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L'accoglienza negativa dei Fiori del male da
parte della critica dell'epoca si focalizza soprattutto su quello che è
stato definito un "realismo volgare". Questa definizione è
già di per sé un esempio della duplicità dell'opera
baudelairiana, del suo legame con la tradizione ("realismo")
e al contempo della sua originalità ("volgare"). La poesia romantica si caratterizzava principalmente da
un forte lirismo e una forte partecipazione tra l'io poetico e il lettore.
Quest'ultimo aspetto è quello che ci interessa maggiormente, perché
è su questo punto che Baudelaire opera una profonda rottura. La
poesia di Baudelaire, basandosi sul modello precedente, rimane una poesia
lirica. Essa esprime infatti, attraverso un forte io poetico, una propria
esperienza della condizione umana, che sia voluttuosa o dolorosa. Ma,
contrariamente a un Lamartine o un Hugo, questo io che si esprime e vuole,
anche rendere universale la propria esperienza, non sopporta che il lettore
lo legga senza essere in qualche modo "colpito" in prima persona. La sottise, l'erreur, le péché, la lésine,/Occupent
nos êsprits et travaillent nos corps,/Et nous alimentons nos aimables
remords,/Comme les mendiants nourissent leur vermine.//Nos péchés
sont tétus, nos repentirs sont lâches… [vv. 1-5]. È evidente che un simile incipit non poteva mancare
di scioccare un lettore dell'epoca, effettivamente borghese e presumibilmente
annoiato per davvero, ma soprattutto abituato a essere trattato diversamente
dai poeti. Il giudizio negativo dei contemporanei sulla raccolta di baudelaire
dipende largamente da questa provocante apertura, la cui portata non si
limita all'inipit ma investe l'intera raccolta. Je t'adore à l'égal de la voute nocturne,/O vase de tristesse, ô grande taciturne […]. Je m'avance à l'attaque, et je grimpe aux assauts,/Comme après un cadavre un choeur de vermisseaux … [XXIV, vv. 1-2, 7-8]; oppure la bellezza e la decrepitudine: Ces monstres disloqués furent jadis des femmes,/Eponine ou Laïs ! Monstres brisés, bossus… […] Je vois s'épanouir vos passions novices ;/ Sombres ou lumineux, je vis vos jours perdus… [Les petites vieilles, vv. 5-6, 77-78] ; o ancora la purezza e la bellezza: O vierges, ô démons, ô monstres, ô martyres,/De la réalité grands esprits contempteurs,/Chercheuses d'infini, dévotes et satyres,/Tantôt pleines de cris, tantôt pleines de pleurs… [Femmes damnées, vv. 21-24]. La stessa antinomia si ritrova nel titolo della raccolta poetica: i fiori rimandano alla purezza, alla bellezza della natura; il male, per contrasto, rinvia al peccato, morale e fisico, dell'uomo. Entrambi, avvicinati in un'unica espressione, rinviano a una indissolubilità tra il negativo e il positivo, che a sua volta, tradotto in termini baudelairiani, non è altro che lo spleen e ideale. È facile capire quanto la congiunzione di tali concetti antinomici potessero apparire arditi e scioccare il borghese dell'epoca, il quale non soltanto ha sempre tenuto a distinguersi dalle altre classi sociali per la probità dei propri costumi (moralità contro il libertinaggio dell'aristocrazia e contro la promiscuità popolana), ma che cercava pure una certa complicità negli artisti a sostegno della propria cultura. Baudelaire centra in pieno con la sua poesia scioccante il problema legato alla decadenza della nuova società, fatta d'ipocrisia e falsi allori, denunciando il rapporto falsato tra la borghesia e l'artista. Ma se l'accoglienza della critica è stata assolutamente negativa all'epoca, i Parnassiani hanno riservato all'opera di Baudelaire un'accoglienza molto diversa. Questo gruppo, costituito dai più grandi poeti della nuova generazione e formatosi attorno a Leconte de Lisle, ha considerato i Fiori del male degno della propria concezione poetica. In effetti, i parallelismi tra il Parnaso e Baudelaire non sono pochi; alcuni versi tratti dal secondo ricordano inequivocabilmente altri versi di Leconte de Lisle, come nell'esempio sotto riportato: Homme, si, le coeur plein de joie ou d'amertume,/Tu passais vers midi dans les champs radieux,/Fuis ! La Nature est vide et le Soleil consume:/Rien n'est vivant ici, rien n'est triste ou joyeux.//Mais si, désabusé des larmes et du rire,/Altéré de l'oubli de ce monde agité,/Tu veux, ne sachant plus pardonner ou maudire,/Goûter une suprême et morne volupté,//Viens ! Le Soleil te parle en paroles sublimes ;/Dans la flamme implacable absorbe-toi sans fin ;/Et retourne à pas lents vers les cités infimes,/Le coeur trempé sept fois dans le Néant divin [Midi, vv. 21-32]. Questi versi, tratti dai Poemi antichi, non sembrano
