Il Blog di Anna Stella Scerbo

Uomini e donne del Mezzogiorno: mito, letteratura, storia

PINA MAJOINE MAURO

Nov 292016

 

 

 

 

 

Pina Majone Mauro             

 

“E’ responsabilità della società far sì che un poeta sia un poeta”[1]

                                                             *

 “…Vanto e vergogna della nostra storia/il Sud è una ferita insoluta/nella carne segnata di sconfitte/ di Sud potremo vivere o morire[…]”

                                                     *

“… Quaggiù la vita è un’isobara causale[…]

dove ardenti, nel cono allusivo

d’una luna bugiarda

planano i venti dai tropici del mito[…]

                                                   *

“ … sfuggito di mano al Creatore /Questo lembo di terra indeciso/ se appartenere all’Africa o all’Europa/Tra l’una e l’altra libero/d’essere marocchino o norvegese/restò sospeso come una frontiera /salino, inamovibile diaframma[…]

                                                    

                                                     ***

Pina Majone Mauro, ha scritto questi versi. A lei che è poeta, radici e appartenenza hanno affidato la responsabilità di farsene depositaria e messaggera, e di vivere del ricordo, del dolore e del canto .

                                                          *

Il poeta è testimone e anticipatore della storia, della propria e di quella della sua terra. Nella crisi  del cambiamento della funzione sociale del poeta stesso, egli da eroe-guida, diviene coprotagonista della storia comune e ne risponde  in quanto coscienza narrante. La narrazione in versi di una Calabria  verso la quale vale l’affermazione di Giuseppe Berto riguardo la predisposizione a capirla, pena la mancata coscienza dei suoi mali e soprattutto la mancata empatia e commozione con la sua stessa anima, diventa in Pina Majone amore e compassione.

                                                              *

Sappiamo bene come la poesia che quei mali ha rappresentato,  si sia guadagnata i soli meriti  legati alla narrazione e al canto  di una storia di sudditanza e di dolore e di una costante, quanto inesaudita voglia di riscatto. Da sempre, non poesia di letteratura ma poesia minore di un’identità sottoposta senza fine all’insulto di una Storia altra. Inchiodata ai principali temi sociali, culturali e storici del nostro Meridione,  conclusa e costretta nei confini geografici e ideali che per destino o per volontà le sono stati assegnati non avrebbe conosciuto niente altro  che un  rassegnato ripiegamento su se stessa.

Pina Majone Mauro, come pochi altri autori del Mezzogiorno,  si è sottratta a questo destino di emarginazione. Si avverte, in lei poeta, la stessa sofferenza, in comunione d’animo, delle contrade, dei luoghi, degli uomini. Sofferenza  di ricordi laceranti e mai sconfessati a sé e nello stesso tempo mai del tutto confessati. Al punto che dolore e dolore si incrociano, si riconoscono si fanno unico canto, di sé e della propria terra-

“[…] questo mare canterà la sua canzone/colonna sonora forse un po’ stonata/al film muto dell’ultima carezza/alla provvisorietà del nostro addio[…]-”

                                                               *

“…forse la fame, forse un sogno antico/ti portarono lontano da te stesso/da me che ancora avevo/tante cose da dirti[…] tra noi si fecero muro di dolore/[…]chiamo la notte a testimone/ che ogni tua partenza ogni mio addio altro non erano per noi che l’anagramma/di ogni sicuro ritorno”-

                                                       ***

In quanto poeta, Pina Majone, è sapiente. Per questo, si lega al viaggio profondo, dove riposano le coincidenze tra i sentimenti e gli eventi del passato e quelli che si rinnovano nello svolgersi inarrestabile dei giorni, nella dinamica  sempre inconclusa del fare esperienza.  

In quanto poeta, Pina Majone è responsabile del canto della vita. E’ la vita che le interessa. Che sia scacco o sofferenza, interpreta,   interiorizza, rappresenta l’Odissea  magnifica e terribile di ogni uomo. Non le è dato evitare l’appuntamento con la vita, mancare all’appello che l’attende nei luoghi vivi della sua presenza nell’esistere. Nell’affermazione di Aristotele,  sui primi filosofi greci i quali, “poeticamente” pensavano, lavora la vicinanza innegabile  tra  filosofia e poesia. Nel corso del tempo sembra che le loro strade, in molti momenti vicini, si siano allontanate, ciascuna a raggiungere mete estranee l’una all’altra. La conoscenza, filosofia e poesia,  attraversa i territori di tutti  i  saperi  e , in una  “soggettività nomade” com’è quella della Majone, esponente dell’intellettualità femminile che si è costruita anno dopo anno, si sono create connessioni e vicinanze tra le proprie sofferte esperienze e quelle che dall’esterno dissolvevano certezze, avanzavano dubbi, segnavano la crisi irreversibile di idee e sentimenti-

