Il Blog di Anna Stella Scerbo

Uomini e donne del Mezzogiorno: mito, letteratura, storia

ROCCO SCOTELLARO - LA LETTERATURA ATTIVA ( Seconda Parte)

Sep 272016

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 ‹‹È nato, possiamo dirlo con certezza, un mito di quest’uomo straordinario che ha interpretato dall’interno un mondo incominciando una storia autentica dei sentimenti e delle lotte di quei contadini che dopo il 1945 vollero tentare esperimenti di autonomia e di crescita politica e culturale››.

Questo si legge nell’introduzione di Nicola Tranfaglia  al poeta Rocco Scotellaro.

E’ un fatto certo che alla letteratura del Meridione in generale sia toccato un destino di marginale importanza rispetto a quella del resto della nazione, è altrettanto certo quanto dispiacevole che in tale destino, ineluttabile, sia finito anche Rocco Scotellaro, la cui eredità di pensiero e di passione politica e  letteraria non fu riconosciuta, anzi dichiaratamente osteggiata da uomini della sua stessa fede politica come Mario Alicata, Giorgio Amendola(questi si ricrederà inutilmente più tardi) e financo Giorgio Napolitano.  Erano  forse apparsi  demagogici e populistici  taluni suoi atteggiamenti.  I tempi non erano pronti all’accoglienza di un poeta-scrittore  che testimoniava, con la sua opera e dall’interno, la passione di un Sud abitato, nei suoi uomini più sensibili e meno rassegnati, dal desiderio di riscatto e di libertà.

                                                          ***

Nell’idea di Gramsci, “gli intellettuali non escono dal popolo, non si sentono legati ad esso, anche se accidentalmente qualcuno di essi è di origine popolana [… ] non ne conoscono e non ne sentono i bisogni, le aspirazioni, i sentimenti diffusi”. Scotellaro, in questa idea rappresentava l’eccezionalità. Entrava invece di diritto nella prospettiva gramsciana dell’ ”intellettuale organico”.  Lo scrittore, si fa carico, dall’interno e solo dall’interno, dei problemi, della storia, dei bisogni della propria terra e  senza vuotaggini retoriche, e con una letteratura di “cose” e non solo di “parole” denuncia mali secolari e si impegna in prima persona a rendere la letteratura utile, “come sono utili il grano e l’uva”. Scotellaro, resta nella realtà in cui è nato, di cui ha condiviso povertà e sottomissione, da protagonista ne legge le aspirazioni e le contraddizioni e queste rappresenta mettendo in moto “una moralità nuova”. E’ stata più volte tentato di avvicinare, nelle ragioni ideologiche, affettive e biografiche, Scotellaro al suo amico-maestro Carlo Levi. “Cristo si è fermato ad Eboli”, il romanzo di Levi, scritto a distanza, dopo che l’autore era tornato dal confino, non è paragonabile se non per la carica di denuncia e di sensibilizzazione ai problemi del Sud, agli scritti in prosa di Scotellaro, che per ammissione dello stesso Levi, si distanziava dagli altri teorici del mondo meridionale, come Giustino Fortunato e Guido Dorso, per “il suo atto di fiducia preventivo nel mondo contadino”. Il giovane Scotellaro,  aveva conosciuto  Levi nel Maggio del 1946  e  si era legato a lui in un rapporto solidale e fraterno. Levi era per lui più di un amico -

‹‹Però vi dicevo dello scrittore, che non è un amico. Non è un amico come non può esserlo il padre, la madre, il fratello. Amico è l’avvocato, il medico,[…], il prete. Quest’uomo è un fratellastro, mio, vostro che abbiamo un giorno incontrato per avventura. Ciò che ci lega a lui è la fiducia reciproca per un fatto accaduto a lui e a noi[…] E’ stato anche lui in galera e va dicendo che ognuno, dal presidente al cancelliere, dal miliardario al pezzente, dovrebbe andarci almeno una volta››.

Durante i giorni della prigionia, insieme agli altri contadini incarcerati, la lettura del “Cristo, rappresentava l’incontro ideale col maestro-

‹‹ Nelle sere seguenti, il libro lo consumammo come un pasto da zingari, da abigeatari, da amici in una festa. E già le camerate ce lo chiedevano come una sigaretta.[…] Noi ci addormentavamo felici bambini, con l’ultima parola di quella lettura che era una preghiera comune››.

Eppure, lo abbiamo detto, Levi e Scotellaro  si distanziano l’uno dall’altro per la visione che hanno del Sud e per gli esiti conseguenti della loro  scrittura. Levi ha del mondo meridionale una concezione atavica e ancestrale, ne coglie il presente nell’immobilismo pressoché assoluto degli anni del confino, 1935-36. Scrive dei contadini-

‹‹ Essi non hanno, né possono avere quella che si suole chiamare coscienza politica, perché sono in tutti i sensi pagani, non cittadini: gli dei dello Stato  e della città non possono aver culto tra queste argille dove regna il lupo[…], né alcun muro separa il mondo degli uomini da quello degli animali e degli spiriti››-

 Scotellaro, in “Per un libro sui contadini e la loro cultura”, scritto programmatico per illustrare le finalità della sua scrittura, afferma-

‹‹La cultura italiana sconosce la storia autonoma dei contadini, il loro più intimo comportamento culturale e religioso, colto nel suo formarsi e modificarsi presso il singolo protagonista››.

E in una lettera a Vittorini, pone come prioritaria la necessità di scrivere poiché coincide questa, con la necessità di rappresentare  “le facce affamate dei contadini”, per non dover correre il rischioche quelle facce si trasformino in “immagini che scorrono senza la possibilità di fermarne una”. Dunque Levi, racconta dall’esterno, avvolgendolo in una velatura fiabesca e in una visione che si avvicina alla narrazione di un cosmo mitico e lontano “il muto mondo contadino”. Scotellaro, dall’interno e con una letteratura che  si fa denuncia attiva, ne coglie il momento del doloroso risveglio.

