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ARTICOLO

Due in uno: il tema della doppia personalità

di Gioia Nasti

Nella categoria: HOME | Letteratura e... altro

Jeckyll, Hyde e gli alter ego
L'alter ego come altro da sé: Dr. Jekyll e Mr. Hyde
L'alter ego come contenitore: Dorian Gray e il suo ritratto
L'alter ego come compagno: Macbeth e Lady Macbeth
L'alter ego come creatura: Frankestein e il mostro

Jekyll, Hyde e gli alter ego

Se Jekyll e Hyde sono diventati l’emblema della doppia personalità, è pur vero che non sono l’unico esempio letterario di alter ego. Molti personaggi possono presentarsi con un proprio alter ego ed instaurare una relazione che può, sotto vari punti di vista, essere analizzata in diverse maniere. Come il dio Giano dalle due facce, questi personaggi esistono l’uno in funzione dell’altro e, quando uno dei due è condannato a morire, anche l’altro, in qualche modo, lo segue nel suo destino.
In questo breve saggio, verranno analizzati tre romanzi ed una rappresentazione teatrale che mostreranno quante e quali forme di relazioni possono intercorrere tra un io ed il suo alter ego.

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L’alter ego come altro da sé: Dr. Jekyll e Mr. Hyde

La famosa storia del Dr. Jekyll, un eminente dottore, generoso ed istruito, oppresso dalla figura sinistra del perfido e deforme Mr. Hyde, ben spiega il tema della doppia personalità. Il romanzo fu composto in un periodo (1886) dominato dalla tesi di Darwin sull’evoluzione umana e dalla sua opera L’origine della specie. La pubblicazione di quest’opera, in cui il naturalista affermava che l’uomo discendeva dalla scimmia, provocò molto scalpore e grandi rivoluzioni nel pensiero sociale e religioso dell’epoca. L’inconscio, dall’altra parte, faceva il suo ingresso nella vita quotidiana, preparando così la strada alle teorie psicoanalitiche di Freud.

La doppia personalità è, ce ne accorgiamo alla fine del romanzo, già insita in Dr. Jekyll. Quando egli racconta la sua storia, nell’ultimo capitolo, non nasconde la sua doppia vita da giovane: una rispettabile facciata, che nasconde dei desideri passionali e sfrenati. È da questa doppia personalità che prende piede la sua esigenza di trovare un metodo scientifico che riesca a separare il lato rispettabile dell’uomo da quello animalesco. Quest’intento, che egli maschera da conquista per l’umanità, è in realtà la realizzazione del suo sogno di vivere senza freni e senza limiti le inclinazioni malvagie che abitano in ciascun uomo pur continuando ad esibire una facciata onesta. Ecco perché ad ogni rientro e trasformazione da Hyde in Jekyll, il rispettabile dottore si sente euforico per le sue scorribande notturne e assolutamente non in colpa per le azioni nefande del suo alter ego.

La lotta tra Jekyll e Hyde è ripetuta, nel corso del romanzo, in altri personaggi e situazioni ed incarna, più ampiamente, il cosiddetto Victorian Compromise, il compromesso, cioè, tra la rispettabilità e la ricchezza della società vittoriana che contava ed il risvolto negativo della miseria, dello sfruttamento di donne e bambini, della prostituzione e della corruzione dilagante, invece, ai livelli sociali più bassi. L’importante era l’apparenza, dietro cui potevano nascondersi anche le nefandezze più terribili, proprio come la casa di Jekyll, costituita da una facciata principale pulita e curata e, nella stradina secondaria, da un cortile sporco e cadente, da nascondere con accuratezza.

Anche Utterson ed Enfield rappresentano, nel loro microcosmo, un conflitto in scala simile a quello di Jekyll e Hyde. Sono due persone completamente diverse tra loro, eppure complementari, tanto da non poter rinunciare l’uno alla presenza dell’altro. Stevenson rende questa esigenza dei due personaggi con una frase molto significativa, che sembra poter adattarsi anche ai due personaggi maggiori: “It was a nut of crack for many, what these two could see in each other or what subject they could find in common.”

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L’alter ego come contenitore: Dorian Gray e il suo ritratto

Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde è da molti ritenuto, e a giusta ragione, l’opera migliore dell’ambito dell’Estetismo. Wilde fu molto influenzato da autori suoi contemporanei; Mario l’Epicureo di Walter Pater per i principi estetici da un lato e A ritroso di Huysmans, per quanto riguarda la trama dall’altro ebbero non poco peso nella stesura del romanzo di Wilde, considerato il manifesto del Movimento Estetico inglese.

