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di Cinzia Poli Risale al 1635 l'opera più celebre
del drammaturgo spagnolo Calderón de la Barca (Madrid 1600-81):
La vita è sogno, una commedia filosofica divenuta
oggetto di numerose interpretazioni, soprattutto a partire dalla fine
dell'Ottocento. La giustificazione di tanto interesse è facilmente
riconducibile alla fondamentale ambiguità di un'opera che, rappresentando
un esempio fra i più illustri della corrente barocca, oscilla fra
"la semplicità della fiaba e la complessità della costruzione
simbolica". La lettura de La vita è sogno ci pone di fronte alla decisione di un re di rinchiudere il proprio figlio in una torre, escludendolo dal mondo esterno perché i suoi calcoli astrologici annunciano che si rivelerà un pessimo governante. Tale scelta inevitabilmente introduce un interrogativo morale, forse ben più complesso di come Ciriaco Morón lo presenti. Il critico si esprime in questi termini: Per noi il vecchio Basilio è un re venerabile che ha preteso di liberare il suo popolo da un tiranno; per Calderón e il suo pubblico, Basilio è un fantoccio che si è distratto dal suo autentico obbligo a governare, un padre tiranno che ha ucciso suo figlio sul momento di nascere e un re tiranno che ha privato il popolo del suo principe legittimo. Non penso che per noi lettori moderni sia così automatico condividere una simile posizione. È giusto che un padre decida della vita del proprio figlio affidandosi alla scienza? Premettendo che nel XVII secolo l'astrologia è per lo più considerata una scienza, per cui si crede all'influenza degli astri sulla vita degli uomini, ci rendiamo conto che il testo ci propone una riflessione quanto mai attuale, ovvero: se l'astrologia incarna una delle forme del sapere scientifico e la sua consultazione induce a una conclusione tanto estrema, deve prevalere l'adesione incondizionata a quest'ultima, oppure la ragione morale deve intervenire a ponderare tale risultato "scientifico"? Qual è, in breve, il confine tra scienza e morale? Si potrebbe, seguendo la partizione hegeliana tra etica e morale, interpretare il gesto di Basilio come moralmente riprovevole ma eticamente giustificato: sacrifica il figlio, ma per il bene dello Stato. Una volta riconosciuta la scienza astrologica che l'autore non rifiutava, come fa notare Davies, dobbiamo però tener presente un fatto di rilevante importanza: per l'auditorio di Calderón è, impensabile un re che in prima persona consulti le stelle, sottraendo tempo agli uffici di sua competenza. Per renderci conto di quanto ciò potesse essere disprezzato, citiamo due giudizi contro i "re matematici": uno di Gracián contro Alfonso X "el sabio," l'altro, senza un preciso destinatario, di P. Mariana. Afferma Gracián: che importanza può avere che Alfonso X sia un grande matematico, se non è nemmeno un politico mediocre? Ebbe la presunzione di correggere la fabbrica dell'universo colui che fu sul punto di perdere il proprio regno. Mariano si esprime invece in questi termini: Oh, principe dolcissimo, evita ogni tipo di superstizione, considera futile e vana ogni arte che pretenda di trarre profitto dalla conoscenza del cielo per indagare il futuro, non impiegare mai né nell' ozio né nella contemplazione, il tempo dovuto agli affari . Non solo il re matematico o astrologo (come nel nostro caso) è impensabile, ma ne La vita è sogno è presentato sulla scena come una parodia di Alessandro Magno: BASILIO: già sapete che ho meritato in questo mondo, per la mia scienza, il nome di dotto, e che i pennelli di Timante e i marmi di Lisippo su tutta la terra proclamano la grandezza di Basilio contro il tempo e l'oblio...( I, 6 p.16). E la sua posizione è aggravata dal fatto che non
