Il Blog di Anna Stella Scerbo

Uomini e donne del Mezzogiorno: mito, letteratura, storia

VINCENZO PADULA - " LO STATO DELLE PERSONE IN CALABRIA" Prima Parte

Nov 132018

 

undefined"Amiamo la patria, e chi lo nega? Ma il nostro è amore poetico, mette radice nelle memorie dell’infanzia, negli amori della giovinezza, ha per obiettivo la natura fisica del luogo natale, i monti, le vie, gli alberi, le fontane,[…]è un istinto simile a quello che riconduce la rondine al medesimo nido […] ma non è virtù, non è amore politico, non è amore razionale che guarda il decoro, la gloria, l’immegliamento morale ed economico del paese nativo”-

 Queste affermazioni sono tratte da “Lo stato delle persone in Calabria”, prima inchiesta sul Mezzogiorno dopo l’Unità d’Italia. Si tratta di una raccolta di articoli apparsi prima sul “Bruzio”, periodico bisettimanale della città di Cosenza, e poi raccolti in un’unica opera. Vincenzo Padula, che del Bruzio fu direttore e redattore nel periodo 1864-1865, ne è l’autore. Di lui, personaggio di certo noto, ci piace riproporre la vita mossa da forti passioni, il suo pensiero politico, le sue opere ”dotate di valore letterario tale da farle sopravvivere al periodo in cui furono pubblicate”. Sacerdote, patriota, letterato, studioso e relatore antropologicamente e politicamente attento, profondo e arguto della realtà di Calabria, Vincenzo Padula nacque ad Acri, il 25 Marzo 1819. I Padula vi erano giunti al seguito del principe di Bisignano, del quale il nonno, era maestro di casa. Ordinato sacerdote, nel 1843, nel Seminario di San Marco Argentano, sembrava essere destinato ad una tranquilla esistenza di prete o di insegnante ma, come scrive “Sharo Gambino”,

-Rivelandosi presto d’una tempra insolita nella classe clericale del tempo, la quale ossequiava i potenti ed accettava, con spirito veramente poco rispondente alla parola di Cristo, che la loro autorità si risolvesse a danno degli umili, il Padula, coi suoi scritti, si schierò apertamente e coraggiosamente dalla parte del popolo sofferente di miseria e di ogni sorta di abusi e per questo suo atteggiamento fu perseguitato, processato, minacciato di morte ed impedito finanche di tenere lezioni private. Pur tuttavia egli non si piegò mai”.

Tempra fortissima dunque, quella del giovane sacerdote Padula, impegnato a recuperare i principi di una giustizia evangelica sistematicamente tradita nella società del tempo, nella quale gli sfruttati erano, a suo vedere, “Cristi Crocefissi”. Egli rivendica “i diritti conculcati, intima agli usurpatori del Demanio che lascino le terre usurpate”. Le conseguenze della sua aperta avversione nei confronti della borghesia terriera della zona di Acri non tardarono a farsi sentire. Dopo il fallimento dei moti risorgimentali mazziniani, incriminato di sedizione e di aggregazione a banda armata, fu aggredito da un manipolo di riottosi pagati dagli stessi latifondisti della zona. Era il 25 Settembre del 1848 e il più giovane dei suoi fratelli, Giacomino, morì di percosse dopo essere accorso in suo aiuto. Da questo evento la vita di Padula rimase segnata per sempre. Più di una volta venne inquisito e più di una volta incarcerato, costantemente ricercato dalla polizia borbonica, persino accusato di aver partecipato all’attentato alla vita di re Ferdinando di Borbone avvenuto nel 1856 . Dopo il ’60 Padula fu parte attiva del moto storico della lotta contro i baroni nuovi, i ladri di terre.

E’ un lungo periodo di straniamento, quasi una condizione di sradicamento quella che visse andando per varie località della Calabria e in altre parti d’Italia. La lealtà e la passione unitaria furono sempre estreme in Padula che nel 1861 abbandonò Napoli. Qui aveva partecipato al giornale “Il Progresso” ma lo aveva abbandonato in quanto, egli sospettava, essere coinvolto in tentativi di restaurazione murattiana.  In questo periodo della storia d’Italia, il nuovo Parlamento ebbe per più legislature Francesco De Sanctis come Ministro della Pubblica Istruzione. Fu grazie al suo interessamento che ottenne l’incarico nel Liceo di Cosenza sottraendosi così alle indigenti condizioni economiche in cui versava.

In questa città fondò “Il Bruzio”,  bisettimanale  politico la cui direzione egli ebbe negli anni 1864-65 anno in cui il giornale fu costretto a chiudere perché, ipotizza Carlo Muscetta, al Padula vennero delle serie minacce. Il giornale esprimeva le qualità artistiche e morali di Padula e si faceva portatore di più voci, di più risentite battaglie, che superavano i confini della singola posizione del nostro. I sostenitori del blocco agrario, tra i quali un certo Martire gli intentarono un processo che colpì anche un altro patriota, Guicciardi, volontario nel ’48. Lo Stato non si impegnò col Padula nella lotta contro gli usurpatori di terre e questi, vittima dell’imboscata giudiziaria, chiuse il Bruzio, ma non arretrò, come qualcuno ebbe modo di sospettare, sulle sue posizioni.

