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Guido Gozzano, Nemesi

di Matteo Favaretto

Nella categoria: HOME | Analisi testuali

Tempo che i sogni umani
volgi sulla tua strada:
la chioma che dirada,
le case dei Titani,
o tu che tutte fai
vane le nostre tempre:
e vano dire sempre
e vano dire mai,
se dunque eternamente
tu fai lo stesso gioco
tu sei una ben poco
persona intelligente!
Cangiare i monti in piani
cangiare i piani in monti,
deviare dalle fonti
antiche i fiumi immani,
cangiar la terra in mare
e il mare in continente:
gran cosa non mi pare
per te, onnipossente!
Giocare con le cellule
al gioco dei cadaveri:
i rospi e le libellule
le rose ed i papaveri
rifare a tuo capriccio:
poi cucinare a strati
i tuoi pasticci andati
e il nuovo tuo pasticcio:
ma, scusa, ci vuol poca
intelligenza! Basta -
di' non ti pare? - basta
il genio d'una cuoca.
Bada che non ti parlo
per acrimonia mia:
da tempo ho ucciso il tarlo
della malinconia.
Inganno la tristezza
con qualche bella favola.
Il saggio ride. Apprezza
le gioie della tavola
e i libri dei poeti.
La favola divina
m'è come ai nervi inqueti
un getto di morfina,
ma il canto più divino
sarebbe un sogno vano
senza un torace sano
e un ottimo intestino.
Amo le donne un poco -
o bei labbri vermigli! -
Tempo, ma so il tuo gioco:
non ti farò dei figli.
Ah! Se noi tutti fossimo
(Tempo, ma c'è chi crede
di darti ancora prede!)
d'intesa, o amato prossimo,
a non far bimbi (i dardi
d'amor... fasciare e i tirsi
di gioia; - premunirsi
coi debiti riguardi),
certo - se un dio ci dòmini -
n'avrebbe un po' dispetto;
gli uomini l'han detto:
ma «chi» sono gli uomini?
Chi sono? È tanto strano
fra tante cose strambe
un coso con due gambe
detto guidogozzano!
Bada che non ti parlo
per acrimonia mia:
da tempo ho ucciso il tarlo
della malinconia.
Socchiudo gli occhi,
estranio
ai casi della vita:
sento fra le mie dita
la forma del mio cranio.
Rido nell'abbandono:
o Cielo o Terra o Mare,
comincio a dubitare
se sono o se non sono!
Ma ben verrà la cosa
«vera» chiamata Morte:
che giova ansimar forte
per l'erta faticosa?
Né voglio più, né posso.
Più scaltro degli scaltri
dal margine d'un fosso
guardo passare gli altri.
E mi fan pena tutti,
contenti e non contenti,
tutti pur che viventi,
in carnevali e in lutti.
Tempo, non entusiasma
saper che tutto ha il dopo:
o buffo senza scopo
malnato protoplasma!
E non l'Uomo Sapiente,
solo, ma se parlassero
la pietra, l'erba, il passero,
sarebbero pel Niente.
Tempo, se dalla guerra
restassi e dall'evolvere
in Acqua, Fuoco, Polvere
questa misera Terra?
E invece, o Vecchio pazzo,
dà fine ai giochi strani!
Sul ciel senza domani
farem l'ultimo razzo.
Sprofonderebbe in cenere
il povero glomerulo
dove tronfieggia il querulo
sciame dell'Uman Genere.
Cesserebbe la trista
vicenda in vita e in sogno.
Certo. Ma che bisogno
c'è mai che il mondo esista?

