Il Blog di Anna Stella Scerbo

Uomini e donne del Mezzogiorno: mito, letteratura, storia

Gli Albanesi di Calabria e il Risorgimento- Seconda parte- Il Risorgimento delle donne Albanesi

Oct 202017

 

undefined

Il Risorgimento della Donne Albanesi

 

«Il 16 del corrente mese, nelle ore pomeridiane, pochi forsennati del comune di Lungro, cominciarono a percorrere l’abitato con grida sediziose incitando quella gente a fare altrettanto. Fra essi Vincenzo Stratigò si diè ad arringare la popolazione ed alcuni suoi complici si condussero nel vicino comune di Firmo con lo stesso reo intendimento, ma fu vano il loro tentativo venendo assai male accolti da quegli abitanti. L’ordine fu ristabilito immediatamente all’arrivo del Sottintendente del Distretto e dalla forza di pochi gendarmi. Otto dei principali colpevoli sono già in prigione».

Questo si trovava scritto sul borbonico “Giornale delle due Sicilie”, nel numero 156 del 19 luglio 1859. La sommossa, una delle tante nei paesi albanesi, finì con un fitto numero di arrestati,(falsa, la notizia di soli 8 arresti) tra i quali molte donne. Riparte da Lungro il nostro breve viaggio lungo il Risorgimento degli italo-albanesi di Calabria. Lo Stratigò, di cui si dice sul giornale borbonico, fu un fervente patriota e soldato garibaldino. Nella tarda primavera del 1848, egli, insieme ad altri patrioti, tra cui Domenico Damis, i fratelli Alessandro e Domenico Mauro,Vincenzo Luci, Luigi Raffa, diede vita ad una rivolta contro il regime borbonico della quale facevano parte oltre tremila uomini, quasi tutti albanesi. Altri  volontari si raccoglievano intorno al nizzardo  generale Ribotti, già al servizio della rivoluzione siciliana dello stesso anno e che avrebbe, per aver portato la rivoluzione in Calabria, sofferto il carcere. Ferdinando II, intanto non  aveva perso tempo e la sua offensiva si andava concretizzando con l’invio di 2500 uomini sotto la guida del generale Busacca. Questi non tardò a comprendere che i due campi di Spezzano Albanese e di Campotenese si andavano rafforzando e che era urgente attaccare.

Si mosse così segretamente verso Spezzano mentre i volontari dormivano. Furono proprio le donne di Campotenese a svegliarli, bussando a tutti gli usci delle case dove erano ospitati. Il 22 di Giugno, si accese una feroce battaglia e per dare al Ribotti il tempo di riorganizzarsi, furono le donne albanesi a sostenere il primo urto, usando spiedi e coltelli da cucina mentre ragazzi e bambini lanciavano sassi. Molte di esse trovarono la morte. Dopo alterne vicende, le cinque compagnie di albanesi, comandate da Stratigò, Damis, Mauro, Baratta e Pace,valorosi e indomiti eroi, si lanciarono contro il nemico. Il Generale Ribotti aveva tradito la loro causa. La sconfitta fu durissima. Troppo impari le forze in campo. Durissime anche le pene inflitte. Dunque questi, per grandi linee i fatti del 1848.

Ritorniamo ad un decennio dopo dal quale il nostro scritto ha preso l’avvio, perché l’intento è quello di consegnarvi non solo l’apporto degli albanesi all’Unità d’Italia ma anche di porgervi figure femminili, fiere del loro essere parte attiva della stessa causa e pronte a patirne le conseguenze. Vincenzo Stratigò, di cui s’è detto, non fu solo un patriota ma anche un poeta di una certa levatura che si esprimeva, da emancipato meridionale, a favore del voto alle donne e che dedicò numerosi versi alle donne dei suoi luoghi ammirandole per “la fortezza dello spirito e la bontà del cuore”.Nel componimento “Una madre ed un figlio” così raccontava-

«Durante il periodo del carcere, il figlio fece pervenire alla madre una lettera che le mandò a mezzo di un uccello. Questo, con uno sbatter d’ali, fece cadere la lettera davanti ad una giovane pianta d’ulivo, simbolo della pace […].La mattina seguente la madre la raccolse[…] La lettera diceva che il figlio sarebbe tornato a casa quando il cerro avrebbe prodotto noci, il sambuco fichi e quando ella avrebbe cucito una camicia con i fili dei suoi capelli e l’avrebbe lavata con le sue lacrime»

I riferimenti patriottici sono evidenti e la donna destinataria della lettera  era la propria madre Matilde Mantile, nobildonna napoletana, andata in sposa ad Angelo Stratigò  giudice di Lungro. La vita di questa donna corre parallela a quella dei suoi numerosi figli, di cui tre maschi, Vincenzo, Giuseppe e Demetrio, perseguitati politici. Fu certamente lei, e ne è prova un intero libretto di sonetti e componimenti vari che Vincenzo le dedicò, a infondere l’amore di patria ai giovanissimi figli. Dunque, nel 1859, Vincenzo Stratigò, nella rivolta del 16 Luglio, dal balcone del suo palazzo incitava gli abitanti di Lungro a impugnare le armi e ad andare incontro a Garibaldi, di passaggio in Calabria in direzione di Napoli. Donna Matilde, era con i rivoltosi. “L’azione generosa”, così la definì lo Stratigò fallì e la donna insieme a Giuseppe e Demetrio fu incarcerata. Dalle carceri scriveva  a Vincenzo, l’unico ad essere sfuggito all’arresto,

-Io sono nelle prigioni di Lungro insieme ad altre donne[…] La causa è santa e per questo io soffro e voglio morire per risuscitare nel cuore dei giusti e nel regno di Dio-

La Mantile non è sola a mostrare quanto una donna possa gareggiare in coraggio e forza con gli uomini.

