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LA
MALATTIA
La malattia è un importante
topos letterario. Come nei principali romanzi novecenteschi,
anche nel Diario di un parroco di campagna di Georges
Bernanos essa prende la forma di un rifiuto dell'ordine, dell'autorità;
di un'evasione dall'organizzazione perversa dei rapporti socio-economici:
diventa sintomo di un malessere, di una mancata integrazione
dell'individuo nella società. È infatti nel campo
del patologico che devono essere interpretati da un lato l'inettitudine
eccezionale del parroco di Ambricourt, dall'altra il sentimento
della noia che, secondo lui, divora la propria parrocchia come
tutte le altre. |
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La malattia, nel Diario di un parroco di campagna,
si presenta sotto diverse spoglie:
- Come malattia in sé: è il cancro che
porta alla morte;
- Come noia esistenziale;
- Come inettitudine: è il sintomo di una mancata
integrazione in società. L'inettitudine del parroco si manifesta
in varie occasioni, ma è soprattutto in campo economico che si
rende più manifesta. Si vedano, a questo proposito:
- L'episodio sulle bottiglie di vino del signor Pamyre;
- L'equivoco sul conto del signor Conte (il giovane parroco lo crede
inizialmente un uomo distinto, un'anima nobile, mentre in realtà è un
uomo mediocre. Questa ingenuità è dovuta alla povertà
economica e alla povertà di esperienze del parroco);
- Il rimprovero da parte del doge di Blangermont (è interessante
notare che nella stessa occasione un altro tipo di isolamento, un altro sintomo di mancata integrazione è attribuito al
parroco, questa volta legato alla dimensione della scrittura: "Credo
che voi siate un poeta... (pronuncia poêta)... Il lavoro sistemerà
anche questo, disse il doge al parroco", p.80 [Nota]).
Dunque: impossibilità di integrarsi in un universo sociale dominato
dal denaro, dalla borghesia, dall'idea che la ricchezza equivalga al potere
("Ciò che sento a proposito di quello che viene chiamato la
società rimane del resto piuttosto oscuro... La nozione di ricchezza
e quella di potere non possono ancore confondersi", p. 81). Questa
incapacità si manifesta attraverso un sintomo (l'inettitudine)
che può essere considerato allo stesso livello della malattia
reale (il cancro).
A proposito della malattia, bisogna osservare
anche quanta importanza abbiano le figure dei medici
nel romanzo.
Essi sono, tradizionalmente, medici del corpo, quando i preti sono considerati
i medici dell'anima. Ma i medici, in questo romanzo, sono anch'essi persone
non integrate:
- Dr. Delbende:
I suoi colleghi lo prendono in giro. Dice al parroco: "Torcy, lei
ed io siamo della stessa specie"; osservazione giusta nel senso che
nessuno di loro approva la società contemporanea: "Gli atleti
sono generalmente dei cittadini pacifici, conformisti fino al midollo,
che riconoscono solamente lo sforzo che ripaga - di certo non il nostro"
(p. 90). La sua divisa è "far fronte". Ma far fronte
a cosa? A niente e a tutto insieme, cioè alla società nella
sua totalità. Il suo suicidio, dovuto a problemi economici, è
il risultato della sua mentalità, della sua integrità personale,
ma forse anche al fatto che "odiava i mediocri" (p. 131), come
l'uomo banale, il borghese, il conformista.
- Dr. Laville:
Anche in questo caso il medico riconosce nel parroco un suo simile ("Vedendovi,
poco fa, ho avuto l'impressione sgradevole di trovarmi di fronte a...
di fronte al mio doppio", p. 287). Infatti, neanche lui è
un integrato. Fa un'allusione - involontaria ma molto diretta - al suicidio
del Dr. Delbende quando parla del modo in cui potrebbe egli stesso suicidarsi.
