Il Blog di Anna Stella Scerbo

Uomini e donne del Mezzogiorno: mito, letteratura, storia

Francesco Jovine

May 022018

 

 

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FRANCESCO JOVINE- IL PENSIERO, GLI SCRITTI CRITICI ( prima parte)

 

‹‹ L’umanità di oggi corre senza arresti, come spinta da un pungolo immane e ignoto verso una meta inesistente. E l’assenza del fine fa ricadere la ragione del moto nel moto stesso, ci si muove non per giungere ma per essere veloci, per trovare nel moto l’appagamento dell’ansia che ci spinge a suo capriccio ››.

E’ una verità consolidata. La letteratura meridionale, che del Meridione si occupa, è una presenza, al limite dell’oblio, ai bordi del panorama di autori meridionali che pure continuano ad essere grandi perché hanno abitato la coscienza del Novecento, segnandone i passi e imponendo svolte e novità. Francesco Jovine è proprio uno degli autori sui quali, nonostante qualche importante iniziativa editoriale, è sceso il silenzio.

                                                                    ***

‹‹La  provincia per me è una specie di sogno. Sono venuto via dal mio paese di Guardialfiera a nove anni e nessuno là mi conosceva fisicamente. Fino ai quindici anni, ritornavo là l’estate, per un po’ durante le vacanze, poi, in venti anni, mi avranno visto appena tre volte. Conosco il Molise attraverso i racconti di mio padre e, un po’ per istinto. In me questa terra è come un mistero antico tramandatomi dai padri e rimasto nel sangue e nella fantasia››.

Nato a Guardialfiera(Campobasso) il 9 Ottobre del 1902, ebbe dal padre i primi rudimenti di letteratura e ad uno zio cieco, da cui ereditò la biblioteca, leggeva, durante l’estate, il Muratori o il Galanti. Sappiamo, per averlo scritto Francesco Cerra, suo amico e poeta, “dell’accorato amore che Ciccio aveva per i deboli e per gli umili, quasi un presagio della sua tematica di futuro poeta dell’umile gente dei campi”. Dopo il diploma di maestro elementare, rimase a Guardialfiera per quasi un anno frequentando la biblioteca che il dottor De Lisio gli metteva a disposizione e che gli consentiva di leggere i classici. Furono anni di fervore di studi, soprattutto di filosofia. Al Croce e al Gentile si accostò con uguale interesse. Rimase fedele al Croce e allo storicismo crociano. Si allontanò invece, dall’idealismo gentiliano  non appena gli fu chiaro il legame  tra il pensiero del filosofo e la dottrina fascista, entrambe fortemente antiliberali. Il Fascismo andava creandogli disagi ed egli, per allontanarsi da un clima che sentiva profondamente avverso a sé, chiese e ottenne l’insegnamento all’estero, prima a Tunisi, nel 1937 e ‘38, poi, a Il Cairo nel 1939 e nel ‘40, anno in cui tornò in Italia. Jovine si trovava a fare i conti con la caduta del principio della “funzione sociale dell’arte”, principio  da lui stesso caldeggiato anni prima. Lontanissimo dall’intendere l’Arte come processo innocente che si sforza di dare un nome alle cose, egli disegna la figura di un individuo letterario che non si appiattisce sul reale ed afferma che-

‹‹ Il ritenere di essere fedeli trascrittori di quanto interessa la nostra sensibilità, è un’ illusione. Per sfuggire alla retorica della pura forma, i neo-realisti minacciano di crearne un’altra: quella del puro contenuto››

A Jovine non erano indifferenti né l’attenzione ai moti dell’anima, né la risonanza che questi avevano  nei gesti e nelle azioni quotidiane. Gli apparivano, però, in tutta chiarezza, i rischi legati ad una deriva puramente contenutistica. Probabilmente tale rischio neanche si prefigurava così imminente ed inevitabile dal momento che le espressioni del Neorealismo, contenevano, non una piatta riproposizione del reale, ma la trasfigurazione del reale stesso che ne evidenziasse i tratti più importanti e peculiari. Scrive infatti-

‹‹ Tutti cominciano a convincersi che la realtà fisica ha scarse parentele con l’arte, che è manifestazione di una realtà tutta interna, ineffabile [. . .]. Anche quello che si chiama Neorealismo va inteso in questo senso: le nuove conquiste estetiche non permettono equivoci sul termine. Il richiamo alla realtà è un richiamo alla sincerità; un invito ad essere fedeli alle fonti interne dell’ispirazione››.