Nel 1866 tornò a Napoli e da qui all’Università di Parma dove dal 1878 insegnò Lettere Latine nelle quali eccelleva. Malato, trascorse gli ultimi anni della sua vita ad Acri dove si spense l’8 Gennaio del 1893. Battagliero anche in materia ecclesiastica, non nascondeva a nessuno, anzi lo sottolineava nei suoi scritti, che il rinnovamento e la modernizzazione della vita sociale e civile dell’Italia dovesse necessariamente passare dalla riforma della Chiesa Cattolica. La gerarchia ecclesiastica, a suo parere, si sarebbe dovuta affrancare dall’autorità eccessiva che il Vaticano esercitava sui vescovi  la cui elezione sarebbe dovuta toccare al popolo.

 

 

"Lo Stato delle persone in Calabria”: I RITUALI DEL CORTEGGIAMENTOundefined

 

 

«O rosa vermiglia, io fui il primo ad amarti, […] un’ora che non ti veggo mi pare un anno; un anno a stare con te, mi parrebbe un sol giorno».

Nella sua opera più conosciuta, “Lo stato delle persone in Calabria”, Padula compie un’operazione di notevole peso culturale, sia che la si consideri da un punto di vista antropologico, sia che le si affidi il ruolo, globalmente riconosciuto, di inchiesta sul Mezzogiorno d’Italia.

In questa poderosa opera, un capitolo è dedicato alla “donna” e dunque all’amore e alle usanze assai nutrite dell’animo calabrese che accompagnano le fasi del corteggiamento. I nostri lettori si troveranno di fronte a pagine antologiche che hanno verità di storia e che ci riportano ad un mondo scomparso di cui fedelmente Padula offre la misura dei sentimenti che lo sorreggono e nello stesso tempo testimoniano la profonda cultura letteraria del nostro autore.

Nel capitolo di cui s’è detto, la prima parte è dedicata all’infanzia dei maschi e delle donne che fino ai sette anni vivono-

- « confusi, comune il salto, la lotta, il gioco e il maestro […] -sii mio compare-, dice la ragazza al ragazzo[…]ed entrambi vestono a guisa di bambino un fascio di puleggio e lo battezzano o nel giorno di San Giovanni si mandano un regalo di fiori»-

Padula sa che quanto riporta ha uno straordinario valore umano e sentimentale e definisce tali costumi metafore e poesia e alla maniera di Leopardi distingue un’età primitiva, ingenua, non corrotta, non ancora divenuta prosa.

Più avanti il suo sguardo si posa sui modi dell’adolescenza e della giovinezza e di uno sguardo divertito si tratta se egli afferma:

«Attente o madri! Fratelli, caricate gli schioppi. Potrò io descrivere l’amore di Calabria? I ruggiti dei leoni, i combattimenti dei tauri quando vanno in caldo sono immagini troppo sbiadite delle tempeste che scoppiano nel petto irsuto dei giovani calabresi».

 Padula non tace della diffidenza che i genitori e i fratelli della giovane che viene  richiesta nutrono nei confronti del focoso pretendente. A lui non resta che aspettare pazientemente di vedere l’amante solo pochissime volte e senza alcun contatto. E’ una forma d’amore rusticano alla maniera provenzale ma qui la corte è fatta da contadini e non c’è filtro di letteratura; qui è tutto reale, tutto concretamente vissuto e sofferto e ci sorprendono, condizionati come siamo dalla comunicazione d’amore via internet, le parole delle serenate che il giovane contadino calabrese canta sotto le finestre della sua bella:

«Le tue bellezze sono tre montagne d’oro e le tue braccia due candelabri d’argento. Vorrei morire schiacciato sotto quelle tre montagne, vorrei essere la candela di quei candelabri e consumarmi».

Più soavi, meno sacrificali le note d’amore che ripensano atmosfere d’Arcadia:

«Io per te stendo il passo, per te lo ritiro, per te cammino di notte […] Oh belle fanciulle che filate al sole, ov’è la vostra compagna?--“Ella dimora, o giovane brunetto, sotto quella parte di cielo dove non è nube”- Come campo pieno di pecore nere il cielo era pieno di nuvole nere, un solo punto vi era azzurro e sereno come la tua pupilla quando guarda la mia».

Sanguigno e carico di umore di vendetta contro un rivale semplicemente immaginato nella furia d’amore non corrisposto è il seguente passaggio di una serenata di tutt’altro tono:

«Tu sei un garofalo ed il mio sangue servirà ad innaffiarti. Altri ti ama, altri canta sotto le tue finestre. Dovrò patirlo? O uccido o sarò ucciso. La cosa più dolce è morire scannato innanzi alla porta dell’ amante […] Oh mia fanciulla, a mezzanotte tu sentirai grida e bestemmie e voci di gente che diranno - Buoni cristiani, aprite le finestre e sporgete le lucerne che qui è un uomo ferito- e all’alba tu vedrai il sangue sulla strada […]».

L’energia e la focosità del contadino calabrese sono pronte a qualsiasi vittoria come a qualsivoglia disfatta. Se sarà rifiutato, dopo tanto cantare e insisterà nel corteggiamento, prima lo si metterà amichevolmente sull’avviso, poi gli si fracasserà la chitarra e infine, se continuerà a fare lo “spasimato”, sarà un “lampo di siepe”a farlo smettere per sempre dove per lampo di siepe si intende “ un bel colpo di moschetto che un uomo appiattito dietro una siepe, manda ad altri nel petto”. Ci sarà una conclusione a questo ondivago muoversi di parole e di gesti ora con accenti e toni adoranti ora con foghe di sangue? Il gioco d’amore in fondo è questo, ha in sé ogni costanza di attesa quanto ogni possibilità   di conclusione.