Tra le donne di Lungro vi è anche Lucia Irianni, madre di Domenico Damis, del quale si è già detto. La Irianni, di aperte idee liberali,volle che i figli studiassero, prima nel collegio di S. Demetrio Corone, poi all’Università di Napoli. A questo scopo, impiegò gran parte del patrimonio familiare che si ridusse ulteriormente ogni volta che pagò le multe e i processi non solo dei  suoi figli ma anche di altri giovani patrioti Lungresi. Quando il figlio Domenico, latitante in casa di un’altra coraggiosa donna,  Maria Cucci, fu scoperto e passò con i gendarmi davanti alla propria casa, Lucia Irianni e le figlie Giovannina e Anna, attesero dal balcone che Domenico passasse. Non piansero e non urlarono. Lanciarono su di lui confetti e petali di fiori come fosse un corteo di nozze e cantarono auspici e auguri, affinché avesse termine, finalmente, la tirannide borbonica.

Con questa bella, confortante immagine, concludiamo, il nostro viaggio nel Risorgimento degli Albanesi. Ci attendono altri personaggi, altre storie, altri esempi della bellezza, quando c’è, dell’universo umano di noi calabresi.

 

   

    

GLI ALBANESI DI CALABRIA E IL RISORGIMENTO D'ITALIA (Prima parte)

Sep 112017

 

 

 

 

 

Gli Albanesi di Calabria e il Risorgimento d’Italiaundefined

 

«Garibaldi, grande prode in camicia rossa/eguaglia il nostro Scanderbeg/perché quando con fierezza/impugna la spada/quale folgore brucia e squarcia/».

C’è un popolo che sopravvive da più di mezzo millennio in 41 comuni e 9 frazioni dell’Italia Centro Meridionale con oltre centomila abitanti e che nella nostra storia di calabresi ha un posto preciso e un ruolo importante. Sono gli albanesi d’Italia e non vi è paese dell’Arbëria in Sicilia o in Calabria, fondato nella seconda metà del xv secolo, da profughi provenienti dall’Albania occupata dagli Ottomani, che non abbia contribuito, con foga patriottica più volte segnata da esiti tragici, alla costruzione di quel grande progetto politico che fu l’Unità d’Italia.

 Perciò, abbiamo preso in prestito i versi del poeta Zep Serembe di San Cosmo Albanese, per introdurre storie  solo apparentemente marginali all’interno della grande storia del Risorgimento. E’ vero che alla tutela e alla conservazione di questo pezzo importante della cultura meridionale sono state dedicate poche cure quali la legge del 15 Dicembre del 1999 e taluni aiuti per la conservazione della lingua arbëreshe e altrettanto vero è che demograficamente i borghi di origine albanese si stanno svuotando dei loro abitanti, come ha recentemente sottolineato lo scrittore Carmine Abate, nativo di Carfizzi, paese albanofono. Ma, a fronte di queste scoraggianti note, bisogna riconoscere che gli albanesi d’Italia hanno resistito a secoli di tentativi di assimilazione e forse non è esagerato il paragone portato tra la loro longevità culturale e  il grande solitario Pino Loricato, sempre dato in via d’estinzione e ancora ostinatamente impavido sulle pendici del Pollino.

Dunque gli albanesi di Calabria, rileggono la storia del Risorgimento con spirito ben diverso dai rimanenti calabresi ai quali il Risorgimento stesso appare ostile e contrario a loro; gli albanesi di Calabria, al di fuori di ogni retorica, vanno fieri del contributo di forze e di sangue fornito alla causa d’Italia.

Il Collegio di S. Adriano, in San Demetrio Corone, era stato il centro della Carboneria. Il più grande poeta albanese, Girolamo Di Rada, scrive nella sua autobiografia come, sotto la tutela compiacente del vescovo-presidente Mons. Bellusci, accanto ai libri obbligati e a quelli di ispirazione religiosa, se ne diffondessero altri che propagavano le nuove idee. Il Collegio, nominato da Gioacchino Murat, con decreto del 1810 e successivamente del 1811,”Liceo delle tre Calabrie” era decisamente malvisto dai Borbone che lo definivano “l’officina del diavolo”.

Più in là negli anni, durante i massacri cosentini in cui trovarono la morte i fratelli Bandiera, vennero condannati a morte 21 giovani tra i quali ben quindici erano albanesi. Tra questi, fucilato l’11 luglio 1844 alle ore 22, Raffaele Camodeca di 25 anni. Nel furore patriottico dei suoi giovani anni affrontò la morte gridando:

E’ questo il più bel giorno della mia vita, viva l’Italia”.

