Il Blog di Anna Stella Scerbo

Uomini e donne del Mezzogiorno: mito, letteratura, storia

Brigantaggio al femminile: le donne briganti del Meridione pre e post unitario - seconda parte

Jan 212020

undefined    Il brigante Bizzarro, seminava il terrore nelle Calabrie, trucidava senza pietà intere famiglie. Toccò anche a quella di Margherita, “donna del Brigante”, “brigantessa” per amore prima, per convinzione, dopo. Nei confronti del brigante, assoluta dedizione al punto da divenire più audace e più temibile di lui. Catturata, resistette a lungo ad una prigionia che non presentava certo minori disagi rispetto a quelli della latitanza. Bizzarro, sicuramente irresistibile con le donne briganti, ebbe però un destino atroce.


Dopo Margherita, si innamorò di Niccolina Licciardi e condivise con lei molte imprese brigantesche. Ne ebbe un figlio. Il neonato con il suo continuo piangere costituiva un pericolo per i due, braccati dai piemontesi. Fu così che Bizzarro uccise il piccolo scaraventandolo contro la parete di una grotta.
Niccolina non pianse, seppellì il piccolo e rimase a lungo a guardia della sua tomba. Poi, di notte, mentre Bizzarro dormiva, gli fece saltare le cervella con un colpo di fucile. Lo decapitò e si presentò con la testa del bandito avvolta in un panno presso il governatore di Catanzaro. Incassò la taglia e di lei si perse ogni traccia.


Sono storie di straordinaria ferocia e sebbene si siano certamente depositate, sui dati raccolti da cronisti dell’epoca, anche parti di leggenda, tuttavia ci sentiamo di affermare che il prodotto “del nero lago del cuore” di cui parlava Carlo Levi, a proposito del brigantaggio, fu ancora più orrifico se riferito alle donne. Queste, perduta ormai ogni possibilità di considerarsi parte del contesto sociale, denigrate e sconfessate dalle famiglie, private di ogni femminile grazia, riversavano con spietata lucidità odio e orrore sui propri nemici. I profili delle donne briganti sono stati tardivamente considerati dagli storici e quasi sempre circondati da un alone mitico.


La considerazione degli atti dei processi, ha riportato, nella storiografia de brigantaggio femminile, la necessaria oggettività e l’organicità della narrazione ma ha fornito dei racconti fortemente condizionati dalla visione storica che nel momento della compilazione dei trattati si avevano del brigantaggio e in particolare di quello femminile.
Ne è un caso, un testo di Jacopo Gelli del 1931 che risente fortemente della visione che del fenomeno si aveva nei primi decenni del novecento: le brigantesse erano volgarissime delinquenti asservite alla malavita di macchia.
Nei primi anni settanta, ne fa fede un testo di Franca Maria Trapani, le donne briganti vengono considerate una cellula pensante, perfettamente autonoma, rispetto alla controparte maschile. Quasi un’avanguardia della ribellione allo strapotere atavico che nel Mezzogiorno d’Italia imponeva alle donne sottomissione e asservimento. Tesi, quest’ultima, convalidata dagli ultimi studi che attraverso il più severo recupero degli atti processuali e delle cronache del tempo, hanno fatto chiarezza sulle componenti sociali ed economiche che hanno contribuito a costruire la figura della donna brigante con ogni possibile implicazione di violenza e di ferocia.
                                                             ***
Filomena Pennacchio fu certamente una delle più note tra le brigantesse. In Irpinia, nella provincia borbonica del Principato Ultra, dove era nata in una famiglia poverissima, faceva la sguattera presso i notabili del luogo. Incontrò Giuseppe Schiavone, capobanda lucano e lo seguì nelle sue imprese criminose. Nella banda era lei a comandare e a decidere ogni mossa e niente doveva spaventarla se prese parte attiva all’ eccidio di nove soldati del 45° Reggimento di fanteria a Sferracavallo nel 1863. Contraddittorio il racconto della sua generosità mostrata in più occasioni e proprio nei confronti di alcune vittime della banda dello stesso Schiavone. Ugualmente note le sue avventure amorose. Oltre che di Schiavone fu la donna di Carmine Crocco, capo indiscusso di tutte le bande lucane, di Nico Nanco e Donato Tortora luogotenenti dello stesso Crocco. Alle brigantesse non facevano difetto i sentimenti d’amore manifestati a volte con modi teneri e delicati.
Maria Suriani ricamava i suoi messaggi d’amore sui fazzoletti che mandava al Capitano Cannone; di un’altra non bene identificata si conserva una tovaglietta con l’immagine ricamata dell’amante.

