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di Luca
Meneghel
Sul finire dello scorso anno, Adelphi ha
tradotto per l'Italia un libricino di 95 pagine: The
Uncommon Reader di Alan Bennett. Se ne è fatto un gran parlare, dal momento che
la "lettrice inconsueta" del titolo altri non è che la Regina
Elisabetta II : Bennett non fa esplicitamente il suo nome, ma diversi
riferimenti presenti nel testo - oltre al titolo (La
sovrana lettrice)
e alla foto che campeggia sulla copertina dell'edizione italiana - non
lasciano spazio al minimo dubbio.
La storia è semplice, e spiega l'attenzione mediatica al testo. L'autore
immagina che la sovrana inglese si appassioni improvvisamente alla lettura, cambiando
così tutte le sue abitudini tra la generale ostilità della Corte
(che non vede di buon occhio la regale passione). Un libricino agevole, acuto
e divertente: pane per la stampa, che ha incominciato a dibattere sul reale rapporto
tra Elisabetta e i libri, sulla sua cultura personale (scarsa, per i più.)
e via fino al più vasto rapporto tra la politica e la letteratura.
Temi , insomma, più o meno importanti: ma tutti legati al gossip reale
e alla vita di Buckingam Palace. Ma il libro di Bennett - satira, racconto lungo
o romanzo breve che dir si voglia - va molto più in profondità:
pagina dopo pagina, in due ore di lettura ci parla di come la letteratura possa
cambiare l'uomo (dalla regina all'ultimo dei poveracci). Chiamando in causa,
così, quelle domande che da secoli corrono parallele alla storia della
lettura, della narrativa e dell'editoria: perché leggiamo? Cos'è un
libro? Quale il suo futuro? E cosa rende scrittore un uomo che è sempre
stato lettore?
Chi ha cercato di rispondere a queste domande - e lo ha fatto con un'opera letteraria
(i saggi sull'argomento sono già fin troppi.) - è appunto Alan
Bennett, narratore e commediografo di Leeds. Alan ha cominciato a scrivere commedie
negli anni da universitario a Oxford, dove si è laureato in Storia: di
lì in poi non ha mai abbandonato la scrittura drammaturgica, affiancata
in seguito da una sterminata produzione come sceneggiatore cinematografico e
televisivo, oltre che come puro narratore. Dalle sue opere, tutte caratterizzate
da uno sguardo lucido e ironico sulla realtà, sono stati tratti numerosi
film: l'ultimo, in ordine di tempo, è The History Boys (uscito al cinema
nel 2006).
Anche nel romanzo breve, Bennett mette tutte le armi proprie del teatro: l'essenzialità così come
la struttura dialogica e scenica del racconto. Non fa eccezione La sovrana lettrice,
che si apre su un banchetto ufficiale a Windsor con la Regina che chiede al presidente
francese numi su Jean Genet: "Non essendo stato ragguagliato sul glabro drammaturgo
e romanziere, il presidente si guardò attorno stravolto in cerca del ministro
della Cultura. Ma costei era immersa in conversari con l'arcivescovo di Canterbury".
Questa d'inizio romanzo è però la regina che ha già scoperto
la lettura, e che non perde occasione per mettere in imbarazzo i suoi ospiti.
Per andare all'origine dell'insana passione regale per la carta stampata bisogna
fare un passo indietro. Elisabetta, inseguendo i cani nel giardino di palazzo,
si imbatte una mattina in un venditore di libri ambulanti: a quei tempi la sovrana "leggeva,
naturalmente, ma la passione per i libri la lasciava agli altri". Questo non
le impedisce però di prendere in prestito un testo di Ivy Compton-Burnett,
da lei stessa nominata Dama anni prima. Insieme al libro, dal venditore ambulante
Elisabetta scopre anche Norman: un lavoratore (omosessuale) delle cucine. Da
quel momento, la vita letteraria di Elisabetta è tutta un'escalation:
inizia a leggere libri su libri, anche in carrozza, mentre Norman - da servo - diventa
il segretario (letterario) più ascoltato da Sua Maestà.