“[…] come petali fra pagine ingiallite/cibo per i lepismi che divorano/con la follia dei poeti/le nostre storie inedite/ che quando si mutarono in poesia,/ non furono più lette da nessuno”[…]-

Ed è qui che Majone  misura le cose con lo sguardo di uno “che sa” e nello stesso tempo “non sa”  e apprende che “tutto ciò che è vero è altro da sé ”. Si inoltra, allora, in un tentativo né facile, né dagli esiti scontati. Indagare il mistero che è dentro alla sua terra, alla sua storia, dentro di sé-

 “…non è dall’altra parte/ dell’Universo la terra promessa/dalla tua nuova patria forestiera[….] e mi riprendo quel cielo di mezzo/ che in quella nostra notte mai vissuta/ precipitò sul prato[…]-

 Non il Fenomeno ma il Noumeno   è il  suo traguardo.

Rendere credibile il mistero dell’esistenza, senza la quale la poesia fallirebbe il suo compito, ridotta a non avere contenuti, a privarsi di ogni senso possibile. La sua poesia, metafora o puntuale descrizione, è quella dell’uomo che attende una rivelazione sull’esistenza. Della sua terra, di sé. Lo sguardo, su tutto ciò che nella sua anima o nel mondo si muove, è quello di chi non vuole ridurre a qualcos’altro ciò che sente, ciò che vede, ma di chi continua, con minuziosa dedizione, a fare del proprio destino un destino di poesia. Anche il Cosmo, infinitamente lontano, nello svolgersi quasi metafisico  del verso,  è chiamato in causa dalla creatura che  chiede complicità e ammissione -

“[…] nel silenzio delle zolle dove invano/cercasti la supernova che una notte/calda d’Agosto puntava su di noi/astigmatica astrale previsione/per sigillare quel falso giuramento/fatto a dita incrociate sulla bocca”-

                                                         *

 Majone, nella mappa delle proprie smarrite  geografie interiori, nel fiume carsico dei suoi giorni,  ricerca ciò che visibilmente  possa riabilitare a sé i luoghi della sua anima, ciò che possa farle toccare le sponde della sua patria più intima. Dopo il troppo andare verso mete di solitudine e di dolore, di irriconoscente rifiuto-

 “[…] quando il tempo del sogno è compiuto/ quando siamo rimasti in pochi/ ostinati a rincorrere/ un cielo che si è sempre negato/alla nostra orgogliosa pochezza…/ Gli anni sono corsi via come il Libeccio/ma la partita non è ancora chiusa/forse è ancora possibile fermarli/ascoltare la voce del Poeta” -           

E’ in questo ascoltare che si avverte come il  poeta diventi poeta  impegnato. Sottilissimo il confine tra poesia lirica e poesia sociale. Se il poeta denuncia un disagio personale, racconta implicitamente il suo tempo, la sua appartenenza ad una storia, ad una terra, alla nostra storia, alla nostra terra  e inizia così la ricerca, la denuncia. Comincia il canto. Ed è canto d’amore. Strumento in grado di affermarne   identità e coscienza non solo di questa storia e di questa terra ma diogni storia di ogni terra alla quale, in qualsiasi latitudine, siano toccati in sorte il dolore, la sottomissione, l’offesa.

E’ un impegno ineludibile, a cui la Majone nega la  dimensione del vittimismo, di ogni passiva rassegnazione che sola porterebbe a limiti angusti e chiuderebbe inevitabilmente orizzonti dovuti al salvataggio di un tesoro nascosto nelle profondità del mito-

“[…] La nostra verità non fu la storia/ a raccontarla ma il mito che va/sulle scorciatoie del vento[…]

                                                      *

“… con Efesto dio zoppo e deforme/ che fece di un cratere la sua reggia/ed Eolo che abitò l’ isole dolci / fummo signori dei fuochi e di venti[…]

                                                       *                                                                                 

“[…]scende Selene ad ogni plenilunio/a contemplare Endimione dormiente/nell’antro dell’eterna giovinezza”- 

Né evita , poiché la sua è voce di donna, i meandri,  più ardui da definire ma pulsanti  di eguale forza, del ricordo.  “Proustiana ” memoria dell’intelligenza”,  è rivivere,  ripetere con l’anima le esperienze -

“…né puoi avere scordato/ che da bambino scalavi le stelle/e sognando di giorno progettavi/castelli di sabbia in riva al mare[…]”-

                                                   *

Proprio perché voce di donna, in un’epoca di parole liquide, oziose, buone per tutti gli usi, parole che immiseriscono il pensiero, che ammalano di insensatezza il linguaggio, la voce della Majone, è voce della chiarezza, dello svelamento della realtà, del disincanto.