Né l’istinto materno veniva soffocato e spesso capitava che, dopo la cattura, sotto i panni maschili si nascondesse una donna brigante in stato di gravidanza. La stessa Filomena Pennacchio aspettava un figlio da Schiavone quando questi venne arrestato in seguito al tradimento di Rosa Giuliani alla quale la più avvenente Filomena aveva sottratto il suo uomo, proprio lo Schiavone. La Pennacchio mostrò una buona dose di istinto di conservazione. Tradì più volte i suoi compagni di banda per ottenere sconti di pena. Fece arrestare altre due brigantesse, Giuseppina Vitale e Maria Giovanna Tito. Dei venti anni di carcere ai quali era stata condannata, ne scontò solo sette. Tornata in libertà, nessuno seppe più niente di lei.
Lucana di Ruvo del Monte fu Maria Giovanna Tito. Poverissima, divenne, dopo l’agosto del 1861, manutengola della banda di Carmine Donatelli Crocco. Questi, aveva espugnato la cittadina di Ruvo, vincendo la resistenza dei suoi abitanti. Maria Giovanna divenne l’amante del Crocco e quando questi le preferì un’altra donna entrò per volere dello stesso Crocco, nella banda di Agostino Sacchetiello che contava 162 uomini e 60 cavalli. La brigantessa si comportò da vera sanguinaria tanto da meritare l’appellativo di “iena”. Filomena Pennacchio di cui abbiamo già scritto, la tradì e lei fu arrestata a Bisaccia il 29 novembre del 1864 in casa del prete Gemiano Rago, dove aveva trovato rifugio, insieme ad altri compagni di avventura. Processata dal Tribunale Militare di Guerra di Avellino, fu condannata a 15 anni di lavori forzati. Era il 30 Giugno del 1865. Nell’Aprile del 1868 le fu ridotta la pena a sette anni. Diversa la storia di Luisa Cannalonga che nutriva un odio profondo contro Garibaldi, odio che provvide a trasmettere ai due figli, Rosario e Gaetano Tranchella. Nel 1862 le fu imposto dalla Prefettura di Salerno, il domicilio coatto, perché sospettata di collaborare con bande di briganti. Il figlio più grande, Gaetano le fu ucciso e visto che era tornata libera, cercò la donna del figlio e il nipotino e insieme tornarono ad una vita normale.

Qui concludiamo il nostro racconto sulle donne briganti che non meno dei loro uomini o dei loro capi, scrissero un capitolo cruento ma di sicuro significativo nella storia del Mezzogiorno d’Italia.

 

 

Brigantaggio al femminile: le donne briganti del Meridione pre e post unitario-prima parte

Oct 082019

BRIGANTAGGIO AL FEMMINILE: le donne briganti del undefinedMeridione pre e post- unitario. 


«Le guerre brigantesche furono combattute senza speranze e senza arte , guerre infelici e destinate sempre ad essere perdute ma sorte da un’elementare volontà di giustizia che nasceva dal nero lago del cuore»
Carlo Levi

La chiamavano Ciccilla, era di una bellezza fiera e appassionata. Nome all’anagrafe Maria Oliverio. Attività: brigantessa.
Argomento forse trascurato, se non ridotto colpevolmente ai soli aspetti folklorici all’interno di un fenomeno di grande complessità e assai studiato, quello delle brigantesse ha invece, nella storia meridionale del brigantaggio pre e post unitario, una parte di non secondaria importanza.
Scrive Rosario Villari che il brigantaggio fu in qualche misura connesso con le difficoltà politiche incontrate dal governo nazionale nelle province meridionali. Queste avevano avuto legami assai deboli con le idee e i fatti del Risorgimento Nazionale. Il brigantaggio si mostrò come l’esito disperato e barbarico di una mancata rivoluzione agraria. Il possesso e l’uso della terra da sempre sono stati fattore scatenante di rivolte e le classi rurali del Mezzogiorno arretrato e senza alcuna premessa di equilibrio, vedevano svanire ancora una volta la loro speranza di possedere la terra, poiché messi dalla legge, nell’ impossibilità di acquistarla o di riscattarla. Le masse contadine che non si erano del tutto piegate al predominio dei “galantuomini” mantenevano quasi del tutto intatto il loro potenziale di ribellismo.
La relazione alla Camera del 1862 di Giuseppe Massari, uomo politico già impegnato sul fronte del brigantaggio, all'epoca vero ostacolo all'unificazione dell'Italia, mise in luce le responsabilità di agenti borbonici e clericali nel fomentare il fenomeno del brigantaggio, piuttosto che le sanguinarie politiche repressive messe in atto dal nascente governo italiano per reprimerlo. In sostanza, concluse la relazione, "Roma è l'officina massima del brigantaggio, in tutti i sensi e in tutti i modi, moralmente e materialmente: moralmente perché il brigantaggio indigeno alle provincie meridionali ne trae incoraggiamenti continui e efficaci; materialmente perché ivi è il deposito, il quartier generale del brigantaggio d'importazione". La commissione d'inchiesta, pur raccomandando provvedimenti economico sociali, propose per l'immediato l'adozione di una legge speciale di carattere fortemente repressivo. Il 15 agosto del 1863 fu varata la legge Pica che sospese le libertà costituzionali nelle province infestate dai briganti e fece della repressione più rigorosa, come scrive D. Mack Smith “Non una misura eccezionale ma la regola sanzionata dal diritto”.
Giorgio Rumi, storico contemporaneo di matrice cattolica, scomparso nel 2006, affermò che per i mazziniani ed i garibaldini, il brigantaggio era il risultato di due politiche, quella di Torino e quella di Roma, con obiettivi opposti ma ugualmente responsabili rispetto a quanto accadeva nell’Italia Meridionale. Torino aveva sottovalutato la complessità della realtà storica, le strutture sociali e i dati ambientali e geografici del Mezzogiorno; a Roma, Francesco II, con l’aiuto di Pio IX, armava il Regno Delle Due Sicilie di fatto occupato da una potenza straniera. La Santa Sede prefigurava così una sopraffazione che andava denunciata e deplorata.