 Nel tentativo di conciliare critica estetica e critica storica  Jovine segue  un percorso teorico che da De Sanctis arriva a Gramsci (le sue guide ideali). Del De Sanctis , accoglieva la distinzione tra la morale e l’arte, in quanto “tutto ciò che si è distinto nettamente si può fecondamente ricongiungere”. Il De Sanctis godeva di un rinnovato interesse anche per via della rilettura e della mediazione di Antonio Gramsci.   Jovine, che aveva sostenuto la funzione sociale dell’arte, si sentiva rappresentato dal pensiero di Gramsci,  aveva già aderito all’ idea di comunismo di questo e ne aveva conosciuto gli scritti pubblicati fino al 1949.  Per  Jovine però, la teorizzazione dell’arte non rappresentava la questione principale dei suoi studi e delle sue osservazioni, egli seguiva le posizioni dell’ultimo De Sanctis attento alle componenti realistiche dell’arte e rifiutava le categorie crociane di poesia e non poesia, sicuro com’era che per comprendere un’opera bisogna entrare nella sua struttura complessiva, nella costruzione dei suoi significati  e ancor più recuperare la lezione Desanctisiana che sviluppava, in direzione antioscurantista, l’esperienza del pensiero democratico-borghese.

                                                                             ***

 Jovine era diffidente nei confronti del letterato che in nome di un astratto naturalismo registrava prevalentemente o soltanto gli atti e le reazioni sensibili dei personaggi rifiutando di scandagliare il fondo enigmatico che ne era alla base. Lo era altresì verso gli epigoni dell’Ottocento e verso coloro che gerarchizzavano la letteratura e i suoi generi fondando arbitrarie graduatorie di autori e di opere. Tra il 1941 e il 1942, su “Il Meridiano di Roma” e su “Il Giornale d’Italia” rendeva note le sue valutazioni sull’arte pur senza alcuna pretesa di costruire una teoria autonoma ma evidenziando la sua preferenza nei confronti dei temi e degli autori che privilegiavano la cultura subalterna, le condizioni di gravità sociale del Sud d’Italia e le tradizioni popolari. Egli stesso, scrisse, con attenzione analitica e in senso diacronico, un documento sulla genesi del banditismo che indirizzò a Luigi Russo e che fu pubblicata postuma su “ Belfagor”. Sull’ ”Unità” e su “Rinascita” pubblicò gli scritti politici. Non gli andavano a genio gli “atteggiamenti  fascisti e fascistoidi” di più settori della vita pubblica italiana, né la convinzione, nata  da una “ una boria nazionalistica” e dura a morire, che il nostro paese sia stato il portatore delle più geniali forme d’arte  e  questo, secondo Jovine, avrebbe prodotto una categoria sociale di “velleitari permanenti della cultura”. Anche il rapporto tra “Il Principe” e “Le Lettere” gli fu caro, consapevole e convinto che la libertà degli intellettuali italiani sia-

‹‹ Libertà di più nobile natura, sostanziale alimento non solo del loro lavoro ma della  stessa personalità; è libertà legata alla tradizione greco-cristiana  dell’individualità, della responsabilità della coscienza del singolo che nessun mutamento delle costituzioni  può mutare permanentemente, ma che può avere un suo lungo, oscuro Medioevo››.

 

Francesco di Paola - Il Processo Cosentino

Feb 022018

 

 

undefinedDocumento manoscritto del XVI secolo

<Dixit che sa ipso testimonio como dicto frate Francisco sempre campao santamente et honestamente et che sempre andava scalso de inverno et  de estate, edificava monasrteri sumptuosi et facia miraculi che quasi omne dì concorreva gente infinita e tutti retornavano contenti et laudandose de li miraculi le vediamo fare>

                                                                                   Bartoluccio, pecoraio di Paola. Teste n. 43

 

<[…] Frate Francisco havia grandissima fama  de santu et facia multi e assai miraculi per modo che tutta la provincia corria da ipso per impetrare  gratie per lie loro infirmitati et tutti sende ritornavano contenti et sani sempre perseverando de bono in meglio>

                                                                                     Neapolus De Verallo di Paternò. Teste n.65

 

Ci inoltriamo in una materia che ci intimorisce quasi, consapevoli come siamo della sua importanza e della sua grandezza. Nella stessa maniera, dichiariamo, quanto l’argomento di tale materia ci affascini e come, in tempi così vuoti di spiritualità, ci piaccia su di esso riflettere.

                                                                     ***

Anna di Bretagna, regina di Francia, aveva una figlia, Claudia, affetta da un morbo talmente grave ed ostinato che i migliori medici chiamati da ogni parte della Francia, non ne venivano a capo. La fanciulla era dunque destinata a sicura morte. Non molto tempo prima, papa Sisto IV, aveva richiesto la presenza di un umile frate calabrese al capezzale del re Luigi XI. La regina dunque, lo aveva conosciuto a corte, ma di certo non avrebbe potuto più avere il conforto della sua presenza né la speranza di chiedergli il miracolo della guarigione della figliola, poiché il frate era morto, poco prima che la figlia si ammalasse.

Il frate era Francesco di Paola.