Analisi testuale

Metrica:

La particolarità metrica di questa poesia sembra consistere tutta apparentemente nell'impossibilità di ridurla e di strutturarla sotto un particolare genere stilistico letterario. In realtà, come è per la maggior parte della grande poesia italiana del novecento, anche in questa la genialità e la bravura del poeta sta nel reinventare gli strumenti metrici della tradizione per creare qualcosa di nuovo di cui è possibile riconoscere però una base di conservatorismo metrico.
Ma il motivo per cui Gozzano sceglie di scrivere in quartine di settenari non sta solamente nella fedeltà alla tradizione o nella volontà di non sconvolgere eccessivamente l'istituzionalità metrica, quanto forse nel ricercare un determinato movimento ritmico-formale che possa risultare adeguato sia alla sua poetica particolarmente demistificante, sia al contenuto dell'opera: viene a dire che ogni particolarità metrica è frutto di una precisa scelta del poeta e quindi diventa automaticamente scelta stilistica precisa.

Se è vero che la metrica del novecento ha per caratteristica basilare una ricerca formale da parte del poeta che costruisce da sé il proprio sostrato metrico, il proprio corpus per la versificazione, che si richiama sì alla tradizione o a un maestro, ma pure finisce col divenire peculiare per il singolo autore che lo adopera, allora si può benissimo dire che già Gozzano rientra nella fase di trasformazione del verso libero già inaugurata da D'Annunzio. D'Annunzio d'altronde, assieme a Pascoli, è il grande maestro dei crepuscolari, di Gozzano. Così sembra piuttosto evidente che la scelta del metro ha una motivazione ritmica.

Nemesi è intrisa di un ritmo delicato ma sferzante, guizzante e mobile ottenuto attraverso particolari artifici: inarcature potenti e forti come l'enjambement sintattico verbo/oggetto tra verso 10 e 11 "tu sei … persona" ma anche inarcature medio-forti come quella tra verso 15 e 16 che spezzano un sostantivo dal suo aggettivo; ma pure inarcature che si pongono in contrasto con la scatola metrica in cui è contenuta la poesia ossia le rigide quartine che sembrano essere solo, in certi momenti, un contro altare di una versificazione più libera e disinibita che tratteggia il colloquiale attraverso un continuum sintattico di strofa in strofa come in "le rose ed i papaveri … rifare a tuo capriccio" che è enjambement in realtà molto solido in quanto unisce gli oggetti con il loro verbo, oggetti che si protraggono a lungo nella prima quartina in coppie e che si rendono attivi solamente nella quartina successiva.
Anche le rime, per eccellenza dei veri trait d'union ritmico-fonetici, dimostrano la volontà del poeta di rendere più spigliato e ricamato il componimento. Ve ne sono di ogni tipo, a ogni piè sospinto, anche perché le rime alternate o incrociate si concludono in ogni quartina e trovano rinnovamento nella quartina successiva provvedendo a creare un'unità delle strofe: rime identiche come quelle del verso 30/31 "basta/ basta"; rime sdrucciole affascinanti per la complicazione ritmica e la sorpresa che generano reiterate come sono a volte per tutta una quartina come ai versi 21/22/23/24; rime difficili e insolite come quella tra protoplasma e entusiasma dei versi 93/96 e la gran quantità di rime simili per durata, per lunghezza di parola che ne fanno rime quasi identiche se non fosse per lo scarto di una consonante iniziale che fa precipitare nella percezione di un gioco di memoria fanciullesco o in un meccanismo psicologico-analogico complesso caro forse a Freud come in cenere/Genere o in tutti/lutti o in morte/forte, o ancora in posso/fosso e pazzo/razzo; non manca una rima inclusiva come quella cosa/faticosa o fra scaltri/altri.
I settenari sono spesso ad attacco giambico ovvero, posto che un giambo in metrica classica fosse dato dalla consecutio di una sillaba breve e una lunga e posto che generalmente da un punto di vista ritmico in prosodia italiana la breve è identificata da una non marcatura accentuativa e la lunga da un accento tonico, ne consegue che l'attaccatura giambica è data da una sillaba non accentuata seguita da sillaba accentuata e questo in molti settenari crea una base ritmica, un'unità che se ripetuta genera effetti ritmici particolari, come la percezione di un verso più battente e cadenzato, più filastroccheggiante, se così si può dire, che è un po' emblematico per Gozzano ( si veda il verso 5 "o tu che tutte fai") . Ma altri settenari sono anche più affascinanti proprio perché interrompono la cadenza giambica del ritmo come quando l'andamento iniziale - + (dove meno indica la sillaba non accentata e più quella accentata), che si è detto essere la base giambica, viene spezzato da una sillaba metricamente irrilevante come in "le case dei Titani" dove particelle e articoli e preposizioni hanno per lo più accenti trascurabili dal momento che nella loro pronuncia escono attaccati alla parola che li segue o li precede e ciò comporta un allungamento del ritmo dalla seconda sillaba non accentata: le --se –dei- Ti--ni ( le sillabe in grassetto indicano gli accenti portanti del verso). Altri settenari invece rovesciano la base giambica - + con un'altra opposta + - come in verso 6 " va-ne-le-nos-tre-tem-pre" con andamento più imperioso e volutamente contrapposto per esempio al verso successivo e-va-no-di-re-sem-pre.
Altre volte ancora Gozzano ricorre ad interruzioni e complicazioni sintattiche e non puramente ritmiche per confondere la musicalità e il suono del verso, dandogli un andamento colloquiale come nella strofa 8

