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Don Rodrigo in Lunigiana

di Don Paolino

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• Gigi Monello, Lo scellerato marcisce in fortezza
Scepsi & Mattana, Cagliari, 2016, pp. 64.


Cos'è più giusto fare con un losco tipaccio, un'anima nera, un nobilastro prepotente del secolo decimosettimo che abbia passato buoni 25 anni a tormentare il prossimo con botte, soprusi, rapimenti e ammazzamenti? La fisica espulsione da questo mondo coi gentili mezzi da taglio o soffocamento allora a disposizione; o, invece, 43 anni di lunghissima restrizione in tetra fortezza toscana (Volterra), nove dei quali trascorsi nel fondo senza luce di una umidissima torre?

È l'interrogativo - classico quando si tratta di farabutti al quadrato - sviluppato nel 3° capitoletto di questo piccolo ma denso libretto, dove, con uno stile da divertimento analitico e un tocco di ambientazione scenica, l'autore dà alternativamente voce ai sostenitori dell'annientamento e a quelli della carcerazione perpetua. Chi ha ragione? Quando si potrà dire di averla fatto adeguatamente pagare ad un gaglioffone? Se si pensa alla ordinaria fisiologia, perorano gli annientatori, alle ritmiche, fisiche gratificazioni che scandirono quella infinita serie di giornate (15.815) si dovrebbe concludere che il dimenticatissimo italo-prepotente Giuseppe Maria Felicini da Bologna, ebbe fortuna, rimediò il meno peggio, la sfangò. La sua carcassa funzionò; prigioniera, ma funzionò: respirò aria, masticò, sfiatò, tossì, sbadigliò, prese sonno; bevve lambrusco, ebbe sensazioni; gustò minestre, stufati e minestroni: "fece il bolo, il chimo, il chilo e lo stronzo". Diede insomma la classicissima itala-fregatura-finale alle sue vittime; putrefatte nella fossa.

Cosa del tutto opinabile a sentire gli antagonisti, i reclusionisti, secondo i quali una vita illanguidita, privata di quel minimo di varietà che ogni umano crede dovuta, passata a immaginarsi tutto quel po' po' di cose di là fuori (che il desso, a suo tempo, si era goduto con disinvoltura molta), è castigo assai peggiore della morte, tormento prolungato, spina insomma più bruttacchiona. L'operetta gioca su tre piani: all'analisi logica del problema "pena" viene intercalata ? a mo' di correttivo ? una dose di "vissuti concreti" (come la cronaca della cattura a Fivizzano, dopo lungo appostamento, con il mattacchione "a salame legato", che passa tra ali acclamanti e insultanti di paesani), cui si aggiunge una sfiziosissima serie di incursioni dottrinali e grammaticali in un lessico storico in gran parte perduto o in via di perdizione. Come nel caso del vocabolo "gaglioffo", di cui vien data la probabile genesi. Parole che bisognerebbe con rispetto quasi religioso conservare e tramandare, vista la loro potenza etico-descrittiva. L'autore fa uscire dalle tenebre del '600 un limpido esempio di farabutto, un vero paradigma incarnato: cambiano le forme, compaiono varianti, ma il tipo resta; e attraversa le epoche. Ecco perché certe sugose parole servono: se proprio non c'è modo di estirparne il seme, si veda per lo meno di educare a riconoscerlo in tempo. A mezzo vocabolario.

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