 Era morto il Venerdì Santo del 2 Aprile del 1507 a Plessislès - Tours. Santamente come era vissuto. Non ancora Santo ma ritenuto in fama di Santo. La regina fece un voto. Se Francesco di Paola, avesse guarito la figlia, lei avrebbe invocato il Papa, Giulio II, ad avviare il processo di canonizzazione, facendo raccogliere ogni informazione giuridica e dando l’avvio al processo informativo intorno alla vita e alle opere di Francesco di Paola. Così fu. La regina inoltre incaricò il vescovo di Nantes, cardinale Roberto Guibè, in quel tempo a Roma, di volere supplicare il Papa perché le proprie intenzioni avessero corso.                                                          

                                                        ***

 In Calabria, Francesco Binet, procuratore generale dell’ordine dei Minimi, a nome dell’ordine fondato da Francesco di Paola, inviava costanti suppliche allo stesso Papa affinché avviasse il Processo Informativo prima che si estinguessero, per naturale ciclo biologico, i testimoni dei miracoli di Frate Francesco. Tale pericolo era reale in quanto il Frate ormai dal 1483 era assente dalla sua terra. Al Papa parve dunque giusto emanare il  13 Maggio del 1512 un “Breve” in Calabria e in Francia con cui si istituiva il “Processo Informativo” in tre sezioni per tre diocesi, Cosenza, Reggio Calabria e Tours. I “Processi ” furono tre, il processo Cosentino, il Reggino e quello Turonense. Il Pontefice dava incarico a speciali commissari di raccogliere ogni informazione giuridica utile allo  scopo, sulla vita, sulle opere e sui miracoli di Frate Francesco il Paolano. Sono stati ritrovati, fino ad oggi, una copia del Processo Cosentino e la copia originale del processo Turonense.

                                                                        ***

In Francia, destinatari del “Breve”, furono il Vescovo di Parigi, Monsignor Stefano Poncher,  il Vescovo di Grenoble, monsignor Lorenzo Allemand e il Vescovo di Auxierre, mons. Giovanni Baillet. Il processo, svoltosi a Tours, vide 21 sessioni, dal 19 Luglio 1513 al 7 Settembre dello stesso anno. I testimoni furono 57. Deposero alla presenza dei Canonici Commissari Pietro Chabrion e Pietro Cruchet e del Notaio Giacomo Tillier. Tra i testimoni francesi, un sacerdote calabrese di Paola, Stefano Lancea, rettore della chiesa di San Michele di Roccella, diocesi di Ferrara. Spontaneamente, si presentò a deporre, al ritorno da Santiago Di Compostela.

 In Italia, il “Breve”, fu presentato a Monsignor Giovanni Sarsale, Vescovo di Cariati, e Bernardino Cavalcanti, Canonico Cantore della Chiesa Metropolitana di Cosenza. Così vi si legge -

-<Nos […] per presentes committimus et mandamus ut de et super fama et vita ac miraculis ipsius Francisci in vita eius facti diligenter, fideliter et prudenter, auctoritate nostra inquiratis et de omnia quae compereritis  esse vera sub vestris litteris, clausis vestris sigillis munitis ad nos fideliter referatis seu millere curetis>-

Furono dunque espletate tutte le formalità giuridiche, il 15 Giugno 1512, Mons. Sarsale faceva affiggere sulla porta della Cattedrale di Cosenza, la notizia del Processo Informativo su Francesco di Paola, ordinato dal Pontefice. Invitava chiunque avesse notizie da dare circa la santità del frate, per averlo conosciuto o udito o visto, a presentarsi davanti ai giudici per darne testimonianza. Il 14 Luglio si presentarono i primi testimoni. L’ultima seduta fu a Corigliano Calabro, il 19 Gennaio del 1513. I testimoni furono in tutto 102 e appartenevano ad ogni stato sociale, letterati, nobili, contadini, sacerdoti, muratori. Tra questi, 12 le donne. Il primo testimone fu il barone di Belmonte, Domenico Galeazzo di Tarsia.

<Magnificus Dominus Galassus De Tarsia, baro et dominus Bellimontis, dixit che havendo lo quondam Ser Jacobo suo Padre, in una gamba una posteuma[…] de la quale escia putza et marchea quasi infinita[…] Et avendola curata circa tre a quattro misi, et semper de malo in peggio perseverando cum mortificatione de carne et putza[…] Dicto ser Jacobo, con fatiga se condusse in Paula in uno dì e metzo.[…] Et arrivato alla porta del Monasterio dove abitava Frate Francisco[…] Et in questo vinne lo dicto frate[…] cum vultu pieno di admiratione et compassione et le disse-[…] Andatevinde cum la gratia de Dio[…] et habbiati bona fede al Signore che ve farà la gratia[…]

 Sono solo alcuni stralci della lunga testimonianza del barone Galeazzo di Tarsia che, al pari di tutte le altre, portava alla luce in modo ufficiale e giuridicamente efficace la santità di Francesco di Paola.

                                                              ***

<Franciscus De Rogato, dixit che essendoli nata una posteuma nella gula, uno dì trovau uno uomo da bene de Paterno et vidette questa posteuma nata et lince fici  certi incanti et li impararao certe cannicelle et dapo le orbicasse. Et cussì non potendo guarire per questo, sende andao  dove dicto frate Francisco>

Teste n. 29

<Rausius de Parisio de Paterno dixit che trovandosi ipso testimonio una mattina attratto de la mano et bratza non se possia alzare. La seguente matina sende andao dove dicto frate Francisco ad narrare lo bisogno suo>

Teste n.74

Il Processo Cosentino di Canonizzazione di Frate Francisco de Paula, costituisce, attraverso il racconto e le descrizioni dei testimoni, una fonte di notevole importanza poiché dotata della prerogativa di contenere il vero storico e in quanto tale di fornire dati utilissimi sullo stato della Calabria di quel tempo.

