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Letteratura e... viaggio

Viaggi e viaggiatori in letteratura dal Milione di Polo alle Città invisibili di Calvino

di Raffaella Di Meglio

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Viaggiatori medievali
Il primo libro di viaggio: il Milione di Marco Polo
Il grand tour tra esigenze illuministe e spinte romantiche
Il viaggio nella Vita di Vittorio Alfieri
Il Marco Polo di Calvino: le Città invisibili

Viaggiatori medievali

La sostanziale immobilità del mondo medievale è smentita da numerosi viaggiatori, spinti da esigenze e da obiettivi diversi: clerici vagantes, girovaghi, giullari, pellegrini (i viaggiatori medievali per eccellenza), mercanti. Accanto a questi viaggiatori reali, il medioevo ne conosce altri puramente letterari, come i cavalieri dei romanzo cortese-cavalleresco, impegnati in un cammino individuale di perfezionamento e di affermazione del proprio valore.
In tutti i casi il viaggio, reale o immaginario, si accompagna al pericolo ed assume un valore iniziatico di crescita, di scoperta di sé attraverso la scoperta dell’altro e dell’altrove.
Nel Medioevo è soprattutto il mercante dell’età comunale ad introdurre nel chiuso e statico mondo feudale una spinta dinamica, destabilizzante, espressione di una rivalutazione dell’individuo, di una ritrovata fiducia nelle capacità personali. I mercanti-viaggiatori di Boccaccio ne sono una testimonianza letteraria esemplare e alcuni veri mercanti del tempo hanno lasciato interessanti autobiografie, come i Ricordi del mercante fiorentino Giovanni di Pagolo Morelli. Non è un caso se si deve proprio ad un mercante del Duecento, Marco Polo, il primo grande libro di viaggio, Il Milione (1299).
Spinto dalla necessità di esplorare nuove vie commerciali, ma anche dalla pura curiosità e dall’esigenza di conoscenza diretta, il mercante si apre al diverso, che inizia così a perdere quei connotati meravigliosi o mostruosi indotti da una mentalità dogmatica, timorosa e sospettosa dell’ignoto, dell’inesplorato, inibita dalla sottomissione ad una volontà divina accettata come eterna ed immutabile.
L’intraprendenza della nuova classe in ascesa è vista però anche come una minaccia: lo stesso Dante nella Divina Commedia (iniziata intorno al 1307), a differenza di quanto avrebbe dimostrato Boccaccio nel Decameron (1349-1353), depreca la realtà mercantile, vista come portatrice di dissoluzione morale e civile, così come punisce, nel corso del suo viaggio tutto allegorico nell’aldilà, il superbo, «folle volo» di Ulisse, eroe tragico perché colpevole di hybris, non avendo rispettato i limiti imposti da Dio. Il viaggio dantesco nell’aldilà, pur così ardito, è invece giustificato dalla volontà divina, è garantito dalle auctoritates (la Bibbia e i maestri classici e cristiani); ed è un viaggio motivato da intenti pedagogici. Il sommo poeta non può non condannare Ulisse, che è spinto invece solo dal proprio orgoglio titanico, individualistico, da una sete insaziabile di «virtute e canoscenza»; eppure, lo fa parlare per oltre cinquanta versi (Inferno, XXVI), tradendo un fondo di ammirazione tutta umana.

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Il primo libro di viaggio: il Milione di Marco Polo

Del resto, quanto fosse diffusa all’epoca la curiosità e il fascino dell’ignoto, del diverso, lo dimostra proprio l’enorme fortuna del Milione, dettato da Polo durante la prigionia al suo compagno di cella Rustichello da Pisa, che lo scrisse in lingua d’oil, la più diffusa all’epoca dopo il latino. Da quest’opera, un misto tra la cronaca, la trattatistica storico-geografica e la relazione di viaggio, prende le mosse la moderna letteratura di viaggio.
Della cultura medievale il Milione conserva la tendenza enciclopedica e l’esigenza divulgativa, quest’ultima sentita da Polo, data l’eccezionalità del viaggio, come un obbligo morale nei confronti dei destinatari, individuati nel Proemio nei potenti (re e imperatori) e in tutti coloro che vogliono sapere, quindi nel ceto mercantile e borghese, sempre più consapevole delle proprie esigenze, anche intellettuali.
La meraviglia e la grande diversità («tutte le grandissime maraviglie e gran diversitadi») dei paesi e dei popoli incontrati, concetti chiave del Proemio, sono una garanzia di interesse per quei lettori.
Ancor più interessante per il lettore moderno è ciò che invece allontana l’opera dalla mentalità del suo tempo, a cominciare da quella preoccupazione di veridicità e di attendibilità espresse dall’autore, un chiaro passo verso la conquista di un moderno spirito critico che, passando attraverso le scoperte geografiche dei secoli XV-XVI, conoscerà la sua piena affermazione in età illuministica.

