Il blog di Elio Ria

Spighe di poesia

Abbiamo visto il ritardo mangiarsi il mondo

ott 232019

undefined

 

Dai finestrini dell’autocorriera
ferma in coda sul ponte, una mattina,
abbiamo visto il ritardo mangiarsi il mondo,
abbiamo visto tutto il tempo che c’era.

Le nostre teste hanno smesso di dondolare.
Ai nostri quattro pensieri gonfi di sonno
è arrivato da sotto, tra campi e case,
un cigolio di cingoli.

Sul fondo dello sterro che sia priva
nei nostri sogni come una mano,
abbiamo visto il nero di un macigno

che non passava. Due pale meccaniche
abbiamo visto, come cigni in un lago,
tuffare il collo a turno sotto quel sasso.

( Umberto Fiori, Sterro, da La bella vista, 2002)

 

Umberto Fiori è nato a Sarzana nel 1949, vive a Milano, laureato in filosofia, è un insegnante, poeta, scrittore e musicista.
In Sterro, il poeta ci mette in contatto con l’immagine di un pullman e dei suoi passeggeri, in ritardo a causa dei lavori di scavo presso un ponte.
Il ritardo è il protagonista di questa poesia. I passeggeri di un pullman assistono all’intoppo temporale che li costringe a ‘rimanere appesi’ ad un tempo non sostenuto più dal suo naturale scorrimento. Entrano, quindi, in contatto in modo diretto con i cigolii dei cingoli, un rumore inatteso in una situazione altrettanto inattesa. Fiori ci restituisce in questi versi la quotidianità del tempo, che ci costringe ad assistere al tempo stesso che si arresta.
Il tempo assume a sé un rumore e lo rimanda ai passeggeri come segno di sospensione della quale non si può sapere nulla.
Il tempo è il nostro concetto di riferimento al mondo, un’astrazione mentale di cui ci serviamo per comprendere un movimento invisibile ed eterno, incomprensibile, ma organizzato tra le lancette dell’orologio, ovviamente per nostra comodità. Ad esso siamo sottoposti in una condizione conflittuale di interessi e di ragioni che si esprimono in due distinti versanti: ‘essere cosa’ a sé, oppure essere ‘parte’ della traiettoria del tempo che dà svolgimento di eventi nel mondo, senza che vi sia – da parte dell’uomo - nessuna interpretazione antecedente allo svolgimento dell’evento. Rimane soltanto l’amara constatazione di essere nel tempo, alle sue spalle, mai davanti ad esso, di esserci dell’essere (Heidegger).

Nel testo di Fiori, rileviamo la consapevolezza dei passeggeri di ‘vedere’ il ritardo mangiarsi il mondo. Ecco, allora, il ritardo che priva l’uomo della gestione in ‘comodato d’uso’ del tempo.
Il ritardo è estraneo al tempo e all’uomo, però appare come un’esigenza del tempo ad ostacolare l’incontro dell’uomo con il mondo. Esso è, ancora, il presentimento di qualcosa che è in latenza: un ritorno del tempo a sé, che non abita nella pura immediatezza, ma instaura un frammezzo che deve sopportare l’attesa di un nuovo tempo indecifrabile, per il quale bisogna comunque vigilare e attenderlo.
Questo tempo del qui e non dell’altrove ha un sapore di angoscia, di sudore, di smembramento dei pensieri, di attesa infinita di incognite. È dimora del nulla, e nel nulla si compie ciò che nell’idea del tempo è il tempo, vale a dire un senza limite di intensità e durata.

Il verso abbiamo visto il ritardo mangiarsi il mondo è la configurazione del finito imprigionato nello spazio insolvente del tempo. Il ritardo, possiamo intenderlo, come un atto di ribellione di un frammento del tempo nei confronti delle leggi di movimento costante ed eterno. Una fuga ‘romantica’ del figlio-frammento dal padre-tempo, padre-tiranno. Padre-tiranno di se stesso, nell’elaborazione incessante di attimi conformi e omologati alla legge dell’eternità che non ammette alcunché di diversità e differenziazione, sempre nella convinzione di piantare le sue tende in altri mondi, in un susseguirsi di tempi e di modi mai volti al compimento, inclusi – invece – in una sorta di maledizione dettata dal suo stesso desiderio di generarsi all’infinito nell’abitazione del verbo scorrere, il quale esclude il ricorso totalizzante al ritardo.

