Il Blog di Anna Stella Scerbo

Uomini e donne del Mezzogiorno: mito, letteratura, storia

VINCENZO PADULA - Lo Stato delle Persone in Calabria- seconda parte- Il matrimonio-

Dec 302018

 

 

 

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«Il calabrese che nelle scuole si ricorda di essere concittadino di Augusto e nei campi d’essere fratello dei lupi, adopera il diritto lupino […]. Quand’ ella va di domenica alla  Messa e il sacrato è gremito di gente e gli organi suonano e le campane squillano, egli in faccia al sole, in faccia a Dio, in faccia al popolo, irrompe tra le donne come nibbio sopra lo stuolo di colombe, abbranca quella che egli ama; e o la imbianca, o la scapiglia o le toglie la muschera».

Padula ci informa che, nella Calabria del suo tempo, resistono taluni riti nuziali   del diritto Quiritario, ad esempio, quello di simulare il ratto della fanciulla. Rapirla dalle braccia della madre che fingeva grande paura, imbavagliarla con un velo (flammeum), sospingerla   in braccio entro la casa dello sposo che le conficcava una spada nelle chiome a voler ribadire una proprietà acquisita con la spada e da preservare con la spada, erano le scene sequenza tanto consapevoli, quanto necessarie all’imminenza del matrimonio . Sarebbe scontato considerare tali pratiche come lesive della dignità della donna se non vi riconoscessimo i segni di un passato remoto che in quanto possesso della nostra storia sociale e umana prende dignità di racconto-patrimonio da preservare e da tramandare.

Dunque, quell’innamorato che avevamo lasciato in indicibili pene impegnato nella conquista di una fanciulla quasi inafferrabile, ora la imbianca, la scapiglia, le toglie la muschera. Niente di meglio che le parole dello stesso Padula a raccontarci il senso   di questi termini e di questi atti.

«La fanciulla nubile mena in Calabria vita devota e reca in capo un velo di colore scuro: l’uomo dunque le toglie quel velo, gliene sciorina sopra un altro bianchissimo e la donna dicesi imbiancata. La fanciulla nubile porta la chioma coperta […] perché questa selvetta dove amore tende le sue paniuzze è sacra in Calabria; l’uomo le strappa il velo geloso e la donna dicesi scapigliata. La fanciulla nubile […] ha nella parte superiore della gonna tre buchi, in quel di mezzo ella ficca la testa, nei due laterali le braccia, e questi due si chiamano muschere. L’uomo le taglia col coltello queste muschere e la donna dicesi segnata».

Il diritto romano primitivo trova dunque in queste manifestazioni espliciti riferimenti. Principio e ragione della proprietà è la trasformazione, è ciò che l’uomo trasferisce di sé alle cose di cui si appropria, è il prenderne possesso e insieme assumersene il peso e la responsabilità. Tali modi appartenevano alle classi più umili e il nostro autore tiene costantemente in atto la necessità di non usare generalizzazioni che confondano il reale stato delle cose in una regione lontanissima dall’affrancarsi da retaggi che segnavano indissolubilmente i confini tra una società e l’altra. I “signori” usavano un solo modo per appropriarsi della donzella ambita, meno romuleo e meno eroico, e forse proprio per questo meno denso dell’umanità forte del calabrese:

«Indettatasi con l’uomo, la donna l’attende dietro l’uscio di via: l’amante passa, ella tosse, quei se la toglie sotto il braccio, va con lei due o tre volte nel paese e la lascia in deposito in un’altra famiglia».

E i signori la dovevano sapere lunga in fatto di sbrigative e a dire il vero poco eleganti pratiche di acquisizione della fanciulla designata come sposa:

 «Ch’è, ch’è non è? Rosina è volata; i vecchi padri soffiano, l’amante fa lo gnorri, la fuggitiva è reclusa e il paese parla! Si chiama dunque il Notaro, si roga l’atto e figli maschi».

Tutto questo conferma non soltanto la conoscenza che Padula ha della società calabrese del suo tempo ma anche la fine intelligenza delle cose che salda ogni sua analisi degli eventi (che sceglie come tema di argomentazione) alle più sottese ragioni interiori radicate nell’animo del calabrese.

La Calabria di Padula è del tutto libera da qualsivoglia sospetto di commiserazione così come da retorico compiacimento. Parla della serietà che il calabrese affida ad un sentimento tanto importante quanto destinato alla vita intera; il giovane non si innamora al primo sguardo e saggiamente imprende una “severissima inquisizione sul fatto della fanciulla” e tiene conto del comportamento della madre della fanciulla stessa poiché il detto popolare recita: “Dove salta la capra salta la capretta”. Sposa generalmente una sua vicina che le è cresciuta sotto gli occhi e della quale nessuno ha mai potuto dire una sola parola di dileggio. E pensate, cari lettori che la fanciulla che fino a questo punto abbiamo visto nel turbinio di serenate, finti rapimenti, reclusioni obbligate, sia davvero figurante insipida di questi riti? No davvero poiché ella:

« Innanzi di concedere il suo cuore vi pensa e ripensa e consulta il cielo e la terra […] e bella come Pitia nella Grecia, come Sibilla in Napoli,[…]  bella in tutti i luoghi e in tutti in tempi ha detto all’uomo- ”Io sono il frutto della scienza e della morte, mangiane ed adorami”-».

 

 

 

 

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