[…] E questo vi conterà il libro ordinatamente siccome messere Marco Polo, savio e nnobile cittadino di Vinegia, le conta in questo libro e egli medesimo le vide. Ma ancora v’à di quelle cose le quali elli non vide, ma udille da persone degne di fede, e però le cose vedute dirà di veduta e ll’altre per udita, acciò che ‘l nostro libro sia veritieri e sanza niuna menzogna. […] (Proemio)

Da queste parole emerge un metodo e uno sguardo profondamente innovatori per l’epoca: l’opera non si basa più su auctoritates non verificate, ma sull’osservazione diretta e su testimonianze sicure.
Si riportano di seguito due passi esemplificativi: il primo è tratto dal capitolo 68, dedicato agli usi e costumi dei Tartari, l’altro dal capitolo 83 dove è descritto il palazzo imperiale.

68
Del novero degli Grandi Cani, quanti furo.

Sappiate veramente ch'apresso Cinghin Cane fue Cin Kane, lo terzo Bacchia Kane, lo quarto Alcon, lo quinto Mogui, lo sesto Cublam Kane. E questi àe piú podere, ché se tutti gli altri fossero insieme, non poterebboro avere tanto podere com'àe questo Kane dirieto ch'à oggi, e à nome Cablam Kane. E dicovi piú, ché se tutti li signori del mondo, e saracini e cristiani, (fossero insieme), non potrebboro fare tanto tra tutti come farebbe Coblam Kane.
E dovete sapere che tutti li Grandi Kani disces[i] da Cinghi Kane sono sotterati a una montagna grande, la quale si chiama Alcai; e ove li grandi signori de' Tartari muoiono, se morissoro 100 giornate di lungi a quella montagna, sí conviene ch'egli vi siano portati. E sí vi dico un'altra cosa, che quando l[i] corp[i] de li Grandi Kani sono portati a sotterare a questa montagna, e egli sono lungi 40 giornate e piú e meno, tutte le gente che sono incontrate per quello viaggio dove si porta lo morto, tutti sono messi a le spade e morti. E dicogli, quando gli uccidono: "Andate a servire lo vostro signore ne l'altro mondo", ché credono che tutti quegli che sono morti, per ciò lo debbiano servire ne l'altro mondo. E cosí uccidono gli cavagli, e pure gli migliori, perché 'l signore gli abbia ne l'altro mondo. E sappiate, quando Mo[gui] Kane morío, furo morti piú di 20.000 uomini che 'ncontravano lo corpo che s'anda(va) a sotterare.
[…]
83
Del palagio del Grande Kane.

