| i nostri sponsor |
|
||||||||
|
Nell'interpretazione dell'opera
letteraria di Franz Kafka sono partita dalla considerazione che fosse
necessario sfatare una convinzione generalizzata su cui
si basa gran parte della critica attuale, e cioè che essa sia un
puro esercizio intellettuale privo di contenuto reale, un gioco letterario
o un mosaico di parole e immagini a sé stanti, staccate da ogni
possibile contenuto e da considerare come pura forma, contenitori vuoti
o significanti solo di se stesse, simbolo di per sè dell'alienazione
del pensiero e della parola. Per questo presunto "vuoto comunicativo"
l'opera di Kafka è stata spesso accomunata alla profetica negativa
delle avanguardie, o considerata come critica implicita del suo tempo.
Le interpretazioni di tipo psicanalitico o esistenzialistico che in un
qualche modo si ricollegano a tale ricezione sono a mio avviso troppo
aprioristiche e astratte, e poco adatte alla comprensione di questo autore.
Kafka sembra aver creato nelle sue
opere un mondo parallelo: a differenza della maggior parte degli
scrittori, che si limitano a descrivere il mondo che li circonda o ciò
che è dentro di loro, in lui la parola sembra segno di
qualcosa che, altro dalla comune esperienza della vita, si percepisce
come ineffabile e concreto al tempo stesso (pensiamo alla descrizione
- tanto più assurda quanto più realistica - dell'insetto
della Metamorfosi), ma dotata di tale pregnanza da accentuare
il mistero, e creare nel lettore tensione, curiosità e domande
senza fine. Per parte mia ho sempre avuto la sensazione
che si dovesse e si potesse trovare un punto da cui partire per tentare
di individuare, almeno in parte, un "contenuto" presente nella
sua opera, e che questo non fosse impossibile - a patto di non restare
legati a giudizi a priori, ma attenendosi solo a ciò che Kafka
effettivamente dice nei suoi scritti, cioè alle sue stesse parole,
confortata in questo da un'opinione illustre, quella di Adorno, secondo
cui "L'autorità di Kafka è l'autorità dei testi"
(Appunti su Kafka, in: Prismi, Einaudi, 1972). Se teniamo presente questa breve 'illustrazione'
della sua poetica come criterio interpretativo di fondo dei racconti molti
di questi diventano analizzabili e comprensibili, almeno nella loro struttura
di base. Ulteriore ostacolo lo si incontra nel dover distinguere
il piano della finzione letteraria e il piano della realtà ad essa
sottesa, ma anche questo non è stato un problema insormontabile.
Terzo momento "interpretativo" è la comprensione
delle metafore,
di cui la sua opera è quasi interamente costituita, perché
la metafora ha un 'punto di partenza' (l'immagine letteraria) e un 'punto
d'arrivo' (la situazione o il concetto cui rimanda). Comprendere quest'ultima
è il punto più delicato e difficile dell'intero lavoro,
anche perché ci si può scontrare con tante, già esistenti,
teorie interpretative, o interpretazioni a priori che rifiutano un significato
reale e concreto dei suoi scritti. Eppure di racconto in racconto, applicando
il metodo di cui ho fornito un esempio, la loro comprensione è
stata possibile. Il concetto che ho potuto focalizzare, e che è
in essi ricorrente e onnipresente - magari non l'unico, ma il più
ripetitivo e insistente - è la corrispondenza esistente
tra le immagini della letteratura kafkiana ed episodi, momenti ed emozioni
legati alla malattia da
cui l'autore era affetto, e che lo porterà a morte nel 1924, la
tbc polmonare, a cui egli allude descrivendone in forma criptica sintomi
e timori, speranze e disperazione. Malattia che ha influito sui suoi scritti
anche nei primi racconti, quelli dei primi anni del '900, poiché
essa, ritenuta comunemente presente solo a partire dal 1917, era invece
in atto già da allora - cosa che credo di aver saputo dimostrare.
|
|