La stessa sorte avrebbe dovuto seguire Antonio Raho di Cosenza che preferì darsi la morte col veleno. I condannati avevano discusso se fosse più glorioso, per la Patria, consegnarsi al boia o finire per mano propria. Furono proprio i giovani condannati albanesi(così raccontano le cronache dell’epoca)a  ritenere onorevole consegnare la propria vita al nemico e non sottrarsi ad esso tramite il suicidio.

Nel 1856, Agesilao Milano, di San Benedetto Ullano, soldato nell’esercito borbonico, tentò di uccidere re Ferdinando II. Il suo fu un processo sommario e irregolare conclusosi  con la condanna a morte. Di lui Domenico Cassiano, uno dei maggiori studiosi arbëreshe contemporanei, scrive:

«Il ragazzo pregava ad alta voce, baciava il Crocefisso e ripeteva in continuazione ”viva Dio, la religione, la libertà la patria"»

e un testimone, ripreso da Cassiano, raccontò:

 «Agesilao salì animoso il patibolo e si compì la giustizia umana ma in modo così barbaro e crudele che il popolo mandò un grido d’indignazione e quasi minacciava di sollevarsi al punto che i gendarmi impugnarono le pistole e gli svizzeri già apparecchiavano a caricare il fucile. Durò un quarto d’ora l’agonia del condannato e dopo, anche il suo corpo venne indecentemente maltrattato dal carnefice».

Nel libro ”Il tenente generale”di  Giuseppe Martino si racconta di un altro giovane albanese, Pier Domenico Damis( di cui il Martino era parente). Il Damis fece parte dei movimenti irredentisti del 1844, del 1847 e del 1848. Costretto ad una latitanza di tre anni sulle montagne, stanato e imprigionato, fu  imbarcato per ordine dei Borbone per il Sud America. Di certo non mancò di coraggio se con altri 66 prigionieri  dirottò la nave verso l’Inghilterra, riuscendo per tempo ad imbarcarsi per Quarto e partecipare alla spedizione dei Mille da Marsala al Volturno.

Concludiamo questa “carrellata”con i 500 abitanti di Lungro che si unirono alla marcia garibaldina su Napoli, dopo avere inviato al condottiero uno scritto, prova della loro devozione alla causa dell’Unità e della loro fervente ammirazione per l’eroe dei due mondi:

«Essere straordinario, le nostre lingue non hanno parole come definirti, i nostri cuori non hanno espressioni come attestarti la nostra ammirazione. Un popolo intero ti acclama, liberatore della più bella parte d’Italia».

I VALDESI DI CALABRIA - Seconda Parte

Apr 042017

 

 

                                                             undefined

-Tanto amo Madonna e l’ho cara,

e tanta reverenza e soggezione ho per lei,

che di me non ardii parlare mai

e nulla chiedo da lei, nulla pretendo.

Ma ella conosce il mio male e il mio duolo

E quando le piace mi benefica e onora,

e quando le piace io sopporto la mancanza dei suoi favori,

perché a lei no ne venga biasimo.

Mi meraviglio come possa resistere

Che non le manifesti il mio talento:

quand’io veggo Madonna e la miro,

i suoi begl’occhi le stanno così bene!

A stento mi tengo dal correre a lei.

Così farei se non  fosse per timore,

che mai vidi corpo meglio modellato e colorito

agli uffici d’amore così tardo e lento-

 

 Ancora una lirica Provenzale, o meglio due ottave di una lirica provenzale. L’autore è Bernart  De Ventadorn poeta di grande importanza nella tradizione troviera nella Francia Settentrionale. Grande diffusione ebbero le sue melodie tanto da risultare il più imitato e da avere influenza persino sulla letteratura latina. Nel 1215 il dotto Buoncompagno di Bologna nella sua Antiqua Rhetorica scrive: “Quanta fama legata al nome di Bernard De Ventadorn e quanta maestria nelle sue cansons e nelle sue dolci melodie gli riconosce tutta la Provenza”.

E’ giunto il momento di svelare, per quale motivo, la poesia provenzale abbia in qualche modo a che fare con i Valdesi e le loro migrazioni verso terre italiane (questo riguardò anche gli Albigesi dopo la crociata indetta da Papa Innocenzo III nel 1208 che li sterminò in parte e, in parte li obbligò a cercare nuove residenze). La poesia era esperienza elitaria, esercizio intellettuale e prodotto di rielaborazione degli elementi che costituivano non solo la corte e la vita dei suoi funzionari ma l’intero tessuto sociale dei tempi. Gran parte della produzione, peraltro non vasta, era sconosciuta ai più. Tale carattere, in un periodo storico di scarsa comunicazione tra  regni e  territori d’Europa, avrebbe di certo lasciato la poesia Provenzale entro i confini geografici che le erano stati assegnati, se Albigesi e Valdesi non si fossero mossi verso l’Italia Settentrionale, prima e nel resto della penisola, con varie cellule disseminate un po’ dappertutto, dopo.

Questo fenomeno di transizione, interessante dal punto di vista sociale, economico e soprattutto religioso, fu  anche fenomeno di cultura.  Popolazioni inquiete, divennero, per necessità, il tramite della diffusione di elementi di poesia che condussero a stili e contenuti diversamente elaborati, quale la rarefatta poesia della Scuola Siciliana.