Ma, scusa, ci vuol poca
Intelligenza! Basta –
Di'non ti pare? - basta
Il genio di una cuoca

dove il ritmo è complicato, frantumato, lungamente interrotto non da pause accentuative, ma da pause sintattiche, come quelle dell'incidentale e ancor più dal punto interrogativo con cui termina l'incidentale stessa e dove a eliminare quasi la musicalità ritmica, quindi la concordanza fonica delle rime concorre l'enjambement che trascina l'aggettivo "poca" costringendolo ad attaccarsi al suo sostantivo e annullando quasi completamente la pausa a fine verso. In compenso la pausa del punto esclamativo dopo "intelligenza" chiarisce che non di settenario si parla per il verso 29 ma di un endecasillabo vero e proprio. Così che volendo riscrivere l'intera strofa in modo che la fine del verso coincida con una pausa sintattica (cosa pericolosissima e proibitissima, ma utile nell'evidenziare come Gozzano qui dimostri in pratica di saper utilizzare la polimetria) ne verrebbe

Ma, scusa, ci vuol poca intelligenza!
Basta-
Di' non ti pare?
- basta
Il genio di una cuoca.

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Stile e tematiche:

Nemesi si presenta come una poesia eversiva che parla di una rivincita, cinica, spietata, ma saggia, sul tempo, sui suoi inganni, sui suoi sudditi. Nemesi è la poesia di chi ha capito, di chi ha raggiunto la chiarezza della luce, della rivelazione, della saggia verità. Essere "pel Niente" non significa forse desiderare che tutto finisca? La propria vendetta non è nei confronti del Tempo e degli altri uomini, il vederli morti, ma il sapere ciò che tutti ignorano, l'aver svelato l'arcano e averlo fatto senza "acrimonia". E lo sottolinea il poeta: "non ti parlo/per acrimonia mia" due volte in due strofe identiche che si parlano come a inglobare una parte dell'intero componimento. E in effetti è così: grazie a queste due strofe-ritornello il componimento viene suddiviso in tre parti.