 

 

 

LUANA FABIANO "L'autunno negli occhi"

Aug 252018

 […] È così sporco il mondo:undefined

ha lenzuola annerite

che hanno perso l’amore

cenci stanchi di spolverare

di asciugare il dolore.[…]

 

[…] Hanno occhi accecati

i figli della guerra

da un sole che cola

sulla città sbriciolata […]

 

Il Poeta sa che forze  disgregatrici agiscono da sempre all’interno della storia umana avverte  la distopia di un mondo votato alla perdita di ogni orizzonte di senso.  Di fronte ad una vera e propria crisi dell’interiorità,  di fronte  a valori che ancor prima di trasmutarsi  si inabissano nel nulla, egli cerca una direzione sicura verso un fine di  salvezza e di integrità.

                                                                                   ***

 

 […] Fiuto le sottrazioni

le sento ancora tutte addosso

prepotenti.

Eppure, scavando

al fondo dei desideri

ho trovato due aquiloni

ripiegati nelle scarpe.

Ho sperato così

di ricongiungere i nostri fili […]

 

 Il Poeta impiega la vita a lasciar dire le cose per non lasciarle, invece, al caso o alla dimenticanza. Scopre che la poesia, indissolubilmente legata alla sua etimologia greca, è “fare”. Allora costruisce versi attraverso i quali impara qualcosa in più di sé e qualcosa in più della materia di cui è fatto il mondo.

                                                                          ***

 

[…] A nuove stelle parla un bambino

più luminose stanno a vegliare

si fa carezza una conchiglia

e di una madre

la voce immensa del mare[…]

 

Il Poeta insegue  il suono, l’onda musicale che si muove nella parola, il ritmo che fa essere la parola  qualcosa di impalpabile leggerezza, di ineffabile candore, nata per rinnovarsi e nello stesso tempo per ripetersi.

                                             

                                                                              ***

 

 […] Pesano i giorni:

chiusi a fatica come valigie

portano via saluti sbiaditi.

Il pianto è riserva:

in fondo ai ricordi scava buchi di luce[…]

 

Il Poeta è consapevole che per scrivere poesia,  bisogna sapere ascoltare sé, in un esercizio lungo e faticoso. Perché  Poesia è sempre qualcosa che succede al fondo della propria coscienza, è significazione, stilnovisticamente parlando, di quel modo ch’ei ditta dentro. Qualcosa che della nostra anima ignoriamo e che viene alla luce in un’epifania di ri-conoscimento.

                                                              

                                                                       ***

[…] L’hanno setacciata la bellezza

Privandola [i] delle sue mille forme:

i  semi imperfetti

le  margherite curve

per  l’alito di un vento funesto […]

 

Il Poeta sa che i contemporanei, quasi malati di una forma di sottoproletariato dello spirito, hanno privato la natura della sua più intima connotazione divina. Liberi ma diseredati nell’anima, la guardano con occhi lontani. Solo il poeta le restituisce dignità di bene essenziale.

                                                                                ***

Non era triste l’autunno in quegli anni:

a nascondino tra filari di viti […]

Una merenda di acini e vento,

si faceva di conto al melograno del nonno

in minuscoli specchi di semi succosi.[…]

Le mani colavano

come allegri acquerelli.

Dentro, ogni tanto,

fluttuava una foglia  […]

 

Il Poeta sa che la memoria riannoda i fili del passato perché ne sia custodita la bellezza, perché l’armonia che ne governava gli atti, riecheggi, pura e consolatrice oltre ogni nostro respirare.

                                                                      ***

 

 

 

 

 

 

[i]L’autrice

Luana Fabiano nasce a Catanzaro nel 1978 e vive a Squillace (Cz). Docente di madrelingua presso licei francesi della cittadina di Beauvais, si laurea, nel 2003, in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università della Calabria e, nel biennio 2003-2005, consegue la specializzazione all’insegnamento secondario. Dal 2005, insegna lingua e civiltà francese nella scuola secondaria di secondo grado. Attenta e sensibile studiosa di letteratura e di teatro, esordisce nel 2013 con la sua opera prima, la silloge: ‘I covoni della speranza’ (Lepisma Edizioni, Roma) con la prefazione di Dante Maffia e la postfazione di Anna Stella Scerbo. La silloge è risultata finalista al Premio Internazionale di Poesia, Prosa e Arti Figurative ‘Il Convivio 2013’. Nel 2014 pubblica la sua seconda fatica poetica, ‘Respiri violati’ (Puntoacapo Editrice, Alessandria) con prefazione del poeta Antonio Spagnuolo, che ha conquistato la giuria di alcuni premi nazionali di poesia quali ‘Memorial Melania Rea 2014’; ‘Giovanni Pascoli – L’Ora di Barga 2014’; ‘Leandro Polverini 2014’; ‘Astrolabio 2014’.

 

FRANCESCO JOVINE - seconda parte - "Le terre del Sacramento"-

Jul 152018

 

 

 

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Francesco Jovine - Le terre del  Sacramento -
 

 

‹‹Nell’Italia Meridionale i rapporti e i conflitti sociali hanno sempre avuto come termine fisso la terra. E bisognerebbe che gli storici tenessero più conto, di quanto finora non abbiano fatto, di detto elemento fondamentale di valutazione nella narrazione degli avvenimenti [...]››

Questo si leggeva su “La Voce” del 19 dicembre del 1947 a conferma che Francesco Jovine aveva da sempre individuato il punto cruciale della storia del Mezzogiorno nell’aspirazione al possesso della terra. Fin dai movimenti reazionari del 1799 e sessant’anni  dopo con la conquista piemontese, il contadino meridionale aveva sempre combattuto, accanto ai preti e a quello che rimaneva dell’aristocrazia, accanto al re e per la terra.