Il rapporto di doppio tra il parroco e il
Dr. Laville è manifesto a più riprese:
- Vengono entrambi da una famiglia povera e ignorante;
- Hanno condiviso lo stesso furore di imparare al liceo ("Scommettiamo
che lei era in seminario esattamente com'ero io al liceo? ...Dio o la
scienza, vi ci buttavamo dentro", p. 288);
- Entrambi sono malati e hanno pochi mesi soltanto di vita.
Un altro grande malato è il signor
Dupréty, o Dufréty, l'abate amico del parroco, che si è
"tolto la sottana" (si è spretato). Nel suo caso, la
malattia è la tubercolosi. Ma è anche il caso in cui, più
di ogni altro, la malattia del corpo corrisponde alla malattia
dell'anima, se così si può dire. Ancora una volta
tocchiamo il problema della mancata integrazione. Dufréty non si
è mai sentito parte integrante della società a causa della
sua particolare educazione (il seminario): "Questa educazione ha
fatto di noi degli individualisti, dei solitari... Ci inventavamo la Vita,
invece di viverla", pp. 48-49. La sua volontà di integrarsi
si manifesta dal fatto che sottolinea per tre volte la parola "normale"
nella lettera all'amico: "Inutile parlare di me alle persone che
frequenti. Un'esistenza laboriosa, normale insomma, non dovrebbe avere
segreti per nessuno" (p. 49).
È evidente che desideri profondamente essere come tutti gli altri
uomini (aurea mediocritas), ma ciò implica, evidentemente, il fatto
che egli non sia integrato. Parla del "valore sociale" di un
individuo, ma tutto ciò che scrive nelle sue tre lettere viene
poi messo in contrasto e smentito dalla sua situazione: una scala puzzolente
e nera; la carta da visita ("Louis Dufréty, rappresentante");
le bugie per nascondere la vera identità della sua compagna; la
sua "evoluzione intellettuale". Senza parlare, per finire, del
fatto che la sua povera compagna abbia la sua stessa malattia. Dufréty
è e rimane un outsider fino all'ultimo.

LA SCRITTURA
Il tema della scrittura, accanto a quello
della malattia, è uno dei temi principali del romanzo, che per
l'appunto è un "diario" (quindi un testo con narrazione
in prima persona, ma dove l'atto narrativo si esplica chiaramente con
l'ausilio della scrittura, e dove esiste una relativa simultaneità
tra gli avvenimenti della storia e quelli del racconto). Ciò significa
che anche laddove non si parla della scrittura, la sua presenza rimane
incontestabile e fa capolino, se non nei contenuti, nella forma
sempre.
Si è spesso fatto di Bernanos lo scrittore della Cristianità
e basta, e la maggior parte dei critici concentrano le loro analisi su
questo aspetto (vedi Albert Béguin e Urs von Balthasar per primi).
È significativo osservare, a questo proposito, che Albert Béguin
ha interpretato la "vocazione letteraria" di Bernanos come la
trasposizione di una vocazione sacerdotale sognata. Ma significa dimenticare
il primato assoluto dell'attività letteraria nell'immaginario bernanosiano.
Nei suoi romanzi, si trova sempre un personaggio che scrive; nel Diario
di un parroco di campagna è lo stesso protagonista.
L'attività letteraria, cioè
l'atto di scrivere un diario, provoca una lotta interiore
nel giovane curato; la scrittura è sentita fin dall'inizio come
un elemento che contrasta la preghiera pura e semplice, e dunque con la
vocazione sacerdotale: "Per chiunque abbia l'abitudine della preghiera,
la riflessione è, troppo spesso, che un alibi, che una maniera
sorniona di confermarsi un destino. Il ragionamento [realizzato attraverso
la scrittura] lascia facilmente nell'ombra ciò che desideriamo
tenere nascosto" (p. 10). Ciò di cui ha paura il parroco di
Ambricourt è la falsificazione della propria esperienza nell'atto
della scrittura. È un po' quello che rischia di fare (o quello
che fa) il suo amico Dufréty quando parla della propria "evoluzione
intellettuale" o quando allude, nell'ultima parte del romanzo, al
diario che sta scrivendo, pure lui, dal titolo significativo di "Il
mio percorso". Un libro, questo, più che un vero e proprio
diario; una sorta di giustificazione agli occhi del mondo della propria
situazione, e dunque anche una manifestazione del desiderio di essere
approvati e accettati.