                                                                 ***

‹‹La mamma aveva i capelli gonfi e lucenti. Suo padre era fabbro-veterinario, e sapeva suonare la chitarra. In casa i granai erano pieni per i tanti contadini abbonati per i ferri e le malattie dei muli. Ella aveva la faccia rosa che ho io ora, s’affacciava alla finestra e un giorno mio padre passò e la vide››.

‹‹Io ero ai primi banchi come tocca ai bravi e ai figli degl’impiegati e dei signori, i soli che potevano portare i capelli. Ero rasato come gli altri, portavo la borsa di pezza come gli altri, solo che io stavo ai primi posti››.

I due brani sono tratti da “Luva puttanella”, opera autobiografica incompiuta che uscì nel 1955 con la prefazione di Carlo Levi.L’uva puttanella ha gli acini “maturi ma piccoli, non pari agli altri con i quali sono costretti a lottare per la sopravvivenza nel più vasto mondo.” (sono gli uomini del Sud).Il disegno dell’opera era ambizioso, doveva contenere sei parti, dalle dimissioni da sindaco al ritorno al paese. E’ stato detto, da critici sicuramente attenti, che l’opera risente dello scetticismo e dell’inquietudine dell’autore; il narrare e l’annotare sono usati a verifica della realtà da lui vissuta  e in tal modo a soffrirne è l’analisi del mondo contadino, delle cause della sua sofferenza. Rilevanti, ad ogni buon conto, anche per le soluzioni stilistiche tra narrato e lirico, le pagine dedicate a Tricarico-

‹‹ […] Il paese è vuoto e se alzi gli occhi, l’aria ti prende, hai voglia di goderla, di riempirla di te; quella ti prende nelle braccia sue e si sentono le nenie che hai già sentito[…], ritornano i giorni passati con fatti che successero e le tinte di allora, i luoghi, la vigna››.

L’intermediazione letteraria è ridotta al minimo, la scrittura è funzionale all’essenza della realtà narrata, specchio e riflesso del mondo dell’autore.

                                                                      ***

Libro-inchiesta è “Contadini del Sud”, pubblicato nel 1954, a un anno dalla morte. L’indagine, incompiuta, riporta interviste, fatti, lettere di protesta, poesie, documenti tutti che provengono dal cuore profondo della civiltà  contadina. Di Grazia Andrea, Francesco Chironna, Laurenzana Antonio, sono alcuni dei contadini intervistati. La provenienza è di nuovo dal basso, alla fonte di una civiltà contadina  millenaria ed arcaica che non esita a  denunciare, che si dichiara affranta e avvilita, mai vinta-

‹‹ Fui trasportato in caserma e tutti uniti i carabinieri mi hanno massacrato di botte, riportandomi uno sfregio permanente al capo col mio medesimo bastone in possesso perché sono grande invalido e riempiendo il mio fazzoletto ancora di sangue››

‹‹[…] Presi una casa, una sola stanza con 200 lire di affitto, non avevo neanche sedia per sedermi, perché non mi feci niente prima e andai a comprare a credenza quattro sedie››

Di Laurenzana che è quello tra i contadini, più sensibile ai temi sociali e che fu consigliere comunale si legge-

‹‹ Pelo rosso come me( il sindaco Scotellaro) era stato con noi dal primo giorno e ci difendeva››

‹‹Le elezioni di Gennaio 1953 furono vinte dai democristiani perché il nostro sindaco pelo rosso si era allontanato e ci aveva lasciato per andare a guadagnare scrivendo poesie e racconti››

Giudizio senza dubbio severo e istintivo. Scotellaro seguiva anche dal suo volontario esilio a Napoli, da “intellettuale integrale”, le vicende della sua terra. La scrittura, anche questa volta, è costruita sulla parlata locale. Niente però ci fa pensare che si tratti di una scrittura  ingenua, poco colta. E’ vero il contrario e di questo scriveremo nel prossimo numero quando ci occuperemo delle sue opere in versi. 

 

 

 

 

ROCCO SCOTELLARO- Il poeta contadino ( Prima Parte)

Sep 092016

 

 

Prima parte: ”L’incontro  con Amelia Rosselli” 
 

Dopo che la luna fu immediatamente calata
ti presi fra le braccia, morto

*
Un Cristo piccolino
a cui m’inchino
non crocefisso ma dolcemente abbandonato
disincantato[…]

*
Mi sforzo, sull’orlo della strada
a pensarti senza vita
Non è possibile, chi l’ha inventata questa bugia

*
Come un lago nella memoria
i nostri incontri
come un’ombra appena
il tuo volto affilato
un’arpa la tua voce
e le mani suonano tamburelli
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E’ una cantilena di morte, questa da cui abbiamo tratto qualche riga. Non sappiamo se si tratti anche di una cantilena d’amore. O forse, anche in questo caso eros e thanatos  se ne stanno, pulsioni egualmente possenti, ben vicini.

“Venezia 22-24 Aprile 1950” Convegno su “La Resistenza e la cultura Italiana”, Palazzo del Comune.