Sappiate veramente che 'l Grande Kane dimora ne la mastra città - e è chiamata Canbalu -, 3 mesi dell'anno, cioè dicembre, gennaio e febraio; e in questa città à suo grande palagio, e io vi diviserò com'egli è fatto.
[…] E in mezzo di questo muro è 'l palagio del Grande Kane, ch'è fatto com'io vi conterò. Egli è il magiore che giamai fu veduto: egli non v'à palco, ma lo spazzo è alto piú che l'altra terra bene 10 palmi; la copertura è molto altissim[a]. Le mura delle sale e de le camere sono tutte coperte d'oro e d'ariento, ov'è scolpito belle istorie di cavalieri e di donne e d'uccegli e di bestie e d'altre belle cose; e la copertura è altresí fatta che non si potrebbe vedere altro che oro e ariento. La sala è sí lunga e sí larga che bene vi mangia 6.000 persone, e v'à tante camere ch'è una maraviglia a credere. La copertura di sopra, cioè di fuori, è vermiglia, bioia, verde e di tutti altri colori, e è sí bene invernicata che luce come cristallo, sicché molto da la lunga si vede lucire lo palagio; la covertura è molto ferma.
[…] E anco vi dico che verso tramontana, di lungi dal palagio da una arcata, àe fatto fare uno monte ch'è bene alto 100 passi e gira bene uno miglio; lo quale monte è pieno tutto d'àlbori che per niuno tempo non perdono foglie, ma sempre sono verdi. […]
E sul colmo del monte à uno palagio tutto verde, e è molto grande, sicché a guardallo è una grande meraviglia, e non è uomo che 'l guardi che non ne prenda alegrezza. E per avere quella bella vista l'à fatto fare lo Grande Signore per suo conforto e sollazzo.

Dai testi emerge lo spirito moderno e aperto di Polo. Come osserva Umberto Eco, egli assume le vesti di un cronista, di un moderno antropologo, anticipando la figura dell’inviato speciale. La precisione delle descrizioni, l’obiettività del racconto hanno la meglio sulle sovrastrutture ideologiche (moralistiche e religiose) tipiche della mentalità medievale. Il narratore sospende il giudizio anche di fronte alle usanze più “barbare” e singolari dei Tartari o ai fenomeni più strani e sconosciuti, scompare dietro i fatti raccontati. Le notizie, presentate come frutto dell’osservazione diretta, sono riportate senza cedimenti alla tendenza allegorizzante e moralizzante del suo tempo, senza pregiudizi, con imparzialità ed impersonalità. In altri passi dedicati agli usi e costumi dei Tartari emerge anche la prospettiva pratica ed empirica del mercante, attento agli aspetti concreti della vita economica e sociale.
L’intento divulgativo si riflette nello stile, uno stile lineare, semplice, puramente enunciativo e descrittivo, che privilegia la chiarezza e l’ordine, non contagiato dalla vocazione retorica e allegorica del medioevo.
Traspare, semmai, una forte curiosità e un senso di stupore, di «meraviglia» di fronte ad un mondo così distante da quello occidentale, così vasto e imponente (ricorrente è l’uso dell’aggettivo grande nel capitolo 68), che resta pur sempre inafferrabile, imbrigliabile, per cui le cifre assumono proporzioni esorbitanti. Questo desiderio di sapere, questo stupore si comunicano al lettore, quasi in un’ansia di condivisione, attraverso l’uso ripetuto di alcune formule, le uniche, tra l’altro, in cui il narratore compare in prima persona: «sappiate veramente che», «e dicovi di più», «e dovete sapere che», «sappiate che», «e sì vi dico un’altra cosa».
Come dire: la realtà supera la fantasia, tanto «ch'è una maraviglia a credere », e allo stesso tempo la alimenta intrecciandovisi continuamente. Il Milione, infatti, a prescindere dalla rigorosa volontà documentaria che fa giustizia di molti fantasmi medievali, eserciterà una lunga suggestione sull’immaginario collettivo (pensiamo ad esempio alla novella decameroniana di Natan, al Deserto dei Tartari di Buzzati, a Le città invisibili di Calvino).

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Il grand tour tra esigenze illuministe e spinte romantiche