                                                            ***

Il re di Napoli, Ferdinando d’Aragona ( 1424- 1494), confermò i diritti ordinari e ogni strumento giuridico già assegnati dai signori locali ai Valdesi. Fu così che i Valdesi ebbero terra, lavoro e soprattutto tolleranza. Non per sempre.

Nel 1517 il monaco agostiniano Martin Lutero, diede il via, in Germania, a un vasto movimento delle coscienze che mal tolleravano lo stato di corruzione della Chiesa di Roma. L’Europa cattolico- cristiana ne fu scossa dalle fondamenta. Nessuna scomunica, nessun sommovimento popolare, come la rivolta dei contadini ( 1524- 1526) finita nel modo più cruento, nel nome di Lutero che se ne lavò le mani, con l’uccisione di 6000 di loro, riuscì a fermare il diffondersi del Protestantesimo. I Valdesi, ufficialmente aderirono al movimento nel 1532, in occasione del Sinodo Generale di Chanforan, in Val d’ Angrogna, valle del Piemonte abitata in prevalenza dai Valdesi stessi. Non ci volle alcuno sforzo perché i Valdesi di Calabria facessero propri i dettami del Concilio. Nessun nascondimento, ormai, del proprio credo religioso, l’adesione anche al Calvinismo, forse più vicino alle logiche dell’operosità Valdese, fu piena e convinta. I pastori, giungevano dalle valli e indottrinavano le popolazioni ormai pronte a una professione di fede che tanti punti in comune mostrava con la loro antica e più elementare tradizione religiosa. Da Guardia Piemontese, nel 1558, fu inviato a Ginevra, con largo e  generale consenso, Marco Uscegli, personaggio di spicco, perché si attivasse a far scendere in Calabria nuovi Pastori. E da Ginevra  insieme allo stesso Uscegli, e ad altri fratelli, giunse anche Gian Luigi Pascale. Coinvolgente fu la sua predicazione e ben accetta dai coloni che videro in lui una sorta di inviato del Signore a dare il crisma della legittimità e dell’ufficialità alla loro dottrina. I signori del luogo, fino a quel punto tolleranti, mostrarono di non gradire quanto stava avvenendo e un certo marchese Spinelli, nel motivato timore che potesse intervenire il Santo Uffizio ( a nessuno sfuggiva di quale natura sarebbe stato l’intervento), prima li esortò ad abbandonare luoghi e predicazione, poi, di fronte al loro rifiuto assai netto, li fece arrestare. Gli abitanti di Guardia non restarono a guardare. Informarono il viceré di Napoli di soprusi nei loro confronti e, botta e risposta, il Marchese denunciò come eretici, allo stesso Viceré, i Guardioli, chiamati così dalla lingua Occitanica da loro parlata, il “Gardiol”

                                                         ***

3 Giugno1561

<<In quei giorni si diede fuoco alle case di Guardia, si abbatterono le mura e si tagliarono le vigne. Nei primi undici giorni del mese di Giugno, ben duemila persone furono uccise ma non bastando “si volle dare il formale esempio”. I prigionieri Guardioli stavano chiusi ammucchiati dentro una casa. La mattina dell’undici venne il boia a pigliarsi una ad una le vittime. Trattone quello che gli capitava tra mano, gli legava una benda sugli occhi e menavolo in un luogo spazioso poco distante da quella casa. Qui, fattolo inginocchiare, con un coltello gli tagliava la gola e lo gettava da parta cadavere o agonizzante com’era. Ripresa poi quella benda e quel coltello, su tutti gli altri ripeteva la stessa operazione. In quest’ordine furono sgozzate ottantotto persone>>.

 Così riferisce e se ne conserva scrittura, un cronista di Montalto. L’epoca della tolleranza, era definitivamente chiusa. Il clima pesante dell’Inquisizione si estendeva anche ai margini della penisola e ogni pratica o semplicemente sospetto di eresia finiva nella repressione più crudele. Un anno prima, Pascale Uscegli e gli altri fratelli erano stati trasferiti dalle carceri di Cosenza a quelle di Napoli e poi a Roma. Prima esortati, quindi minacciati, non ebbero esitazione a confermarsi nella propria fede.  Gian Luigi Pascale fu impiccato a Castel Sant’Angelo, il 16 Settembre dello stesso anno. Il suo cadavere fu bruciato. Dei rimanenti fratelli non si hanno notizie ma, viste le intenzioni di Santa Madre Chiesa, è lecito non dubitare sulla loro fine. Il Grande Inquisitore, il Cardinale Domenicano Michiele Ghislieri ( sarà pontefice col nome di Pio V e poi sarà Santo), esortava i governatori delle Province ad essere inflessibili nell’estirpare la mala pianta dell’eresia. E così fu. Delle colonie Valdesi, rimase solo quella di Guardia. Secoli dopo, nella Lettera Apostolica “Tertio Millennio adveniente” del 10 Novembre del 1994, ad opera di Giovanni Paolo II, veniva dichiarata la responsabilità delle Chiesa i questi, come in altri fatti di intolleranza e di repressione-

<<Un altro capitolo doloroso, sul quale i figli della Chiesa non possono non tornare con animo aperto al pentimento, è costituito dall'acquiescenza manifestata, specie in alcuni secoli, a metodi di intolleranza e persino di violenza nel servizio alla verità>>

Il 22 Giugno 2015, nel Tempio Valdese a Torino, il mea culpa di Papa Francesco -

<<Vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che nella storia abbiamo avuto con voi; in nome del Signore perdonateci>>.