La prima parte che arriva fino al verso 32 esibisce la disposizione degli accordi preliminari su cui basare tutto l'insieme delle argomentazioni successive. La definizione del Tempo che attraversa tutta questa parte in un dispiegarsi di figure e di arricchimenti progressivi mira appunto a determinare chi sia in definitiva questa astratta entità. Si noti che si dice chi, perché il Tempo subisce una personificazione da parte del poeta che gli dà del TU ai versi10 /11 o prima già al verso 5 (ma gli si rivolge anche ai versi 20 "per te"; 25 "tuo capriccio"; 31 "di' non ti pare", mentre nel verso 1 e 5 si tratta di vere e proprie apostrofi al Tempo) così da entrarne in confidenza e così da saltare attraverso una metafora i passaggi filosofici e mentalmente più difficili. La personificazione ha qui il senso di innestare un rapporto che sia il meno astratto possibile con il soggetto, concretizzandolo un po' come si fa con una divinità. Pure la definizione del tempo ha una rilevanza determinante per il componimento. In queste quartine il Tempo è descritto come un essere capace di volgere sulla propria strada i sogni degli uomini, e reiterando il concetto mediante la descrizione in due versi (4/5) delle modificazioni della vita
giustapposte ai sogni si ottiene un elenco che è anche descrizione di un processo per sommi capi dello scorrere del tempo nella vita; questo processo viene personificato e definito come un essere capace di controllare il modificarsi della vita umana, il suo dirigersi verso l'aldilà (le case dei Titani, signori del Tartaro nella mitologia) e diviene, in una parola, l'emblema della modificazione e del divenire come spiegano le quartine 4-5-6-7. Il Tempo è così signore dello scorrere incessante ma circolare che ricorda un po' un eterno ritorno e che tuttavia nel suo osmotico perenne giro rende vana l'eternità e il mai, li rende concetti inutili e senza valore, nozioni prive di qualsiasi attinenza con la vita concreta. L'eterno ritorno è espresso molto bene dalla figura di chiasmo dei versi 13/14 "cangiare i piani in monti, cangiare i monti in piani" in cui il poeta gioca con la frase che è la stessa dal punto di vista dei significanti, ma che, mutando l'ordine delle parole, muta nel significato, e altro chiasmo, questa volta con variazione, è presente ai versi 17/18 dove terra e continente si oppongono a mare uguale nei due versi. Caratteristiche estrinseche del Tempo sono invece la stupidità da una parte e l'onnipotenza dall'altra. Su questa contrapposizione gerarchica si gioca tutta l'ironia espressa in questa parte. Il poeta infatti tende a mettere in luce come il Tempo, personificato, sia in fin dei conti un essere stupido proprio perché onnipotente: in definitiva il tempo che teoricamente può fare ogni cosa, (ma si noti che questa è una premessa senza la quale non ci sarebbe alcuna ironia e che questa premessa è data per assodata dall'autore o meglio dimostrata tramite esempi: "cangiar i monti in piani" è identificativo di un essere potente, potentissimo tanto che il lettore è indotto a credere che un essere potentissimo sia pure onnipotente, che è in effetti cosa diversa), l'essere che può spaziare in tutte le direzioni senza alcun controllo, si limita a girare intorno coprendo una distanza marginale nell'infinito; il Tempo è uno stupido perché pur potendo tutto fa sempre le stesse cose.
È a questo punto che si inserisce il verso ritornello della strofa 9. In sostanza l'autore chiarisce al tempo, ma in pratica al lettore, che tutto quanto ha detto è stato pronunciato senza alcun sentimento di odio; è in questa strofa che l'autore dichiara di aver eliminato "il tarlo della malinconia". La parte seconda è quindi tutta dedicata a dimostrare questo concetto: "non parlo per acrimonia" ma anzi per precise constatazioni.

La seconda parte è un po' una digressione in cui il poeta si presenta; presenta le armi con le quali ha distrutto la malinconia, la tristezza, i rimedi con cui ha cercato di alleviare il suo male ed inizia così un altro elenco: le favole, l'ironia del saggio, le gioie della tavola, metonimia forse per i piaceri del corpo, i libri, metafora del sapere, la favola divina, ossia la religione, le donne, quindi l'amore; importante è l'ironia presente nella dodicesima strofa che non è un attacco alla religione, ma forse una specificazione: la tristezza esiste comunque pure se si vive senza le preoccupazioni del cibo e della salute; la tristezza rimane, anche dopo la religione, dopo i piaceri, la cultura, dopo perfino l'amore rimane la tristezza visto che questi sono strumenti per ingannarla, per fuggire in ultima analisi da lei, non per sconfiggerla: "inganno la tristezza con qualche bella favola". Ma se il Tempo signore del divenire opera sempre lo stesso gioco, com'è ribadito al verso 51, qual è l'alternativa? Il non fare più figli per scombussolare i piani del signore del cambiamento. Non farli premunendosi coi "debiti riguardi" dice con ironia Gozzano. Questa è la parte in cui è contenuta la famosa definizione canzonatoria e auto-ironica del poeta Guidogozzano; in molti hanno visto o voluto vedere in questa strofa- definizione l'enunciazione della vera essenza di un poeta crepuscolare e borghese di inizio novecento incapace di porsi come Vate di fronte al mondo e disposto a porsi invece come un essere ridicolo e anzi inferiore al resto degli esseri umani. Ma in realtà se inserita nella sede da cui è stata estrapolata, se vista come parte unica di un testo indivisibile, questa strofa si spiega come un'identificazione e quel guidogozzano viene a essere, metonimicamente per ogni individuo, la definizione stessa dell'uomo e così quel "chi sono gli uomini" viene a identificarsi con l'altro "chi sono" intendendo, con un gioco di parole, definire l'uomo o gli uomini e se stesso come parte degli uomini e emblema degli stessi. Il poeta non si distacca dal gruppo ma è parte di cose strane.