Sebbene Lo strano caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde ed Il ritratto di Dorian Gray partano da due momenti letterari diversi ed appartengano a due generi piuttosto distanti tra loro, ci sono molti punti di contatto tra le due opere. La prima, più evidente, è la relazione tra la coppia Jekyll-Hyde e la coppia Dorian-ritratto. Il punto di partenza è simile: il desiderio di scrollarsi di dosso quell’apparenza rispettabile che tiene in catene il loro vero io. Jekyll e Dorian sono pronti a sacrificare perfino la loro anima per poter esaudire il loro desiderio. Purtroppo, però, traversata la soglia dell’umano, ambedue no potranno più tornare indietro. Jekyll, infatti, dopo l’omicidio di Sir Danvers Carew, pur volendo a tutti i costi rimanere Jekyll, non riuscirà più a tenere a bada il suo alter ego, che letteralmente “salterà fuori” nei momenti più inaspettati e che, alla fine, prenderà il suo posto. Anche Dorian gode della possibilità che ha di riversare sul suo ritratto la sua decadenza fisica e morale. Le prime tracce visibili di questa decadenza si presentano subito dopo che Dorian ha lasciato Sybil Vane. Ammirando il ritratto, egli, infatti, nota “a touch of cruelty in the mouth” ma è con l’assassinio del fratello di Sybil che Dorian realizza appieno la potenza del ritratto e capisce che “the picture, changed or unchanged, would be to him the visible emblem of conscience”.

Jekyll e Dorian seguono un percorso parallelo: entrambi hanno un alter ego, entrambi sperimentano vicissitudini che oltrepassano l’umana comprensione ed esperienza, entrambi hanno goduto appieno della malvagità senza pagarne le conseguenze perché ne hanno scaricato la responsabilità sull’alter ego, entrambi, scossi da un evento terribile più degli altri, riscoprono la purezza d’animo persa, entrambi vanno incontro ad un destino ormai segnato e tragico. Come Jekyll, dopo l’omicidio di Sir Danvers Carew, realizza cosa sia il male e cerca di riprendere in mano una situazione ormai degenerata, anche Dorian, dopo la morte accidentale di Jim Vane, tornando a casa e vedendo il ritratto irriconoscibile, anela alla purezza infantile ormai perduta. È in quel momento che decide di pugnalare il ritratto cercando così di riportarlo alla sua antica bellezza. Come Jekyll, anche Dorian sceglie di mettere una fine volontaria all’esperienza vissuta e capisce che uccidere l’alter ego significa anche eliminare l’io.

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L’alter ego come compagno: Macbeth e Lady Macbeth

Pagine e pagine sono state scritte su Macbeth e sulla sua volitiva e mascolina moglie. Anche in questo caso, i due personaggi possono essere considerati un io ed il suo alter ego. In tutta la tragedia, infatti, è palese la particolare relazione tra marito e moglie. La conoscenza, da parte di Lady Macbeth, di pensieri e desideri del proprio marito è talvolta così penetrante da assomigliare alle divagazioni di una mente sul proprio corpo. Il primo esempio di questa simbiosi si ritrova nella quinta scena del primo atto, quando Lady Macbeth fa la sua prima apparizione in scena e legge la lettera che il marito le ha inviato dal campo di battaglia, annunciandole quanto profetizzato dalle Sorelle Fatali circa il suo futuro: “do I fear thy nature;/It is too full o' the milk of human kindness/To catch the nearest way”.

La relazione tra i due diventa più profonda e più stretta quando cominciano a discutere sull’omicidio di Duncan. Macbeth, in precedenza, aveva dato un assenso silenzioso al piano della moglie per uccidere il re, ma ora la sua volontà comincia a vacillare. La discussione che ne deriva tra i due sembra essere, in realtà, più che un vero e proprio dialogo tra due persone, la divagazione tra gli alti ed i bassi della mente terrorizzata di un uomo all’idea di compiere un atto al quale non è avvezzo. Infatti, sebbene l’omicidio fosse, a quel tempo, un atto consueto, l’assassinio di un re veniva considerato un crimine contro natura e contro Dio. Questo è anche il motivo per cui la mente di Macbeth, ma anche quella della moglie, in seguito, subito dopo l’assassinio di Duncan, si rivela essere una mente schizofrenica. Da un punto di vista psicologico, l’audacia con cui Macbeth pianifica e fa eseguire l’assassinio di Banquo e Fleance e le conseguenti apparizioni dello spettro di Banquo nella scena del Banchetto (atto terzo, scena quarta) sembrano essere le prove di un’evidente dissociazione mentale.

