
Com'è facile immaginare le argomentazioni
che derivarono da questa discussione furono delle più diverse: Ricciotto
Canudo nel
suo manifesto La naissance d'un sixieme art vede il cinema
assorbire le tre arti spaziali (architettura, scultura e pittura) e le
tre arti temporali (musica, poesia e danza), il poeta Vachel
Lindsay e lo scrittore e critico culturale Gilbert
Seldes entrambi americani lo difendevano come arte democratica
e popolare mentre lo psicologo Hugo Munsterberg vedeva
nella distanza dalla realtà che alcuni dei suoi elementi specifici
quali il montaggio, il primo piano, gli effetti speciali etc. causavano,
un'analogia con la sfera del mentale.

Eyes wide open
Nei primi anni del novecento un gruppo di registi sovietici,
tra i quali Sergeij
Ejzenstejn, cominciò ad occuparsi anche della teoria
oltre che della pratica del film, quello che cercavano di capire era
quale fosse lo specifico del film, la peculiarità che lo contraddistinguesse
dalle altre arti indicando nel montaggio e quindi la struttura che
si costruisce nell'incastro delle immagini che altrimenti di per sé non
avrebbero nessun valore il suo elemento caratteristico.
L'opera di
questi registi era legata agli studi che in quel periodo un altro gruppo
di teorici connazionali stava compiendo nel campo letterario; quello
dei formalisti russi alcuni
dei quali lavorarono anche come sceneggiatori nel cinema e che si concentrarono
sul rapporto fra cinema e linguaggio cercando di analizzare scientificamente,
così come facevano
per la letteratura, anche il campo del cinema. Erano interessati più agli
aspetti tecnici e materiali che alla costruzione di un intreccio narrativo,
l'arte per loro ha il compito di defamiliarizzare lo spettatore con la
realtà che lo circonda attraverso un'esperienza estetica fine
a se stessa.
Una posizione contemporanea ai formalisti russi
molto interessante è quella
di Robert Musil che nel 1925 in un saggio sul cinema
afferma che non necessariamente il cinema deve staccarsi dalla letteratura
per essere indipendente, perché anche in un racconto classico,
essendo il film fatto di immagini ci saranno dei momenti in cui saranno
queste a prevalere sull'altro portando all'attenzione dello spettatore
gli oggetti, le luci, i colori come elementi indipendenti.
Nello stesso
periodo, gli anni dieci e venti del '900,
si sviluppano le avanguardie storiche: impressionismo, futurismo,
surrealismo, espressionismo, costruttivismo. I film di questo
periodo caratterizzati dall'assenza di una struttura produttiva forte,
finanziati in maniera per lo più indipendente, lodavano il potenziale
sovversivo del film capace di miscelare reale e onirico, di liberare
ciò che
resta represso, ovviamente in netto disaccordo con il cinema hollywoodiano
che era impostato in maniera nettamente opposta, destinato ad uno spettatore
debole che ha il solo compito di assistere in maniera passiva. Studiosi
come il critico teatrale tedesco Herbert Jhering e lo
scrittore francese Georges Dhuamel vedevano
nel cinema uno strumento di ipnotizazzione ed omologazione al gusto americano,
anticipando Theodor Adorno che riprenderà il
concetto nel 1978.
La rivista Close-Up nello stesso
periodo parlava già di
razzismo e di un punto di vista "bianco" a testimonianza di questa tendenza
coercitiva sull'opinione dello spettatore.
Negli anni '30 Siegfried
Kracauer desiderava
un film che mostrasse le cose come stanno in modo da suscitare una reazione
nello spettatore contro l'ideologia dominante.