Torniamo, a questo punto, al nostro argomento centrale.

Nel fenomeno “brigantaggio” si pone un altro e altrettanto grave fenomeno, la presenza e gli atti di un non trascurabile numero di donne per nulla inferiori ai maschi in coraggio, ferocia e ardimento. A noi pare non avere influenza nell’ analisi del problema se si trattasse di “Donne del Brigante” o di “Brigantesse”. In entrambi i casi la donna del Meridione è una figura relegata a un ruolo subalterno rispetto al proprio uomo e alla società. La donna del Brigante ha “dovuto” seguire il proprio uomo perché controllata a vista dalle autorità governative, disprezzata dall’ opinione pubblica e in balia delle pretese dei galantuomini.


La “brigantessa” ha scelto la strada della macchia perché visceralmente e furiosamente indignata contro l’arroganza di un sistema che mantiene inalterate le condizioni di miseria delle classi subalterne, è una ribelle senza casa e senza legami che non siano quelli col suo uomo, brigante anch’egli, è una creatura irrazionale e istintiva capace di gesti di indicibile crudezza.
Ciccilla, Maria Oliverio, di Montalto Offugo, meritò l’attenzione di un grande scrittore come Dumas che sicuramente vide in lei una donna dai forti connotati romantici. Bellissima, lo abbiamo detto, era sposa di Pietro Monaco, brigante della Sila, sposato con la sorella di lei, Concetta. Altre fonti riferiscono che con Concetta, il Monaco avesse avuto solo una relazione durata poco tempo. Comunque sia, la Oliverio, uccise per gelosia e per vendetta la sorella, infierendo su di lei con ripetuti colpi d’ascia. A dorso di mulo, raggiunse il marito che fino ad allora vedeva di nascosto e divenne il capo della sua banda. La Oliverio agiva sempre con una ferocia tale da farla temere dai suoi stessi uomini. Trucidava la sue vittime senza pietà infierendo su di loro con colpi di rasoi e di coltelli. Alla morte del marito, fu arrestata e processata a Catanzaro. Contro di lei anche i familiari che l’avevano disconosciuta. Fu condannata a morte, unico caso nei confronti di una donna. La sentenza fu poi commutata in ergastolo. Dopo la sua morte, era facile, nella gente suggestionata o in qualche modo affascinata da una donna, a metà tra crudeli racconti realistici e particolari mitizzanti, sentir cantare queste parole: «la fimmina di lu brigante Monacu moriu, lu cori cumu na petra n’mpiettu avia»


Calabrese di Palmi, anche Francesca La Gamba, che agì prima dell’Unità, durante il decennio napoleonico. Francesca, divenne brigantessa per odio contro i Francesi che le avevano inflitto un indicibile dolore. Madre di tre figli, subì la vendetta di un ufficiale francese rifiutato da lei. L’ufficiale fece accusare i figli di aver fomentato un’insurrezione contro i francesi. I giovani furono processati sommariamente e poi fucilati. Francesca entrò allora in una banda di briganti e quando, in un’imboscata da lei ordita, cadde un drappello di soldati francesi tra cui l’ufficiale a lei acerrimo nemico, Francesca gli cavò il cuore e lo divorò. Non sappiamo se la conclusione della vicenda di questa donna sia stata arricchita dalla volontà di creare un’aureola mitizzante sulle donne briganti, è sicuro però che la ferocia di queste donne gareggiava con quella dei loro compagni di banda.


Fine orrenda quella di Michelina De Cesare, uccisa nell’Agosto del 1868 insieme a tutta la banda Guerra. Michelina era l’amante del capobanda Francesco Guerra che usava l’abilità tattica della donna nelle varie scorrerie di cui erano protagonisti. Il cadavere nudo di Michelina, orribilmente deturpato, venne mostrato in pubblico. L’effetto non fu quello sperato. Nessun timore nei contadini che videro quello scempio o nei briganti che ne ebbero notizia. Il brigantaggio, anche quello femminile, non ne fu minimamente scosso.

 

Storia, Paesaggi e Gente di Calabria, i ricordi di Pietro Ingrao

Jul 092019

 

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STORIA, PAESAGGI E GENTE DI CALABRIA: I RICORDI DI PIETRO INGRAO

"Queste memorie sono in qualche modo la ricostruzione di una vicenda personale e sociale nelle insanguinate vicende del mio tempo. Ma - anche per il memorialista - non è proprio certo che le cose siano andate così, e con tale "ordine" sotteso. L'accaduto forse diverrà più sicuro, quando saranno appurati nessi ed eventi che a tutt'oggi, almeno per chi scrive, risultano ambigui o ancora nel farsi, o ancora troppo personali e segreti. Quell'evento fu cosi, come sta aggrappato nella mia dolce, dolorosa memoria?”

