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...in realtà non viaggio mai, io, per raggiungere un luogo preciso, ma per camminare: semplice piacere di viaggiare.

Robert Louis Stevenson
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\\ Home Page : Storico : Infinite Sfumature di Grigio (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Rosella (del 15/06/2010 @ 09:02:54, in Infinite Sfumature di Grigio, linkato 42 volte)

Capitolo 23 La mia finestra

La luce gialla delle candele e delle lampade a petrolio illuminò una stanza impressa indelebilmente nella mia memoria: la stufa a carbone, i mobili in legno con vetrate policrome, le pareti tinteggiate di giallo ed il soffitto di azzurro. Il divano a fiori, la tavola con prezioso lavoro all’uncinetto che la copriva, i vasi antichi. Lì il tempo si era fermato.

Aprii un poco le bombole dell’ossigeno, e lasciai aperte le porte, per avere un poco di aria respirabile: non me ne sarebbe occorsa molta. In un primo tempo pensai di dare fuoco a tutto; bruciare tutto il passato, morire soffocata, finire ridotta in cenere insieme ai miei ricordi; poi prevalse una tenue, debole, speranza: e se un giorno, un giorno molto lontano, gli uomini avessero riscoperto il desiderio di conoscere il passato?

Non avevo il diritto di cancellarlo.

Iniziai a scrivere questo diario, ed altre cose ancora, con l’idea che la verità andasse preservata, per quanto possibile. Dovevo riflettere, pensare. Ero davvero l’unica sopravvissuta di un tempo ormai definitivamente cancellato? E se anche non fosse stato così, come avrei potuto raggiungere altri che, come me, rammentavano ancora i colori? Quanti di loro potevano disporre di un rifugio tanto sicuro? Mi era possibile persino udire quanto accadeva all’esterno: ricetrasmittenti a manovella, ancora perfettamente funzionanti, e poste in luoghi che nessuno avrebbe trovato mai. I primi soldati avevano lavorato bene. In quell’appartamento potevo sopravvivere: quanto a lungo, non mi era dato saperlo.

 

Sono qui, distesa sul divano in cui morì mia madre. L’ossigeno sta per finire: ho sbarrato accuratamente tutte le porte, ed ho tenuto accanto a me solo il diario. Nel punto in cui mia madre fissò per l’ultima volta un cielo che ormai stava diventando grigio per sempre, ho disegnato con i gessetti una finestra: un bel paesaggio, con le montagne cariche di neve candida, ed un sole limpido che illumina le colline, la pianura, ed un lago dal blu profondo, molto profondo, mentre nel cielo azzurro due nuvolette rosa sembrano corteggiarsi. Ho anche messo delle tendine di stoffa a fiori sui lati, per aumentare l’illusione. Mi sono avvolta in lenzuola fiorate, con indosso una camicia da notte rosa, dipinta a mano: uno dei lavori prodigiosi di mia madre. Essere qui, al suo posto, mi comunica una sensazione di serenità: sono rimasta in questo mondo troppo a lungo, ed ora li vedo, i miei veri amici, la mia famiglia: mi aspettano, mi tendono le braccia, mi attendono per giocare nel nostro magnifico giardino con la fontana zampillante.

Non ho abbandonato ogni speranza: se lo facessi morirebbe anche la mia anima, non solo il mio corpo; ma, ormai, fissando quell’immagine sulla parete, mi sento di pronunciare quasi le stesse parole che disse mia madre:

“Questa Pace non finirà mai.”

Addio.

Fine

Rosella Rapa

 
Di Rosella (del 11/06/2010 @ 09:01:23, in Infinite Sfumature di Grigio, linkato 49 volte)

Capitolo 22 - La Fuga

Iniziai sbarrando la porta, quella vera. Non erano mai state rimosse le protezioni interne, accuratamente nascoste da chi aveva progettato il rifugio, e non fu difficile chiudere ermeticamente il portoncino, la porta a vetri sopra la scalinata, la botola che immetteva nel sotterraneo, e le finestre, in tutte le stanze.