Senti chi
parla
Alla fine degli anni venti il cinema acquista voce, il
sonoro entra a far parte del film e le posizioni degli addetti ai lavori
si dividono, c'erano i puristi come Rudolf Arnheim che
vedevano in questo una minaccia all'immagine onirica che in questo modo
diventava tangibile e reale e i favorevoli ad un suo uso ma non in maniera
mimetica. Questa proposta fu concretizzata da Ejzenstejn, Alexandrov e Pudovkin in
quello che è passato alla storia come Manifesto dell'asincronismo nel
quale dichiaravano una propensione per un uso del suono asincrono e contrappuntistico
rispetto all'immagine, poiché il semplice dialogo incollato avrebbe
riportato il cinema al teatro fotografato. Charlie Chaplin fu
uno degli ultimi ad arrendersi al nuovo mezzo e il suo film Tempi
Moderni nella scena finale segna in modo mirabile questo passaggio.
Bela
Balàzs e Rudolf Arnheim si
occuparono nello stesso periodo anche del discorso sulla specificità del
cinema, per l'uno consisteva nel montaggio e soprattutto nella forza
visiva del Primo Piano e per l'altro nelle sue carenze (mancanza della
terza dimensione, mancanza del colore, riduzione della profondità di
campo etc.).
Alla fine degli anni '30 Walter Benjamin al
contrario di Georges Dhuamel riteneva che il cinema,
sviluppatosi in un periodo caratterizzato dalla facilità della
riproduzione tecnica, fosse un'arte democratizzante a servizio di tutti
che poteva risvegliare la coscienza critica dello spettatore, non era
rivestito di quell'aura di inacessibilità che teneva l'arte distante
dal pubblico.
Negli anni del dopoguerra, il dibattito si sposta
sulla funzione del cinema come strumento di registrazione passiva della
realtà o
come mezzo essenzialmente differente dalla vita quotidiana e dalle altre
arti.
In questo periodo in Italia è la volta del Neorealismo.
Dopo
la guerra l'identità nazionale perduta
si ritrovava nelle storie del cinema di Cesare Zavattini e Vittorio
De Sica . Il cinema non deve costruire storie per riprodurre
la realtà ma semplicemente attingere il suo materiale anche dal
fatto più banale.
È di questi anni la riflessione di André Bazin sulla
specificità del cinema, che per lui consisteva nella mummificazione
che la fotografia conferiva alla realtà incorniciandola meccanicamente
e la differenza fra un realismo mimetico e un realismo fatto di messa
in scena (uno dei suoi registi preferiti era Orson Welles) che non mostrasse
le cose vere ma le vere cose attraverso l'interpretazione delle emozioni,
degli eventi e di tutta la materia della realtà.

I
grandi dittatori
Negli anni che vanno dalla fine del 1950 fino all'inizio
dei '70, la novità in campo teorico e caratterizzata dallo sviluppo
dell' Autorismo sotto
la spinta dei critici/registi che scrivevano sulla rivista francese "Cahiers
du Cinema". La condanna di registi come Truffaut, Godard,
Chabrol, Rohmer era contro un cinema di mera trasposizione
letteraria soprannominato "cinemà de papa".
Il regista
diventa l'unico responsabile e autore dell'opera, come un pittore del
suo quadro, e nel film rispecchierà la sua personalità;
per questo ritenevano che a prescindere dalle situazioni di produzione
il genio sarebbe emerso comunque.
La conseguenza di questo pensiero fu
la rivalutazione di registi non ritenuti degni dell'appellativo di autore
come Hawks, Minnelli o Hitchcock.
La critica alla "Nouvelle Vague", così si
chiamava questa corrente, la riteneva autoreferenziale e solo uno strumento
ad uso dei registi dei Cahiers usato per scardinare il sistema
produttivo francese troppo egalitario che non gli permetteva di fare
film.
Negli Stati Uniti questa teoria si arricchì delle influenze
della modalità industriale di produzione fortemente sviluppata
nel paese, gli autori non erano più considerati solo i registi
ma anche le figure che comunque erano indispensabili alla realizzazione
del film: sceneggiatori, produttori, attori etc.
Negli stessi anni riscoprendo
il Corso di Linguistica Generale pubblicato
dal linguista svizzero Ferdinand de Saussure nel 1916
la semiologia che per sua natura si occupava di tutto ciò che
poteva essere codificato in segni organizzati tramite codici, si intromise
nella teoria del film innescando una discussione sull'opportunità di
studiare un mezzo iconico come il cinema con uno strumento pensato per
la parola scritta. Si cercò di dare una base scientifica ad un
mezzo valutato fino a quel momento solo in base al gusto estetico. Christian
Metz fu tra i più autorevoli studiosi del problema del
linguaggio nel film e propose una distinzione fra codici specifici e
codici non specifici presenti nel film.
Influenzate dai moti del '68,
si svilupparono alcune teorie marxsiste che riprendevano il pensiero
di Jhering e Dhuamel di
qualche decennio precedente che vedeva lo spettatore passivo, un oggetto
da plasmare da parte dell'ideologia borghese e che si sentiva falsamente
onnipotente cullato dalla sensazione di essere il protagonista dell'azione
a causa della visione prospettica che l'immagine gli fornisce.
Mentre
sulla scia del pensiero femminista Laura Mulvey nel
suo saggio Piacere Visivo e Cinema Narrativo affermava che
lo sguardo dello spettatore era esclusivamente di tipo maschilista, l'uomo è il
soggetto della narrazione mentre la donna ne è l'oggetto.
Verso
la fine degli anni '70 e poi negli anni '80 la teoria del cinema fu influenzata
dal Decostruttivismo del filosofo Jacques
Derrida che minava le basi di scientificità della semiologia
a favore di una visione più flessibile e aperta che considerasse
i codici non come una struttura immobile sulla quale appoggiare l'interpretazione
ma piuttosto come degli elementi in continua interazione.
Con il consolidarsi
dei Cultural Studies alla
fine degli anni '70
l'analisi testuale fu criticata come strumento eccessivamente impersonale
e limitato, David Bordwell attaccò l'analisi
semiotica come mera applicazione di schemi preconcetti proponendo una
poetica storica contro la tradizione interpretativa.
Quest'impostazione
analitica continuò ad
essere attaccata anche negli anni successivi con l'attenzione rivolta
allo spettatore, Bordwell ritiene
che il film fornisca solo degli indizi che ognuno a seconda della propria
capacità interpretativa coglie per formarsi un significato.
Francesco
Casetti continua la riflessione in questo
senso traducendo i pronomi grammaticali in forma cinematografica e considerando
tutte le forme in cui i vari punti di vista dei tre soggetti: Io (film),
Tu (spettatore) ed Egli (storia o personaggio) si scambiano e si confondono.
Questa
posizione fu criticata da Christian Metz il
quale invece vedeva nel cinema il luogo dell' Enunciazione Impersonale uno
tipo di comunicazione più vicina a quella scritta che a quella
verbale, in sostanza lo ritiene histoire e non discorso poiché è senz'altro
unidirezionale: quando prevale l'autore scompare lo spettatore quando
lo spettatore è il protagonista scompare l'autore.
Gilles
Deleuze invece usò l'arma del tempo
per criticare la semiotica che privava il cinema di linfa vitale riducendolo
solo a codici precotti, per lui il cinema genera concetti e traduce il
pensiero in termini audiovisivi non usando un linguaggio ma piuttosto
manipolando tempo e durata; al contrario del cinema mainstream narratologico
hollywoodiano fondato sul rapporto rassicurante causa-effetto egli vede
il cinema basato sul tempo-immagine fatto di salti e rotture della logica
classica di consequenzialità degli eventi.