In più casi viaggiatori hanno visitato la nostra regione, attratti da una terra misteriosa e difficile. In altri casi uomini dentro alla storia vi hanno dimorato per qualche tempo quando è stata la storia stessa a sospingerli per forza nell’ultimo lembo d’Italia. In nessun caso, la nostra regione ha deluso il viaggiatore o l’ospite forzato, poiché i luoghi, la gente l’ atmosfera  si sono incaricati di consegnare al viaggiatore o al confinato sentimenti e ricordi, emozioni e insegnamenti.

La retorica non è mai buona compagna dello scrivere, soprattutto quando oggetto dello scrivereè la propria terra che si vorrebbe disancorare dai tanti pregiudizi che ancora resistono su di essa. A far dire, però chi qui è stato, null’altro è dato da aggiungere se non che l’esperienza e i sentimenti   sono stati  vissuti senza filtri e senza pregiudizi.

Pietro Ingrao, nella sua autobiografia, “Volevo la luna” ( Einaudi 2007)   copre un arco temporale dalla fine della grande guerra agli anni 70, e dedica alla Calabria e alle persone incontrate pagine di rara efficacia.

                                                       ***

<Verso la fine di febbraio venne la decisione che io lasciassi Milano e mi trasferissi in Calabria […] Tutto filò liscio- tranne una grande fame- fino alla stazione di Paola. Qui la mia memoria è incerta. […] Di certo nelle prime luci dell’alba salivo su una carrozzella alla stazione di Cosenza, abbastanza disteso nell’animo. Il più era fatto e Cosenza era gradevole in quel limpido mattino meridionale>

Così scrive   del suo primo incontro con la Calabria. Le radici familiari erano repubblicane e garibaldine, la prima formazione giovanile era approdata alla “scelta di vita comunista e all’antifascismo”. E ancora l’amore per il cinema e la lettura di autori come Joyce e Kafka che animavano fermenti culturali aperti verso l’Europa. L’ingresso, giovanissimo, in una struttura clandestina del Partito Comunista a Roma, l’incontro con Laura, “intreccio di ragione e di dolcezza”, quindi, nell’inverno ’42, ’43 l’inizio della clandestinità tra Milano e la Calabria, terra da lui dichiaratamente amata, che lo ospita in tre importanti passaggi della sua vita. Nel 1943 come esule forzato; nel 1949 ai tempi delle rivolte contadine; nel 1970 durante l’insurrezione di Reggio Calabria.

Nell’inverno ’42, ‘43 Ingrao è a Cosenza.

<Alle dieci circa, varcavo la porta dell’officina di Bebè Cannataro che poi conobbi allegro, rumoroso e sfottente […] Quando dissi la parola d’ordine che faceva per me da lasciapassare, quasi non levò il capo […] Poi Bebè mi guardò a lungo e mi chiese: come hai detto? E quasi senza attendere la mia replica, rischiarò il viso>

Dalla città è costretto ai “boschi maestosi” di Camigliatello, nella casa di un gruppo di tagliaboschi. Il giovane Ingrao resta solo nel silenzio della foresta in attesa della sera e del ritorno di quegli improvvisati compagni di vita, semplici e sinceri. E’ singolare per un giovane l’esperienza del silenzio, soprattutto per chi, come lui, è abituato a lunghe giornate affollate di toni e di voci. Eppure i boschi della Sila, ”la trama infinita del fogliame” compiono il miracolo di avvicinarlo ai primordi della natura dove ogni cosa ha un suo ritmo, originale e intatto-

<Iniziò per me un tempo di stupefatta solitudine. I tagliaboschi si alzavano alle prime luci dell’alba per il loro duro lavoro. Io restavo solo con me stesso e con la foresta […] Poi il silenzio vinceva tutto, prendeva i pensieri ed era solo un lungo camminare in attesa del tramonto[…] A me il silenzio grande che a tratti segnava il cielo non dispiaceva: soprattutto mi incantava la trama infinita di fogliame, il suo interno agitarsi sempre per una fonte di cui non si coglieva l’inizio[…] Al tramonto del sabato, io restavo solo in pura compagnia di quelle piante. Non riuscivo a fissare bene […] se quella solitudine fosse un dono, un improvviso e fortunato godimento o il segno di una ferita grave>.

Dalla Sila a Zumpano, in una casa piccola, con un tesoro di carte e la prima possibilità di leggere Gramsci e Togliatti. A tenergli compagnia, in un successivo allocamento, sono i topi, enormi e rumorosi che Ingrao riesce a zittire, un poco, nella notte, accendendo un fuoco per terra, al centro della capanna dove dorme.

La Calabria lo ospita ancora, in circostanze diverse, nel 1949.

Il Mezzogiorno vive una pagina dolorosa a causa delle occupazioni da parte dei contadini, delle terre di cui hanno realmente “fame”. Il moto calabrese culmina con la tragedia di Melissa. La polizia spara sui contadini e due perdono la vita. Insieme a loro, una donna, Angelina Mauro. L’annosa questione meridionale ha immolato altri martiri e, sottolinea Ingrao, sarebbe iniziato finalmente dopo secoli, un percorso in Parlamento verso un lento mutamento nella proprietà della terra.

