| i nostri sponsor |
|
||||||
|
Il verde, il
rosso, il bianco.
Formato: Brossura Sono rare le pubblicazioni nelle quali ci si sofferma
sulla vita quotidiana dei partigiani: problemi logistici, psicologici,
rapporti fra formazioni, questioni politiche, giudizi sui comandanti.
L'originalità di questo libro sta appunto nel racconto di cui
si è poco letto: come nasce la formazione, come si sviluppa passando
dalla banda iniziale a distaccamento e poi a brigata per arrivare alla
costituzione di un vero e proprio esercito "paramilitare".
Formato: Brossura Il periodo che questo lavoro di ricerca ha preso in esame
copre due anni contraddistinti da gravi sconvolgimenti sociali e politici,
segnati da una guerra al termine della quale Casarsa della Delizia, nonostante
fosse stata drammaticamente ferita nel suo tessuto umano, materiale e
civile, seppe trovare la forza e la capacità di risollevarsi.
Una parte di grande rilievo in tale processo di rinascita è da
attribuire senz'altro al movimento resistenziale locale, che forse non
si segnalò per azioni particolarmente eclatanti e clamorose nella
lotta all'oppressore nazi-fascista , ma che ugualmente fu in grado di
coagulare attorno a sè i sentimenti e le aspirazioni della maggior
parte della popolazione.
Formato: Rilegato
Il giovane Enzo era fresco di matrimonio quando si rifugiò sulle
montagne per aderire alla Resistenza nelle brigate di Giustizia e Libertà.
Giudicato troppo gracile per combattere, il suo comandante pensò che
il partigiano Biagi avrebbe servito meglio la lotta antifascista facendo
il suo mestiere: così gli venne affidata la stesura del giornale "Patrioti",
del quale era in pratica l'unico redattore. Uscirono solo quattro numeri,
poiché la tipografia fu distrutta dai tedeschi, eppure Biagi avrebbe
sempre considerato quei mesi da partigiano come i più importanti
della sua vita. Progetto sempre cullato e mai ultimato, "La mia Resistenza" è un
libro che raccoglie memorie e brani d'epoca oggi introvabili.
Pagine: 144 Un volume dedicato alla Resistenza delle donne fra il
1943 e il 1945. Gli interventi a carattere storico di Giorgio Vecchio
e Elisabetta Salvini, insieme alle numerose testimonianze raccolte, consentono
di colmare un vuoto nella dettagliata ricostruzione di un fenomeno complesso
e unico nella storia del nostro Paese. Dopo decenni nei quali si è identificata
la Resistenza con la figura eroica del partigiano con il fazzoletto rosso
al collo e il fucile in mano, oggi emerge la consapevolezza di una molteplicità di
altre importanti figure, tra cui quelle di molte donne, di ogni classe
sociale, e di tanti cittadini comuni, di preti, suore e frati.
Formato: Tascabile «Sulla piazza c’era un gruppo di gente: stavano
stretti, uniti, e guardavano tutti da una parte, guardavano tutti là in
fondo a un grande albero nudo, a cui era appeso un impiccato. Lungo,
inverosimile, pareva di legno: aveva le punte dei piedi, enormi, stese
verso terra, e attaccato al petto un cartello grande, bianco. Intorno
all’albero stavano tre o quattro tedeschi e dei soldati della
guardia nazionale repubblicana. Ridevano e battevano il passo per riscaldarsi.
Uno di essi, con un bastone, si mise a dare dei colpi regolari alle
ginocchia del morto che oscillava in qua e in là con lo stesso
ritmo della campana. E altri, in coro, gridavano: “Don, don,
don,”. Scoppiarono degli urli acuti dalla casa di fronte, una
voce disperata che piangeva, ma qualcuno chiuse la finestra, la porta;
le voci non si udirono più. Un tedesco disse: “Basta campana”,
e subito un milite fascista corse verso la chiesa, e anche la campana,
dopo un minuto, tacque. La gente sulla piazza era sempre immobile e
silenziosa, nell’aria bagnata come fosse di pietra. L'Agnese
va a morire è una delle opere letterarie piú limpide
e convincenti che siano uscite dall'esperienza storica e umana della
Resistenza. Un documento prezioso per far capire ai piú giovani
e ai ragazzi delle scuole che cosa è stata la Resistenza: una
guerra di popolo, la prima autentica guerra di popolo della nostra storia
(Sebastiano Vassalli)
Formato: Cartonato
con inserto in b/n Sin dalle sue origini la bicicletta fu ampiamente usata
dagli strati popolari, non soltanto per motivi di lavoro, ma anche in
funzione politica e, nel corso della lotta di Liberazione, per compiere
azioni di vario tipo, contro i nazifascisti.
In Italia la paura della
bicicletta da parte dei reazionari ha una data certa e molto antica e
una firma tanto famosa quanto odiata dalle forze popolari: quella del
generale Fiorenzo Bava Beccaris, nelle vesti di Regio Commissario Straordinario,
durante i moti del maggio del 1898 a Milano. Oltre ad ordinare una sanguinosa
repressione, il generale fece affiggere un manifesto che decretava il
divieto nell'intera provincia di Milano della «circolazione delle
Biciclette, Tricicli e Tandems e simili mezzi di locomozione».
Più o
meno con gli stessi termini, oltre alla minaccia della fucilazione, i
nazifascisti proibiranno durante la loro dominazione sul territorio italiano,
in funzione anti-partigiana, l'uso della bicicletta. Quel divieto, però,
avrebbe significato in città come Milano
o Torino, il blocco della produzione, giacché la maggior parte
degli operai la usava per recarsi al lavoro e così, persino i
nazisti, spietati nelle loro decisioni, dovettero fare marcia indietro.
Nell'immediato dopoguerra, la bicicletta fu molto diffusa, specialmente
nelle campagne. Per i braccianti era l'unico mezzo di locomozione, usato,
oltre che per il lavoro, in occasione di grandi manifestazioni o degli
scioperi indetti dalla Lega dei braccianti. In quelle giornate di lotta,
masse imponenti si radunavano per impedire ai crumiri di recarsi nei
posti di lavoro. Contro le biciclette, appoggiate nelle sponde dei fiumi,
si accanivano con particolare durezza, schiacciandole e rendendole inutilizzabili,
le camionette della "Celere" di Scelba, una polizia di pronto intervento,
utilizzata soprattutto in occasione degli scioperi operai. Questa furia
devastatrice non arrestò però lo svilupparsi di grandi
battaglie per ottenere migliori forme di vita. Una storia di sacrifici,
di miseria, di lotte, che sarebbe importante far meglio conoscere alle
nuove generazioni.
|
|