Il Blog di Anna Stella Scerbo

Uomini e donne del Mezzogiorno: mito, letteratura, storia

GLI ALBANESI DI CALABRIA E IL RISORGIMENTO D'ITALIA (Prima parte)

Sep 112017

 

 

 

 

 

Gli Albanesi di Calabria e il Risorgimento d’Italiaundefined

 

«Garibaldi, grande prode in camicia rossa/eguaglia il nostro Scanderbeg/perché quando con fierezza/impugna la spada/quale folgore brucia e squarcia/».

C’è un popolo che sopravvive da più di mezzo millennio in 41 comuni e 9 frazioni dell’Italia Centro Meridionale con oltre centomila abitanti e che nella nostra storia di calabresi ha un posto preciso e un ruolo importante. Sono gli albanesi d’Italia e non vi è paese dell’Arbëria in Sicilia o in Calabria, fondato nella seconda metà del xv secolo, da profughi provenienti dall’Albania occupata dagli Ottomani, che non abbia contribuito, con foga patriottica più volte segnata da esiti tragici, alla costruzione di quel grande progetto politico che fu l’Unità d’Italia.

 Perciò, abbiamo preso in prestito i versi del poeta Zep Serembe di San Cosmo Albanese, per introdurre storie  solo apparentemente marginali all’interno della grande storia del Risorgimento. E’ vero che alla tutela e alla conservazione di questo pezzo importante della cultura meridionale sono state dedicate poche cure quali la legge del 15 Dicembre del 1999 e taluni aiuti per la conservazione della lingua arbëreshe e altrettanto vero è che demograficamente i borghi di origine albanese si stanno svuotando dei loro abitanti, come ha recentemente sottolineato lo scrittore Carmine Abate, nativo di Carfizzi, paese albanofono. Ma, a fronte di queste scoraggianti note, bisogna riconoscere che gli albanesi d’Italia hanno resistito a secoli di tentativi di assimilazione e forse non è esagerato il paragone portato tra la loro longevità culturale e  il grande solitario Pino Loricato, sempre dato in via d’estinzione e ancora ostinatamente impavido sulle pendici del Pollino.

Dunque gli albanesi di Calabria, rileggono la storia del Risorgimento con spirito ben diverso dai rimanenti calabresi ai quali il Risorgimento stesso appare ostile e contrario a loro; gli albanesi di Calabria, al di fuori di ogni retorica, vanno fieri del contributo di forze e di sangue fornito alla causa d’Italia.

Il Collegio di S. Adriano, in San Demetrio Corone, era stato il centro della Carboneria. Il più grande poeta albanese, Girolamo Di Rada, scrive nella sua autobiografia come, sotto la tutela compiacente del vescovo-presidente Mons. Bellusci, accanto ai libri obbligati e a quelli di ispirazione religiosa, se ne diffondessero altri che propagavano le nuove idee. Il Collegio, nominato da Gioacchino Murat, con decreto del 1810 e successivamente del 1811,”Liceo delle tre Calabrie” era decisamente malvisto dai Borbone che lo definivano “l’officina del diavolo”.

Più in là negli anni, durante i massacri cosentini in cui trovarono la morte i fratelli Bandiera, vennero condannati a morte 21 giovani tra i quali ben quindici erano albanesi. Tra questi, fucilato l’11 luglio 1844 alle ore 22, Raffaele Camodeca di 25 anni. Nel furore patriottico dei suoi giovani anni affrontò la morte gridando:

E’ questo il più bel giorno della mia vita, viva l’Italia”.

La stessa sorte avrebbe dovuto seguire Antonio Raho di Cosenza che preferì darsi la morte col veleno. I condannati avevano discusso se fosse più glorioso, per la Patria, consegnarsi al boia o finire per mano propria. Furono proprio i giovani condannati albanesi(così raccontano le cronache dell’epoca)a  ritenere onorevole consegnare la propria vita al nemico e non sottrarsi ad esso tramite il suicidio.

Nel 1856, Agesilao Milano, di San Benedetto Ullano, soldato nell’esercito borbonico, tentò di uccidere re Ferdinando II. Il suo fu un processo sommario e irregolare conclusosi  con la condanna a morte. Di lui Domenico Cassiano, uno dei maggiori studiosi arbëreshe contemporanei, scrive:

«Il ragazzo pregava ad alta voce, baciava il Crocefisso e ripeteva in continuazione ”viva Dio, la religione, la libertà la patria"»

e un testimone, ripreso da Cassiano, raccontò:

 «Agesilao salì animoso il patibolo e si compì la giustizia umana ma in modo così barbaro e crudele che il popolo mandò un grido d’indignazione e quasi minacciava di sollevarsi al punto che i gendarmi impugnarono le pistole e gli svizzeri già apparecchiavano a caricare il fucile. Durò un quarto d’ora l’agonia del condannato e dopo, anche il suo corpo venne indecentemente maltrattato dal carnefice».

Nel libro ”Il tenente generale”di  Giuseppe Martino si racconta di un altro giovane albanese, Pier Domenico Damis( di cui il Martino era parente). Il Damis fece parte dei movimenti irredentisti del 1844, del 1847 e del 1848. Costretto ad una latitanza di tre anni sulle montagne, stanato e imprigionato, fu  imbarcato per ordine dei Borbone per il Sud America. Di certo non mancò di coraggio se con altri 66 prigionieri  dirottò la nave verso l’Inghilterra, riuscendo per tempo ad imbarcarsi per Quarto e partecipare alla spedizione dei Mille da Marsala al Volturno.

Concludiamo questa “carrellata”con i 500 abitanti di Lungro che si unirono alla marcia garibaldina su Napoli, dopo avere inviato al condottiero uno scritto, prova della loro devozione alla causa dell’Unità e della loro fervente ammirazione per l’eroe dei due mondi:

«Essere straordinario, le nostre lingue non hanno parole come definirti, i nostri cuori non hanno espressioni come attestarti la nostra ammirazione. Un popolo intero ti acclama, liberatore della più bella parte d’Italia».

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