La scrittura è quindi vista come un
processo artificiale e artificioso, che si oppone alla preghiera, vista
come spirito di pura accettazione. È a questo livello che lo studio
di Pierre Gille, Bernanos et l'angoisse, mi sembra pertinente.
Gille analizza quello che chiama "l'angoscia", cioè il
lato dell'inquietudine, della non-risposta, della negatività in
Bernanos (situandosi, al contempo, volontariamente agli antipodi rispetto
alla linea dei critici che vedono, nello scrittore, solo il lato della
cristianità, della positività, della risposta alle inquietudini
del XX secolo). Secondo lui, la modernità di Bernanos tiene giustamente
in questa presenza dell'angoscia nella sua opera: "C'est la place
de Bernanos d'avoir, dans le temps de la négation, non seulement
assumé la grande négativité de son siècle,
mais de l'avoir introduite au coeur de l'Affirmation". La negatività,
l'abbiamo capito, è l'istanza che oppone all'ordine delle risposte
quello delle domande, dei dubbi, delle incertezze.
In questa prospettiva, è proprio la
scrittura che, nel Diario, si carica di rendere manifesta la negatività.
Se pregare significa abbandonarsi totalmente a Dio, alla sua volontà,
e quindi accettare qualsiasi esperienza, scrivere al contrario significa
affermare il proprio valore umano, o, con le parole di
Gille, "donner la parole aux démons de la révolte et
du désespoir".
La scrittura doveva essere per il giovane parroco un "prolungamento
della preghiera" (p. 29); in realtà si rivela essere una necessità
in buona parte strettamente letteraria, benché il protagonista
non se ne renda sempre perfettamente conto.
Il carattere manifestamente letterario
del suo atto scritturale è però evidente almeno nei seguenti
passi:
- [Riflessioni sul lettore potenziale del diario] 1. "Mentre scribacchio
sotto la lampada queste pagine che nessuno leggerà mai, ho il presentimento
di una presenza invisibile che sicuramente non è quella di Dio
- piuttosto quella di un amico fatto a mia immagine, benché distinto
da me. Di un'altra essenza... Ieri sera, questa presenza mi è diventata
d'un colpo così tangibile che mi sono sorpreso a sporgere la testa
verso non so quale ascoltatore immaginario..." (p. 29); 2. "Non
posso pensare senza amicizia al futuro lettore, probabilmente immaginario,
di questo diario... Una tenerezza che non approvo affatto perché,
attraverso le pagine, non ritorna che a me stesso. Sono diventato autore
o, come dice il doge di Blangermont, poêta... Eppure..." (p. 124).
- [Riflessione sulla scelta delle parole - che rivela un'intenzione stilistica,
benché appena accennata] "...(accade ancora che esiti sulla
scelta di un epiteto, che mi corregga)..." (p. 29).
Il fatto che il doge di Blangermont pronunci,
storpiandola, la parola "poeta" come "poêta", sottolinea
l'idea negativa attribuita alla letteratura. È una sorta di aberrazione
stilistica che riflette una aberrazione nella vita attribuita al parroco.
In questo senso, il doge rappresenta esattamente la società, il
mondo in cui il giovane parroco non riesce ad entrare. La sua condizione
di outsider, di non-integrato che, come s'è visto, è causa
della sua malattia, rivela qui una origine ben precisa: la sensibilità
poetica.