Senonché il destino della voce che si fa  parole di poesia,  è quello che  conduce, quasi inavvertitamente,  o come scelta voluta dalla coscienza del poeta, verso i territori dell’indeterminatezza, verso lo sfumare di linee precise a favore di uno sguardo più penetrante. E’ allora che l’andamento dei versi della Majone raffigura quasi un muoversi di interminabile bellezza e terrore nella profondità, categoria assoluta, questa sì, delle viscere di quella terra che tutta  contiene, madre dolorosa e paziente, uomini, storie, e i loro dolori e le loro speranze.

“[…] Così questa voce che viene/dall’involucro uterino della terra/scivola sul pendìo[…]”    

La Natura, quella della sua terra, mare o cielo, profondità o altezza si svela all’autrice che nella verticalità del verso, acquista  vibrazioni di musica-

 “…per scalare il cielo impossibile/di questa terra bestemmiata e persa/leghiamoci in cordata /legata al filo, potrei recuperare/dagli arditi dirupi di granito[…] la visuale a oltranza di un negato infinito[…]”-

                                                     *

“ […] umile e preziosa cresce l’erica/ alla carezza del vento/ai bordi di un cielo promesso/scie di comete già passate”-

Ogni immagine di lontananza  si muove intorno a due fuochi. La parola e il ritmo. E’ questa  rotazione, questa ellissi che avvicina o allontana, volta per volta il dolore, la nostalgia, la perdita.

Facile sarebbe, perciò parlare di musicalità nei versi della Majone. Facile ma non vero per i suoi versi. Ciò a cui lei obbedisce è il pulsare di sensibilità e ragione che non confliggono, ma  si organizzano in una sintassi dagli echi leopardiani e meglio ancora montaliani, per cui il messaggio è reso più intenso e le atmosfere più lontane e quasi incantate.

“…il tempo allineò le nostre notti/alla voce del mare/ alla fase calante della luna/al lume pietoso delle stelle/e le infilò come perle bucate al nostro sogno assurdo e ricorrente[…]”

                                                           *

Viene chiesto molto alla parola nelle poesie della Majone, caricata com’è  di un’ulteriore responsabilità, quella di viaggiare entro confini e limiti ma ancor più  di cercare orizzonti nuovi alla sua stessa parola di donna poeta. Parola  materica e parola, nello stesso tempo, sopravvissuta al sogno e all’urto col reale, parola di cose e di suoni che le rinnovano e perciò stesso affrancata dalla necessità di essere disciplinata dalla punteggiatura-

“[…] è nero il nostro pane ma è dolce/caldo di forno, acceso con l’amore/né azzimo, né sciocco scrocchia in bocca/generoso e gentile/ tenera la mollica, aspra la crosta[…]”-

                                                               *

“[…] s’ammiela lo zibibbo/ di ambrosia serotina/ s’arrubbizza  l’uva marcigliana/dolcissima e sanguigna[…]”

 Il reale  è reso nel suo respirare, poiché la realtà è visionata a fondo e perciò stesso è visione d’oltre da sé stessa. Pina Majone ha abitato l’eco del mondo, del proprio e di quello della propria terra, e lo ha tramutato in un in-cantato universo poetico.

“[…]questa da cui ti guardo/è una notte d’Agosto che ci attende/ è una stellata pensile sull’acqua/ è l’astro bugiardo che mai cadde/ nel prato dei nostri desideri[…]

La sua, ne siamo certi, è voce che viene da lontano e porta lontano, poiché condividiamo la verità di Marina Cvetaeva - Il poeta da lontano conduce la parola- la parola conduce il poeta lontano-

 

                                                                

 

 



[1] Questa e altre indicazioni, che in verità suonano come precetti, sono contenute negli atti della Conferenza delle Riviste Americane sulla Responsabilità Sociale della Poesia e degli Scrittori del 1984. L’autrice è Grace Paley, scrittrice, poetessa e attivista americana di origini russe.

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