                                                                        ***

Le condizioni igieniche assai precarie, la mancanza di spazi salubri, le conseguenze di lavori eccessivamente pesanti, la malnutrizione, erano le cause che il più delle volte esponevano la popolazione più disagiata a malattie spesso ritenute incurabili. Il “posteuma” del teste 29 era un ascesso tonsillare e ben due medici non avevano voluto intervenire perché convinti che al paziente sarebbe toccata inevitabilmente la morte. Fu Frate Francesco a guidare la mano del chirurgo e a portare a lieto fine la vicenda. “L’attratto” del teste 74 era invece una forma piuttosto diffusa di paralisi che colpiva in pari misura gli anziani e i giovani. I sintomi che insorgevano senza cause apparenti, portavano il malato a deformazioni degli arti fino al completo blocco delle facoltà motorie. Altra malattia, assai temuta, era la lebbra-

<Joannes Varachellus jtem dixit che iavendo ipso testimonio uno frate, quale era stato circa otto anni lebruso et non era remedio alcuno de trovarese per possire lo guarire. Et cussì dicto testimonio lo portò a dicto frate Francisco[…]>

La malattia, di per sé assai temibile, non era nuova per la gente di Calabria. Sfuggivano le cause del contagio che potrebbero ora essere attribuite alla sporcizia diffusa tra la povera gente o, più verisimilmente, ai contatti, per ragioni di commercio, con l’Oriente vicino o alle invasioni turche sui litorali calabri o ai rapporti culturali con altre regioni d’Italia. I testimoni non danno informazioni univoche e la questione, sebbene indagata da più parti non trova soluzione. Dei medici che prestavano la loro opera si ha una conoscenza alquanto precisa e sebbene, si è già scritto, non fossero idonei a curare i mali più complicati( per quell’epoca s’intende), tuttavia pare che fossero conosciuti come persone esperte e famose. I testi danno anche notizia di “multe donne mediche” ma non sappiamo se fossero veramente medici o donne esperte in arti guaritorie secondo prescrizioni rituali di assai vecchia data.

                                                               ***

<Sa da ipso testimonio che è da circa 95 anni che sempre la provincia di Calabria è stata cristiana et vissuta catholicamente et secondo la Ecclesia Romana et cussì la terra de Paola la quale è posta in ipsa provincia de la Calabria et sa per fama che da 100-200 anni che non è memoria dhomo in contrario, dicta provincia et terra de Paula sono stati Cristiani et campati senza nissuna eresia et canonicamente>

Siri Johannes Antoniacus de Paula- Teste n.6

Si è detto sopra, l’ultima ma non certo meno importante ragione che fa del “Processo Cosentino” un’inestimabile fonte di conoscenza dei vari aspetti della realtà Calabria è che vi trovano informazioni utili sulle caratteristiche sociali, religiose ed economiche della Calabria e di Paola . Il teste sopra riportato assicura che Paola sia stata sempre ortodossa e così l’intera regione. Da altri testi veniamo a sapere che la cittadina aveva un discreto porto commerciale e che la tonnara di proprietà di Antonio Aduardo, teste n.42, dava lavoro e  positivamente agiva sull’economia del luogo, prevalentemente agricola. Dalle altre deposizioni vengono alla luce le classi sociali con i loro pesi, le loro afflizioni, le loro arroganze. Che si tratti del marinaio che si ustiona irrimediabilmente con la pece con cui ripara la barca, o di Re Ferrante che opprime la povera gente, ogni riferimento, ogni notizia, è data in assoluta libertà e  veridicità. Su tutti e su tutta la realtà calabrese, la figura di Frate Francesco, “L’uomo di Dio” al quale è stato affidato il compito di dare una risposta a tutti, proprio a tutti i suoi figli, poiché nessuna differenza tra gli uomini coglie  chi ha voce abitata dalla luce divina.

 

Gli Albanesi di Calabria e il Risorgimento- Seconda parte- Il Risorgimento delle donne Albanesi

Oct 202017

 

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Il Risorgimento della Donne Albanesi

 

«Il 16 del corrente mese, nelle ore pomeridiane, pochi forsennati del comune di Lungro, cominciarono a percorrere l’abitato con grida sediziose incitando quella gente a fare altrettanto. Fra essi Vincenzo Stratigò si diè ad arringare la popolazione ed alcuni suoi complici si condussero nel vicino comune di Firmo con lo stesso reo intendimento, ma fu vano il loro tentativo venendo assai male accolti da quegli abitanti. L’ordine fu ristabilito immediatamente all’arrivo del Sottintendente del Distretto e dalla forza di pochi gendarmi. Otto dei principali colpevoli sono già in prigione».