La terza parte infine racchiude l'alternativa al gioco del tempo, già preconizzata nella seconda. Essere pel niente. L'alternativa alla modificazione instancabile e monotona non è la stasi in un unico istante di ogni cosa, ma la distruzione dell'intero sistema, l'annullamento o nullificazione del tutto. L'unica verità è la morte. Affannarsi a ricercare il motivo della propria esistenza è inutile. Il saggio guarda con pena coloro che si affannano in questa inutile cura. L'immobilità di un istante, la fissità del mondo è qualcosa di sperimentalmente impossibile a realizzarsi in questa vita. Cade la fede nel progresso e con esso la coscienza positivista di un miglioramento progressivo del mondo teso a raggiungere una sorta di vita beata. Meglio cancellare tutto, fare una tabula rasa. Distruggere il mondo "povero glomerulo" su cui insuperbisce il fidente sciame che continuamente domanda: "l'Uman Genere". In fondo che bisogno c'è dell'esistenza del mondo? È con questa domanda che si conclude il componimento e in essa è raccolta la summa dell'argomentazione del poeta. Ammettendo infatti che il mondo abbia una ragion d'essere, uno scopo: qual è? Uno scopo infatti prefigura un termine degli eventi, un termine per la storia, una fine. Ebbene proprio per le premesse iniziali il Tempo che regge il mondo ne regola la storia fa in modo che tutto abbia un dopo. Senza la fine non c'è scopo, senza scopo non c'è ragione, senza ragione non c'è utilità e tutto scivola in qualcosa di macabro e vano, in un gioco senza senso.

La forza della domanda, retorica, ma pure reale, risiede nella posizione finale che occupa nel testo. Non solo, ma essa distendendosi per lo spazio di due versi è posta in fase contrastiva con il termine che la precede che invece appartiene a una esclamazione che constata un dato di fatto, una verità. Una certezza e un dubbio. E il dubbio sgretola la certezza appena espressa. Il dubbio logora e distrugge la certezza e le pone di fronte l'abisso dell'indimostrabile. Tutta la certezza del ragionamento precedente è volutamente fatto vacillare in questa ultima strofa. E il ragionamento precedente era stato corroborato da un'inarcatura tra vicenda e trista e da un'allitterante anafora in , la genialità è però quel certo
pausato tra due punti fermi che in certo qual modo serve a caricare ancora di più l'avversativa espressa da quel ma; si noti che lo stesso stratagemma viene utilizzato alla strofa 16, ma in modo molto più blando perché il certo e il ma sono separati da un'incidentale; forse nella 16 è da rilevare come certo e ma siano giustapposti l'uno all'inizio del primo verso l'altro all'inizio dell'ultimo; geniale nell'ultima strofa del componimento è anche la ripresa della perifrasi dei primi due versi col solo termine mondo, laddove questo termine viene a esprimere sostanzialmente la trista vicenda in vita e in sogno.