Presi uno zaino militare e lo riempii con tutte le scorte senza scadenza che ero riuscita ad accumulare, comprese le mie bottiglie di acqua distillata. Uscendo dalla cucina, dove ormai piatti grigi di plastica avevano sostituito i bei servizi di porcellane antiche che erano serviti a far andare fuori di testa la spia, barricai anche la porta della camera da letto. In una vecchia valigia di cuoio infilai tutti i miei abiti nuovi, comprese le scarpe, le borsette, e i gioielli. Se mai qualcuno fosse riuscito ad entrare, doveva pensare che fossi partita.

Infine, raggiunsi, dietro a mobili e tende coperti da lenzuola grigie, una porta nascosta nel muro: aveva una combinazione tipo cassaforte, non una chiave,perfettamente funzionante. Feci le manovre giuste, ed entrai. Dietro c’era un’altra stanza, che avrebbe dovuto far parte, in origine, del mio appartamento, e dietro ancora, protetta da altre porte a cassaforte, qualcosa che fin dall’inizio era stato segnato su ogni piantina come solido cemento armato: invece era un sotterraneo, un rifugio, dove avrebbero potuto trovare riparo decine di persone.

Dimenticato dopo i primi anni di guerra, era diventato il mio magazzino dei ricordi: attraversai secoli di Storia, testimoniati da infinite collezioni: mobili antichi, un pianoforte a coda, due a parete, un clavicembalo, chitarre, un apparecchio televisivo chiuso in un mobile ed un gigantesco schermo al plasma, computer di tutte le epoche, macchina per cucire, per lavare, per scrivere, un plastico enorme con trenini elettrici di ogni epoca per ricordare le antiche ferrovie, modellini di aerei, di auto; tre auto vere, di epoche differenti, stipate con collezioni di francobolli, cartoline, fotografie e macchine per produrle; quadri di artisti un tempo famosi e stampe di calendari, gioielli in pietre rare e bigiotterie d’ogni paese antico, manichini con ancora indosso abiti di tutti i secoli conosciuti, giacenti come morti nelle posizioni più assurde, telefoni, una intera stazione telegrafica, anch’essa stipata da scatole e da libri: libri libri libri, erano dappertutto.

Libri illustrati, libri antichi, libri per ragazzi, testi scolastici: tutto, tutto, tutto ciò che era appartenuto alla mia famiglia, o al vecchio albergo, era conservato, in attesa di tempi migliori. Banchi di scuola, in legno, con il foro per il calamaio, astucci contenenti penne per scrivere, dalle antiche piume ai lapis colorati, alle penne inesauribili. Diari, album di ricordi; tutta la storia della mia famiglia era li: da qualche parte abbandonai la valigia piena di quegli orrendi abiti grigi, e, procedendo andante con il pesante zaino sulle spalle, aprii altre porte a combinazione e mi ritrovai infine…

Nell’appartamento di mia madre.

 
Di Rosella (del 11/06/2010 @ 08:49:43, in Infinite Sfumature di Grigio, linkato 44 volte)

Capitolo 21 - La Spia

Quando la ragazza, il giorno dopo, bussò alla mia porta, mi fu subito chiaro che non era una cameriera; ma una spia. Malgrado l’abito dimesso, aveva i capelli troppo scuri e troppo ben tagliati; inoltre le scarpe, seppur grigie, erano chiaramente nuove.

Era esattamente ciò che mi aspettavo.