La passione sfrenata per la letteratura - fatta di pomeriggi interi alla luce
della lampada e di appuntamenti "lavorativi" visti come fastidiose perdite di
tempo - porta tutta la Corte, insieme al premier britannico, a prendere delle
precauzioni: la Regina è sempre più assente e, sciagura delle sciagure,
inizia a utilizzare lo stesso vestito per più di un giorno. Lasciamo alla
curiosità del lettore la scoperta degli espedienti utilizzati per frenare
la sovrana lettrice, con tanto di finale a sorpresa che si lascia svelare solo
all'ultima parola dell'ultima riga.
Dimentichiamo ora Elisabetta II, la Corte e quello che ne consegue. Immaginiamo
che il posto della regina sia occupato da una persona comune: come me, come voi.
Ecco, qui sta la grandezza di Bennett e del suo metaromanzo: fa venire voglia
di leggere sempre più, nel momento stesso in cui stiamo già leggendo.
Chiarendo, allo stesso tempo, quanto il mondo sarebbe migliore se tutti noi sfogliassimo
al giorno qualche pagina in più.
La lettrice d'inizio romanzo, come in un Bildungsroman culturale, acquista col
tempo un diverso approccio nei confronti del quotidiano. La lettura cambia l'uomo?
Certo che sì. Quelle che sembravano questioni capitali - la scelta di
un vestito - diventano ben presto fattori secondari. L'uomo lettore, libro dopo
libro, deve inevitabilmente rivedere le sue priorità: perché nei
libri ci sono storie di sofferenze, questioni filosofiche e sentimenti primordiali
che ci chiamano a una compartecipazione che va oltre la semplice routine quotidiana.
Cambia, per il lettore assiduo, il modo di vedere il mondo. Si dice che sulla
Russia ottocentesca dicano più i romanzi di Tolstoj e Dostoevskij di mille
libri di storia: è vero, perché i romanzieri russi ci raccontano
la storia dal cuore dei personaggi che l'hanno vissuta (e costruita) in prima
persona. Ma quello che vale per ieri, vale anche per oggi. David Grossman, uno
dei maggiori scrittori israeliani, invita compatrioti e palestinesi a guardare
il mondo con gli occhi del nemico (Con gli occhi del nemico, Mondadori): solo
così, entrando nel cuore e negli occhi altrui, possiamo farci un'idea
veritiera del mondo e della realtà. E questa possibilità, da sempre,
ce la regalano i grandi autori di letteratura.
Viene spontaneo, a questo punto, chiedersi quanto tempo dedichino davvero alla
lettura gli uomini più potenti del mondo. Si dirà che non hanno
tempo, ed è vero: ma è vero anche che quel tempo dovrebbero trovarlo,
sembra dirci Alan Bennett. A leggere, di solito, sono i consiglieri dei re, dei
presidenti e dei dittatori: ma il sospetto è che anche loro lo facciano
troppo poco. Pensate allora, per un momento, che gli uomini dai quali dipendono
le sorti dell'umanità inizino a leggere sempre più: questo ha fatto
Bennett, e il suo ritratto della regina è strepitoso.
Un ulteriore spunto di riflessione viene infine dal rapporto tra lettura e scrittura.
La regina inizia a leggere, senza azzardarsi a scrivere. Poi passa agli appunti:
prima ricopiando quelle frasi che la colpiscono, poi scrivendo riflessioni proprie
scaturite dalla lettura. Infine, la lettrice sente sempre più il bisogno
di scrivere: ha letto tantissimo, ora tocca a lei. La sua vicenda spiega molto
del processo che porta i lettori a diventare autori. Primo: uno scrittore diventa
tale per dire qualcosa di nuovo, o di diverso, che non ha trovato in nessun libro.
Secondo: per scrivere bene, bisogna leggere tantissimo. Solo la lettura infatti,
dopo averci cambiati dentro, ci porta a scrivere per cambiare qualcun altro:
un altro lettore. E chissà mai che dopo averci letto non imbracci a sua
volta la penna.

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