                                               * * *

“Le terre del Sacramento” sono il romanzo più noto di Francesco Jovine, premio Viareggio nel 1950, quando già il suo autore era scomparso. Calena è la città immaginaria in cui si svolgono, tra il 1921 e il 1922, gli eventi narrati. Le terre sono tremila ettari di appartenenza alla Chiesa fino al 1867. Terre maledette nell’opinione popolare, incolte e abbandonate dalla famiglia Cannavale che le ha comprate all’asta dopo l’espropriazione. Vicino, il borgo di Morutri  che ad ogni temporale deve fare i conti con le bare che si sfasciano al franare del cimitero e con  gli scheletri che vanno a passeggio insieme al precipitare della terra. Enrico Cannavale, proprietario del feudo, è un inetto a cui mancano volontà e capacità  per far fruttare la proprietà. Sommerso dai debiti, sposa la cugina Laura De Martiis che si assume il compito di rimediare le dissestate finanze del marito e di risanare le Terre del Sacramento. Queste devono però essere coltivate e i contadini devono anticipare il lavoro. Avranno in concessione appezzamenti di terreno non appena ci saranno stati i primi raccolti.  A convincere i contadini è Luca Marano, giovane universitario, ben voluto da tutti per la volontà di smuovere le acque di quella paludosa situazione e di giovare ai più deboli -

‹‹Quando Luca […] disse che avrebbe smesso l’abito e rinunziato al sacerdozio, Immacolata era stata presa da un tremito […] sentendo che le andava tutto al cuore. Poi d’un tratto, era balzata in piedi e aveva fatto l’atto di scagliarsi contro il figlio››

 La situazione precipita quando Laura  sparisce nel nulla mentre i contadini si vedono sfrattati dai terreni o costretti  a pagare canoni d’affitto esorbitanti. Luca organizza” una resistenza bianca”, i contadini occupano le terre, i fascisti   e i carabinieri sparano. Sui corpi senza vita di Luca e di altri due occupanti, si leva straziato, il coro delle madri-

‹‹Ad un tratto, Immacolata Marano urlò-

Luca, oh Luca-  E si mise le mani intrecciate sul capo-[…]
Via via le donne si misero le mani intrecciate sulle teste, altre presero le cocche dei fazzoletti nei pugni chiusi e li percuotevano facendo-
Oh, spada brillante, stai sulla terra sanguinante!
-T’hanno ammazzato, Luca Marano-
-A tradimento, Luca Marano-
Non lo vuole la terra il tuo sangue cristiano-
-Difendete le terre del Sacramento-
Piansero e cantarono gran parte della notte, rimandandosi le voci[…] promettendo tutto il loro dolore ai morti. La notte era buia e le voci si perdevano sulla terra desolata oltre il circolo di luce che faceva il fuoco››

                                                      ***

“Le Terre del Sacramento” è dunque il poema della terra, dell’affanno  di poterla avere, della fatica di lavorarla e dell’angoscia di perderla. Nel 1860 i contadini erano stati contro i Piemontesi, i Borboni avevano lasciato  coesistere l’aristocrazia e non si erano appoggiati esclusivamente su di essi, sebbene lo stesso Jovine affermi -

‹‹ Non era possibile che predominasse una classe di miserabili pregiudiziosi, di analfabeti; quella terribile plebe meridionale che aveva come arma unica il suo diritto ad una vita bestiale››

Dentro agli scenari della storia del Mezzogiorno fu dunque sempre la terra a dominare,  più di ogni altra passione, e furono il danaro per conquistarla e le braccia per lavorarla le direttrici presenti entrambe nella realtà e nel romanzo. Intorno alla terra, nell’affermazione di Natalia Ginzburg,

<< Si aggrovigliano gli intrighi, le superstizioni, i rancori dei protagonisti.[…]. Accanto a loro una selva di personaggi minori e minimi, ben distinguibili: da una parte i padroni e i loro amici( avvocati, notai, nobili e nobilastri), dall’altra i contadini e i diseredati >>

Il possesso della terra è strumento di riscatto dall’indicibile miseria e dalla secolare sottomissione ai padroni. Ne esce sconfitta la visione del Verga dell’immutabilità della storia sociale che inchioda, senza possibilità alcuna di redenzione, ogni “vinto” al proprio destino. L’asse Verga -Jovine , mostra la sua diversa inclinazione proprio in questo assioma. Il riscatto è possibile, la morte dei protagonisti è un germe destinato a condurre, nel suo sviluppo, un assetto differente e giusto della storia, un’integrazione senza vessazioni né sopraffazioni. Scrive Luigi Russo, al quale non sfuggiva che Jovine avesse appreso la lezione de “I Malavoglia”-

 ‹‹ […] Muta l’ispirazione […] Non più il bisogno religioso del far la roba o della casa, ma l’altro bisogno, anch’esso religioso, più elementare e più  evoluto, della terra da lavorare, da redimere dall’inerzia e dall’incuria[…]›› -

La terra dunque, come strumento identitario di una classe sociale che lavora e ammette se stessa negli elementi di rinascita della propria civiltà e del suo evolversi pacificamene. La terra come elemento dinamico, non più bene bastante a se stesso per  immutabili realtà bipolari, la ricchezza sempre crescente di pochi (così in Capuana, in Verga) e la povertà disperante di molti.