I VALDESI DI CALABRIA- Prima Parte

Jan 252017

undefined

I     VALDESI di CALABRIA

 

Kalenda maya, ni fuelhs de faya
ni chanz d'auzelh, ni flors de glaya
non es quem playa pros domna guaya,
tro qu'un ysnelh messatger aya
del vostre belh cors, quem retraya
plazer novelh qu'Amors m'atraya
e iaya em traya vas vos, domna veraya
e chaya de playa l gelos
ans quem n'estraya.


Calendimaggio, non c'è foglia di faggio
né canto di uccello, né fiore di giglio
che mi piaccia, o donna prode e gaia,
fino a quando io non abbia un messaggero veloce
del vostro bel viso che mi porti
un nuovo piacere, fino a quando Amore mi attragga
e mi conduca a voi, o donna sincera
e muoia di rabbia l'invidioso
prima che io mi allontani da voi.


Questa è una lirica di Raimbout de Vaqueras, poeta della Corte Provenzale di Guglielmo d’Orange intorno al 1150.  La poesia Provenzale  o  Occitanica, si sviluppò in lingua d’oc, nel sud della Francia. L’ispirazione era prevalentemente amorosa ma  le liriche, a volte, espressione di amori per lo più adulterini o vissuti da lontano, prefiguravano lo schema della società feudale dalla quale la stessa poesia traeva alimento. Questa lirica, come gran parte delle altre era accompagnata dal suono del liuto.

L’argomento non è, nonostante si possa pensarlo, la Poesia Provenzale. Con la poesia Provenzale, ha però,  legami certi. Ciò di cui scriveremo,  è stato il veicolo tanto inconsapevole quanto efficace che ha permesso alla Poesia Provenzale di diffondersi in Italia e di costituire la base delle successive forme di poesia.   

                                                           ***

Intorno all’anno mille, a Lione, città alla confluenza del Rodano e della Saona, viveva un ricchissimo mercante, cosa non rara considerati i commerci fiorenti della città. Tale mercante, di nome Pietro Valdez,  appena un soffio prima di un più illustre italiano e ugualmente povero, Francesco Giovanni di Pietro Bernardone, pensò bene di disfarsi delle sue ricchezze, donando tutto, ma proprio tutto ai poveri. Forse fu la morte di un suo amico a fargli prendere  tale drastica decisione. Più probabile è che sia stata la lettura della vita di Sant’Alessio a fargli prendere posizione a favore dei  più deboli. Alessio, infatti era stato un giovane assai ricco di Costantinopoli che era fuggito per l’Oriente il giorno delle sue nozze. Molte le leggende su di lui:  quella Siriaca del secolo IV-V,  quella Bizantina del secolo IX, quella Latina del secolo X. Fatto sta che anche Alessio decise, e per sempre, di sposare Madonna Povertà. Valdez, dunque poteva contare su un buono e illustre esempio, ma di fatto a muovere la sua coscienza furono soprattutto i costumi degradati della Chiesa di Roma dedita allo sperpero e lontanissima dalla predicazione evangelica.

In quei tempi si alzavano, da più parti, lamentazioni e proteste contro  comportamenti divenuti regola tanto immorale quanto non discutibile delle gerarchie ecclesiastiche e finanche del Papa. Sorsero così spontaneamente movimenti di opposizione da parte di cristiani che si organizzavano secondo modalità che erano quelle del primo cristianesimo, la predicazione al di fuori della ritualità codificata, il rifiuto di credenze altrimenti radicate e soprattutto la decisa volontà di considerarsi parte a sé. I Catari, i Patarini, gli Albigesi, gli Umiliati, i Valdesi furono dunque i gruppi di opposizione alla Chiesa di Roma, troppo evidenti per essere ignorati, troppo deboli e privi di legami con parti consistenti della società di allora per poter reggere lo scontro e non finire nelle maglie dell’eresia prima e della persecuzione dopo.

                                                                  ***

Pietro Valdez, organizzò intorno a sé un manipolo di persone. Povera gente, conciatori, sarti, fabbri, tintori. Povera e ignorante. Nessuna istruzione, men che meno in Teologia o in Filosofia. Per la Chiesa erano “idioti”, vale a dire privi di alcun sapere, incapaci di qualsiasi interpretazione dei Testi Sacri, capacissimi di portare scompiglio nelle fila ordinate, seppure moralmente decadute dell’apparato ecclesiastico. Eppure, i Valdesi, così si chiamarono dal loro fondatore, crescevano, ed è il caso di dire, e si moltiplicavano. E conducevano una vita esemplare per onestà ed operosità e la Bibbia la commentavano sulla scorta delle loro esperienze e della loro saggezza. Bisognava fermarli. Il Concilio di Nicea del 325 era stato fin troppo chiaro: tolleranza zero verso qualsiasi forma di eresia. L’arcivescovo Giovanni di Lione li ammonì e proibì loro di predicare; uguale ammonizione da Papa Alessandro III ( Pontefice dal 1159 fino al 1181anno in cui morì) fino alla dichiarazione di eresia da parte di Papa Lucio III Pontefice dal 1181 fino al 1185, anno della morte).