‹‹[…] Guarda, c’è un posto libero, siediti, ed è bella[…] Quando capii il suo nome, non so se mi rafforzò il pensiero […] di innamorarmi di lei o piuttosto di venerarla come la figlia di un grande martire[…]E io chi ero? Lo dissi. Mi sapeva. Lesse le mie poesie.  Accennò dei giudizi non completamente lusinghieri››

Lei è Amalia Rosselli,(Parigi, 1930 – Roma, 1996)  figlia di Carlo Rosselli, e nipote di Nello, figure di spicco nella lotta antifascista. Amelia poetessa della "generazione degli anni Trenta", apolide per costrizione, abita in Svizzera, negli Stati Uniti, in Inghilterra. Dal 1948, negli ambienti letterari romani frequenta  i poeti che daranno vita all’avanguardia del gruppo 63. Il  conflitto mai risolto con la madre segna indelebilmente la sua vita. Ne  assume  il nome, Marion, quasi a voler sugellare un patto d’amore mai dichiarato e desiderato da sempre. Essenziale, nella formazione della sua poetica e nella sua esistenza, il rapporto col padre Carlo da lei stessa definito “evanescente”.  Carlo Rosselli, nel 1929 a Parigi, con Lussu, Nitti ed un gruppo di fuoriusciti organizzati da Salvemini, è fra i fondatori del movimento antifascista "Giustizia e Libertà". Giustizia e Libertà aderisce alla Concentrazione Antifascista, unione di tutte le forze antifasciste non comuniste (repubblicani, socialisti, CGL) il cui intento è quello di  coordinare dall'estero ogni possibile azione di lotta al fascismo in Italia. All’avvento del Nazismo in Germania (1933), GL sostiene la necessità di una rivoluzione preventiva per rovesciare i regimi fascista e nazista prima che questi portino a una tragica guerra.  Nel giugno 1937, Carlo Rosselli soggiorna per delle cure termali a Bagnoles-de-l'Orne. Qui è raggiunto dal fratello Nello. Il 9 giugno i due sono uccisi da una squadra di "cagoulards", miliziani della "Cagoule", formazione eversiva di destra francese, su mandato, forse, dei servizi segreti fascisti e di Galeazzo Ciano. Ce n’è abbastanza perché la sensibilità sofferente di Amelia e  le malattie che l’affliggono, dalla schizofrenia paranoide al morbo di Parkinson, la portino inesorabilmente a negarsi per sempre alla vita col suicidio, avvenuto  nel 1996.

                                                                 ***

Lui è Rocco Scotellaro, nato a Tricarico, nel 1923, figlio di un calzolaio e di una levatrice. Tricarico, in provincia di Potenza, fu un paese in qualche modo non assimilabile al resto del Meridione e sebbene  fossero tutti evidenti gli elementi dell’arretratezza del Sud, pure si sarebbe potuto intravedere, nell’immediato dopoguerra, un futuro economico non disagiato per via dei tanti, esperti artigiani della zona. L’emigrazione degli anni 50, nel suo flusso inarrestabile, li rese straniati operai di fabbrica nel triangolo industriale. Brevissima e intensa la  vita del poeta. Rocco divenne presto il personaggio simbolo del risveglio dei contadini nel Mezzogiorno. A 23 anni, nel 1946, fu eletto sindaco. Militava nel partito socialista di unità proletaria. Faceva di più. Prestava la sua opera e dava il suo sostegno ai diseredati del luogo. Tale modo di intendere l’impegno in politica dovette apparire eccentrico e lontano dalle regole del partito ai rappresentanti della vecchia classe dirigente. Non tardarono le reazioni che furono calunnie di truffa e persecuzioni varie. Alla fine tale accanimento portò alla sua incarcerazione, a Matera per 45 giorni, con l’accusa di truffa. Fu Carlo Levi, convinto della giustezza del suo operato a promuovere una vigorosa campagna a favore dell’innocenza di Scotellaro che dietro sentenza della Corte d’Appello di Potenza fu rimesso in libertà. Era il 1950 e il poeta sentì fortemente l’ingiustizia subita al punto da abbandonare la carica di sindaco e fatto ancora più rilevante, l’impegno diretto in politica, impegno che affidò alla poesia e alla letteratura. Appena tre anni dopo, morì a soli trent’anni per l’occlusione di una vena del cuore.

                                                                      ***

Si può pensare a due realtà così totalmente opposte, così radicalmente distanti? Eppure tra Amelia Rosselli che ancora non aveva scritto nulla e il “poeta-contadino” che già scriveva della sua terra e dei suoi affetti, si stabilì un legame fatto di richieste dell’animo. Rocco cercava qualcuno da condurre anche fisicamente a conoscere il suo mondo e le sue storie, da cui ricevere stimoli e incoraggiamenti;  Amelia cercava un eden primitivo ed  innocente dentro al quale sentirsi a casa, uno spazio rassicurante  e protettivo. Entrambi, per motivi diversi, sofferenti di un male inestinguibile, potersi legare a radici certe, non doversene allontanare e cantare in versi quel male, farne motivo di poesia e di vita.

 

 

 

 

FRANCESCO SCERBO- Seconda Parte

Jul 102016

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 « Se ogni studio Glottologico riposa essenzialmente nel comparare le varie fasi  che la parola subisce nel suo storico svolgimento […] se il difetto principale della scienza del linguaggio è l’incertezza, le tante volte del primo termine, cioè il passato, seguita che il futuro comparatore si troverà nella felice condizione di procedere sicuro […] per la notizia esatta e compita che i moderni descrittori dei dialetti gli vanno apprestando».

E’ la prefazione a  lo “Studio sul Dialetto Calabro con Dizionario” del 1886 . A dare significato all’intero opera è l’esame delle origini, complesse e varie, (latine, arabe, franco-provenzali) del dialetto calabro a cui viene assegnata dignità linguistica e storica.