Contrariamente al signor Dufréty che vuole utilizzare la scrittura
come uno strumento d'integrazione (scrivendo la propria biografia giustificativa,
il cui valore letterario, peraltro, è piuttosto dubbio), il protagonista
del romanzo rifiuta di dare alla sua attività scritturale una funzione
strumentale e, proprio per questo, relega il proprio diario al dominio
più sincero della letteratura. Eppure, proprio questa sincerità
"sonne faux", sembra stonare alle orecchie altrui. Il parroco
stesso avverte come il proprio sentimento diventi ridicolo in seno alla
società borghese; quando tenta, una volta soltanto, di usare materiale
della propria scrittura per un sermone, avverte bene un senso di fallimento:
"Mi sono fermato un secondo nel bel mezzo della frase con l'impressione,
ahimé nettissima! di recitare una parte. Dio sa però quanto
fossi sincero!" (p. 35). E, alla fine della messa, il Conte (cioè
la migliore incarnazione di una mentalità mediocre) gli dice, con
ironia: "Che bel volo Pindarico!" (Ibid.).
In breve, la scrittura (poetica) non può,
in teoria, conciliarsi con la funzione sacerdotale. È ciò
che pensa pure, in buona fede, il parroco di Torcy quando (atto letterario
puro!) il giovane parroco di Ambricourt gli lascia da leggere qualche
pagina scritta (pp. 54-55). Ritroviamo in questo passo l'opposizione
scrittura/preghiera.
Come osserva P. Gille, queste istanze contrarie, la cui opposizione sembra
inconciliabile, trovano però un punto d'incontro nella figura del
parroco. Egli è il parroco che scrive. Ma cosa permette a questo
personaggio di conciliare le due cose? Per rispondere a questa domanda,
bisogna ricordarsi di tutto quanto è stato detto fin'ora e vedere
in cosa egli si differenzi rispetto al resto dei personaggi; per dirla
in altri termini, bisogna vedere cosa fa del piccolo sacerdote un eroe
bernanosiano nel senso più completo del termine.

L'EROE DELL'ACCETTAZIONE
Abbiamo visto come i temi della malattia
e della scrittura siano legati alla condizione di outsider che
caratterizza il giovane parroco. Abbiamo visto pure che questa condizione
però non gli è peculiare, benché sia in lui sviluppata
in profondità. Altri personaggi sentono con altrettanta forza uno
scarto tra loro e il resto della società: è il caso del
Dr. Delbende, del Dr. Laville, del signor Dufréty, ma anche di
molti altri. Tuttavia, il caso del parroco di Ambricourt si differenzia
dai loro nella misura in cui è il solo ad accettare la propria
condizione di diverso. Analizzando uno a uno questi personaggi la cosa
risulta più evidente.
Il Dr. Delbende:
È un outsider, dato che ragiona secondo principi che non
coincidono con quelli della società. È estremamente onesto,
non sopporta la mediocrità, la stupidità degli uomini e
l'assurdità della vita. Con tutto ciò, è estremamente
generoso (non obbedisce alle leggi del profitto e dell'utile, tipiche
della borghesia). Ma la sua divisa è: "far fronte". Qui
si svela il suo modo di rapportarsi al mondo: si tratta per lui di una
lotta, una lotta che non ha nessun viso, nessuna possibilità effettiva
di cambiare qualcosa. Da qui, si arriva al suicidio. In breve, egli non
accetta il mondo in cui vive, il che significa anche che non accetta la
propria diversità. La sua condizione di non-integrato è
per lui qualcosa di inevitabile e di insopportabile. È un'anima
tormentata fino in fondo.
Il Dr. Laville:
Anche se non vive esplicitamente isolato dagli altri uomini (esercita
la propria professione) la sua condizione di outsider si rivela
dal fatto che si riconosce nella figura del parroco di Ambricourt, dal
fatto che è malato, vicino alla morte, e da un altro fatto, che
nel nostro secolo assume un senso molto preciso: il ricorso alla droga.
Secondo quanto egli stesso asserisce (p. 289), la morfina gli serve per
continuare a "essere ottimista", perché "la clientela
ha le sue esigenze". Ma potremmo dire che la droga gli serve anche
a un livello tutto personale, per dimenticare la sua malattia (dunque,
metaforicamente, per dimenticare la sua diversità). La diversità
è per lui una cosa da dimenticare; anche se non ha lo spirito ribelle
di un Delbende, se è di una natura più dolce, benché
coraggiosa, non accetta, neanche lui, la propria condizione. Guarda in
faccia al suo destino, ma vuole comunque, per un certo tempo, dimenticarlo.