I Valdesi si sparsero per varie contrade d’Europa, quelle più lontane e sconosciute della Germania, dell’Austria, della Boemia e in Italia scelsero il Piemonte, la Lombardia e financo la Calabria.  Non apertamente contro la Chiesa di Roma, fedeli ai precetti di Valdez, del quale non è dato sapere dove sia morto né quando. A raggiungere la Calabria furono dei gruppi di contadini, alcuni dei quali narrarono, ad un signore calabrese, che ebbero la ventura di incontrare nei pressi di Torino, le loro condizioni di disagio e anche la paura di restare in  Francia, in un angolo di terra ostile e povera di risorse per loro che avevano bisogno di spazi da rendere fertili e da coltivare. Fu così che a loro apparve, nel racconto del nobiluomo, una Calabria con pascoli, boschi, terreni buoni da essere dissodati e coltivati. Dunque, dopo vari andirivieni per prendere accordi con i signori locali, i primi gruppi di Valdesi raggiunsero la Calabria nel 1268. Scelsero come patria seconda i paesi di Fuscaldo, Guardia, Montalto, in provincia di Cosenza. Vissero da persone oneste e assai capaci, rispettosi verso tutti. Non esibizionisti del loro credo religioso, che anzi aderivano a qualche pratica esteriore del cattolicesimo e andavano a predicare senza la Bibbia. La lasciavano a casa per non irritare quelli che non condividevano il loro pensiero. Le loro chiese a Vaccarizzo, San Sisto, Faito, villaggi da loro fondati, non avevano immagini, né vi si celebrava messa. Non c’erano matrimoni misti e sebbene destassero qualche antipatia e parecchia diffidenza, furono la loro operosità e i loro integerrimi costumi ad averla vinta. I Valdesi  rimasero sul suolo di Calabria senza che nessuno torcesse loro un capello fino al 1500.

 

 

 

 

PINA MAJOINE MAURO

Nov 292016

 

 

 

 

 

Pina Majone Mauro             

 

“E’ responsabilità della società far sì che un poeta sia un poeta”[1]

                                                             *

 “…Vanto e vergogna della nostra storia/il Sud è una ferita insoluta/nella carne segnata di sconfitte/ di Sud potremo vivere o morire[…]”

                                                     *

“… Quaggiù la vita è un’isobara causale[…]

dove ardenti, nel cono allusivo

d’una luna bugiarda

planano i venti dai tropici del mito[…]

                                                   *

“ … sfuggito di mano al Creatore /Questo lembo di terra indeciso/ se appartenere all’Africa o all’Europa/Tra l’una e l’altra libero/d’essere marocchino o norvegese/restò sospeso come una frontiera /salino, inamovibile diaframma[…]

                                                    

                                                     ***

Pina Majone Mauro, ha scritto questi versi. A lei che è poeta, radici e appartenenza hanno affidato la responsabilità di farsene depositaria e messaggera, e di vivere del ricordo, del dolore e del canto .

                                                          *

Il poeta è testimone e anticipatore della storia, della propria e di quella della sua terra. Nella crisi  del cambiamento della funzione sociale del poeta stesso, egli da eroe-guida, diviene coprotagonista della storia comune e ne risponde  in quanto coscienza narrante. La narrazione in versi di una Calabria  verso la quale vale l’affermazione di Giuseppe Berto riguardo la predisposizione a capirla, pena la mancata coscienza dei suoi mali e soprattutto la mancata empatia e commozione con la sua stessa anima, diventa in Pina Majone amore e compassione.

                                                              *

Sappiamo bene come la poesia che quei mali ha rappresentato,  si sia guadagnata i soli meriti  legati alla narrazione e al canto  di una storia di sudditanza e di dolore e di una costante, quanto inesaudita voglia di riscatto. Da sempre, non poesia di letteratura ma poesia minore di un’identità sottoposta senza fine all’insulto di una Storia altra. Inchiodata ai principali temi sociali, culturali e storici del nostro Meridione,  conclusa e costretta nei confini geografici e ideali che per destino o per volontà le sono stati assegnati non avrebbe conosciuto niente altro  che un  rassegnato ripiegamento su se stessa.

Pina Majone Mauro, come pochi altri autori del Mezzogiorno,  si è sottratta a questo destino di emarginazione. Si avverte, in lei poeta, la stessa sofferenza, in comunione d’animo, delle contrade, dei luoghi, degli uomini. Sofferenza  di ricordi laceranti e mai sconfessati a sé e nello stesso tempo mai del tutto confessati. Al punto che dolore e dolore si incrociano, si riconoscono si fanno unico canto, di sé e della propria terra-

“[…] questo mare canterà la sua canzone/colonna sonora forse un po’ stonata/al film muto dell’ultima carezza/alla provvisorietà del nostro addio[…]-”

                                                               *

“…forse la fame, forse un sogno antico/ti portarono lontano da te stesso/da me che ancora avevo/tante cose da dirti[…] tra noi si fecero muro di dolore/[…]chiamo la notte a testimone/ che ogni tua partenza ogni mio addio altro non erano per noi che l’anagramma/di ogni sicuro ritorno”-

                                                       ***

In quanto poeta, Pina Majone, è sapiente. Per questo, si lega al viaggio profondo, dove riposano le coincidenze tra i sentimenti e gli eventi del passato e quelli che si rinnovano nello svolgersi inarrestabile dei giorni, nella dinamica  sempre inconclusa del fare esperienza.  