La lezione Gramsciana è tutta in questa concezione della terra come elemento primario della  ricchezza prodotta dall’uomo e all’uomo destinata in quanto promotore di civiltà e di progresso. Da Croce, le cui posizioni Jovine aveva superato, fino a Gramsci e a Gobetti e fino a Camus e a Sartre, scrittori impegnati e battaglieri,  Jovine sviluppa la concezione di una letteratura destinata alla lotta, letteratura di missione, quasi che da essa si debbano trarre incitamenti ed esempi, letteratura di fede- Scrive a Luigi Russo in una lettera riportata in “Belfagor” nel  Febbraio del 1949-

‹‹ […] Quando parlo di lotta, non escludo nessuno dei mezzi onesti per conseguire l’intento[…]. Entrambi sappiamo che il pensiero rimane sterile affermazione se non si traduce nell’atto che, rendendolo operante, lo fa vero[…]››.

Una dichiarazione che è programmatica rispetto alla necessità di creare opere di letteratura che accorcino le distanze tra il popolo e gli scrittori,  portatori, nell’ideale di Jovine, di messaggi nuovi e costruttivi. Le Terre del Sacramento delusero quanti, come De Robertis e Russo si sarebbero aspettati un’opera dal respiro più ampio e con una più decisa forza poetica. Anche Natalino Sapegno non ne fu entusiasta. Scrive, dopo aver colto-

‹‹ Un certo squilibrio tra l’impegno corale da un lato[…] e il frantumarsi, a tratti eccessivo della materia in episodi, bozzetti, scorci di portata minore[…]››

Altra è la fruizione critica di Arnaldo Bocelli che su “La Stampa” del 12 Agosto del 1950 rileva-

‹‹Il poetico de “Le terre del Sacramento” è nella orchestrazione del motivo corale[…]- Quel sentimento morale delle umane opere e i giorni e quel gusto sensuale […] per certe scene gesticolate d’insieme che sono proprie dello “storicismo” fra nostalgico e ironico di Jovine che si potenziano a vicenda, in una rappresentazione[…] che tiene della favola e dell’epos››-

A noi basti la coscienza del riscatto possibile di un mondo finora condannato ad una rassegnazione sterile, popolato  da vinti e condannato all’immobile verità della propria coscienza.

 

Francesco Jovine

May 022018

 

 

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FRANCESCO JOVINE- IL PENSIERO, GLI SCRITTI CRITICI ( prima parte)

 

‹‹ L’umanità di oggi corre senza arresti, come spinta da un pungolo immane e ignoto verso una meta inesistente. E l’assenza del fine fa ricadere la ragione del moto nel moto stesso, ci si muove non per giungere ma per essere veloci, per trovare nel moto l’appagamento dell’ansia che ci spinge a suo capriccio ››.

E’ una verità consolidata. La letteratura meridionale, che del Meridione si occupa, è una presenza, al limite dell’oblio, ai bordi del panorama di autori meridionali che pure continuano ad essere grandi perché hanno abitato la coscienza del Novecento, segnandone i passi e imponendo svolte e novità. Francesco Jovine è proprio uno degli autori sui quali, nonostante qualche importante iniziativa editoriale, è sceso il silenzio.

                                                                    ***

‹‹La  provincia per me è una specie di sogno. Sono venuto via dal mio paese di Guardialfiera a nove anni e nessuno là mi conosceva fisicamente. Fino ai quindici anni, ritornavo là l’estate, per un po’ durante le vacanze, poi, in venti anni, mi avranno visto appena tre volte. Conosco il Molise attraverso i racconti di mio padre e, un po’ per istinto. In me questa terra è come un mistero antico tramandatomi dai padri e rimasto nel sangue e nella fantasia››.

Nato a Guardialfiera(Campobasso) il 9 Ottobre del 1902, ebbe dal padre i primi rudimenti di letteratura e ad uno zio cieco, da cui ereditò la biblioteca, leggeva, durante l’estate, il Muratori o il Galanti. Sappiamo, per averlo scritto Francesco Cerra, suo amico e poeta, “dell’accorato amore che Ciccio aveva per i deboli e per gli umili, quasi un presagio della sua tematica di futuro poeta dell’umile gente dei campi”. Dopo il diploma di maestro elementare, rimase a Guardialfiera per quasi un anno frequentando la biblioteca che il dottor De Lisio gli metteva a disposizione e che gli consentiva di leggere i classici. Furono anni di fervore di studi, soprattutto di filosofia. Al Croce e al Gentile si accostò con uguale interesse. Rimase fedele al Croce e allo storicismo crociano. Si allontanò invece, dall’idealismo gentiliano  non appena gli fu chiaro il legame  tra il pensiero del filosofo e la dottrina fascista, entrambe fortemente antiliberali. Il Fascismo andava creandogli disagi ed egli, per allontanarsi da un clima che sentiva profondamente avverso a sé, chiese e ottenne l’insegnamento all’estero, prima a Tunisi, nel 1937 e ‘38, poi, a Il Cairo nel 1939 e nel ‘40, anno in cui tornò in Italia. Jovine si trovava a fare i conti con la caduta del principio della “funzione sociale dell’arte”, principio  da lui stesso caldeggiato anni prima. Lontanissimo dall’intendere l’Arte come processo innocente che si sforza di dare un nome alle cose, egli disegna la figura di un individuo letterario che non si appiattisce sul reale ed afferma che-