Affermazioni quanto mai interessanti in un periodo in cui il Comparativismo nello Studio delle Grammatiche antiche  appena cominciava a imporsi. Ancora più innovativi, rispetto ai tempi in cui li andava componendo, sono i principi che afferma nel saggio “Spiritualità del linguaggio” ( in Rassegna Nazionale- 16 Maggio 1900) che  inviò al filosofo Benedetto Croce insieme allo studio sul dialetto calabro il 25 Luglio del 1900 . Risulta dalla corrispondenza, alquanto frequente,  che Croce tenesse in grande considerazione lo studioso. Gli scriveva infatti, in una delle tante missive-

<<Sono lietissimo di possedere i suoi volumetti. Ho visto con piacere che Ella ha preso posizione contro il naturalismo che uccide ogni sano concetto del linguaggio>>-

E ancora

<< Assento interamente alle sue idee e trovo bellissimi e evidentissimi gli esempi scelti per chiarire la sanità delle leggi fisiche del linguaggio come patto spirituale>>  ( lettera del27 Luglio del 1900)

A Croce, idealista, appare chiaro come lo Spirito porti a compiutezza nell’uomo, verità di fondo, prima soltanto preavvertite[1] . Estetica e Linguistica in tal senso coincidono in una scienza unica in cui, a farla da padrona è la fantasia intuitiva ed espressiva. In questa asserzione Croce diverge dallo Scerbo per il quale è l’intelletto, unione di idea e sentimento, a generare ogni lingua e, in essa, ogni possibile parola-

<<La parola è cosa viva,  cioè mossa e animata dall’idea e dal sentimento che continuamente si agitano e per così dire fermentano nel nostro animo, essa muta perché nel nostro spirito sempre qualche cosa si muove e si cangia[…]>>-

E’ l’anticipo della parola pneumatica di Ebner , recupero  della “rilevanza spirituale” dell’uomo al quale è dato di proiettarsi verso l’altro in quanto essere parlante.

 Non è difficile ravvisare in queste affermazioni i concetti base delle conquiste della psico-linguistica ancora da venire.

 In un altro passo della stessa opera si legge –

<<La parola è modulazione musicale, la quale varia non solo da individuo a individuo[…..]ma pure in vari momenti della stessa persona, pronunziante la medesima parola[…]>>

<<Il suono di per sé […] solo sarebbe puro rumore privo di senso o se l’animo nostro non associasse a quel suono un proprio concetto[…] La parola è una creazione soggettiva, non solo nel suo contenuto ideale, che è lo scopo e l’essenza del linguaggio ma anche per ciò che riguarda il suono materiale>>

Manca più di un decennio alla pubblicazione, per opera di due suoi allievi, delle lezioni del grande linguista ginevrino Ferdinand De Saussure, racchiuse nel “Corso di Linguistica generale” e, di nuovo, senza timore di essere smentiti, troviamo nelle affermazioni del professore Scerbo che abbiamo riportato, alcuni degli assunti, divenuti poi base e verità inoppugnabili di tutti gli studi linguistici successivi. Ci riferiamo ai concetti di “Significato” e di “Significante” e a quelli sommamente importanti di “Langue” e di “Parole”-

                                                               ***

<<Or  vent’anni fa ebbi fantasia- più proprio direbbesi audacia[…]- di pubblicare certe mie divagazioni metafisiche: ”Problemi di filosofia della natura” col sottotitolo ”Pensieri di un metafisico”[…] Non sono gran fatto forte in Storia Naturale, ma[…] per il mio officio di critico basta- e m’è d’avanzo-un poco di logica, […] semplice e piana, temperata con un pizzico di buon senso>>

<<L’uomo grave di Scienza[…] non sorrida; poiché  io non sarò sì temerario da invadere il suo campo. Io spazierò, a così dire, sopra terra[…], nelle regioni della Filosofia>>-

Questi passaggi sono tratti da “Scienza e Buon Senso”(1927) che  è opera filosofica. Pur tuttavia, Scerbo non è filosofo tout court.  Scrive nella nota al lettore-

<<Dalla logica distinzione tra Scienza della Natura e Filosofia della Natura- trae  il mio discorso la sua ragione d’essere>>-

<<Sotto il nome di Scienza […] s’intendono le discipline aventi carattere più o meno soggettive, dette altrimenti filosofiche e morali>>-

Lo scienziato, dunque, chiarisce la sua volontà di non peccare di temerarietà percorrendo i territori dell’uomo di scienze poiché egli si aggirerà “sopra terra”, nelle “regioni della filosofia”. Scerbo indaga e, meglio ancora, ragiona sulle novità  rivoluzionarie  del primo novecento. Indaga e contesta. In pari modo, la teoria della relatività, quelle di Freud e soprattutto le teorie evoluzioniste di Lamarck e di Darwin. Ciò che a lui interessa è quel “periglioso argomento”, “pauroso e grandioso” che schiude “l’origine nostra e forse dell’ Universo”. E’ L’Universo, con il suo Ordine e la sua Armonia, ad affascinare lo scienziato-filosofo. Vi è una legge che è regola dell’Universo “creato perfetto sin dal primo istante”,  e che è principio di Ordine Fisico e Spirituale, collegamento e transito armonico da Dio, Motore Immobile, a Dio, Causa Finale.  Scerbo, nonostante non ammetta l’assolutezza dello Spirito crociano, invia l’opera a Benedetto Croce che ne accoglie i principi fondamentali.  Scerbo, ammette la realtà in quanto rappresentazione dello Spirito teso alla Trascendenza;  per Croce, lo Spirito si realizza in un processo circolare, in connessioni di chiara matrice vichiana che si realizzano e si assolutizzano nell’immanenza.