In quanto poeta, Pina Majone è responsabile del canto della vita. E’ la vita che le interessa. Che sia scacco o sofferenza, interpreta,   interiorizza, rappresenta l’Odissea  magnifica e terribile di ogni uomo. Non le è dato evitare l’appuntamento con la vita, mancare all’appello che l’attende nei luoghi vivi della sua presenza nell’esistere. Nell’affermazione di Aristotele,  sui primi filosofi greci i quali, “poeticamente” pensavano, lavora la vicinanza innegabile  tra  filosofia e poesia. Nel corso del tempo sembra che le loro strade, in molti momenti vicini, si siano allontanate, ciascuna a raggiungere mete estranee l’una all’altra. La conoscenza, filosofia e poesia,  attraversa i territori di tutti  i  saperi  e , in una  “soggettività nomade” com’è quella della Majone, esponente dell’intellettualità femminile che si è costruita anno dopo anno, si sono create connessioni e vicinanze tra le proprie sofferte esperienze e quelle che dall’esterno dissolvevano certezze, avanzavano dubbi, segnavano la crisi irreversibile di idee e sentimenti-

“[…] come petali fra pagine ingiallite/cibo per i lepismi che divorano/con la follia dei poeti/le nostre storie inedite/ che quando si mutarono in poesia,/ non furono più lette da nessuno”[…]-

Ed è qui che Majone  misura le cose con lo sguardo di uno “che sa” e nello stesso tempo “non sa”  e apprende che “tutto ciò che è vero è altro da sé ”. Si inoltra, allora, in un tentativo né facile, né dagli esiti scontati. Indagare il mistero che è dentro alla sua terra, alla sua storia, dentro di sé-

 “…non è dall’altra parte/ dell’Universo la terra promessa/dalla tua nuova patria forestiera[….] e mi riprendo quel cielo di mezzo/ che in quella nostra notte mai vissuta/ precipitò sul prato[…]-

 Non il Fenomeno ma il Noumeno   è il  suo traguardo.

Rendere credibile il mistero dell’esistenza, senza la quale la poesia fallirebbe il suo compito, ridotta a non avere contenuti, a privarsi di ogni senso possibile. La sua poesia, metafora o puntuale descrizione, è quella dell’uomo che attende una rivelazione sull’esistenza. Della sua terra, di sé. Lo sguardo, su tutto ciò che nella sua anima o nel mondo si muove, è quello di chi non vuole ridurre a qualcos’altro ciò che sente, ciò che vede, ma di chi continua, con minuziosa dedizione, a fare del proprio destino un destino di poesia. Anche il Cosmo, infinitamente lontano, nello svolgersi quasi metafisico  del verso,  è chiamato in causa dalla creatura che  chiede complicità e ammissione -

“[…] nel silenzio delle zolle dove invano/cercasti la supernova che una notte/calda d’Agosto puntava su di noi/astigmatica astrale previsione/per sigillare quel falso giuramento/fatto a dita incrociate sulla bocca”-

                                                         *

 Majone, nella mappa delle proprie smarrite  geografie interiori, nel fiume carsico dei suoi giorni,  ricerca ciò che visibilmente  possa riabilitare a sé i luoghi della sua anima, ciò che possa farle toccare le sponde della sua patria più intima. Dopo il troppo andare verso mete di solitudine e di dolore, di irriconoscente rifiuto-

 “[…] quando il tempo del sogno è compiuto/ quando siamo rimasti in pochi/ ostinati a rincorrere/ un cielo che si è sempre negato/alla nostra orgogliosa pochezza…/ Gli anni sono corsi via come il Libeccio/ma la partita non è ancora chiusa/forse è ancora possibile fermarli/ascoltare la voce del Poeta” -           

E’ in questo ascoltare che si avverte come il  poeta diventi poeta  impegnato. Sottilissimo il confine tra poesia lirica e poesia sociale. Se il poeta denuncia un disagio personale, racconta implicitamente il suo tempo, la sua appartenenza ad una storia, ad una terra, alla nostra storia, alla nostra terra  e inizia così la ricerca, la denuncia. Comincia il canto. Ed è canto d’amore. Strumento in grado di affermarne   identità e coscienza non solo di questa storia e di questa terra ma diogni storia di ogni terra alla quale, in qualsiasi latitudine, siano toccati in sorte il dolore, la sottomissione, l’offesa.