‹‹ Il ritenere di essere fedeli trascrittori di quanto interessa la nostra sensibilità, è un’ illusione. Per sfuggire alla retorica della pura forma, i neo-realisti minacciano di crearne un’altra: quella del puro contenuto››

A Jovine non erano indifferenti né l’attenzione ai moti dell’anima, né la risonanza che questi avevano  nei gesti e nelle azioni quotidiane. Gli apparivano, però, in tutta chiarezza, i rischi legati ad una deriva puramente contenutistica. Probabilmente tale rischio neanche si prefigurava così imminente ed inevitabile dal momento che le espressioni del Neorealismo, contenevano, non una piatta riproposizione del reale, ma la trasfigurazione del reale stesso che ne evidenziasse i tratti più importanti e peculiari. Scrive infatti-

‹‹ Tutti cominciano a convincersi che la realtà fisica ha scarse parentele con l’arte, che è manifestazione di una realtà tutta interna, ineffabile [. . .]. Anche quello che si chiama Neorealismo va inteso in questo senso: le nuove conquiste estetiche non permettono equivoci sul termine. Il richiamo alla realtà è un richiamo alla sincerità; un invito ad essere fedeli alle fonti interne dell’ispirazione››.

 Nel tentativo di conciliare critica estetica e critica storica  Jovine segue  un percorso teorico che da De Sanctis arriva a Gramsci (le sue guide ideali). Del De Sanctis , accoglieva la distinzione tra la morale e l’arte, in quanto “tutto ciò che si è distinto nettamente si può fecondamente ricongiungere”. Il De Sanctis godeva di un rinnovato interesse anche per via della rilettura e della mediazione di Antonio Gramsci.   Jovine, che aveva sostenuto la funzione sociale dell’arte, si sentiva rappresentato dal pensiero di Gramsci,  aveva già aderito all’ idea di comunismo di questo e ne aveva conosciuto gli scritti pubblicati fino al 1949.  Per  Jovine però, la teorizzazione dell’arte non rappresentava la questione principale dei suoi studi e delle sue osservazioni, egli seguiva le posizioni dell’ultimo De Sanctis attento alle componenti realistiche dell’arte e rifiutava le categorie crociane di poesia e non poesia, sicuro com’era che per comprendere un’opera bisogna entrare nella sua struttura complessiva, nella costruzione dei suoi significati  e ancor più recuperare la lezione Desanctisiana che sviluppava, in direzione antioscurantista, l’esperienza del pensiero democratico-borghese.

                                                                             ***

 Jovine era diffidente nei confronti del letterato che in nome di un astratto naturalismo registrava prevalentemente o soltanto gli atti e le reazioni sensibili dei personaggi rifiutando di scandagliare il fondo enigmatico che ne era alla base. Lo era altresì verso gli epigoni dell’Ottocento e verso coloro che gerarchizzavano la letteratura e i suoi generi fondando arbitrarie graduatorie di autori e di opere. Tra il 1941 e il 1942, su “Il Meridiano di Roma” e su “Il Giornale d’Italia” rendeva note le sue valutazioni sull’arte pur senza alcuna pretesa di costruire una teoria autonoma ma evidenziando la sua preferenza nei confronti dei temi e degli autori che privilegiavano la cultura subalterna, le condizioni di gravità sociale del Sud d’Italia e le tradizioni popolari. Egli stesso, scrisse, con attenzione analitica e in senso diacronico, un documento sulla genesi del banditismo che indirizzò a Luigi Russo e che fu pubblicata postuma su “ Belfagor”. Sull’ ”Unità” e su “Rinascita” pubblicò gli scritti politici. Non gli andavano a genio gli “atteggiamenti  fascisti e fascistoidi” di più settori della vita pubblica italiana, né la convinzione, nata  da una “ una boria nazionalistica” e dura a morire, che il nostro paese sia stato il portatore delle più geniali forme d’arte  e  questo, secondo Jovine, avrebbe prodotto una categoria sociale di “velleitari permanenti della cultura”. Anche il rapporto tra “Il Principe” e “Le Lettere” gli fu caro, consapevole e convinto che la libertà degli intellettuali italiani sia-

‹‹ Libertà di più nobile natura, sostanziale alimento non solo del loro lavoro ma della  stessa personalità; è libertà legata alla tradizione greco-cristiana  dell’individualità, della responsabilità della coscienza del singolo che nessun mutamento delle costituzioni  può mutare permanentemente, ma che può avere un suo lungo, oscuro Medioevo››.

 

Francesco di Paola - Il Processo Cosentino

Feb 022018

 

 

undefinedDocumento manoscritto del XVI secolo

<Dixit che sa ipso testimonio como dicto frate Francisco sempre campao santamente et honestamente et che sempre andava scalso de inverno et  de estate, edificava monasrteri sumptuosi et facia miraculi che quasi omne dì concorreva gente infinita e tutti retornavano contenti et laudandose de li miraculi le vediamo fare>

                                                                                   Bartoluccio, pecoraio di Paola. Teste n. 43

 

<[…] Frate Francisco havia grandissima fama  de santu et facia multi e assai miraculi per modo che tutta la provincia corria da ipso per impetrare  gratie per lie loro infirmitati et tutti sende ritornavano contenti et sani sempre perseverando de bono in meglio>

                                                                                     Neapolus De Verallo di Paternò. Teste n.65

 

Ci inoltriamo in una materia che ci intimorisce quasi, consapevoli come siamo della sua importanza e della sua grandezza. Nella stessa maniera, dichiariamo, quanto l’argomento di tale materia ci affascini e come, in tempi così vuoti di spiritualità, ci piaccia su di esso riflettere.