Questo spirito di osservazione avrebbe certo incontrato l’approvazione dell’età illuminista, pur così critica verso il Medioevo: è in questa età cosmopolita per eccellenza che il viaggio viene addirittura codificato nel grand tour, una sorta di rito obbligato nel percorso di formazione dei giovani aristocratici. L’Italia, per il suo ricco patrimonio artistico ed archeologico e la varietà economica, sociale, politica delle diverse zone, rappresenta una tappa irrinunciabile di questo viaggio. Basti ricordare quello che è uno dei più famosi resoconti di grand tour, il Viaggio in Italia di Goethe, scritto nel 1828, circa quarant’anni dopo il viaggio reale, compiuto nel 1786.
In mezzo, ci sono stati tanti altri tipi di viaggiatori reali: gli artisti nel Quattrocento e Cinquecento, che si spostano di corte in corte, di chiesa in chiesa; i soldati; i grandi esploratori autori delle scoperte geografiche del XV secolo e i coloni del secolo successivo. Questi ultimi, i grandi navigatori, come Colombo e Vespucci, nelle loro relazioni si rivelano meno moderni di Polo di fronte al diverso, in quanto condizionati dai propri schemi culturali e dalla certezza della superiorità della civiltà occidentale.
Nel corso dello stesso Settecento il viaggio, sia reale che letterario, va incontro ad inevitabili metamorfosi. Già Sterne, con il suo ironico, donchisciottesco Sentimental Journey (1768) inaugura (lo rivela già l’attributo usato nel titolo), un nuovo modello rispetto ai due fino ad allora prevalenti: il viaggio formativo che aveva alimentato il filone della travel literature, ossia le cronache del grand tour, e il viaggio immaginario, come quello del Candide di Voltaire (1759) o I viaggi di Gulliver di Swift (1726). Adesso il viaggio diventa sentimentale, si interiorizza, sul resoconto del viaggio in sé prevale il punto di vista del viaggiatore.
Soddisfatte le esigenze pratiche, la sete di conoscenza, il bisogno di misurare e di controllare lo spazio, il viaggio inizia ad assumere una nuova dimensione che lo porterà a diventare in alcuni casi paradossalmente una fuga dalla realtà razionalmente, scientificamente dominata e dominabile, in cerca di un “oltre” (si pensi all’esotismo di età romantica), o una fuga da se stessi in cerca di se stessi.
Questo mutamento rispecchia quella fase di trapasso tra i lumi e le penombre romantiche, che trova espressione nelle ambivalenze degli stessi intellettuali di quel delicato e complesso periodo storico compreso tra gli ultimi decenni del Settecento e i primi dell’Ottocento: basti pensare allo stesso Goethe, ad Alfieri, al Foscolo traduttore di Sterne e alla sua maschera sterniana di Didimo, l’anti-Ortis.

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Il viaggio nella Vita di Vittorio Alfieri

Anche Alfieri vive le contraddizioni di questo momento storico caldo, di rivoluzioni, illusioni e delusioni. Lo testimonia il resoconto dei viaggi contenuto nella sua autobiografia, una delle più importanti del Settecento: qui è l’eccezionalità del viaggiatore, non del viaggio, a giustificarne il racconto.
Marco Polo era tenuto a sacrificare l’orgoglio e il privilegio di un’esperienza personale straordinaria (forse traditi solo da quelle formule di raccordo in prima persona) ad intenti più nobili, di utilità comune.
L’autobiografia moderna, genere soggettivo ed individualistico per eccellenza, è pressoché impensabile nel mondo medievale, dove la dimensione privata, individuale è assorbita e quasi annullata in quella collettiva e divina. La confessione può essere giustificata solo dall’esemplarità di un’esperienza religiosa e spirituale, pertanto le esigenze religiose e retoriche limitano la spontanea espressione dell’io (un esempio è la Vita Nuova dantesca del 1292-95). Sarà Rousseau con le sue Confessioni (1782-89) ad abolire ogni mediazione divina e a fare del proprio io l’unico protagonista del racconto.
Così, nella Vita di Alfieri (iniziata a Parigi nel 1790 e rielaborata fra il 1798 e il 1803, anno della sua morte), la dimensione dell’utile scompare di fronte all’urgenza espressiva di un esasperato soggettivismo, di una passionalità ben poco illuminista. Pertanto essa diventa una sorta di Bildungsroman di una personalità al di fuori e al di sopra del comune.
Anche Alfieri si può considerare una delle tante metamorfosi subite dalla figura di Ulisse nella storia della letteratura occidentale: del personaggio omerico ha il titanismo che lo spinge a viaggiare solo per una indistinta necessità interiore.
Il brano seguente, tratto dall’epoca terza della Vita (Giovinezza: abbraccia circa dieci anni di viaggi, e dissolutezze. Capitolo ottavo. Secondo viaggio, per la Germania, la Danimarca e la Svezza), riguarda il viaggio tra Germania, Danimarca e Svezia:

Ottenuta la solita indispensabile e dura permissione del re, partii nel maggio del 1769 a bella prima alla volta di Vienna. Nel viaggio, abbandonando l'incarico noioso del pagare al mio fidatissimo Elia, io cominciava a fortemente riflettere su le cose del mondo; ed in vece di una malinconia fastidiosa ed oziosa, e di quella mera impazienza di luogo, che mi aveano sempre incalzato nel primo viaggio, in parte da quel mio innamoramento, in parte da quella applicazione continua di sei mesi in cose di qualche rilievo, ne avea ricavata un'altra malinconia riflessiva e dolcissima. […]
In quell'inverno mi rimisi alcun poco a cinguettare italiano con il ministro di Napoli in Danimarca, che si trovava essere pisano […] Quando gl'incomodi mi permetteano d'andar fuori, uno dei maggiori miei divertimenti in quel clima boreale era l'andare in slitta; velocità poetica, che molto mi agitava e dilettava la non men celebre fantasia.
Verso il fin di marzo partii per la Svezia; e benché io trovassi il passo del Sund affatto libero dai ghiacci, indi la Scania libera dalla neve; tosto ch'ebbi oltrepassato la città di Norkoping, ritrovai di bel nuovo un ferocissimo inverno, e tante braccia di neve, e tutti i laghi rappresi, a segno che non potendo più proseguire colle ruote, fui costretto di smontare il legno e adattarlo come ivi s'usa sopra due slitte; e cosí arrivai a Stockolm. […] La Svezia locale, ed anche i suoi abitatori d'ogni classe, mi andavano molto a genio; o sia perché io mi diletto molto più degli estremi, o altro sia ch'io non saprei dire; ma fatto si è, che s'io mi eleggessi di vivere nel settentrione, preferirei quella estrema parte a tutte l'altre a me cognite. La forma del governo della Svezia, rimestata ed equilibrata in un certo tal qual modo che pure una semilibertà vi trasparisce, mi destò qualche curiosità di conoscerla a fondo. Ma incapace poi di ogni seria e continuata applicazione, non la studiai che alla grossa. Ne intesi pure abbastanza per formare nel mio capino un'idea: che stante la povertà delle quattro classi votanti, e l'estrema corruzione della classe dei nobili e di quella dei cittadini, donde nasceano le venali influenze dei due corruttori paganti, la Russia e la Francia, non vi potea allignare né concordia fra gli ordini, né efficacità di determinazioni, né giusta e durevole libertà. Continuai il divertimento della slitta con furore, per quelle cupe selvone, e su quei lagoni crostati, fino oltre ai 20 di aprile; ed allora in soli quattro giorni con una rapidità incredibile seguiva il dimoiare d'ogni qualunque gelo, attesa la lunga permanenza del sole su l'orizzonte, e l'efficacia dei venti marittimi; e allo sparir delle nevi accatastate forse in dieci strati l'una su l'altra, compariva la fresca verdura; spettacolo veramente bizzarro, e che mi sarebbe riuscito poetico se avessi saputo far versi.