< I contadini avevano prima di tutto fame di terra, chiedevano terreni da lavorare, da mettere a frutto[…] Per vie intricate i ceti oppressi avevano ormai elaborato letture della vita, codici di comportamento e progetti che ambivano ad incidere sulla struttura della società. Così il 24 Ottobre del 1949 partì in Calabria un moto che era parte consapevole di questo mutamento[…] Partì per il Sud una carovana di giornalisti e di scrittori anche di parte borghese. Ritrovai, con una stretta al cuore quei luoghi singolari e sperduti della Sila che ora già mi sembravano diversi>

E’ Reggio Calabria, la protagonista di altre pagine calabresi.

La città insorge, siamo nel 1970, per la mancata assegnazione del capoluogo regionale affidato a Catanzaro. Ingrao è a Reggio, tiene un comizio ad una folla appassionata e intanto si prepara una grande manifestazione. La vigilia è febbrile: la rivolta è in mano alla destra, i treni che portano i manifestanti al Sud vengono bloccati dall’esplosione di bombe. E’ forte la paura dell’isolamento e di scontri duri e sanguinosi.  Poi, ogni dubbio si scioglie con la massa dei manifestanti, “lunga e impetuosa, perfino allegra”

<Furono eventi che pesarono non solo sulle vicende concrete ma anche sui codici, sui pensieri con cui leggevano il mondo e la storia tempestosa che segnava il nostro secolo>.

Dunque siamo

di fronte ai segni di una passione che non è solo politica ma profondamente umana. Non si spiegherebbe altrimenti la partecipazione cordiale, finanche affettiva, con cui racconta dell’umile gente della nostra terra. Bebè Cannataro, rumoroso e sfottente; Zù Peppino, il dolce vecchio con cui divideva il cibo frugale e asciutto. Uguale è la partecipazione che riserva ai personaggi in vista della politica calabrese, Misasi, Gullo, Mancini.

<Amavo la Calabria quasi quanto il mio paese natio. Era la terra che mi aveva salvato e protetto quando ero braccato dalla polizia fascista. E i monti della Sila, quelle campagne solitarie, […] e più di tutto i silenzi di quelle notti stellate[…] erano per me, ricordi fondativi>

Una bella lezione, un monito non detto ma percepito nei fatti raccontati e nelle azioni, a considerare la vita come impegno e passione, a guardarsi dentro anche nel rumore della gente e nel silenzio della natura, una bella, sincera dichiarazione d’amore alla nostra regione.

GIUSEPPE BERTO- La Calabria, luogo dell'anima

Apr 072019

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<< Gira le alture del Mantinèo   pacifico sentiero/dimenticato alle forche della solitudine/diserta verso il faro e d’improvviso spegne il suo viaggio/ sopra i domini delle agavi e gli intensi blu/ed ecco spalancarsi la scogliera. Alle trasparenti venature s’àncora la casa/rifugio di pietra costruito coi tributi del sogno/. Qui al sonno dei responsi venne Berto/a stendere i tessuti/ad asciugare gli inchiostri e le nuvole del cuore/.Vedo ancora quella figura di eroe decaduto/pupille lanciate più oltre le tende del crepuscolo/mentre va vuotando la sua bottiglia di nostalgia/.Vento del mare che vai empiendo l’aria di sonagli/ferma qui le tue rime/sui profili dello Stromboli e dell’ondulata Lipari/ e col melodico strumento/dolcifica l’ombra che saccheggiò la sua vita/o se ti imbarchi di primo mattino/portalo nelle lodi della tua bocca/. E tu inquieto  e temibile mare/figlio dei gorghi di Scilla e di Cariddi/sciogli le rotolanti spume e rinfrescalo/con le spugne dei tuoi salti blu/. Ora che il giorno s’assottiglia/naufragando all’ultimo confine/un bagliore si spande e addolcisce la sera/ sia lampo di sole o lume di candela//>>.

Il testo è di Francesco Longo, poeta lametino.  Ebbe la fortuna di divenire amico di  Giuseppe Berto, di accoglierne  il sentimento doloroso dell’esistenza che abitava la sua anima e che Berto aveva affidato ad uno dei romanzi più noti del novecento, il Male Oscuro.

 Parliamo della profondità misteriosa del nostro essere, delle pieghe più nascoste della nostra anima, di quanto sia preziosa e inafferrabile la nostra essenza di creature esposte al malinteso, alla tristezza, al dolore come, seppure più raramente, alla gioia.                                                                 ***

<< […] Quella notte, dunque […] decisi che per nessuna ragione al mondo avrei sciupato l’occasione di conoscere quello scrittore la cui venuta in Calabria era tutta circondata di mistero>>

