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La Fidanzata di Papà

di Vito Monopoli

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(Italia 2008) di Enrico Oldoini con Massimo Boldi, Simona Ventura, Enzo Salvi, Biagio Izzo, Nino Frassica, Teresa Mannino.

Premetto che non sono un habitué dei cinepanettoni, non per snobismo ma solo perché trovo questi film scontati e prevedibili; tuttavia rimango piacevolmente colpito quando vedo almeno qualche volta all’anno gente in fila per entrare al cinema.
Questo i produttori lo sanno ed è fin troppo chiaro che in queste occasioni la sirena del profitto canta più forte di quella della qualità. Fin qui niente di male, il cinema è un prodotto essenzialmente industriale, almeno a certi livelli, e quindi nessuno si scandalizza per questo, ma dopo aver visto il film in questione ho cominciato a pensare che si stia esagerando nel voler ottenere il massimo col minimo sforzo.
Trovo che questo film sia obiettivamente fatto male, e ritengo offensivo quest’atteggiamento nei confronti del pubblico assiduo di questi film.
Dico fatto male perché dopo averlo visto mi sono posto tre domande, cosa che non dovrebbe mai succedere dopo aver visto un film (se le domande restano senza risposta), e alle quali invito i lettori che hanno visto il film a rispondere, magari aprendo una discussione.

1. Perché il film si chiama “La Fidanzata di Papà”?
2. Perché il personaggio di Teresa Mannino si chiama Luminosa?
3. E’ lecito fare delle citazioni nel modo in cui sono state fatte in questo film?

Dò le mie risposte:

1. Perché con Massimo Boldi e Simona Ventura sulla locandina ed il titolo che allude ad una storia tra loro è più facile attirare il pubblico. Chi ha visto il film potrà forse concordare che un titolo più azzeccato sarebbe stato “Papà diventa nonno”, ma questa sarebbe stata un ulteriore citazione inopportuna.

2. Non lo so. Di solito quando un personaggio ha un nome così insolito c’è una ragione; faccio il primo esempio che mi viene in mente. Recentemente ho letto La signora Dalloway di Virginia Woolf, il personaggio principale che da il titolo al libro si chiama Clarissa, ed è perfettamente comprensibile che non è un nome scelto a caso, dato che la signora incarna la chiusa e claustrale società Londinese di inizio novecento così come le clarisse sono un ordine di suore di clausura.

3. No. Lo dico perché finché questi film erano fatti di intrecci banali e scontati, linguaggio scurrile gratuito e recitazione parrocchiale, passi, ma tirare in ballo film come “A qualcuno piace caldo”, “Quando la moglie è in vacanza” o “Totò Peppino e la Malafemmina” e “becerarli” in questo modo è oltraggioso. Non che la citazione o anche la violazione dell’aura sacra di un capolavoro non si possa fare, il cinema postmoderno è fatto in parte in questo modo, ma bisogna giustificarlo. Se Duchamp in “La Joconde L.H.O.O.Q.” avesse messo baffi e pizzetto alla Gioconda solo per gioco e non per attaccare la venerazione gratuita che la società attribuisce all’opera e stimolare una riflessione sull’opera d’arte stessa, l’operazione non sarebbe stata così importante.
In questo film assistiamo invece ad un imbrattamento di tele assolutamente gratuito. Perché chi ha visto i film di Billy Wilder e Totò e Peppino giustamente rabbrividisce, ma chi non l’ha fatto ride quando vede Biagio Izzo vestito come Marilyn o Massimo Boldi ed Enzo Salvi che tentano una rielaborazione dell’episodio della famosa lettera dal suddetto “Totò Peppino e la Malafemmina”. E questa è un’ulteriore mancanza di rispetto nei confronti di questi ultimi spettatori, quasi come se si volesse approfittare della loro poco conoscenza.
Inoltre questo tipo di cinema è un’offesa al cinema stesso, il linguaggio cinematografico viene totalmente violentato e imbarbarito. Chi fa cinema o chi si cimenta in qualsiasi altra forma d’arte non può prescindere dalle caratteristiche del mezzo che adopera.

Nel caso del cinema il linguaggio è composto da alcuni elementi peculiari: i movimenti di macchina (panoramiche, carrelli, dolly, steadycam, macchina aFare cinema usando a sproposito queste risorse è sbagliato. Nel caso specifico l’uso insistito e ingiustificato del primo piano nei dialoghi snatura anche il montaggio relegato al solo compito di incollare pezzi.
La soluzione scelta non sembra figlia di una particolare intenzione narrativa, dato che il campo-controcampo (un attore parla mentre l’altro inquadrato di spalle ascolta) che è la soluzione a livello di discorso più usata per questa situazione in questo film viene pressoché evitata, ma più probabilmente di piani di produzione frettolosi, ogni attore gira la propria parte e poi si montano le battute.
In questo consiste l’offesa, Béla Balázs nel suo libro “Il Film. Evoluzione ed essenza di un’arte nuova” dice a proposito del primo piano che “...svela il movimento della mano che accarezza o percuote ...il volto muto, e il destino degli oggetti nella camera in cui viviamo. I primi piani di un buon film,..., ci permettono di comprendere anche i motivi più reconditi d’una vita dai molteplici suoni...”.
Se André Bazin si chiedeva in un altro celebre testo che cos’è il cinema, forse questo tipo di cinema è ciò che non è.

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