Il grand tour di Alfieri attraverso l’Italia e l’Europa (durato cinque anni, dal 1767 al 1772) è diverso dal rito didattico dei nobili rampolli: a renderlo elitario non è soltanto la classe sociale di appartenenza ma la personalità straordinaria del viaggiatore. «Sempre incalzato dalla smania di andare», egli passa da un luogo all’altro obbedendo ai capricci del suo “umore” cupo, irrequieto, malinconico, di una malinconia qui definita «riflessiva e dolcissima».
Tale ritmo frenetico, segnale di uno stato d’animo tormentato e inquieto, da una parte richiama il topos latino della commutatio loci (Lucrezio, Orazio, Seneca), dall’altra prelude alla Sehnsücht romantica: sono dunque l’irrequietezza, l’insoddisfazione, la motivazione del viaggio, più che la curiosità o il desiderio di accumulare esperienze e conoscenze, propri della mentalità illuministica.
La funzione narrativa è affidata allora ad un occhio non tanto e non solo fisico (come quello di Polo) quanto interiore e soggettivo. Questo nuovo sguardo modifica anche il rapporto con la natura, che anziché essere semplicemente descritta (mancano infatti indugi descrittivi), acquista una funzione narrativa, quasi simbolica. Essa viene interiorizzata, diventando romanticamente proiezione dello stato d’animo dell’artista e della sua disposizione fantastica. Il paesaggio svedese dunque è in sé poetico, tragico, potenziale alimento alla sua immaginazione, perché le bizzarrie di quella «greggia maestosa natura» sono il corrispettivo della sua «discoleria», il corrispettivo di un animo solitario, aspro, amante degli «estremi», come quell’andare in slitta, metafora futurista ante litteram della «velocità poetica che molto mi agitava e dilettava la non men celere fantasia».
Alfieri è viaggiatore attento anche alle forme di governo dei paesi visitati, ma, a differenza del resoconto imparziale e distaccato di Polo, la sua autobiografia rivela un interesse incostante e condizionato da una smania titanica ed astratta di libertà, che lo induce ad aspri giudizi e finisce per lasciarlo quasi sempre deluso o sdegnato di fronte ai regimi assolutistici conosciuti.
Ciò che lo attira piuttosto è il selvaggio paesaggio nordico e l’occupazione preferita resta «il divertimento della slitta», congeniale a quel romantico «forte sentire» fieramente contrapposto al secolo illuministico «tanto ragionatore» e «niente poetico».
Quel «furore» si riflette anche nello stile: qui lo stupore e l’emozione di fronte ad un paesaggio sconfinato, che nel resoconto di Marco Polo si nasconde dietro la neutralità di cifre iperboliche, è incontenibile ed incontenuto, tanto da forzare anche il linguaggio attraverso accrescitivi inconsueti, quali «cupe selvone», «lagoni crostati».
Il percorso da Marco Polo ad Alfieri si configura allora come un ribaltamento di prospettiva, dall’esterno all’interno, dall’oggetto al soggetto.

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Il Marco Polo di Calvino: le Città invisibili

Il viaggio letterario e reale subirà ancora innumerevoli adattamenti, riflettendo i mutamenti dei modelli culturali di riferimento, dell’immaginario collettivo.
Nella letteratura novecentesca esso diventa espressione del disorientamento dell’uomo contemporaneo, viaggiatore alla ricerca di un’identità perduta: pensiamo al viaggio-trappola di Mattia Pascal (1904) o al viaggio di Leopold Bloom per le vie di Dublino (Ulisse di Joyce del 1922), l’ultimo approdo di un Ulisse naufrago in un mare tutto interiore.
Il tema ha poi conosciuto trasformazioni significative all’interno della odierna cultura e civiltà di massa, dove sono comparsi nuovi viaggiatori reali, gli astronauti, e nuovi viaggi letterari, i racconti e i romanzi di fantascienza. Il cosiddetto “villaggio globale” ha poi generato i suoi viaggiatori, immersi-dispersi in uno spazio tecnologico-industriale che rischia di esaurire il fascino dell’ “altrove”, dell’ignoto.
Questo mondo globalizzato e problematico ad alto rischio di autodistruzione, la città moderna votata ad una crescita indiscriminata, diventano nelle Città invisibili (1972) di Calvino lo spunto per un viaggio mentale e atemporale nell’immaginario, una sorta di fuga e nello stesso tempo di riflessione (e di reinvenzione/ricreazione) sul reale, sul visibile, sulla storia e sul rapporto uomo/natura, civiltà/ambiente, attraverso il sogno, il desiderio, la metafora, il meraviglioso.
Si trasforma così la figura di Marco Polo che, da preciso e obiettivo osservatore e descrittore di meraviglie visibili e reali, diventa il narratore cui spetta descrivere con la stessa precisione nelle sue relazioni di viaggio a Kublai Kan, imperatore dei Tartari, città ipotetiche, fantastiche, visionarie, incredibili. Eloquente è l’incipit «Se volete credermi, bene» che apre la descrizione della città Ottavia a confronto con la formula «Sappiate veramente che» ricorrente nel Milione. Paradossalmente, Polo narratore delle Città invisibili recupera quel simbolismo e allegorismo medievale che Polo narratore del Milione aveva abbandonato in favore di un atteggiamento moderno, pre-scientifico.