Così, ancora Longo in un racconto sul suo incontro con lo scrittore. Giuseppe Berto era Trevigiano. La morte di Berto avvenne tra l’indifferenza generale e lui che aveva dichiaratamente scritto di considerarsi il più grande scrittore dopo Gadda, cadde in un oblio che avvolge ancora la sua figura e la sua opera. Il 1914 è l’anno della sua nascita, a Mogliano Veneto, provincia di Treviso. Il rapporto col padre, assai tormentato, avrebbe condizionato il suo futuro di uomo e di letterato. Dopo la Laurea, si arruola nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Combatte in Africa e dopo il disastro di El Alamein, nel VI Battaglione Camicie Nere, partecipa alla ritirata dalla Cirenaica alla Tunisia. Viene fatto prigioniero, dopo aver inutilmente tentato di sfuggire agli inglesi sopportando terribili condizioni di vita che accentuavano la naturale malinconia del suo carattere e minavano le sue certezze, fino ad allora granitiche, nel Duce, nella magnificenza della Nazione e nella grandezza del Regime fascista. In Texas, a Hereford, trascorse tre anni durante i quali conobbe la letteratura americana e scrisse “La perduta gente” pubblicato in Italia da Longanesi (dopo il suo ritorno dall’America) col titolo “Il cielo è rosso”. E’ subito successo, grande e internazionale.

                                                                ***

<< Sotto le spente e immobili lanterne dormiva ancora il guardiano del faro, dopo la ronda notturna sul mare, mentre il sole ormai alto sfoggiava tutto il suo fulgore, costruendo lo spettacolo mattutino. Allora, procedendo verso il muretto che chiudeva il piccolo podere, mi affaccio a quel confine, di là dal quale colui che cercavo e che si era volontariamente allontanato dalla riva degli uomini, mi veniva incontro come per antica confidenza; avanzando da quella solitudine a passi lenti come se misurasse la distanza, e, quando mi fu avanti, accogliendo il mio saluto con un assenso del capo, la mia emozione fu così grande che il cuore non trovò appiglio dove ancorare i suoi battiti>>

Sonoi minuti, emozionanti, che accompagnano l’incontro tra Longo e Berto. Nel periodo tra la prigionia in America e questo incontro, lo scrittore aveva pubblicato “Il Brigante” nel 1951. Si era sposato e aveva avuto una figlia nel 1954. Nel 1955, con la pubblicazione di “Guerra in camicia nera”, Berto era approdato ad uno psicologismo umoristico che scardinava i topoi del precedente neorealismo. Ma, soprattutto, si era ammalato di una grave forma di nevrosi per la quale necessitò di lunghi periodi di cure psicanalitiche. La tormentata condizione dell’uomo che cerca gli appigli per non farsi inghiottire definitivamente dal buco nero della depressione e della perdita degli orizzonti di vita trovò il suo sfogo e il suo racconto ne “Il male oscuro”, vero caso letterario e premio Viareggio e Campiello nel 1964. Berto sentiva che il male di vivere che lo tormentava avrebbe potuto trovare sosta e quiete in una terra di sole e di mare, di lontana e limpida innocenza. Così, acquistò un terreno a Capo Vaticano, sulla costa tirrenica calabrese e vi costruì il suo rifugio. Qui, andò a cercarlo Francesco Longo.

***

<<Capo Vaticano a quel tempo non era sotto gli occhi della pubblicità e le poche conoscenze che si avevano, non erano legate all’incanto del suo paesaggio, né si era aperto al turismo di cui non si avvertiva necessità e il viandante che allungò il suo viaggio fino a quel luogo lo trovò brullo, non meno che selvaggio, dimenticato da ogni respiro umano: soltanto la solitudine vi galoppava e il canto del mare che consolava la pazienza dei pochi contadini e pescatori […]>>

 Dunque, Giuseppe Berto, a un certo punto della sua vita, aveva capito che era giunto il momento di fermarsi. Girò, “palmo a palmo tutte le coste dell’Italia Meridionale” e infine trovò il suo Genius Loci, come lo aveva immaginato, “violento e armonioso e non ancora toccato dagli uomini”. Due ettari di terreno incolto. Sotto, la roccia, a strapiombo sul mare. Glielo aveva venduto, per la cifra modesta di 300 mila lire, un certo Nicola La Sorba. Fu un buon affare. Berto non era ricco. Fece un prestito alla Cassa degli Scrittori, prestito che restituì in sei rate. Il 19 gennaio del 1957, firmò il rogito. Il regista Vittorio Sabel, anche lui innamorato del Sud e amico di Berto, sentì la fascinazione di quei luoghi e comprò un terreno confinante con quello di Berto. Fu Sabel che costruì per primo, una casa parallelepipedo bianco, due stanze e un bagno, pronta nel ’58 e che ospitò per qualche anno i Berto. Qui ebbe vita “Il male oscuro”. Berto e Sabel, durante la costruzione della casa, dormivano su una tavola di legno e preparavano a turno i pasti.

 Questo raccontava Angelo Grande, uomo di fiducia di Berto e Ignazio Polimeni, un contadino del posto, gli portava l’acqua a dorso di mulo e Mastro Antonio Lotorto, muratore di buona esperienza, riconoscibile, come altri personaggi del luogo, in alcuni scritti di Berto, lo aiutò nella costruzione di un piccolo locale, in aggiunta alla casa, per la figlia Antonia.