E’ un impegno ineludibile, a cui la Majone nega la  dimensione del vittimismo, di ogni passiva rassegnazione che sola porterebbe a limiti angusti e chiuderebbe inevitabilmente orizzonti dovuti al salvataggio di un tesoro nascosto nelle profondità del mito-

“[…] La nostra verità non fu la storia/ a raccontarla ma il mito che va/sulle scorciatoie del vento[…]

                                                      *

“… con Efesto dio zoppo e deforme/ che fece di un cratere la sua reggia/ed Eolo che abitò l’ isole dolci / fummo signori dei fuochi e di venti[…]

                                                       *                                                                                 

“[…]scende Selene ad ogni plenilunio/a contemplare Endimione dormiente/nell’antro dell’eterna giovinezza”- 

Né evita , poiché la sua è voce di donna, i meandri,  più ardui da definire ma pulsanti  di eguale forza, del ricordo.  “Proustiana ” memoria dell’intelligenza”,  è rivivere,  ripetere con l’anima le esperienze -

“…né puoi avere scordato/ che da bambino scalavi le stelle/e sognando di giorno progettavi/castelli di sabbia in riva al mare[…]”-

                                                   *

Proprio perché voce di donna, in un’epoca di parole liquide, oziose, buone per tutti gli usi, parole che immiseriscono il pensiero, che ammalano di insensatezza il linguaggio, la voce della Majone, è voce della chiarezza, dello svelamento della realtà, del disincanto.

Senonché il destino della voce che si fa  parole di poesia,  è quello che  conduce, quasi inavvertitamente,  o come scelta voluta dalla coscienza del poeta, verso i territori dell’indeterminatezza, verso lo sfumare di linee precise a favore di uno sguardo più penetrante. E’ allora che l’andamento dei versi della Majone raffigura quasi un muoversi di interminabile bellezza e terrore nella profondità, categoria assoluta, questa sì, delle viscere di quella terra che tutta  contiene, madre dolorosa e paziente, uomini, storie, e i loro dolori e le loro speranze.

“[…] Così questa voce che viene/dall’involucro uterino della terra/scivola sul pendìo[…]”    

La Natura, quella della sua terra, mare o cielo, profondità o altezza si svela all’autrice che nella verticalità del verso, acquista  vibrazioni di musica-

 “…per scalare il cielo impossibile/di questa terra bestemmiata e persa/leghiamoci in cordata /legata al filo, potrei recuperare/dagli arditi dirupi di granito[…] la visuale a oltranza di un negato infinito[…]”-

                                                     *

“ […] umile e preziosa cresce l’erica/ alla carezza del vento/ai bordi di un cielo promesso/scie di comete già passate”-

Ogni immagine di lontananza  si muove intorno a due fuochi. La parola e il ritmo. E’ questa  rotazione, questa ellissi che avvicina o allontana, volta per volta il dolore, la nostalgia, la perdita.

Facile sarebbe, perciò parlare di musicalità nei versi della Majone. Facile ma non vero per i suoi versi. Ciò a cui lei obbedisce è il pulsare di sensibilità e ragione che non confliggono, ma  si organizzano in una sintassi dagli echi leopardiani e meglio ancora montaliani, per cui il messaggio è reso più intenso e le atmosfere più lontane e quasi incantate.

“…il tempo allineò le nostre notti/alla voce del mare/ alla fase calante della luna/al lume pietoso delle stelle/e le infilò come perle bucate al nostro sogno assurdo e ricorrente[…]”

                                                           *

Viene chiesto molto alla parola nelle poesie della Majone, caricata com’è  di un’ulteriore responsabilità, quella di viaggiare entro confini e limiti ma ancor più  di cercare orizzonti nuovi alla sua stessa parola di donna poeta. Parola  materica e parola, nello stesso tempo, sopravvissuta al sogno e all’urto col reale, parola di cose e di suoni che le rinnovano e perciò stesso affrancata dalla necessità di essere disciplinata dalla punteggiatura-

“[…] è nero il nostro pane ma è dolce/caldo di forno, acceso con l’amore/né azzimo, né sciocco scrocchia in bocca/generoso e gentile/ tenera la mollica, aspra la crosta[…]”-

                                                               *

“[…] s’ammiela lo zibibbo/ di ambrosia serotina/ s’arrubbizza  l’uva marcigliana/dolcissima e sanguigna[…]”

 Il reale  è reso nel suo respirare, poiché la realtà è visionata a fondo e perciò stesso è visione d’oltre da sé stessa. Pina Majone ha abitato l’eco del mondo, del proprio e di quello della propria terra, e lo ha tramutato in un in-cantato universo poetico.

“[…]questa da cui ti guardo/è una notte d’Agosto che ci attende/ è una stellata pensile sull’acqua/ è l’astro bugiardo che mai cadde/ nel prato dei nostri desideri[…]

La sua, ne siamo certi, è voce che viene da lontano e porta lontano, poiché condividiamo la verità di Marina Cvetaeva - Il poeta da lontano conduce la parola- la parola conduce il poeta lontano-

 

                                                                

 

 



[1] Questa e altre indicazioni, che in verità suonano come precetti, sono contenute negli atti della Conferenza delle Riviste Americane sulla Responsabilità Sociale della Poesia e degli Scrittori del 1984. L’autrice è Grace Paley, scrittrice, poetessa e attivista americana di origini russe.

Atom

Powered bly Nibbleblog per Letteratour.it