Lei spazzava, lavava, puliva, e mi accompagnava a braccetto a fare la spesa, come se mi fosse difficile camminare. Stava ben attenta a che non rivolgessi la parola ad alcuno, e quando entravamo nei negozi, era lei ad ordinare. Se per caso v’erano già altre persone, chiamava con tono imperioso: - Per la Signora, qui, subito! – ed un garzone correva trafelato. Solo nel negozio di abbigliamento, ormai mi divertivo: mi facevano sedere in una saletta appartata, e lì venivano le commesse a mostrarmi abiti nuovi, biancheria, accessori, gioielli. Tutto rigorosamente sintetico, si capisce. Facevo mettere sottosopra ogni cosa: a volte compravo, a volte no. Avevo scoperto anche un altro passatempo: il visore, oltre ai nauseanti comunicati governativi, trasmetteva immagini di ciò che si poteva acquistare ordinandolo via tastiera, con delle belle scritte che specificavano “riservato ai quartieri A e B”. Come se gli altri potessero permettersi di acquistare quei beni superflui, o anche solo di avere un visore. O una tastiera. Ma io potevo e mi misi a fare spese pazze, giusto per far dannare la mia spia, che si trovava a dover controllare tutto, e a mandarlo a memoria.

Su una sola cosa fui inflessibile: IO avrei cucinato, ed IO avrei servito i pasti. Ritenendo fosse suo dovere controllarmi, la ragazza seguiva ogni mia mossa: ed imparò a cucinare, a preparare una tavola raffinata, a servire il tè. Quando vedeva qualche oggetto strano, e chiedeva cosa fosse le rispondevo invariabilmente: - E’ proprio sicura di volerlo sapere? – Così la mettevo a tacere immediatamente.

Un giorno mi finsi malata, e rimasi a letto, nella mia camera in cui lenzuola grigie coprivano antichi mobili, mobili di pregio, in legno mai corroso dalla polvere, a fianco del mio bagno azzurro dove un enorme distillatore mi preparava l’acqua per lavarmi. La sentii frugare tra i miei cassetti, sollevare le lenzuola, entrare nel bagno, esaminare il ripostiglio. Avrebbe fatto un bel rapporto ai suoi superiori.

Il giorno successivo arrivò con un’aria allucinata, gli occhi vacui.

- Si sente bene? – domandai, sinceramente preoccupata. Cosa mai le avevano fatto?

- Certo. – rispose lei, come un automa. – Io devo spazzare, pulire, farle la spesa, non lasciarla mai sola, e non fare domande. –

- Non serve la spesa oggi. Devo cucinare a lungo, quindi starò in casa. Vuole aiutarmi? –

- Non devo cucinare. Le istruzioni per la cottura dei cibi sono contenute nei manuali degli apparecchi, e lei non li rispetta. –

- Bene, allora faccia i suoi lavori, poi pranzeremo e prenderemo il caffè. –

- Non posso pranzare con lei: i suoi cibi raffinati sono tentativi di corruzione. Non posso bere il suo caffè: offrirmelo è un tentativo di corruzione. Non posso accettare cioccolata, né pane, né pasta: offrirli è un tentativo di corruzione. –

- Se è così che la pensa, faccia pure. – accettai stringendo le spalle. – Ma si faccia vedere: lei non sta affatto bene: pupille dilatate, temperatura superiore alla norma, battito… mio Dio, pensavo fosse accelerato, invece è quasi inesistente. Lei deve assolutamente tornare a casa, prendere un sonnifero leggero e dormire tutto il giorno. Mi ha capita bene? Io non uscirò. Ma lei, vada immediatamente a curarsi o rischia un collasso. Le chiamo una vettura… anzi, un’ambulanza sarà meglio! –

- La chiamo io. –

Come un automa fece quanto le veniva ordinato. Il siero della dimenticanza rendeva docili, malleabili: imbecilli, diceva il mio Amore. Quando venne l’ambulanza, quei medici ignoranti non ebbero difficoltà a caricare una persona barcollante, cui avevo somministrato sedativi mescolati al vino.

Ero libera. Per almeno un giorno, ero libera.

 
Di Rosella (del 09/06/2010 @ 21:50:03, in Infinite Sfumature di Grigio, linkato 36 volte)

Capitolo - Il Processo

L’auto della Polizia si fermò bruscamente davanti alla mia porta, quella vera, Voci sconosciute urlarono e picchiarono sul portone, ed io corsi ad aprire, in vestaglia.

