| i nostri sponsor |
|
||||||
|
1) Sulla base della sua esperienza di ricerca e d’insegnamento, crede sia possibile dare una definizione in qualche modo “scientifica” della letteratura? Ci hanno provato in molti, ma è difficile contenere un’attività umana
così ricca ed estesa in una semplice definizione: e poi il rigore
si paga, spesso a caro prezzo. Io inizierei col dire che la parola letteratura ha
in sé il senso di una frequentazione assidua e ripetuta con il
testo, un’attività da svolgere in silenzio e tranquillità,
senza fretta: se rimaniamo alla lettura, la cultura medievale parlava
di ruminatio, di lenta masticazione della parola. Dal Medioevo
siamo lontanissimi, eppure questa dimensione di «durata interiore» che
segue i nostri tempi anche fisiologici continua ad esserci preziosa,
anzi: tanto più oggi, in un tempo in cui tutto è simultaneo
e momentaneo, trascinato dalle ferree leggi del virtuale. Tempo
e spazio non sono più veramente nostri: camminare “nella
vigna del testo”, come dice Illich, ce li restituisce, restituendoci
anche a noi stessi. 2) Secondo alcuni studi, la letteratura può essere definita tramite la ricerca di specifici criteri di letterarietà: si può parlare di criteri formali, storici, antropologici, ecc. Quanto pensa che almeno uno di essi sia valido per definire la letteratura? La letteratura è sostanziata di parole, che sono, prima di essere significato, concrete occorrenze foniche e grafiche; ogni parola ha un peso, un colore, un sapore, ed entra in un rapporto complesso con altre parole, creando amalgami sempre nuovi, in una variazione infinita. È questa, per citare uno dei padri della linguistica, Ferdinand de Saussure, la parole, a cui si contrappone la langue, l’insieme di regole che formano il codice di un linguaggio. Credo che l’approccio più sostanziale alla letteratura consista essenzialmente in questo, nell’esaminare dall’interno questi straordinari organismi viventi che sono i testi con gli strumenti che ci ha offerto soprattutto la stilistica (e la metrica, se siamo di fronte ad un componimento poetico) e mettendo, ma solo in un secondo momento, queste risultanze al servizio di un più ampio orizzonte di riferimento che potremmo chiamare all’ingrosso la “cultura” dell’autore (termine che va inteso nel suo significato più ampio, comprendendo anche, ad esempio, l’ideologia). Quindi non credo che offrano risultati particolarmente rilevanti né quelle tecniche della critica letteraria che assolutizzano il metodo, come è accaduto in certi casi nell’epoca dello strutturalismo e della semiotica (ma assai meno in Italia che altrove); né quelle che utilizzano il testo come pretesto per parlare della biografia o dei tempi dell’autore o ancora, come è molto di moda oggi nei cosiddetti Cultural studies, per discutere questioni che fanno capo alla sessualità, alla razza, alla politica. Come ha detto molto bene Giovanni Bottiroli, il testo letterario non è un oggetto culturale: non lo è nella sua intima sostanza, anche se se ne può fare un uso improprio in questo senso. 3) In riferimento al ruolo importante che, in generale, le lettere hanno avuto in altre epoche storiche, e paragonandole col ruolo assai marginale che hanno oggi, secondo lei quanto la letteratura, al giorno d’oggi, può “dare” alla società? Marginalità della letteratura oggi? Dipende dai punti di vista.
Da un lato sembra che la letteratura abbia perso il ruolo di chiave privilegiata
per l’interpretazione della realtà, che non sia più l’agone
(come osserva Abraham Yehoshua in un libro molto stimolante che nella
traduzione italiana si intitola Il potere terribile di una piccola
colpa) dei dibattiti etici, che ora si sono trasferiti altrove,
per esempio nei talk-show televisivi. Ma stiamo bene attenti:
si può dire che – poniamo – la scienza abbia oggi,
per la massa, questo ruolo di guida? Non si assiste invece ad una divaricazione
clamorosa tra la ricerca scientifica, appannaggio di pochi “mandarini”,
e la sua divulgazione, spesso infedele e maccheronica? Si leggano, a
riprova di quello che si va dicendo, quanto scrivevano anche quotidiani
di grande tiratura a proposito del recente esperimento dell’acceleratore
di particelle di Ginevra. D’accordo, il confronto tra le terze
pagine odierne, ricolme di polemiche personalistiche e pettegolezzi,
e quelle degli anni Cinquanta-Settanta è piuttosto impressionante,
ma non dimentichiamoci che si trattava di dibattiti ristretti ad una élite,
mentre oggi siamo di fronte ad una cultura di massa che ha imposto radicali
cambiamenti al mondo della carta stampata. Non è solo la letteratura
ad essere cambiata, ma l’intero orizzonte antropologico di riferimento:
viviamo, e non solo in Italia, in un sistema drogato che ci tiene prigionieri
in uno stato di continua alterazione, sollecitati alternativamente, come
bene ha detto Mario Perniola in un recente volume, dai miracoli e
dai traumi di una comunicazione a cui non possiamo e vogliamo
più rinunciare. La marginalità insomma, per esaurire questo
corno del dilemma, è condizione che tocca un po’ tutte le
discipline di tradizione humboldiana. L’idea della «supplenza
religiosa» e spiritualistica della letteratura, come diceva Fortini,
così come quella della «supplenza ideologica» è dunque
definitivamente morta, e non è detto che sia un male; la letteratura
dovrà trovare in se stessa le ragioni della propria esistenza,
e sono convinto che riuscirà a farlo. 4) Qual è il ruolo delle Università in questo panorama attuale e cosa effettivamente, concretamente, “l’uomo di lettere” può fare? Tutti gli insegnanti hanno un ruolo importantissimo, indistintamente. Un paese civile favorisce in tutti i modi l’istruzione di ogni ordine e grado, perché così facendo costruisce il proprio futuro. Non c’è bisogno che aggiunga altro, mi sembra: ognuno può fare le sue valutazioni sulla situazione attuale in Italia, su questo cortocircuito tra difficoltà di motivare i giovani allo studio, dequalificazione professionale, scarsa considerazione nella media della collettività, ecc. La scuola ha le sue colpe, l’Università ne ha forse di più gravi, ma resta il fatto che esse rimangono uno dei pochissimi spazi che valorizzano il lavoro metodico, la costruzione graduale di un sapere e di competenze capaci di conferire dignità alla persona, mentre i modelli che da ogni parte vengono proposti, classe politica e dirigente compresa, evidenziano insofferenza alle regole, facili scorciatoie e astuzie di piccolo cabotaggio. Qualcuno ha proposto di rendere facoltativo lo studio della letteratura: non credo sia questa la soluzione, che rischia di sottarre a molti ragazzi la possibilità di un incontro che potrebbe essere decisivo. Certo non ci può essere istruzione forzata: la letteratura non può che essere inerme, direi “francescana”, e aprire le braccia a chiunque le si rivolga. Gli uomini passano, la vera letteratura rimane. Stefano Prandi, allievo di Ezio Raimondi, è stato ricercatore
universitario presso la Facoltà di Lettere e Filosofia del Piemonte
Orientale e dal 2001 è professore ordinario di Letteratura italiana
all'Università di Berna. |
|