La costa di Ricadi e di Santa Maria non conosceva l’ombra di un turista né di bagnanti locali. Il mare, di una bellezza incomparabile aveva l’unico ruolo di refrigerare gli animali dei contadini e di ripulirli dai parassiti. Berto scrisse di questo in un articolo su “Le Ore” del 27 Agosto 1964 dal titolo eloquente: “ Un fiammante lungomare dove tutta la gioventù celebra la sua libera estate”. Il tono non era clemente e la Calabria ne usciva in tutta la sua misura di arretratezza. Giornali e   intellettuali locali ne ebbero risentimento e per un po’ si accesero risentite polemiche.

Ma di fatto Berto amava quel tratto di costa incontaminato e girava con una Renault 4 per i dintorni e se all’inizio trovava “sgradevole la miseria dei paesi”, se gli ci vollero anni per appropriarsi della poesia di “queste piante aspre e contorte del Sud anche esse quasi annullantesi nel paesaggio”, siamo convinti che a Berto fu proprio quell’angolo nascosto e ancora immune dal chiasso irrispettoso dei visitatori a dettargli l’ispirata necessità di scrivere il suo capolavoro, “Il male oscuro” nel quale, attraverso la dissoluzione delle strutture narrative tradizionali, lo scrittore ripercorreva le strade del proprio malessere, dell’indissolubile legame della propria interiorità col dolore fondo dell’esistenza. Mario Monicelli, nel 1989 ne ricavò un film dalla sceneggiatura affascinante  e con un’intensa  interpretazione di Giancarlo Giannini.

                                                                             ***

<< Era un uomo di alta statura, bello d’aspetto, dall’aria orgogliosa e con un’espressione di sofferenza in volto[…] gli occhi amplificati e dolenti per il passaggio di qualche antica pena, e in quell’ampiezza dilatata si poteva leggere tutta la solitudine di un uomo. Mentre procediamo, rompendo quell’aria pacifica,[…] improvvisamente quel senso di avventura che mi aveva accompagnato lungo il viaggio mi abbandona lasciandomi coi miei dubbi, in compagnia di quell’uomo a cui, forse avevo rotto il disegno del giorno, e al quale, fra poco, avrei dovuto confessare tutte le ragioni della mia venuta […] >>

 << Era qui dunque che viveva, annidato come un’ape nel cuore della rosa ed era un luogo ideale per uno che volesse coltivare la solitudine e nutrire ambizioni di eternità; e certamente era l’origine delle emozioni dello scrittore da quando alle pareti romane, aveva appeso le sue tempeste interiori >>

 Profondamente precise, queste annotazioni, pure se istintivamente ricavate da un primo emozionato incontro. A Francesco Longo non sfuggì, neanche per un attimo, la solennità di quell’incontro, l’empatico riconoscersi in “quella voce calma e solenne”, pur se rimanevano nascoste, al fondo di quell’animo sofferente di antico male, le “ragioni dell’esilio”. E come esiliato Berto viveva in quei luoghi dove era conosciuto come “il professore”. Frequentava solamente  l’osteria di Donna Sabella, forse per le profumate frittate di cipolla che erano la specialità dell’ostessa; andava all’Ufficio Postale e le telefonate le riceveva e le faceva dal luogo pubblico. Lo scrittore, seppure saturnino e poco incline alla confidente familiarità della gente del Sud, ebbe cordiali rapporti con quei paesani umili e affettuosi, il droghiere Michele Laversa, Angelo Grande che si occupò delle pratiche di burocrazia perché la residenza di Berto fosse spostata a Ricadi. Conobbe e frequentò il dottore Mario Rombolà di Brattirò che si prese cura della sua anima in perpetuo dolore. Nel ’58, Berto aveva fatto ricorso alla psicoanalisi. Il professore Nicola Perrotti lo prese in cura salvandolo, come ebbe ad affermare “da un brutto destino”. Berto, da parte sua cominciò ad avvertire che i rapporti tra letteratura e psicanalisi riguardavano lui come avevano riguardato Italo Svevo e l’identificazione con lo scrittore triestino andò avanti per più tempo.                                                                   

                                                                 ***

Potremmo addentrarci nella vita e nelle opere di Giuseppe Berto ancora a lungo tanto lo scrittore presenta aspetti di grande interesse. Potremmo parlare della sua tormentata relazione col cinema, delle  delusioni che gli venivano proprio da quegli stessi ambienti letterari e intellettuali che sembravano non voler riconoscere la sua grandezza, del conflitto tutto letterario con Alberto Moravia, del successo che gli diede fama internazionale. Torniamo, invece, a San Nicolò di Ricadi, patria dell’esilio e del cuore, dove venne celebrato il funerale religioso e dove un semplice, francescano cippo ricorda il suo nome e la data della sua morte. Era il primo di Novembre del 1978. Nell’ultima intervista televisiva, registrata a Capo Vaticano aveva avuto   parole di cristiana ispirazione e alla morte, da “ateo-non” quale si definiva, sembrava non avesse mai pensato.