                                                                      ***

 << Sotto sembianza spesso un po’ rozza, alcune costumanze hanno un non che di nobile[…] Avviso il lettore che la Calabria è grande[…] e perciò non garantisco che da per tutto, siano le medesime usanze>>

Nel -Numero Unico- Firenze pro Calabria- (1905),  dal titolo -Costumanze Calabresi-, Scerbo racconta degli usi più caratterizzanti della civiltà calabrese anzi, marcellinarese, dal momento che altri luoghi della Calabria, sono, per sua ammissione,  sconosciuti.

<< Si usa fare, sul cadere della sera della vigilia (di Natale); una certa frittura tutta specialeil che si dice fare i “cuddurieddi”; nome non possibile a pronunziare bene a chi non sa il dialetto a causa del doppio dd= orig. ll  (di fatti, è diminutivo del greco collyra, ciambella)>>

Altre usanze vengono narrate come quelle che si accompagnano agli eventi luttuosi –

<<Non si accende fuoco per fare da mangiare per più giorni. Il cibo, che in generale è un vero pranzo, è portato da parenti o amici[…] E’ il cosiddetto cùnsulu (accento sulla prima sillaba). Il cùnsulu costituisce un debito: bisogna renderlo all’occasione>>-

                                                              ***

Francesco Scerbo, tornava a Marcellinara più spesso dopo il suo pensionamento, avvenuto nel 1924.

<< […] Conduceva vita modestissima: camminava sempre a piedi. Il suo pranzo era frugale; ogni sera, senza mai variare, si faceva preparare una pietanza di pane cotto e una tazza di latte>>-

Così risulta da documenti di taluni familiari di Francesco Scerbo, (quali il cognato Maviglia Rosario che aveva sposato la sorella Nunziata e lo studente universitario Adelchi Bevacqua). Nonostante la sempre più ampia fama di cui godeva in Firenze, non aveva modificato in alcun modo le sue semplici, quasi francescane abitudini di vita.

Nel 1925, il Vescovo di Nicastro, Monsignor Eugenio Giambro  andò a fargli visita con tutti gli studenti del Seminario. I Baroni Sanseverino misero a disposizione, per l’occasione, la sala grande del palazzo baronale. Al discorso di circostanza, lo scienziato rispose con poche, essenziali parole.  Al ritorno di uno di questi viaggi nella sua terra, si fermò a Roma, dopo una sosta a Salerno. Qui si ammalò di polmonite.  Ospite di Maria Clotilde D’Annunzio, vedova Bergés, fu ricoverato nella clinica Morgagni. A fargli visita, il Cardinale Gasparri. Tramite telegramma,  Papa Pio XI gli assicurava le sue preghiere.  Era il Settembre del 1927. Morì il 13 Ottobre assistito dai nipoti. Dal 1956, le sue spoglie, traslate dal cimitero di Marcellinara, riposano nella Chiesa di Maria SS. Assunta nel suo stesso paese.

 



[1] B. Croce, Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale

FRANCESCO SCERBO ( Prima parte)

May 242016

 

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FRANCESCO  SCERBO - (Prima parte)

<<Io parlo del mio paese, Marcellinara, ond’è che da quella pendice, l’Appennino è ridotto a quasi pianeggiante collina; e vi si gode il magnifico spettacolo dei due mari, il Ionio e il Tirreno, in mezzo al quale, massime nei tramonti sereni, si scorge maestoso lo Stromboli>>

(Costumanze Calabresi 1905)

<< Chi scrive passò l’infanzia in luoghi ove le stufe non si sognano neanche, e tanto meno il fuoco a letto; ove neppure le finestre hanno tutti i vetri; ove i fichi secchi sono quasi il nutrimento quotidiano di tanta gente nei mesi d’inverno, insomma ove la vita era rude assai. Ma benedetta quella rudezza>> -

 (Problemi di filosofia della natura-Pensieri di un metafisico 1907)

 

Il paese è Marcellinara, l’uomo è Francesco Scerbo, sacerdote, filosofo, scienziato, glottologo.

                                                                     ***

Il Feudo dei Ruffo di Calabria , all’interno della Baronia di Tiriolo, comprendeva il territorio di Marcellinara, paese sorto durante la guerra dei Vespri Siciliani. Questo fino al 1445, anno in cui, il re di Napoli Alfonso I°d’Aragona, proclamò feudo la terra di Marcellinara, divenuta in seguito “Universitas terrae Marcellinarae” e la assegnò a Niccolò Sanseverino dei Conti di Mileto che lo aveva aiutato nell’assedio di Catanzaro contro il conte di Ventimiglia, rappresentante dell’antagonista potere angioino. Siamo di fronte a categorie ferme della realtà calabrese: baronie agrarie, miseria, rituali che regolano valori e comportamenti codificati su un rigido sistema arcaico.

Qui nasce ,nel 1849, il 7 di ottobre , Francesco Scerbo. Figlio di contadini proprietari, precisano le scarne cronache dell’epoca. Dunque lo stato di povertà della famiglia non era grave ma non tale da consentirgli studi regolari. Perciò lavora nei campi , legge e impara da autodidatta con qualche aiuto da  Don Francesco Colacino, sacerdote attento alle doti del piccolo Francesco che a quattordici anni entra in  Seminario a Nicastro.

<< (Celestina) salutò il figlio che partì per il Seminario. Gli raccontò parole di felicità e non una lacrima che lì dove andava - il figlio avrebbe saputo di uomini illustri e di storie magnifiche che il mondo certo non era quello  che finiva al confine della tramontana e per farlo immenso e sgargiante ce n’erano volute di lotte e di libri sudati>>[1]

In dieci anni percorre l’iter intero degli studi, persino le classi di studi umanistici e teologici. Diviene sacerdote il 7 giugno del 1873. Nel settembre dello stesso anno è a Firenze introdotto negli ambienti aristocratici da un certo Melchiorre che gli procura l’incarico di precettore presso la famiglia Peruzzi.