- Si vesta in modo consono! - ordinò urlando uno degli agenti. – E’ convocata al Palazzo di Giustizia. –

Senza far domande obbedii. Il Palazzo di Giustizia era poco lontano dal palazzo del Governo Provvisorio; stesso intonaco, stesse persiane nere, stesse colonne ridipinte, ma l’insegna non era cambiata: per giudicare i criminali, la Guerra o la Pace non facevano differenza. Fui condotta attraverso un corridoio largo, gremito di sedie sui cui vidi volti ben noti: i miei vicini, i negozianti, l’esperto in macchine elettriche, i conducenti di tram. Alcuni avevano un’aria completamente allucinata; altri semplicemente sconvolta. Infine fui trascinata in una sala alta, molto alta, entro cui una lunga tavola era posta alla cima di una scalinata imponente, ed una sedia, solida come un seggio reale, era sistemata su una scalinata altrettanto alta, ma molto più ripida, contro il muro tra due finestre. Era chiaro che si voleva procedere ad un interrogatorio.

Salii sul seggio dei dannati senza fare resistenza, con in miei abiti scuri, la camicia e le calze chiare, i guanti neri, come le scarpe e la borsetta di falso coccodrillo, ed il cappellino con la piuma posato sui miei capelli naturali, grigi, perfettamente tagliati. Osservai con impavida condiscendenza i membri del governo, ed altri sconosciuti, senza mostrare un’ombra di paura. Del resto, perché una vecchia come me avrebbe dovuto averne?

Prese la parola il Capo del Governo Provvisorio di Pace in persona.

- Signora! – iniziò con riprovazione. – Egregia e rispettabile Signora AB59…. R, ci è giunta voce che lei va diffondendo idee stravaganti su luoghi mai esistiti ed eventi mai avvenuti. E’ vero? –

- Perché avete arrestato i miei amici? – risposi aggressiva. – Loro non hanno compiuto altro crimine che ascoltare! Lasciateli tornare a casa, e vi dirò ciò che volete sapere! –

Una simile risposta provocò un istante di panico: evidentemente non era ciò che si aspettavano. Un uomo in uniforme, qualificandosi come Capo della Polizia, si alzò per rispondermi.

- Signora. I suoi … conoscenti… hanno accettato spontaneamente di sottoporsi al siero della verità, e, terminato l’interrogatorio, hanno chiesto consapevolmente il siero della Dimenticanza. Sappiamo già tutto. Ci serve solo la sua volontaria confessione. –

- Volontaria? L’avrete, ma senza nessun siero. Sono stata un medico, resto un medico. Cosa volete sapere? Vi risponderò senza bugie, e senza bisogno di quei veleni! –

Li avevo spiazzati. Era chiaro che si attendevano tremori, negazioni, o chissà che altro. Dopo qualche istante di imbarazzante silenzio il Capo della Polizia parlò.

- Signora, è vero che lei ha deliberatamente diffuso false notizie riguardo a giorni in cui la guerra non era mai esistita, ed il mondo era diverso, pieno di luci e di colori assurdi? -

- E’ vero. – ammisi. – Ma i miei ricordi non sono falsi, né inventati. Ero ragazzina quando iniziò la guerra, e ricordo bene il mondo di allora, come pure i primi anni di questa assurda ed inutile lotta per un inutile potere. Ricordo mia madre, mio padre, la mia famiglia, i miei nonni. E ricordo i colori. –

- Probabilmente lei ricorda vecchi nomi attribuiti ai colori. Cancelliere, le mostri lo spettro a ruota. Mi dica signora cosa vede? – domandò poi quando il cancelliere fu salito fino a me on un grosso cerchio diviso in spicchi variamente tinteggiati. –

- Vedo del Grigio. Infinite sfumature di grigio. –

Il Cancelliere restò interdetto, fino al comando del suo superiore.