legge nemmeno con cura le stelle ma tan veloz (I, 6 ), agisce con tanta
leggerezza, pur dovendo decidere della vita di suo figlio, che non a caso
farà condurre a palazzo proprio perché teme di aver commesso
un grave errore nel dare facilmente credito alle sue previsioni(I, 6 p.19). SIGISMONDO: Ma, sia realtà o sogno, una sola cosa importa: agire bene...(III, 4 p.57). 2. INTERPRETAZIONE ONTOLOGICO-FILOSOFICA 2.1. La vita è sogno e la teoria
platonica della conoscenza. Il nostro testo allegorizza proprio questo processo di formazione, come Jorge E. Sørensen , il critico a cui ci rifacciamo, illustra. Il luogo stesso in cui Sigismondo si trova, all'inizio dell'opera: un rustico palazzo , così poco elevato che non riesce a mostrarsi al sole( I, 1 p.6) e al cui interno è illuminato solo da un un fioco lume quella tremula fiamma, quella pallida stella che con incerti bagliori, palpitando di luce timorosa, rende ancor più tenebrosa la stanza buia con insicura luminosità (I,1 p.7). richiama alla nostra mente la caverna del mito platonico, dove uomini incatenati vedono soltanto grazie a "una luce di fuoco che arde" alle loro spalle e proietta loro le ombre degli oggetti che altri uomini, fuori dalla caverna portano su di sé. La condizione di Sigismondo è analoga a quella di quei prigionieri: non ha mai conosciuto la realtà, ma le sue apparenze, attraverso l'educazione impartitagli da Clotaldo. Egli è quindi vittima della doxa e più precisamente del suo primo livello: l'eikasía, una distinzione che credo sia lecito introdurre, benché Sørensen, per la conoscenza sensibile, si limiti a parlare genericamente di doxa. Tra i due gradi, infatti, sono percepibili delle sfumature sostanziali che tenteremo di mostrare brevemente. Il grado di ignoranza di Sigismondo spiega perché al momento del primo incontro con Rosaura, che rappresenta il trait d'union con quella realtà a lui sconosciuta, egli reagisca con violenza, minacciandola addirittura di morte: Ti punirò con la morte, perché tu non sappia che io so che tu sai delle mie debolezze.(I, 2 p.8). Progressivamente però, l'atteggiamento del giovane principe si fa più mansueto: La tua voce ha avuto il potere di intenerirmi; il tuo aspetto mi trattiene, e provo per te un rispetto che mi turba. ( I, 2 p.9) E' come se provasse quel "dolore" che anche i
prigionieri della caverna soffrono quando "levano lo sguardo in su,
verso la luce," che qui trova espressione nella donna e segna un
lento spostamento verso la pistis : egli sta divenendo consapevole di
un'esistenza altra dalla sua, ma sempre menzognera, perché sensibile
e con cui si scontrerà quando verrà condotto nel palazzo
(Seconda giornata). Cielo, aiutami, che vedo?Cielo, aiutami,che osservo?Non mi spaventa ciò che vedo,ma stento a credervi. (II, 3 p.28) Segue la credenza o pistis di agire nell'unico mondo esistente: Ma sia pure quel che vuol essere! Chi mi obbliga a
fare Idea che lo vede compiere una serie di azioni riprovevoli,
come l'uccisione di un servitore, il tentativo di stupro verso Rosaura
(II, 8) che denunciano come le convinzioni di Sigismondo siano fallaci. Sono dunque tanto simili ai sogni le glorie, che quelle reali sembrano false, e quelle simulate, vere ? Così poca differenza c'è tra le une e le altre, che si deve discutere per sapere se ciò che si vede e si gode è verità o menzogna? ( III, 10 p.67) Si deve ancora parlare di diánoia, come lo dimostra il fatto che Sigismondo "continui a subire le influenze dei suoi istinti primitivi: Rosaura è nelle mie mani, e io desidero la sua bellezza. Profittiamo dell'occasione…(III, 10 p.67) i quali ben presto lasciano spazio al conseguimento della conoscenza suprema, il noesis, che lo rende partecipe dell'eterno,concetto che in una visione cristiana si sovrappone al Bene di Platone: pensiamo alle cose eterne, alla fama perenne, dove la felicità non dorme né riposa la grandezza. (III, 10 p.67) Si è compiuto il processo conoscitivo e conseguentemente