Questo si trovava scritto sul borbonico “Giornale delle due Sicilie”, nel numero 156 del 19 luglio 1859. La sommossa, una delle tante nei paesi albanesi, finì con un fitto numero di arrestati,(falsa, la notizia di soli 8 arresti) tra i quali molte donne. Riparte da Lungro il nostro breve viaggio lungo il Risorgimento degli italo-albanesi di Calabria. Lo Stratigò, di cui si dice sul giornale borbonico, fu un fervente patriota e soldato garibaldino. Nella tarda primavera del 1848, egli, insieme ad altri patrioti, tra cui Domenico Damis, i fratelli Alessandro e Domenico Mauro,Vincenzo Luci, Luigi Raffa, diede vita ad una rivolta contro il regime borbonico della quale facevano parte oltre tremila uomini, quasi tutti albanesi. Altri  volontari si raccoglievano intorno al nizzardo  generale Ribotti, già al servizio della rivoluzione siciliana dello stesso anno e che avrebbe, per aver portato la rivoluzione in Calabria, sofferto il carcere. Ferdinando II, intanto non  aveva perso tempo e la sua offensiva si andava concretizzando con l’invio di 2500 uomini sotto la guida del generale Busacca. Questi non tardò a comprendere che i due campi di Spezzano Albanese e di Campotenese si andavano rafforzando e che era urgente attaccare.

Si mosse così segretamente verso Spezzano mentre i volontari dormivano. Furono proprio le donne di Campotenese a svegliarli, bussando a tutti gli usci delle case dove erano ospitati. Il 22 di Giugno, si accese una feroce battaglia e per dare al Ribotti il tempo di riorganizzarsi, furono le donne albanesi a sostenere il primo urto, usando spiedi e coltelli da cucina mentre ragazzi e bambini lanciavano sassi. Molte di esse trovarono la morte. Dopo alterne vicende, le cinque compagnie di albanesi, comandate da Stratigò, Damis, Mauro, Baratta e Pace,valorosi e indomiti eroi, si lanciarono contro il nemico. Il Generale Ribotti aveva tradito la loro causa. La sconfitta fu durissima. Troppo impari le forze in campo. Durissime anche le pene inflitte. Dunque questi, per grandi linee i fatti del 1848.

Ritorniamo ad un decennio dopo dal quale il nostro scritto ha preso l’avvio, perché l’intento è quello di consegnarvi non solo l’apporto degli albanesi all’Unità d’Italia ma anche di porgervi figure femminili, fiere del loro essere parte attiva della stessa causa e pronte a patirne le conseguenze. Vincenzo Stratigò, di cui s’è detto, non fu solo un patriota ma anche un poeta di una certa levatura che si esprimeva, da emancipato meridionale, a favore del voto alle donne e che dedicò numerosi versi alle donne dei suoi luoghi ammirandole per “la fortezza dello spirito e la bontà del cuore”.Nel componimento “Una madre ed un figlio” così raccontava-

«Durante il periodo del carcere, il figlio fece pervenire alla madre una lettera che le mandò a mezzo di un uccello. Questo, con uno sbatter d’ali, fece cadere la lettera davanti ad una giovane pianta d’ulivo, simbolo della pace […].La mattina seguente la madre la raccolse[…] La lettera diceva che il figlio sarebbe tornato a casa quando il cerro avrebbe prodotto noci, il sambuco fichi e quando ella avrebbe cucito una camicia con i fili dei suoi capelli e l’avrebbe lavata con le sue lacrime»

I riferimenti patriottici sono evidenti e la donna destinataria della lettera  era la propria madre Matilde Mantile, nobildonna napoletana, andata in sposa ad Angelo Stratigò  giudice di Lungro. La vita di questa donna corre parallela a quella dei suoi numerosi figli, di cui tre maschi, Vincenzo, Giuseppe e Demetrio, perseguitati politici. Fu certamente lei, e ne è prova un intero libretto di sonetti e componimenti vari che Vincenzo le dedicò, a infondere l’amore di patria ai giovanissimi figli. Dunque, nel 1859, Vincenzo Stratigò, nella rivolta del 16 Luglio, dal balcone del suo palazzo incitava gli abitanti di Lungro a impugnare le armi e ad andare incontro a Garibaldi, di passaggio in Calabria in direzione di Napoli. Donna Matilde, era con i rivoltosi. “L’azione generosa”, così la definì lo Stratigò fallì e la donna insieme a Giuseppe e Demetrio fu incarcerata. Dalle carceri scriveva  a Vincenzo, l’unico ad essere sfuggito all’arresto,

-Io sono nelle prigioni di Lungro insieme ad altre donne[…] La causa è santa e per questo io soffro e voglio morire per risuscitare nel cuore dei giusti e nel regno di Dio-

La Mantile non è sola a mostrare quanto una donna possa gareggiare in coraggio e forza con gli uomini.