                                                                     ***

Anna di Bretagna, regina di Francia, aveva una figlia, Claudia, affetta da un morbo talmente grave ed ostinato che i migliori medici chiamati da ogni parte della Francia, non ne venivano a capo. La fanciulla era dunque destinata a sicura morte. Non molto tempo prima, papa Sisto IV, aveva richiesto la presenza di un umile frate calabrese al capezzale del re Luigi XI. La regina dunque, lo aveva conosciuto a corte, ma di certo non avrebbe potuto più avere il conforto della sua presenza né la speranza di chiedergli il miracolo della guarigione della figliola, poiché il frate era morto, poco prima che la figlia si ammalasse.

Il frate era Francesco di Paola.

 Era morto il Venerdì Santo del 2 Aprile del 1507 a Plessislès - Tours. Santamente come era vissuto. Non ancora Santo ma ritenuto in fama di Santo. La regina fece un voto. Se Francesco di Paola, avesse guarito la figlia, lei avrebbe invocato il Papa, Giulio II, ad avviare il processo di canonizzazione, facendo raccogliere ogni informazione giuridica e dando l’avvio al processo informativo intorno alla vita e alle opere di Francesco di Paola. Così fu. La regina inoltre incaricò il vescovo di Nantes, cardinale Roberto Guibè, in quel tempo a Roma, di volere supplicare il Papa perché le proprie intenzioni avessero corso.                                                          

                                                        ***

 In Calabria, Francesco Binet, procuratore generale dell’ordine dei Minimi, a nome dell’ordine fondato da Francesco di Paola, inviava costanti suppliche allo stesso Papa affinché avviasse il Processo Informativo prima che si estinguessero, per naturale ciclo biologico, i testimoni dei miracoli di Frate Francesco. Tale pericolo era reale in quanto il Frate ormai dal 1483 era assente dalla sua terra. Al Papa parve dunque giusto emanare il  13 Maggio del 1512 un “Breve” in Calabria e in Francia con cui si istituiva il “Processo Informativo” in tre sezioni per tre diocesi, Cosenza, Reggio Calabria e Tours. I “Processi ” furono tre, il processo Cosentino, il Reggino e quello Turonense. Il Pontefice dava incarico a speciali commissari di raccogliere ogni informazione giuridica utile allo  scopo, sulla vita, sulle opere e sui miracoli di Frate Francesco il Paolano. Sono stati ritrovati, fino ad oggi, una copia del Processo Cosentino e la copia originale del processo Turonense.

                                                                        ***

In Francia, destinatari del “Breve”, furono il Vescovo di Parigi, Monsignor Stefano Poncher,  il Vescovo di Grenoble, monsignor Lorenzo Allemand e il Vescovo di Auxierre, mons. Giovanni Baillet. Il processo, svoltosi a Tours, vide 21 sessioni, dal 19 Luglio 1513 al 7 Settembre dello stesso anno. I testimoni furono 57. Deposero alla presenza dei Canonici Commissari Pietro Chabrion e Pietro Cruchet e del Notaio Giacomo Tillier. Tra i testimoni francesi, un sacerdote calabrese di Paola, Stefano Lancea, rettore della chiesa di San Michele di Roccella, diocesi di Ferrara. Spontaneamente, si presentò a deporre, al ritorno da Santiago Di Compostela.

 In Italia, il “Breve”, fu presentato a Monsignor Giovanni Sarsale, Vescovo di Cariati, e Bernardino Cavalcanti, Canonico Cantore della Chiesa Metropolitana di Cosenza. Così vi si legge -

-<Nos […] per presentes committimus et mandamus ut de et super fama et vita ac miraculis ipsius Francisci in vita eius facti diligenter, fideliter et prudenter, auctoritate nostra inquiratis et de omnia quae compereritis  esse vera sub vestris litteris, clausis vestris sigillis munitis ad nos fideliter referatis seu millere curetis>-

Furono dunque espletate tutte le formalità giuridiche, il 15 Giugno 1512, Mons. Sarsale faceva affiggere sulla porta della Cattedrale di Cosenza, la notizia del Processo Informativo su Francesco di Paola, ordinato dal Pontefice. Invitava chiunque avesse notizie da dare circa la santità del frate, per averlo conosciuto o udito o visto, a presentarsi davanti ai giudici per darne testimonianza. Il 14 Luglio si presentarono i primi testimoni. L’ultima seduta fu a Corigliano Calabro, il 19 Gennaio del 1513. I testimoni furono in tutto 102 e appartenevano ad ogni stato sociale, letterati, nobili, contadini, sacerdoti, muratori. Tra questi, 12 le donne. Il primo testimone fu il barone di Belmonte, Domenico Galeazzo di Tarsia.