Il signor Dufréty:
È un outsider a tutti i livelli: in seminario, perché
si dedicava a una vita (quella sacerdotale) che relega l'individuo alla
solitudine; come parroco spretato, perché non può cancellare
un'esperienza e un passato che lo rendono per sempre diverso dagli altri;
infine, come malato. Nel suo caso, la diversità non è assolutamente
accettata. Egli vuole ad ogni costo mescolarsi agli uomini, dichiara:
aurea mediocritas, ma anche in questo rimane isolato da loro,
perché dà alla "mediocrità" un valore umanitario,
quando invece la società è "mediocre" nel senso
peggiorativo del termine. Il suo fallimento è manifesto; non ci
si può togliere il peso della diversità come ci si toglie
una sottana da parroco.
Contrariamente a tutti questi personaggi,
il parroco di Ambricourt accetta la propria diversità.
Questo carattere distintivo si manifesta fin dalla prime pagine del diario:
il parroco guarda la propria parrocchia e sente confusamente che essa
non gli apparterrà mai completamente: "Quanto è piccolo
un paese! E questo paese era la mia parrocchia. Era la mia parrocchia,
ma non potevo niente per lei, la guardavo tristemente inoltrarsi nella
notte, scomparire... Qualche momento ancora, e non l'avrei più
vista. Non avevo mai sentito così crudelmente la sua solitudine
e la mia" (p. 6), eppure è appena arrivato nella sua nuova
parrocchia! Egli porta in se stesso la coscienza della propria diversità,
è per questa ragione che non si illude sul futuro.
Ciò detto, questa consapevolezza non gl'impedisce di dedicarsi
completamente alla propria missione. È in questo che si vede, soprattutto,
la grandezza del personaggio. Ma non esaminerò ulteriormente questo
suo aspetto, già messo in luce da numerose critiche assai più
valevoli della presente.
Per quanto riguarda il tema dell'accettazione,
è vero che durante tutto il diario (e dunque durante tutta la sua
esistenza) il giovane parroco oscilla continuamente tra momenti di disperazione
e momenti di pura accettazione della propria condizione. Proprio per questo,
tuttavia, è significativo prendere in esame il momento supremo
della sua esistenza, cioè quello in cui muore, per verificare se
è vero che possiamo definirlo un "eroe dell'accettazione".
Durante questa sua ultima prova, infatti, il parroco arriva ad una risoluzione
definitiva dei propri tormenti.
Per il giovane curato, la morte rappresenta
la fine dei tormenti e dei dubbi; l'accettazione a posteriori
di tutta l'esistenza vissuta, e dunque anche l'accettazione delle sue
contraddizioni. Si spiega così la capacità del parroco di
accogliere in sé le due istanze che abbiamo individuato come "nemiche",
la preghiera e la scrittura. Nella sua accettazione totale della propria
esistenza, queste due entità si fondono, sono inserite in un sistema
in cui la necessità di distinguere tra opposti diventa non pertinente.
Da qui, si capisce il senso delle parole di Gille quando allude a una
"négativité... introduite au coeur de l'Affirmation".
Questa risoluzione della morte orientata verso l'accettazione
è esplicita nell'ultima pagina del Diario, dove vengono riportate
le ultime parole del parroco: "Cosa importa? Tutto è grazia"
(p. 319). Ma pure nelle ultime pagine del Diario il parroco esprime lo
stesso concetto, benché in altri termini: "Quella specie di
diffidenza che avevo di me stesso, della mia persona, si è dissolta,
credo, per sempre. Questa lotta ha preso fine. Non la capisco più.
Sono riconciliato con me stesso, con questa mia povera spoglia" (p.
316). La lotta non esiste più, è inglobata e dissolta a
un livello superiore, che il parroco chiama col nome di "grazia".

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