- Cancelliere, ci descriva cosa mostra lo spettro! –

- I colori del nostro mondo, signore: nero, antracite, polvere, perla, nebbia, piombo, acciaio… -

- Basta così. – intervenne il capo del governo. – Signora, nega ancora che questi siano colori? –

- Ovviamente! I colori sono il Giallo infuocato del Sole, l’Argento della Luna, il brillio delle Stelle in un cielo quasi Nero, Il Blu del mare, l’Azzurro del cielo terso, il rosa della dell’Aurora, il Rosso del tramonto, il viola degli Iris, il Lilla del Glicine, il Verde degli alberi, delle foglie, dell’ Erba, Il marrone del legno e delle cortecce, le innumerevoli variegature delle Rose. Ma voi non li avete mai visti. Per voi il mondo non è altro che una cappa d’infinite sfumature di Grigio, e non volete accettare che un tempo possa essere stato diverso! –

- Non può essere stato diverso! – quasi gridò il capo del governo. – Abbiamo contato e ricontato: questa guerra è durata a memoria d’uomo da almeno 4 generazioni, e nessuno, nessuno, ricorda un prima… La guerra è sempre esistita, e noi siamo il Primo Governo che vuole la Pace! –  

Fu il mio turno per stupirmi.

- Volete dire che la guerra dura da almeno ottanta anni? Forse di più? –

- Se le piace parlare di anni, sì. E’ accertato. -

Rimasi in silenzio, e con me tutti gli astanti.

Non avevo mai contato gli anni, ma solo il susseguirsi degli eventi, dalla sparizione del cielo azzurro, alla formazione delle nebbie, alla perdita del Sole e della Luna che segnavano i nostri giorni. E dalla perdita delle persone care, compreso il mio unico amore, colui che mi aveva insegnato l’arte della medicina. Cosa era accaduto alle generazioni di ragazzi che avevo istruito nella mia scuola?

La filosofia, la storia antica, la letteratura erano state le prime a scomparire, per far posto ad elementi più pratici di fisica, chimica, e pronto soccorso. Le lingue antiche erano morte da tempo; poi toccò alla storia recente, all’arte, alla musica, alla geografia, a tutto ciò che non era indispensabile per la sopravvivenza.

Congedavo i miei ragazzi sempre più alla svelta: da 18 anni si passò a 16, a 15. Venivano istruiti in collegi militari, tranne qualche raro caso, che portai con me in ospedale. Ma infine partirono anche loro, come il mio Amore. Da allora mi trascinai , giorno dopo giorno, senza più domandarmi nulla… sì.

La guerra era durata 80 anni, o 90, ed io… io ero sopravvissuta, grazie agli insegnamenti di mia madre e di mia nonna, che mi avevano salvata dai veleni. Ma come spiegarlo a quegli ottusi politicanti? Non avevo la forza per battermi, e mi arresi.

- Credo che abbiate ragione. – ammisi. – I miei probabilmente sono ricordi di una bambina confusa, di un tempo antico, di storie raccontate per immaginare una speranza. Tutto questo non posso condividerlo con chi è troppo giovane. Ditemi, però: voi, quanti anni avete? –

Gli uomini si guardarono perplessi: infine parlò per tutti il Capo del Governo.

- Oggigiorno l’Età di un uomo non subisce molte variazioni. Io sono tra i più anziani: ho superato le due generazioni e mezza, ed ho ancora pochi segmenti di vita da donare al mio paese. Quando arriverò alla mia terza generazione sarò ormai inetto ed inabile. Ma i medici mi assicureranno una morte serena. –

Sgranai tanto d’occhi: quello era dunque il prezzo della pace, l’assuefazione ai veleni? Morire, anzi, venire uccisi appena raggiunti i sessant’anni? Come avevo potuto, io, io sola, sopravvivere tanto a lungo? Finsi di rimare calma.