Questo aspetto è maggiormente chiaro se si analizza la parte rimanente della tragedia. Dalla scena del Banchetto in poi Macbeth e sua moglie non saranno più insieme sulla scena poiché la donna è malata. Data l’atmosfera generale di insanità mentale che pervade la tragedia dal banchetto in poi, quello che succede è solo una conseguenza ovvia. Inoltre, data la seguente equazione:

Macbeht : azione = Lady Macbeth : psiche

è comprensibile come il disordine mentale colpisca lei anziché lui.

Vale la pena anche di notare come non soltanto le colpe di Macbeth ricadano su di lei durante la scena del sonnambulismo (atto quinto, scena prima), ma anche come la loro morte sia sostanzialmente diversa. Macbeth, che rappresenta l’azione, merita una morte piuttosto ordinaria per un guerriero: durante un duello, mentre combatte contro il nemico. La morte di Lady Macbeth, invece, è molto più “raffinata” ed è fortemente legata alla sua malattia mentale. Ciò che la spinge al suicidio potrebbe essere il rimorso per i crimini commessi o più semplicemente la sua follia. Il fatto rilevante è che, a differenza delle coppie precedentemente analizzate, Macbeth e Lady Macbeth muoiono in momenti diversi ed è la “psiche” a morire per prima, proprio come accade durante il coma.

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L’alter ego come creatura: Frankenstein ed il mostro

Ci sono molte analogie tra Frankenstein e Lo strano caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde. La più evidente è il fatto che il personaggio principale, Victor Frankenstein, è un medico, uno scienziato, come Jekyll, che, attraverso una documentazione appassionata, riesce alla fine a realizzare il suo sogno di restituire la vita ai morti. Come Jekyll, durante un esperimento, egli dona la vita ad un mostro ricostruito con pezzi provenienti da diversi cadaveri. Lo shock per lui è enorme quando vede il mostro aprire gli occhi e respirare. A differenza di Jekyll, però, Victor abbandona il suo mostro al suo destino e fugge, desiderando ardentemente ed immediatamente di non avergli mai dato la vita. Anzi, egli parla della sua creatura come di un fallimento fin dall’inizio, mentre Jekyll si gode fino in fondo l’esperienza che la creatura uscita da sé può procurargli.

Un’altra somiglianza tra le due opere è la tecnica narrativa. Anche in Frankenstein c’è una molteplicità di narratori e punti di vista, sebbene nella storia di Jekyll e Hyde siano successivi l’uno all’altro, mentre in quella di Victor e del suo mostro siano rinchiusi l’uno nell’altro in questo modo:

E, come per Jekyll, anche per Victor l’artefice della sua distruzione sarà la sua creatura.

Victor realizza che quel mostro è parte di sé, una parte che ha voluto dimenticare; meglio ancora, Victor è in realtà suo “padre” e l’assassinio di Elizabeth immediatamente prima che il matrimonio possa essere consumato sta a sottolineare che quella paternità sconvolgente è l’unica che gli viene permessa.

Pur essendo due personaggi distinti, come Jekyll e Hyde, Victor Frankenstein ed il suo mostro sono due entità totalmente staccate l’una dall’altra, come Macbeth e sua moglie. Tuttavia, non è possibile affermare con certezza che l’uno sia totalmente buono o l’altro totalmente cattivo, come accade per Jekyll e Hyde. Le orribili fattezze fisiche di Hyde, che rappresentano in maniera esteriore la sua natura perfida e malvagia, non possono essere prese ad esempio per il mostro, il quale, nonostante il suo aspetto raccapricciante, è un essere fondamentalmente buono, in cerca soltanto di qualcuno che riesca ad andare al di là del suo aspetto fisico e a scoprirne la gentilezza d’animo. Allo stesso modo, non si può dire che Victor sia un uomo malvagio, ma solo uno scienziato che, spinto dalla curiosità, ha creato un essere che non riesce a gestire e a controllare e che, a differenza di Jekyll, soffre enormemente per i crimini da lui commessi.

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