Frankenstein
junior
Siamo giunti ai giorni nostri, l'epoca del postmoderno.
Una caratteristica abbastanza diffusa nel cinema degli ultimi anni è la
continua messa in mostra di se stesso attraverso movimenti della macchina
da presa, l'uso evidente di Steadycam o Camera a spalla o inquadrature
prese da angolazioni più disparate.
Il cinema affronta oggi
una nuova sfida con altre forme di comunicazione audiovisiva; dal 1895
ad oggi si sono sviluppati tanti mezzi che gli contendono lo status
di arte popolare, senz'altro la TV ma anche il PC, le console per videogame
o l'iPod.
L'amore per la visione dei primi teorici del secolo
scorso sembra tornata di moda, il cinema paradossalmente si trova quasi
nella stessa posizione; se prima competeva col romanzo o il teatro
ora compete e si mescola con i mezzi succitati. La discussione sulla
specificità del mezzo
sembra un po' appannata e alcune presenze dell'ibridazione in corso le
possiamo ritrovare in alcuni recenti film di casa nostra tanto per non
citare il solito Quentin Tarantino.
Entrambi del 2006 Commediasexy di Alessandro
D'Alatri , mette in scena un interessante commistione di cinema
e TV; propone Paolo Bonolis come protagonista nei
panni del ministro per le politiche familiari e nel ruolo di se stessa,
che il film poi trasformerà in attrice, la starlette Elena
Santarelli , mentre Ma l'amore si di Tonino
Zangardi e Marco Costa è un manifesto
postmoderno intriso di citazioni da quelle più coetanee dei
giochi a quiz televisivi e spot pubblicitari a quelle più datate
del cinema anni '50.
La domanda iniziale su che cosa sia il cinema
resta ancora aperta.
Andrè Bazin diceva
che il cinema sostituisce al mondo che ci circonda il mondo che desideriamo
e in fondo, a parte lo stile che può essere diverso da regista
a regista, forse è proprio
lo specchio delle brame di Harry Potter nel quale ognuno
vede riflesso ciò che vuole come questa sintetica panoramica spero
abbia messo in luce.

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