- Ciò che dico vi sembrerà folle. – premessi. – Ma io RICORDO. Ricordo mio padre, mia madre, fratelli, sorelle, cugini, zii, nonni. Le generazioni intermedie morirono più in fretta: furono falciati dalla guerra, o uccisi dal dolore. Ma fra i nonni non era raro arrivare ai 90, o ai 100 anni, anche superarli. Erano tenaci. Ed io sono come loro. Non so più quanto sono vissuta, ma… sento che forse è troppo. Ho resistito aggrappandomi a ricordi per me veritieri, o forse a sogni infantili. Ma non permetterò che alcuno li cancelli dalla mia mente. Scordatevi che accetti il siero della dimenticanza: io VOGLIO con tutta la mia forza aggrapparmi ai MIEI ricordi. E se volete vedermi morire, allora facciamolo qui, davanti ai vostri occhi: giuro che mi arrampico per questa tenda e questa grata fino al soffitto, poi mi getto a terra. Così avrete il piacere di vedere un vero color rosso… rosso sangue! –

Mi afferrai al tendone che cadeva proprio accanto a quel seggio altissimo, dichiarando la mia intenzione mi mettere in atto la minaccia. Quei ridicoli ometti grigi, canuti, vecchi a 50 anni, senza nerbo, si spaventarono come bambini.

- Prego torni giù, signora! - urlò il Capo del Governo. Noi non abbiamo mai visto uccidere nessuno… niente siero della dimenticanza, se non vuole, però… però dovrà giurare solennemente di non parlare mai più ad alcuno di queste sue fantasie. -

- Lo giuro. – replicai il più solennemente possibile. – Non potrei mai commettere una simile trasgressione, sapendo a cosa va incontro chi per sventura l’ascolta. - 

- Bene. –

Il capo del governo si deterse il sudore grigiastro dalla pelle smorta. Infine emise la sua sentenza.

- Verrà una donna da lei, tutte le mattine, per accompagnarla nelle spese, e fare le faccende di casa… capisce, con la sua età non possiamo correre rischi… sarà protetta a spese del Governo. Lei… lei signora, è un pilastro di questa comunità. –

Mi lasciarono andare.

La menzogna era palese,ma, per il momento, era sufficiente.

 
Di Rosella (del 07/06/2010 @ 23:15:14, in Infinite Sfumature di Grigio, linkato 37 volte)

Capitolo 19 - La Pianura

Seguii, naturalmente, il consiglio dell’autista.

Ormai erano molti i bus, anzi, i tram, come venivano definiti, per il loro movimento su rotaie dotate di energia elettrica. I miei abiti, con cappellino e borsetta neri, erano sufficienti a farmi salire e ad avere il posto privilegiato accanto al conducente, cui chiedevo di lasciami all’ultima fermata nel quartiere A. Scoprii molti altri negozi: abbigliamento, bigiotteria, cibi, sigarette. Osservavo, ed acquistavo qualcosa: i miei abiti, prima ancora delle mie tessere, mi assicuravano ovunque un trattamento di favore assoluto.

Il desiderio di scendere nei quartieri B era forte, fortissimo; ma non osavo arrivare a tanto: mi limitai ad osservarli, al di là di viali enormi, un tempo alberati, asfaltati, e congestionati dal traffico. Non notai molte differenze, ma vidi chiaramente che il colore delle persiane, delle imposte, dei cancelli, era grigio. Grigio antracite, molto scuro; tuttavia non era nero puro, come nel quartiere A. E quei luoghi di confine avevano un’aria dimessa, stanca, assai diversa dalla solidità e dalla sicurezza che permeavano il mio quartiere: un isola privilegiata in una zona A.

C’era un luogo, tuttavia, che avevo sempre evitato: la bellissima passeggiata tra le rocce, che permetteva di vedere la pianura sottostante, attraverso il digradare delle colline. Iniziava poco dopo l’ospedale, ormai sostituito da un’alta, altissima struttura destinata ad ospitare nuovi membri degni di particolare considerazione. La visuale verso i pianori sarebbe quindi stata per sempre impedita, perciò mi accinsi a percorrere un sentiero sterrato, misero resto dell’antica strada panoramica digradante giù per le colline perennemente in fiore, con spazi panoramici, dotati di periscopio, per poter ammirare i campi agricoli e le fattorie.