lontani da cadenze e temi tipicamente baudelairiani, soprattutto nelle
due ultime strofe. Se le similitudini tra i due gruppi esistono e sono tangibili,
si tratta però di evitare un'assimilazione impropria, perché
Baudelaire presenta comunque delle importanti originalità rispetto
ai Parnassiani. Queste originalità ci permettono, oggi, di capire
che l'accoglienza favorevole dei Parnassiani dell'opera di Baudelaire
riposa su una comprensione solamente parziale della sua poetica. Questo ci porta a considerare un'altra diversità tra il poeta dei Fiori del Male e i Parnassiani, e soprattutto Leconte de Lisle: la presenza dell'io poetico che, pur senza tornare al lirismo romantico, è indiscutibile in Baudelaire. È anche, nella raccolta poetica, il protagonista assoluto, e non è che in un secondo momento che tutta l'esperienza dell'io è universalizzata attraverso l'uso di immagini. Siamo qui ben lontani dalla ricerca di spersonalizzazione operata da Leconte de Lisle, dall'evasione quasi alienata nel mito dell'Ellade o nelle mitologie barbare. In Baudelaire, la stessa evasione si pone in stretto rapporto col mondo dal quale si evade. Così, quando il poeta vuole "costruire nella notte [i suoi] palazzi fatati", oppure sognare "gli orizzonti bluastri, / dei palazzi, dei getti d'acqua piangenti negli alabastri, / dei baci, degli uccelli che cantano mattina e sera", avviene sempre per opposizione al mondo parigino, fatto di campanili, di botteghe, di tubi, ecc. (Paesaggio, vv. 16-19). Il problema di una corretta interpretazione dell'opera baudelairiana appare dunque in tutta la sua importanza. È chiaro come, all'epoca, la raccolta dei Fiori del Male non sia stata compresa, o solo in maniera parziale e superficiale. Ciò, ovviamente, è dovuto anche a fattori di ordine temporale, e principalmente alla mancanza di obiettività che si ha quando si tenta di giudicare un'opera senza un certo scarto temporale. È perciò ancora più significativo, per noi, riprendere in mano i Fiori del Male per considerare il "caso Baudelaire". Il senso dell'originalità del poeta si evidenzia con maggiore nitidezza se la si mette in relazione non soltanto alle poetiche precedenti o contemporanee, ma anche a quelle successive. A partire da Mallarmé e Rimbaud, tutta la poesia moderna si ricollega ai Fiori del Male, perfino la poesia avanguardista di fine XX secolo. Ciò è dovuto al fatto che Baudelaire apre un dominio alla poesia di una capienza forse mai raggiunta fino ad allora, al livello tematico e formale. Al primo livello, si tratta principalmente di rendere soggetto poetico ogni realtà esistente, comprese le antinomie, mescolando sublime e triviale, dando potenza espressiva e dignità a concetti astratti (si vedano in proposito le frequentissime personificazioni, come se i fantasmi, i dolori e le gioie del poeta si materializzassero d'un colpo). Al secondo livello, si tratta di costruire un sottile gioco di sonorità che si rispondono in eco, e di creare delle sinestesie capaci di concretizzare in immagini complete delle sensazioni complesse. Basti ricordare, come esempio per entrambi i livelli, i versi della celebre poesia Corrispondenze: La Nature est un temple où de vivants piliers/Laissent parfois sortir de confuses paroles,/L'homme y passe à travers des fôrets de symboles/Qui l'observent avec des regards familiers.//Comme de longs échos qui de loin se confondent/Dans une ténébreuse et profonde unité,/Vaste comme la nuit et comme la clarté,/Les parfums, les couleurs et les sons se répondent… [vv. 1-8]. Quello che leggiamo in questi versi è quasi un manifesto
poetico. Il poeta è un uomo isolato, diverso, sdegnoso e incompreso,
un angelo demoniaco o un demonio angelico, ma soprattutto il poeta è
colui che è capace di decifrare i simboli della natura, di captare
in una sola sensazione la moltiplicità del reale. |
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