<<Prete si fece il figlio che leggeva e sapeva e poteva col pensiero navigare il mondo. Prete e professore. Lo accolsero in paese che la festa delle Palme non era stata cosa uguale. Lui distribuì confetti ai parenti, benedisse le sorelle e tornò a leggere e a scrivere di arabo e di filosofia in quella città che Celestina immaginava piena di chiese  con marmi bianchi e statue di giovani nudi e antichi>>[2].

Sono anni intensi, questi, per il giovane sacerdote che entra nel Regio Istituto di Studi Superiori (ora Università di Firenze). I suoi maestri sono illustri: Davide Castelli, Angelo De Gubernatis, Antelmo Severini. Con loro frequenta, quasi contemporaneamente i corsi di Studi Filosofici e Filologici con particolare riguardo alle lingue e alle culture orientali. L’ebraico, il siriaco, il sanscrito,insieme alle principali lingue moderne, divengono per lui occasione e spinta verso altri e profondi studi di religione, filosofia e linguistica. Nel 1881 consegue l’idoneità all’insegnamento dell’ebraico. Pubblica la “Grammatica della lingua ebraica” e la “Crestomazia ebraica e caldaica”.Nel 1891 è docente privato con effetto legale di Ebraico Biblico. La Massoneria avversa la sua nomina alla cattedra di Ebraico lasciata vuota dalla  morte del Castelli ; la fama del sacerdote studioso è però in crescita ed egli ottiene l’insegnamento ufficiale dell’ebraico che manterrà fino al 1924, anno del suo pensionamento.

                                                            ***

I rapporti tra scienza e fede

Il sacerdote Scerbo affronta uno dei più importanti problemi della Chiesa ,il rapporto tra scienza e fede che nella cultura dell’ottocento presentava  difficoltà senza fine.

 Il 18 novembre del 1893, l’enciclica Providentissimus Deus di Papa Leone XIII, aveva affrontato i temi della Bibbia e degli studi biblici ed esegetici ad essa legati. L’enciclica giungeva in un periodo segnato da forti polemiche nei confronti della fede della Chiesa.”L’esegesi liberale forniva a queste polemiche un sostegno importante poiché utilizzava tutte le risorse delle scienze”. L’enciclica invitava  gli esegeti ad acquisire un’autentica competenza scientifica  in modo da superare gli avversari sul loro stesso terreno:”Il primo modo di difesa si trova nello studio delle antiche lingue dell’Oriente così come nell’esercizio della critica scientifica”. In quanto uomo di fede e di cultura lo Scerbo in alcuni passi della “Crestomazia ebraico-Caldaica (1884) cosi aveva scritto-

<<La Bibbia non di rado, massime per novità religiose, è stata travolta a sensi strani e al tutto inverosimili. Fa’d’uopo, dunque, saper distinguere il vero dal falso[…].Bisogna pigliare le mosse dalla genuina e propria accezione della lingua[…] La parola non può né deve perdere la sua genuina forza[…]dalle cose sensibili ma vere , si ascende alle più sublimi  espirituali >> -

L’esigenza strutturale intrinseca alla fede cristiana e alla ragione umana è quella di allearsi, non di confliggere, di incontrarsi non di scontrarsi. E’ dunque nella Sacra Scrittura che tale esigenza si verifica; il Dio Biblico si rivela come “Logos”e come “Logos”agisce.

Il rapporto di stretta connessione tra ragione e fede del “crede ut intelligas et intellige ut credas” di S. Agostino è rinnovato e potenziato nei numerosi scritti del professore Scerbo ,”Il vecchio Testamento e la critica odierna( 1902)”,”Nuovo Saggio di critica biblica(1903)”, ”I Salmi nel testo originale(1925)”, “Dizionario ebraico e caldaico del Vecchio Testamento(1913)”, “Il cantico dei Cantici(1904)”. La produzione letteraria in ambito biblico del professore Scerbo, è dunque, tutta nell’alveo dell’incontro della fede con l’intelligenza-

 << La bellezza e la profondità delle scritture pur mantenendosi fedeli ad un criterio di scientificità assoluta non possono essere distrutte dalle Scienze>> -

 Il Concilio Vaticano II, in uno dei suoi principali documenti, il “Dei Verbum”, Costituzione Dogmatica sulla Divina Rivelazione  promulgata da Papa Paolo VI il 18 novembre del 1965 avrebbe trattato dell’ispirazione e dell’interpretazione della Sacra Scrittura. La Verità, vi si evince, viene proposta in testi  poetici o storici o profetici e  le parole di Dio espresse con lingue umane, si sono fatte simili al parlare dell’uomo. Sta  all’uomo stesso perciò, ricercarne il senso reale. Il 14 settembre 1998, al ventesimo anno del suo pontificato Papa Giovanni Paolo II avrebbe promulgato l’enciclica Fides et Ratio che in diversi argomenti propone lo spirito dell’uomo compreso tra due ali, fede e ragione. La cura e il nutrimento della nostra fede viene dalla ragione perché si possano combattere i mali che assediano l’umanità e procurano insidie alla Chiesa. Possiamo affermare senza temere di essere smentiti che negli scritti e nelle posizioni dello Scerbo appaiono già i segni di ciò che abbiamo richiamato e che tali segni poggiano sull’assoluta adesione alle verità stabilite dalla Chiesa che il nostro, in quanto uomo di Scienze e di Fede, è pronto a difendere contro i pericoli derivanti dal Razionalismo Biblico e dal Modernismo Teologico-Filosofico.