Tra le donne di Lungro vi è anche Lucia Irianni, madre di Domenico Damis, del quale si è già detto. La Irianni, di aperte idee liberali,volle che i figli studiassero, prima nel collegio di S. Demetrio Corone, poi all’Università di Napoli. A questo scopo, impiegò gran parte del patrimonio familiare che si ridusse ulteriormente ogni volta che pagò le multe e i processi non solo dei  suoi figli ma anche di altri giovani patrioti Lungresi. Quando il figlio Domenico, latitante in casa di un’altra coraggiosa donna,  Maria Cucci, fu scoperto e passò con i gendarmi davanti alla propria casa, Lucia Irianni e le figlie Giovannina e Anna, attesero dal balcone che Domenico passasse. Non piansero e non urlarono. Lanciarono su di lui confetti e petali di fiori come fosse un corteo di nozze e cantarono auspici e auguri, affinché avesse termine, finalmente, la tirannide borbonica.

Con questa bella, confortante immagine, concludiamo, il nostro viaggio nel Risorgimento degli Albanesi. Ci attendono altri personaggi, altre storie, altri esempi della bellezza, quando c’è, dell’universo umano di noi calabresi.

 

   

    

GLI ALBANESI DI CALABRIA E IL RISORGIMENTO D'ITALIA (Prima parte)

Sep 112017

 

 

 

 

 

Gli Albanesi di Calabria e il Risorgimento d’Italiaundefined

 

«Garibaldi, grande prode in camicia rossa/eguaglia il nostro Scanderbeg/perché quando con fierezza/impugna la spada/quale folgore brucia e squarcia/».

C’è un popolo che sopravvive da più di mezzo millennio in 41 comuni e 9 frazioni dell’Italia Centro Meridionale con oltre centomila abitanti e che nella nostra storia di calabresi ha un posto preciso e un ruolo importante. Sono gli albanesi d’Italia e non vi è paese dell’Arbëria in Sicilia o in Calabria, fondato nella seconda metà del xv secolo, da profughi provenienti dall’Albania occupata dagli Ottomani, che non abbia contribuito, con foga patriottica più volte segnata da esiti tragici, alla costruzione di quel grande progetto politico che fu l’Unità d’Italia.

 Perciò, abbiamo preso in prestito i versi del poeta Zep Serembe di San Cosmo Albanese, per introdurre storie  solo apparentemente marginali all’interno della grande storia del Risorgimento. E’ vero che alla tutela e alla conservazione di questo pezzo importante della cultura meridionale sono state dedicate poche cure quali la legge del 15 Dicembre del 1999 e taluni aiuti per la conservazione della lingua arbëreshe e altrettanto vero è che demograficamente i borghi di origine albanese si stanno svuotando dei loro abitanti, come ha recentemente sottolineato lo scrittore Carmine Abate, nativo di Carfizzi, paese albanofono. Ma, a fronte di queste scoraggianti note, bisogna riconoscere che gli albanesi d’Italia hanno resistito a secoli di tentativi di assimilazione e forse non è esagerato il paragone portato tra la loro longevità culturale e  il grande solitario Pino Loricato, sempre dato in via d’estinzione e ancora ostinatamente impavido sulle pendici del Pollino.

Dunque gli albanesi di Calabria, rileggono la storia del Risorgimento con spirito ben diverso dai rimanenti calabresi ai quali il Risorgimento stesso appare ostile e contrario a loro; gli albanesi di Calabria, al di fuori di ogni retorica, vanno fieri del contributo di forze e di sangue fornito alla causa d’Italia.

Il Collegio di S. Adriano, in San Demetrio Corone, era stato il centro della Carboneria. Il più grande poeta albanese, Girolamo Di Rada, scrive nella sua autobiografia come, sotto la tutela compiacente del vescovo-presidente Mons. Bellusci, accanto ai libri obbligati e a quelli di ispirazione religiosa, se ne diffondessero altri che propagavano le nuove idee. Il Collegio, nominato da Gioacchino Murat, con decreto del 1810 e successivamente del 1811,”Liceo delle tre Calabrie” era decisamente malvisto dai Borbone che lo definivano “l’officina del diavolo”.

Più in là negli anni, durante i massacri cosentini in cui trovarono la morte i fratelli Bandiera, vennero condannati a morte 21 giovani tra i quali ben quindici erano albanesi. Tra questi, fucilato l’11 luglio 1844 alle ore 22, Raffaele Camodeca di 25 anni. Nel furore patriottico dei suoi giovani anni affrontò la morte gridando:

E’ questo il più bel giorno della mia vita, viva l’Italia”.

La stessa sorte avrebbe dovuto seguire Antonio Raho di Cosenza che preferì darsi la morte col veleno. I condannati avevano discusso se fosse più glorioso, per la Patria, consegnarsi al boia o finire per mano propria. Furono proprio i giovani condannati albanesi(così raccontano le cronache dell’epoca)a  ritenere onorevole consegnare la propria vita al nemico e non sottrarsi ad esso tramite il suicidio.