la formazione del re-filosofo che, finalmente degno di governare, con
saggezza perdona il padre, riconquista l'onore di Rosaura e ristabilisce
la giustizia nello Stato. 2.2. Fato, Provvidenza e libero arbitrio. Abbandoniamo il problema della conoscenza, per affrontarne
un altro, forse più spinoso e dibattuto, ovvero il rapporto tra
Fato, Provvidenza e libero arbitrio. Per fare questo ci avvarremo di uno
studio di E. Teresa Howe: Fate and Providence in Calderón de
la Barca, che, a differenza di altre letture, ha forse il merito
di centrare i nodi cruciali della questione, attenendosi strettamente
al testo. anche se la sua inclinazione lo spinge alla rovina, potrebbe non avere il sopravvento; il fato più aspro, l'indole più violenta, la stella più empia inclinano sì la volontà, ma non la forzano. (I, 6,p.19) Un fato che inclina l'indole dell'uomo verso il male non è una forza irresistibile, il libero arbitrio e la Provvidenza possono indirizzare la sua condotta verso il bene e la saggezza. Basilio deciderà allora di mettere alla prova suo figlio, introducendolo a palazzo, come più volte abbiamo visto, ma dopo averlo cresciuto come un bruto. Scontrandosi con la sua prima esperienza di vita, egli non può che confermare i vaticini del fato, rivelando la sua violenta natura. Ma poiché è la Provvidenza a determinare i destini umani e per Sigismondo prevede un corso ben diverso, necessariamente vince sul Fato. Il principe sarà, infatti, liberato e, avendo ormai tratto insegnamento dalla sua uscita dalla torre, potrà, esercitando il libero arbitrio concorrere alla realizzazione del disegno provvidenziale. Alla fine, innegabilmente, i vaticini trovano in parte conferma: il monarca è umiliato ai piedi del figlio, ma come dice Sigismondo, egli non ha tentato di ostacolare la sorte con moderazione e saggezza, bensì si è comportato come chi "temendo una belva feroce la ridesti" o come chi "temendo di trovare la morte dalla spada che ha di fianco, se la sfoderi davanti al petto"(III, 14 vv.3186-3193). Non avverrà invece la fine pronosticata per il regno: non sarà né diviso in fazioni, né diventerà scuola di vizi e tradimenti, ma al contrario, assisterà al compimento di azioni nobili proprio da parte di chi sarebbe dovuto divenire il più empio dei tiranni. Il messaggio di Calderón de la Barca si fa quanto mai evidente: la Provvidenza e l'esercizio del libero arbitrio possono indirizzare verso il bene anche la natura più malvagia. Benché le interpretazioni illustrate non rappresentino
che una minima esemplificazione delle letture proposte dalla critica,
sono forse sufficienti per rendersi conto della sua ricchezza e complessità.
Ogni volta che tentiamo di inquadrare La vita è sogno
in uno schema esegetico finito, si ha come l'impressione che ci sfugga
di mano, mostrandoci il suo caleidoscopico intreccio di piani, proponendoci
nuove riflessioni. È il trionfo del molteplice barocco che, sotto
l'apparente semplicità fiabesca, dietro un titolo che sembra il
riproporsi di una formula consunta sottende interrogativi dalla valenza
cosmica: cos'è la realtà? È il sogno finzione e la
veglia realtà? O è l'inverso? Se la vita che viviamo non
fosse che una rappresentazione in cui recitiamo una parte? BIBLIOGRAFIA CALDERÓN DE LA BARCA, Pedro, La vida es sueño,
Madrid, CALDERÓN DE LA BARCA, La vita è sogno,
Torino, Einaudi, 1980. DAVIES ,Charles, "Poland, politics and La vida es
sueño", BHS, HOWE , Elizabeth Teresa, " Fate and Providence in
Calderón de la McGRADY, Donald, "Calderón's Rebel Soldier
and Poetic Justice |
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