L’Illuminismo aveva lasciato la sua eredità anche nel campo degli studi biblici. G.E. Lessing, filosofo illuminista tedesco, affermava la coincidenza totale della rivelazione con la ragione, della religione positiva con la religione naturale come termine ultimo a cui la Provvidenza destina l’Umanità. I dogmi della Religione Cristiana, la più alta delle religioni positive, erano destinati a divenire Verità di Ragione. All’epoca in cui il Sacerdote Scerbo esercita il suo Ministero, il semitista e filologo protestante tedesco J.Wellhausen si dichiarava convinto, in un’opera del 1894,che il Pentateuco fosse una “tessitura teologica”degli autori mistici al tempo delle invasioni assire, babilonesi e macedoni. Nessun valore storico era dunque da  attribuire ai racconti biblici. Francesco Scerbo fa’ sua la posizione della Chiesa che nella costituzione “Dei Filius” aveva  affermato il rapporto tra scienza e fede tra ragione e rivelazione. Il libro che il professore invita a leggere è il libro di Dio anche se, per la composizione si è servito di uomini, per adattare  il suo all’umano linguaggio.

L’ altra tormenta per la Chiesa degli inizi del XX secolo, era quella del Modernismo Teologico-Filosofico che derivava dal Positivismo l’applicazione del metodo critico alle fonti bibliche. “La rivelazione non è normativamente definita ma superabile nel futuro; il dogma è rappresentazione impropria di una realtà trascendente; la realtà di Dio sostanzialmente non è conoscibile; la teologia deve analizzare le forme teologiche, storicamente condizionate nelle quali si è espressa la religione”. In Francia, in Inghilterra, in Italia rispettivamente A. Loisy, G.Tyrrel, R. Murri, furono i principali rappresentanti del movimento che la Chiesa condannò in blocco prima con il decreto “Lamentabili”, quindi con l’Enciclica “Pascendi Dominici Gregis” di Papa Pio X entrambi del 1907. Nessuna esitazione per Francesco Scerbo. La sua fede era semplice e i suoi studi profondi e sinceri sebbene non se ne vantasse e anzi più volte avesse fatto professione di umiltà al punto che il professore Martucci , suo amico aveva scritto-

<<Il professore Scerbo metteva a nascondere la sua virtù tanta cura quanta altri a nascondere i propri difetti>>

Nella rivista “Cultura Filosofica”del 15 luglio del 1908 in “Alcune considerazioni sul Modernismo”in conclusione cosi si esprime-

<<Avevamo steso queste poche pagine, quando ci imbattemmo nell’articolo del prof. Gentile sul Modernismo, nella Critica del Croce. L’ articolo è una strenua difesa dell’enciclica Pascendi. Si il Gentile, si il Croce, si tanti altri, i quali hanno notato l’incoerenza dei modernisti, incaponiti di restar cattolici dopo aver fatto strazio di ciò che costituisce l’essenza del Cattolicesimo. I Modernisti non possono dire di essere combattuti dalle sole persone di Chiesa retrive e intransigenti e dai teologi di mente corta. La loro posizione è si falsa e illogica che risalta ad ogni osservatore sagace e di buon senso>>-

Fu proprio con Benedetto Croce  che il professore  tenne una proficua corrispondenza dalla quale (oltre che dalle sue opere) si evincono il suo pensiero filosofico e le sue modernissime concezioni di Linguistica.  

 

 

[1]Anna Stella Scerbo- Celestina- Parole Resistenti- Margutte 2015
[2]ibidem

GLI ULIVI E LA ROSA DI FRANCO COSTABILE

Apr 222016

 

‹‹Un arancio

il tuo cuore,

succo d'aurora.

Calabria,

rosa nel bicchiere››.

 

Il poeta è sempre dentro ad una terra, ad un tempo esatto  di cui scopre la sostanza più brutale, la legge dell'assurdo, del dolore e dell'ingiustizia, del distacco e dell’abbandono, della rabbia e della denuncia.  La poesia di Franco Costabile è tutto questo. 

E se non fosse che a tenere insieme questi sentimenti, in una sintesi di mirabile coscienza del vero, è l’ ineludibile certezza  che ogni poesia  da particolare si fa universale, da singolarissima e unica che nasce, si allarga all’umanità intera, quasi ci sembrerebbe che Costabile sia uno di quei poeti del Sud d’Italia che piangono la disperazione della propria terra e la propria, senza altra ragione se non quella di alleggerire il cuore  dall’essersi fatto  vittima di una storia ingrata e emarginante.  A Roma, il 14 aprile del 1965,  Costabile si toglie la vita a soli 41 anni. Firma con questo la sua resa finale  al tormento  di un’esistenza   amputata in tenera età  dall’ abbandono del padre e straniata più tardi dal distacco dalla sua terra- Scriveva Brodskij che “ compito della poesia, per quanto brutale possa essere il confronto con il reale, consiste nel resistere alla realtà, nel porgere un’alternativa linguistica, nel temprare il cuore ad ogni eventualità, inclusa la propria definitiva disfatta”. Fu esattamente così per Costabile.

  ‹‹ Ce ne andiamo./ Ce ne andiamo via./ Ce ne andiamo /con dieci centimetri /di terra secca sotto le scarpe/ con mani dure, con rabbia con niente. […]/ Senza/ sentire più/ il nome Calabria / il nome disperazione. […]/ Troppo / troppo tempo/  a restarcene zitti / quando bisognava parlare, basta. […] Addio, /terra. / Terra mia /lunga / silenziosa. […] Cento volte/ ce ne siamo già andati /staccandosi dai rami,  […]Siamo / un'altra volta /la fantasia / degli dei.[…]  Addio  terra./ Salutiamo, /è ora››.