Mi avviai con circospezione, in un pomeriggio uguale a tanti altri. La strada non esisteva più, ma era rimasta una parvenza di sentiero, lungo l a quale m’inoltrai, tra sterpi secchi ed arbusti spinosi, quasi completamente privi di vita. Mi addentrai,e, giunta alla radura dalla quale sapevo si poteva ammirare non solo la pianura;ma anche le colline che la racchiudevano, e le montagne coperte da vette imbiancate, mi fermai.

Fu la giusta decisione.

Non vidi né pianure, né colline, né montagne. Solo una nebbia multiforme, tra cui rotoli scuri si addensavano, pronti a farsi sospingere dal vento, che, con altri sbuffi di nebbia più chiara formava strane figure, simili a spettri capaci solo di protendere le loro braccia malvagie.

La fertile pianura, con i suoi campi di grano, le belle fattorie, le stalle per le mucche da latte, i pascoli per i cavalli; non esisteva più. Al suo posto una nebbia grigia mefitica, andava divorando ogni cosa, comprese le pendici delle colline, dove alberi rinsecchiti, corrosi lentamente , rotolavano insieme a fori e zolle di terra fertile, in quel nulla inconsulto.

Rimasi lì, ferma, come in attesa.

Ed i pensieri, il ragionamento, il buon senso, arrivarono.

Nonostante le precauzioni prese, la Guerra non era mai stata combattuta con armi da fuoco, né con armi chimiche letali per gli esseri umani, e nemmeno con armi atomiche. Per rispettare tutti gli innumerevoli trattati, si era ricorso ad una strategia sepolta nel libri di storia, che nessuno aveva pensato di vietare: affamare il nemico, distruggendone i raccolti. 

Inizialmente erano state prese di mira le Grandi Pianure, molto lontane dal mio paese, provando prima col fuoco tradizionale, poi, visti gli scarsi risultati, con diserbanti potentissimi e geneticamente efficaci. Il nemico era stato ridotto alla fame; e d aveva reagito nel medesimo modo. Ma distruggere con armi sempre più potenti la vegetazione terrestre aveva avuto i suoi impatti sul mondo animale: i primi a cadere erano stai gli uccelli, usi a cibarsi di granaglie e piccoli insetti, avvelenati. Poi era toccano ai carnivori, e agli animali domestici: cani, gatti, conigli; persino i pesi degli acquari erano stati sacrificati per potersi nutrire. Il fatto che procurassero la morte in breve tempo era trascurabile, durante una guerra. Sparirono pettirossi, tortore, criceti, ed infine i ratti: più resistenti degli altri furono richiamati da un suono irretibile, dal pifferaio di Hamelin, quindi uccisi e bruciati. O, Forse, dati in pasto agli indigenti.

Nel mio nuovo mondo non esistevano più insetti, né predatori: zanzare, serpi, scarafaggi, rane dorifore, erano solo un ricordo di vecchi libri. Non esistevano nemmeno virus o batteri, debellati dalle campagne anti malattie.

Così doveva essere stato ovunque. Ma ora, come potevamo sopravvivere?

La risposta era apparentemente semplice: la mia città, come molte altre, si trovava in una valle montana, molto al di sopra dei veleni usati per corrompere la Terra ed i suoi vitali prodotti. Ma cosa sarebbe accaduto al resto del modo? La guerra non era terminata con un trattato di pace, o con un armistizio. Semplicemente, distrutti dalla fame, migliaia e migliaia di profughi, insieme ai pochi soldati rimasti, risalivano le impervie strade tra le colline, per raggiungere città protette tra le montagne come la mia: e, qui giunti, sarebbero stati trattati come dei senzatetto, privati dei loro figli, confinati in quartieri dalle sigle che nessuno osava menzionare.

Questa era la pace che avevamo raggiunto.

 
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Autore: Rosella Rapa

Segnalazione di merito al concorso TOURISMI LETTERARI.

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