 

 

 

 

VINCENZO PADULA - Lo Stato delle Persone in Calabria- seconda parte- Il matrimonio-

Dec 302018

 

 

 

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«Il calabrese che nelle scuole si ricorda di essere concittadino di Augusto e nei campi d’essere fratello dei lupi, adopera il diritto lupino […]. Quand’ ella va di domenica alla  Messa e il sacrato è gremito di gente e gli organi suonano e le campane squillano, egli in faccia al sole, in faccia a Dio, in faccia al popolo, irrompe tra le donne come nibbio sopra lo stuolo di colombe, abbranca quella che egli ama; e o la imbianca, o la scapiglia o le toglie la muschera».

Padula ci informa che, nella Calabria del suo tempo, resistono taluni riti nuziali   del diritto Quiritario, ad esempio, quello di simulare il ratto della fanciulla. Rapirla dalle braccia della madre che fingeva grande paura, imbavagliarla con un velo (flammeum), sospingerla   in braccio entro la casa dello sposo che le conficcava una spada nelle chiome a voler ribadire una proprietà acquisita con la spada e da preservare con la spada, erano le scene sequenza tanto consapevoli, quanto necessarie all’imminenza del matrimonio . Sarebbe scontato considerare tali pratiche come lesive della dignità della donna se non vi riconoscessimo i segni di un passato remoto che in quanto possesso della nostra storia sociale e umana prende dignità di racconto-patrimonio da preservare e da tramandare.

Dunque, quell’innamorato che avevamo lasciato in indicibili pene impegnato nella conquista di una fanciulla quasi inafferrabile, ora la imbianca, la scapiglia, le toglie la muschera. Niente di meglio che le parole dello stesso Padula a raccontarci il senso   di questi termini e di questi atti.

«La fanciulla nubile mena in Calabria vita devota e reca in capo un velo di colore scuro: l’uomo dunque le toglie quel velo, gliene sciorina sopra un altro bianchissimo e la donna dicesi imbiancata. La fanciulla nubile porta la chioma coperta […] perché questa selvetta dove amore tende le sue paniuzze è sacra in Calabria; l’uomo le strappa il velo geloso e la donna dicesi scapigliata. La fanciulla nubile […] ha nella parte superiore della gonna tre buchi, in quel di mezzo ella ficca la testa, nei due laterali le braccia, e questi due si chiamano muschere. L’uomo le taglia col coltello queste muschere e la donna dicesi segnata».

Il diritto romano primitivo trova dunque in queste manifestazioni espliciti riferimenti. Principio e ragione della proprietà è la trasformazione, è ciò che l’uomo trasferisce di sé alle cose di cui si appropria, è il prenderne possesso e insieme assumersene il peso e la responsabilità. Tali modi appartenevano alle classi più umili e il nostro autore tiene costantemente in atto la necessità di non usare generalizzazioni che confondano il reale stato delle cose in una regione lontanissima dall’affrancarsi da retaggi che segnavano indissolubilmente i confini tra una società e l’altra. I “signori” usavano un solo modo per appropriarsi della donzella ambita, meno romuleo e meno eroico, e forse proprio per questo meno denso dell’umanità forte del calabrese:

«Indettatasi con l’uomo, la donna l’attende dietro l’uscio di via: l’amante passa, ella tosse, quei se la toglie sotto il braccio, va con lei due o tre volte nel paese e la lascia in deposito in un’altra famiglia».

E i signori la dovevano sapere lunga in fatto di sbrigative e a dire il vero poco eleganti pratiche di acquisizione della fanciulla designata come sposa:

 «Ch’è, ch’è non è? Rosina è volata; i vecchi padri soffiano, l’amante fa lo gnorri, la fuggitiva è reclusa e il paese parla! Si chiama dunque il Notaro, si roga l’atto e figli maschi».

Tutto questo conferma non soltanto la conoscenza che Padula ha della società calabrese del suo tempo ma anche la fine intelligenza delle cose che salda ogni sua analisi degli eventi (che sceglie come tema di argomentazione) alle più sottese ragioni interiori radicate nell’animo del calabrese.

La Calabria di Padula è del tutto libera da qualsivoglia sospetto di commiserazione così come da retorico compiacimento. Parla della serietà che il calabrese affida ad un sentimento tanto importante quanto destinato alla vita intera; il giovane non si innamora al primo sguardo e saggiamente imprende una “severissima inquisizione sul fatto della fanciulla” e tiene conto del comportamento della madre della fanciulla stessa poiché il detto popolare recita: “Dove salta la capra salta la capretta”. Sposa generalmente una sua vicina che le è cresciuta sotto gli occhi e della quale nessuno ha mai potuto dire una sola parola di dileggio. E pensate, cari lettori che la fanciulla che fino a questo punto abbiamo visto nel turbinio di serenate, finti rapimenti, reclusioni obbligate, sia davvero figurante insipida di questi riti? No davvero poiché ella:

« Innanzi di concedere il suo cuore vi pensa e ripensa e consulta il cielo e la terra […] e bella come Pitia nella Grecia, come Sibilla in Napoli,[…]  bella in tutti i luoghi e in tutti in tempi ha detto all’uomo- ”Io sono il frutto della scienza e della morte, mangiane ed adorami”-».

 

 

 

 

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