<Magnificus Dominus Galassus De Tarsia, baro et dominus Bellimontis, dixit che havendo lo quondam Ser Jacobo suo Padre, in una gamba una posteuma[…] de la quale escia putza et marchea quasi infinita[…] Et avendola curata circa tre a quattro misi, et semper de malo in peggio perseverando cum mortificatione de carne et putza[…] Dicto ser Jacobo, con fatiga se condusse in Paula in uno dì e metzo.[…] Et arrivato alla porta del Monasterio dove abitava Frate Francisco[…] Et in questo vinne lo dicto frate[…] cum vultu pieno di admiratione et compassione et le disse-[…] Andatevinde cum la gratia de Dio[…] et habbiati bona fede al Signore che ve farà la gratia[…]

 Sono solo alcuni stralci della lunga testimonianza del barone Galeazzo di Tarsia che, al pari di tutte le altre, portava alla luce in modo ufficiale e giuridicamente efficace la santità di Francesco di Paola.

                                                              ***

<Franciscus De Rogato, dixit che essendoli nata una posteuma nella gula, uno dì trovau uno uomo da bene de Paterno et vidette questa posteuma nata et lince fici  certi incanti et li impararao certe cannicelle et dapo le orbicasse. Et cussì non potendo guarire per questo, sende andao  dove dicto frate Francisco>

Teste n. 29

<Rausius de Parisio de Paterno dixit che trovandosi ipso testimonio una mattina attratto de la mano et bratza non se possia alzare. La seguente matina sende andao dove dicto frate Francisco ad narrare lo bisogno suo>

Teste n.74

Il Processo Cosentino di Canonizzazione di Frate Francisco de Paula, costituisce, attraverso il racconto e le descrizioni dei testimoni, una fonte di notevole importanza poiché dotata della prerogativa di contenere il vero storico e in quanto tale di fornire dati utilissimi sullo stato della Calabria di quel tempo.

                                                                        ***

Le condizioni igieniche assai precarie, la mancanza di spazi salubri, le conseguenze di lavori eccessivamente pesanti, la malnutrizione, erano le cause che il più delle volte esponevano la popolazione più disagiata a malattie spesso ritenute incurabili. Il “posteuma” del teste 29 era un ascesso tonsillare e ben due medici non avevano voluto intervenire perché convinti che al paziente sarebbe toccata inevitabilmente la morte. Fu Frate Francesco a guidare la mano del chirurgo e a portare a lieto fine la vicenda. “L’attratto” del teste 74 era invece una forma piuttosto diffusa di paralisi che colpiva in pari misura gli anziani e i giovani. I sintomi che insorgevano senza cause apparenti, portavano il malato a deformazioni degli arti fino al completo blocco delle facoltà motorie. Altra malattia, assai temuta, era la lebbra-

<Joannes Varachellus jtem dixit che iavendo ipso testimonio uno frate, quale era stato circa otto anni lebruso et non era remedio alcuno de trovarese per possire lo guarire. Et cussì dicto testimonio lo portò a dicto frate Francisco[…]>

La malattia, di per sé assai temibile, non era nuova per la gente di Calabria. Sfuggivano le cause del contagio che potrebbero ora essere attribuite alla sporcizia diffusa tra la povera gente o, più verisimilmente, ai contatti, per ragioni di commercio, con l’Oriente vicino o alle invasioni turche sui litorali calabri o ai rapporti culturali con altre regioni d’Italia. I testimoni non danno informazioni univoche e la questione, sebbene indagata da più parti non trova soluzione. Dei medici che prestavano la loro opera si ha una conoscenza alquanto precisa e sebbene, si è già scritto, non fossero idonei a curare i mali più complicati( per quell’epoca s’intende), tuttavia pare che fossero conosciuti come persone esperte e famose. I testi danno anche notizia di “multe donne mediche” ma non sappiamo se fossero veramente medici o donne esperte in arti guaritorie secondo prescrizioni rituali di assai vecchia data.

                                                               ***

<Sa da ipso testimonio che è da circa 95 anni che sempre la provincia di Calabria è stata cristiana et vissuta catholicamente et secondo la Ecclesia Romana et cussì la terra de Paola la quale è posta in ipsa provincia de la Calabria et sa per fama che da 100-200 anni che non è memoria dhomo in contrario, dicta provincia et terra de Paula sono stati Cristiani et campati senza nissuna eresia et canonicamente>

Siri Johannes Antoniacus de Paula- Teste n.6

Si è detto sopra, l’ultima ma non certo meno importante ragione che fa del “Processo Cosentino” un’inestimabile fonte di conoscenza dei vari aspetti della realtà Calabria è che vi trovano informazioni utili sulle caratteristiche sociali, religiose ed economiche della Calabria e di Paola . Il teste sopra riportato assicura che Paola sia stata sempre ortodossa e così l’intera regione. Da altri testi veniamo a sapere che la cittadina aveva un discreto porto commerciale e che la tonnara di proprietà di Antonio Aduardo, teste n.42, dava lavoro e  positivamente agiva sull’economia del luogo, prevalentemente agricola. Dalle altre deposizioni vengono alla luce le classi sociali con i loro pesi, le loro afflizioni, le loro arroganze. Che si tratti del marinaio che si ustiona irrimediabilmente con la pece con cui ripara la barca, o di Re Ferrante che opprime la povera gente, ogni riferimento, ogni notizia, è data in assoluta libertà e  veridicità. Su tutti e su tutta la realtà calabrese, la figura di Frate Francesco, “L’uomo di Dio” al quale è stato affidato il compito di dare una risposta a tutti, proprio a tutti i suoi figli, poiché nessuna differenza tra gli uomini coglie  chi ha voce abitata dalla luce divina.

 

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