Nel 1856, Agesilao Milano, di San Benedetto Ullano, soldato nell’esercito borbonico, tentò di uccidere re Ferdinando II. Il suo fu un processo sommario e irregolare conclusosi  con la condanna a morte. Di lui Domenico Cassiano, uno dei maggiori studiosi arbëreshe contemporanei, scrive:

«Il ragazzo pregava ad alta voce, baciava il Crocefisso e ripeteva in continuazione ”viva Dio, la religione, la libertà la patria"»

e un testimone, ripreso da Cassiano, raccontò:

 «Agesilao salì animoso il patibolo e si compì la giustizia umana ma in modo così barbaro e crudele che il popolo mandò un grido d’indignazione e quasi minacciava di sollevarsi al punto che i gendarmi impugnarono le pistole e gli svizzeri già apparecchiavano a caricare il fucile. Durò un quarto d’ora l’agonia del condannato e dopo, anche il suo corpo venne indecentemente maltrattato dal carnefice».

Nel libro ”Il tenente generale”di  Giuseppe Martino si racconta di un altro giovane albanese, Pier Domenico Damis( di cui il Martino era parente). Il Damis fece parte dei movimenti irredentisti del 1844, del 1847 e del 1848. Costretto ad una latitanza di tre anni sulle montagne, stanato e imprigionato, fu  imbarcato per ordine dei Borbone per il Sud America. Di certo non mancò di coraggio se con altri 66 prigionieri  dirottò la nave verso l’Inghilterra, riuscendo per tempo ad imbarcarsi per Quarto e partecipare alla spedizione dei Mille da Marsala al Volturno.

Concludiamo questa “carrellata”con i 500 abitanti di Lungro che si unirono alla marcia garibaldina su Napoli, dopo avere inviato al condottiero uno scritto, prova della loro devozione alla causa dell’Unità e della loro fervente ammirazione per l’eroe dei due mondi:

«Essere straordinario, le nostre lingue non hanno parole come definirti, i nostri cuori non hanno espressioni come attestarti la nostra ammirazione. Un popolo intero ti acclama, liberatore della più bella parte d’Italia».

I VALDESI DI CALABRIA - Seconda Parte

Apr 042017

 

 

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-Tanto amo Madonna e l’ho cara,

e tanta reverenza e soggezione ho per lei,

che di me non ardii parlare mai

e nulla chiedo da lei, nulla pretendo.

Ma ella conosce il mio male e il mio duolo

E quando le piace mi benefica e onora,

e quando le piace io sopporto la mancanza dei suoi favori,

perché a lei no ne venga biasimo.

Mi meraviglio come possa resistere

Che non le manifesti il mio talento:

quand’io veggo Madonna e la miro,

i suoi begl’occhi le stanno così bene!

A stento mi tengo dal correre a lei.

Così farei se non  fosse per timore,

che mai vidi corpo meglio modellato e colorito

agli uffici d’amore così tardo e lento-

 

 Ancora una lirica Provenzale, o meglio due ottave di una lirica provenzale. L’autore è Bernart  De Ventadorn poeta di grande importanza nella tradizione troviera nella Francia Settentrionale. Grande diffusione ebbero le sue melodie tanto da risultare il più imitato e da avere influenza persino sulla letteratura latina. Nel 1215 il dotto Buoncompagno di Bologna nella sua Antiqua Rhetorica scrive: “Quanta fama legata al nome di Bernard De Ventadorn e quanta maestria nelle sue cansons e nelle sue dolci melodie gli riconosce tutta la Provenza”.

E’ giunto il momento di svelare, per quale motivo, la poesia provenzale abbia in qualche modo a che fare con i Valdesi e le loro migrazioni verso terre italiane (questo riguardò anche gli Albigesi dopo la crociata indetta da Papa Innocenzo III nel 1208 che li sterminò in parte e, in parte li obbligò a cercare nuove residenze). La poesia era esperienza elitaria, esercizio intellettuale e prodotto di rielaborazione degli elementi che costituivano non solo la corte e la vita dei suoi funzionari ma l’intero tessuto sociale dei tempi. Gran parte della produzione, peraltro non vasta, era sconosciuta ai più. Tale carattere, in un periodo storico di scarsa comunicazione tra  regni e  territori d’Europa, avrebbe di certo lasciato la poesia Provenzale entro i confini geografici che le erano stati assegnati, se Albigesi e Valdesi non si fossero mossi verso l’Italia Settentrionale, prima e nel resto della penisola, con varie cellule disseminate un po’ dappertutto, dopo.

Questo fenomeno di transizione, interessante dal punto di vista sociale, economico e soprattutto religioso, fu  anche fenomeno di cultura.  Popolazioni inquiete, divennero, per necessità, il tramite della diffusione di elementi di poesia che condussero a stili e contenuti diversamente elaborati, quale la rarefatta poesia della Scuola Siciliana.

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Il re di Napoli, Ferdinando d’Aragona ( 1424- 1494), confermò i diritti ordinari e ogni strumento giuridico già assegnati dai signori locali ai Valdesi. Fu così che i Valdesi ebbero terra, lavoro e soprattutto tolleranza. Non per sempre.