Ogni strofa meriterebbe un'analisi approfondita, soprattutto quelle della terza parte in cui ognuna d'esse coincide con la fine sintattica di un periodo, ma bisogna qui forse accontentarsi di saltare senza un particolare sistema di verso in verso rilevando le maggiori peculiarità. Alla strofa 25 si noti per esempio come Uomo Sapiente ricalchi perfettamente la terminologia scientifica di Homo Sapiens e ne sia indice pure l'utilizzo delle maiuscole con cui questa dittologia viene sottolineata. Ma i termini scientifici permeano tutto il componimento e in certo senso acquistano il valore non più di soli termini, ripensando alla distinzione leopardiana, ma di vere parole poetiche, non certo vacue, ma quanto mai ironiche ed esplosive. Si vedano i termini morfina, evolvere, protoplasma, querulo, glomerulo, intestino, torace, cranio; mentre l'Uomo Sapiente è correlato analogicamente con L'Uman Genere della penultima strofa: giustapposti e contrapposti insieme, l'uno esprime l'unità, l'altro la totalità. Si noti pure come a strofa 21 morte subisca una personificazione mediante la sola maiuscolizzazione di m e di come essa sia definita come cosa vera, unica certezza. C'è pure una forte incidenza di proposizioni banali appartate dietro uno sfoggio di erudizione mitologica, classica e scientifica inframmezzati a meraviglia; si noti infatti che le frasi più banali come a strofa 20 il verso 80 sono spesso espresse mediante ossimori o giustapposizioni o anafore; verso 85: né voglio più, né posso; verso 90: contenti e non contenti; e vano dire sempre/ e vano dire mai dei versi 7 e 8. In realtà questi versi hanno in sé grande importanza e pare che l'autore proprio per non correre il rischio di banalizzare frasi dalle parole semplici, volutamente semplici, abbia preferito complicarne sintassi, ritmo, dislocazione.

Alla fine un'osservazione. Il poeta chiama il tempo "buffo senza scopo" e si rammarica che proprio per la mancanza di un fine il mondo non abbia nessun senso. C'è in questa visuale del cosmo, dell'universo, del mondo, più che una forte carica nichilistica, un bisogno di ricerca, di insofferenza per quel niente che sembra permeare tutte le cose; in realtà non sembra che Gozzano creda ad un sistema nichilistico e non sembra che la domanda finale si possa definire pienamente retorica se non anche ironica; in un certo senso collocando il poeta nella fase post decadentista di cui è in certo qual modo protagonista, dopo estetismo e superominismo, dopo Nietzsche, dopo che della cultura, delle precedenti convinzioni filosofiche, scientifiche, sociali è stata fatta una tabula rasa, il bisogno dell'uomo, per sopravvivere è quello di trovare qualcosa di nuovo su cui basare la propria esistenza; è importante la visione ironica che Gozzano puntualmente rivolge al sistema filosofico Nichilistico: il bisogno è quello di mettere a nudo tutte le crepe insite nel sistema; il bisogno è quello di costruire qualcosa sopra al niente; il bisogno è quello di avere un fine e uno scopo, una meta, non per crogiolarsi in sogni ambiziosi e portare a compimento chissà quale grande progetto capace di modificare il mondo e l'universo, ma per sopravvivere alla quotidianità: Gozzano afferma sostanzialmente qui come altrove che l'uomo ha bisogno di una speranza per vivere, ha bisogno di una meta, ma più ancora di una carica vitale che non può che esprimersi che attraverso un'azione, e ogni azione, si sa, è una somma di processi atti ad ottenere un risultato che modifichi la posizione iniziale, ossia la speranza che qualcosa cambi. Intanto il poeta non può che esprimere la sua ironia sottoforma di nemesi, vendetta e rovesciamento insieme; sembra di vederlo quel sorriso abbozzato alla fine, quando si legge "che bisogno c'è mai che il mondo esista?" e che sembra tacere una parte: "o forse pensi, lettore, che ce ne sia bisogno? Perché se pensi questo vuol dire che tutto ciò che finora è stato detto va rovesciato e inteso come una ferocissima critica al sistema che è pel niente".

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