Ecco la descrizione di Ottavia:

Se volete credermi, bene. Ora dirò come è fatta Ottavia, città-ragnatela. C’è un precipizio in mezzo a due montagne scoscese: la città è sul vuoto, legata alle due creste con funi e catene e passerelle. Si cammina sulle traversine di legno, attenti a non mettere piede negli intervalli, o ci si aggrappa alle maglie di canapa. Sotto non c’è niente per centinaia e centinaia di metri: qualche nuvola scorre; s’intravede più in basso il fondo del burrone.
Questa è la base della città: una rete che serve da passaggio e da sostegno. Tutto il resto, invece d’elevarsi sopra, sta appeso sotto: scale di corda, amache, case fatte a sacco, attaccapanni, terrazzi come navicelle, otri d’acqua, becchi del gas, girarrosti, cesti appesi a spaghi, montacarichi, docce, trapezi e anelli per i giochi, teleferiche, lampadari, vasi con piante dal fogliame pendulo.
Sospesa sull’abisso, la vita degli abitanti d’Ottavia è meno incerta che in altre città. Sanno che più di tanto la rete non regge.

Bauci è città assente, invisibile per eccellenza:

Dopo aver marciato sette giorni attraverso boscaglie, chi va a Bauci non riesce a vederla ed è arrivato. I sottili trampoli che s’alzano dal suolo a gran distanza l’uno dall’altro e si perdono sopra le nubi sostengono la città. Ci si sale con scalette. A terra gli abitanti si mostrano di rado: hanno già tutto l’occorrente lassù e preferiscono non scendere. Nulla delle città tocca il suolo tranne quelle lunghe gambe da fenicottero a cui si appoggia e, nelle giornate luminose, un’ombra traforata e angolosa che si disegna sul fogliame.
Tre ipotesi si dànno sugli abitanti di Bauci: che odino la Terra; che la rispettino al punto d’evitare ogni contatto; che la amino com’era prima di loro e con cannocchiali e telescopi puntati in giù non si stanchino di passarla in rassegna, foglia a foglia, sasso a sasso, formica per formica, contemplando affascinati la propria assenza.

Nel presentare il suo libro nel corso di una conferenza tenuta alla Columbia University di New York nel 1983, lo stesso Calvino spiega il perché della scelta di Polo:

In tutti i secoli ci sono stati poeti e scrittori che si sono ispirati al Milione come a una scenografia fantastica ed esotica: Coleridge in una sua famosa poesia, Kafka nel Messaggio dell’Imperatore, Buzzati nel Deserto dei Tartari. Solo Le Mille e una notte possono vantare una sorte simile: libri che diventano come continenti immaginari in cui altre opere letterarie troveranno il loro spazio; continenti dell’«altrove», oggi che l’«altrove» si può dire che non esiste più, e tutto il mondo tende a uniformarsi.

Le città invisibili sono, secondo le parole di Calvino, «un ultimo poema d’amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città», un atto di difesa delle città e del mondo in generale attraverso il recupero di alcuni valori; sono anche un omaggio alla fantasia e alla mente del “viaggiatore”, sia esso narratore o lettore.
È un libro molto strutturato, esatto, geometrico (55 città, ognuna chiamata con un nome di donna, organizzate in undici gruppi o serie di cinque elementi ciascuno: le città e la memoria, le città e il desiderio, le città e i segni, le città e gli scambi, le città sottili, le città e gli occhi, le città e il nome, le città e i morti, le città e il cielo, le città continue, le città nascoste), frutto di una letteratura proposta come una sorta di tecnica e gioco combinatorio, perciò lontana dall’angoscia, dall’interiorità dell’avanguardia del primo Novecento. Eppure è un testo indefinibile, enigmatico, polisemantico, inesauribile e affascinante.
Calvino lo definisce «un libro fatto a poliedro, e di conclusioni ne ha un po’ dappertutto», un libro che «si discute e si interroga mentre si fa», alla ricerca di «chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».

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