Costabile è un poeta di libertà e di verità, agognate entrambe, cercate incessantemente anche al di là dei confini geografici e umani ricevuti in sorte. La sua poesia non appartiene a un non-tempo astratto, si sente dentro la volontà di affidarle  un ruolo etico per affermare, dichiarare e denunciare una realtà che il poeta vede mutare nelle forme economiche, nei comportamenti, nei modi di vivere individuali e sociali e di cui coglie  le forme illusorie ed effimere. Non sono bastevoli le frequentazioni che egli aveva con altri letterati, Sobrero, Frattini, Accrocca, con i quali si incontrava  in casa dello scultore Mazzullo, a dirci quale sia stata la genesi certa del suo processo interiore. Né l’amicizia con Ungaretti, di cui fu allievo all’Università, ci dà informazioni sulle ragioni letterarie e culturali che fanno  particolare il timbro della sua poesia non accomunabile a quella di nessun altro poeta del Meridione d’Italia. Costabile rimane a suo modo un poeta misterioso perché tale è l’intreccio delle vicende umane, infiniti sono i segni incisi nell’animo e il poeta sceglie quelli che rispondono, altrettanto misteriosamente, al senso che egli vuole imprimere alla propria esistenza.

Le sue raccolte, da “Via degli Ulivi” a “La rosa nel bicchiere” , al “Canto dei nuovi emigranti” testimoniano categorie eterne: l’uomo nel flusso dell’esistenza, la Calabria misera ed emigrante, i contadini schiacciati da regole crudelmente feudali, l’uomo-intellettuale che vive la disappartenenza, la disarmonia continua e dolorosa col reale-

‹‹E la città, la grande città./ Vi arrivai una domenica d’estate./ E da allora, anche oggi,/rasento le vetrine/[…] fra le cicche e gli sputi/ raccolgo la pietà dei marciapiedi››.

La realtà, in Costabile non è documentaristica né memorialistica, la Calabria è paradigma della pena del vivere. La sua vicinanza al Neorealismo è partecipazione al clima di speranza e di impegno che negli anni dell’immediato dopoguerra caratterizzò il pensiero e la produzione di svariati autori. In “Via degli ulivi”, del 1950, la lezione del neorealismo appare secondaria ad altri influssi e la raccolta la leggiamo come un canzoniere d’amore in cui il dolore per il distacco dai luoghi amati, costituisce la trama su cui si ricama la sua storia d’amore-

‹‹E dov’erano solo fili d’erba/un poco innamorata e un poco stanca,/ ti piaceva guardare il mio paese./ E i silenzi immobili del bosco/leggevano le favole più antiche››

‹‹Amo i tuoi capelli/ riversi sulla bocca/e il tuo sorriso/ sparso nel bianco dei cuscini./Amo le tue pupille di stagno./Amo./ E dimentico ››

Il soggetto lirico rappresenta se stesso nel racconto d’amore e già la via mediana tra scelte morali e scelte formali è raggiunta. Un tutto armonico sostanzia  sentimenti e  ricordi. Privi di vocazione prosastica, i moduli linguistici sono più vicini all’ermetismo, la parola polisemica e verticale, è sostanza autentica e vitale. La poesia, in Costabile, amplifica le lacerazioni dell’esistenza, fino a non poterle più esorcizzare. La prassi poetica assolutizza  il suo male oscuro fino all’atto liberatorio e fatale. Ne “La rosa nel bicchiere”, seconda raccolta,  i tempi sono quelli  interiori della memoria soggettiva-

‹‹ Mio sud/ Mio sud,/mezzogiorno/potente di cicale,/ sembra una leggenda/che vi siano/ torrenti a primavera./ Mio sud,/ inverno mio caldo/ come latte di capre,[…] Mio sud,/ pianura mia,/ mia carretta lenta./Anime di emigranti/ vengono la notte a piangere/ sotto gli ulivi,/ e domani alle nove/ il sole già brucia, i passeri/ a mezz'ora di cammino/ non hanno più niente da cantare./ Mio sud,/ mio brigante sanguigno,/ portami notizie della collina./ Siedi, bevi un altro bicchiere/e raccontami del vento di quest'anno››.

Gli “universali” in senso Kantiano, della storia concreta di un Sud terragno e feudale, secondo l’espressione di Quasimodo, seguono il  naturale processo di astrazione e di simbolizzazione di ogni linguaggio poetico e si nutrono della lezione dei grandi del Novecento. In particolare, vi sono in Costabile, le orme dell’ermetismo  di cui condivide la specularità vita- scelte formali, e gli archetipi della poesia ispano-andalusa, in specie di quella Lorchiana-

‹‹Forse  morrò sopra questa chitarra/ che conosce il tumulto del mio sangue./E se bisogna attraversare il cielo/ l’appenderò sul corno della luna››.

Molto altro si può scrivere su Franco Costabile e su “Il canto dei nuovi Emigranti”, la più bella delle sue ultime, lunghe, tre composizioni in cui il tono di denuncia si fa alto e potente. Molto altro sulla sua disfatta che abbiamo detto essere  estrema resa al ciclo assurdo della vita. I versi di Ungaretti , incisi sulla sua lapide nel cimitero, e sulla facciata della sua casa, a Sambiase, luogo di nascita, ci aiutano a chiudere la narrazione sul “cuore cantastorie”  più amato di Calabria-

« Con questo cuore troppo cantastorie,

 dicevi ponendo una rosa nel bicchiere

 e la rosa s'è spenta poco a poco

 come il tuo cuore, si è spenta per cantare.

una storia tragica per sempre››.

                                                                              undefined

 

 

 

 

 

 Pubblicato su Margutte

 

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