Nel 1517 il monaco agostiniano Martin Lutero, diede il via, in Germania, a un vasto movimento delle coscienze che mal tolleravano lo stato di corruzione della Chiesa di Roma. L’Europa cattolico- cristiana ne fu scossa dalle fondamenta. Nessuna scomunica, nessun sommovimento popolare, come la rivolta dei contadini ( 1524- 1526) finita nel modo più cruento, nel nome di Lutero che se ne lavò le mani, con l’uccisione di 6000 di loro, riuscì a fermare il diffondersi del Protestantesimo. I Valdesi, ufficialmente aderirono al movimento nel 1532, in occasione del Sinodo Generale di Chanforan, in Val d’ Angrogna, valle del Piemonte abitata in prevalenza dai Valdesi stessi. Non ci volle alcuno sforzo perché i Valdesi di Calabria facessero propri i dettami del Concilio. Nessun nascondimento, ormai, del proprio credo religioso, l’adesione anche al Calvinismo, forse più vicino alle logiche dell’operosità Valdese, fu piena e convinta. I pastori, giungevano dalle valli e indottrinavano le popolazioni ormai pronte a una professione di fede che tanti punti in comune mostrava con la loro antica e più elementare tradizione religiosa. Da Guardia Piemontese, nel 1558, fu inviato a Ginevra, con largo e  generale consenso, Marco Uscegli, personaggio di spicco, perché si attivasse a far scendere in Calabria nuovi Pastori. E da Ginevra  insieme allo stesso Uscegli, e ad altri fratelli, giunse anche Gian Luigi Pascale. Coinvolgente fu la sua predicazione e ben accetta dai coloni che videro in lui una sorta di inviato del Signore a dare il crisma della legittimità e dell’ufficialità alla loro dottrina. I signori del luogo, fino a quel punto tolleranti, mostrarono di non gradire quanto stava avvenendo e un certo marchese Spinelli, nel motivato timore che potesse intervenire il Santo Uffizio ( a nessuno sfuggiva di quale natura sarebbe stato l’intervento), prima li esortò ad abbandonare luoghi e predicazione, poi, di fronte al loro rifiuto assai netto, li fece arrestare. Gli abitanti di Guardia non restarono a guardare. Informarono il viceré di Napoli di soprusi nei loro confronti e, botta e risposta, il Marchese denunciò come eretici, allo stesso Viceré, i Guardioli, chiamati così dalla lingua Occitanica da loro parlata, il “Gardiol”

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3 Giugno1561

<<In quei giorni si diede fuoco alle case di Guardia, si abbatterono le mura e si tagliarono le vigne. Nei primi undici giorni del mese di Giugno, ben duemila persone furono uccise ma non bastando “si volle dare il formale esempio”. I prigionieri Guardioli stavano chiusi ammucchiati dentro una casa. La mattina dell’undici venne il boia a pigliarsi una ad una le vittime. Trattone quello che gli capitava tra mano, gli legava una benda sugli occhi e menavolo in un luogo spazioso poco distante da quella casa. Qui, fattolo inginocchiare, con un coltello gli tagliava la gola e lo gettava da parta cadavere o agonizzante com’era. Ripresa poi quella benda e quel coltello, su tutti gli altri ripeteva la stessa operazione. In quest’ordine furono sgozzate ottantotto persone>>.

 Così riferisce e se ne conserva scrittura, un cronista di Montalto. L’epoca della tolleranza, era definitivamente chiusa. Il clima pesante dell’Inquisizione si estendeva anche ai margini della penisola e ogni pratica o semplicemente sospetto di eresia finiva nella repressione più crudele. Un anno prima, Pascale Uscegli e gli altri fratelli erano stati trasferiti dalle carceri di Cosenza a quelle di Napoli e poi a Roma. Prima esortati, quindi minacciati, non ebbero esitazione a confermarsi nella propria fede.  Gian Luigi Pascale fu impiccato a Castel Sant’Angelo, il 16 Settembre dello stesso anno. Il suo cadavere fu bruciato. Dei rimanenti fratelli non si hanno notizie ma, viste le intenzioni di Santa Madre Chiesa, è lecito non dubitare sulla loro fine. Il Grande Inquisitore, il Cardinale Domenicano Michiele Ghislieri ( sarà pontefice col nome di Pio V e poi sarà Santo), esortava i governatori delle Province ad essere inflessibili nell’estirpare la mala pianta dell’eresia. E così fu. Delle colonie Valdesi, rimase solo quella di Guardia. Secoli dopo, nella Lettera Apostolica “Tertio Millennio adveniente” del 10 Novembre del 1994, ad opera di Giovanni Paolo II, veniva dichiarata la responsabilità delle Chiesa i questi, come in altri fatti di intolleranza e di repressione-

<<Un altro capitolo doloroso, sul quale i figli della Chiesa non possono non tornare con animo aperto al pentimento, è costituito dall'acquiescenza manifestata, specie in alcuni secoli, a metodi di intolleranza e persino di violenza nel servizio alla verità>>

Il 22 Giugno 2015, nel Tempio Valdese a Torino, il mea culpa di Papa Francesco -

<<Vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che nella storia abbiamo avuto con voi; in nome del Signore perdonateci>>.

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