Allora, il ritardo è la giusta sospensione di tempo che riceve l’uomo affinché egli stesso si adoperi a dare una curva alla linearità del tempo, sterzando il principio regolatore del motore verso una condizione meno asfissiante del vivere tempo e della sua pura mortalità.
Il ritardo è una trasgressione che il tempo compie su se stesso, imponendosi di non pensare il proprio pensiero di tempo nella determinazione di ‘questo momento’, poiché forse ‘questo momento’ non esiste. E sarebbe utile che oggi si guardasse e soprattutto si intendesse il tempo in maniera diversa di come si è fatto sino ad oggi, con l’intento di migliorare il nostro rapporto al mondo, in una condizione di umano, troppo umano.
Fiori ci ha messo di fronte a un fatto descritto in maniera straordinaria: abbiamo visto il ritardo mangiarsi il mondo, in cui l’immagine suscita idee e favorisce la formazione della poesia; tuttavia, la parola come il tempo occorre attraversarla…

Il destino del poeta

ott 162019

undefined

 

Parole? Sì, d’aria,
perdute nell’aria.
Lascia che mi perda tra le parole,
lascia che sia l’aria sulle labbra,
un soffio vagabondo senza contorni,
breve aroma che l’aria disperde.


Anche la luce si perde in se stessa.

(Octavio Paz, Destino del poeta, Libertà sulla parola, Guanda 1965, trad. it. G. Bellini)

Ocatvio Irineo Paz Lozano (1914-1998) è stato un poeta, scrittore e saggista messicano, premio Nobel per la letteratura nel 1990.
Il destino del poeta e quello di diffondere l’aroma della poesia come il caffè del mattino, in una sensazione di quiete e di dolcezza, dove tutto si perde, anche l’aria. Il destino del poeta è questo: smarrirsi tra le parole, in un lessico di immagini e di intenzioni, di speranze, affinché almeno una parola faccia sussistere il mondo, la nostra realtà, dalla quale non sempre ne riconosciamo la fattualità.

Quando il ‘non dire’ è già di per sé un ‘dire di desiderio’

ott 102019

undefined

 

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l'ho ancora detto.

(Nazim Hikmet)

 

Cosa c’è di più bello nella vita? C’è ciò che rimane per sempre in un sogno! Il compimento del desiderio dà ristoro in un attimo, ma poi se ne ricerca un altro in una moltiplicazione di attimi all’infinito. E allora ciò che non avviene, ma rimane sempre nel cuore, ed è pensabile in ogni istante, è sublime.
In questo testo poetico Nazim Hikmet ci dà la prova della bellezza del desiderio inesprimibile e irrealizzabile, che rimane però dentro nell'intimità affinché sia per sempre pensiero di desiderio.

 

Il paesaggio che ci sfugge

mar 312019

undefined

Non questa luce
sull’inceneritore,
non queste case grandi
e tutte a spigoli:
il tuo castigo sono le ore
che senti il sangue scorrere
come a rovescio,
e sei fermo sull’angolo
e vedi il paesaggio che ti sfugge,
viene, brilla e si vuota
come in uno specchietto retrovisore.

(Umberto Fiori, Paesaggio)

Vediamo una realtà, anche quella in apparenza più oscura (l’inceneritore), vuota di senso, a rovescio, che non brilla. Percepiamo la realtà componendo in immagini la decadenza che c’è in noi. Fermi sull’angolo di un luogo il paesaggio ci sfugge, non sappiamo cogliere l’erba anemica che ai bordi di un marciapiede germoglia, nemmeno gli spigoli delle case cubiche che vorrebbero significare la non circolarità della nostra esistenza. Ci manca la giusta dose di malinconia, di incapacità a stabilire un rapporto con il prossimo e la realtà. Può mai bastare uno specchietto retrovisore?

 

 

La parola di Emily

mar 102019

undefined

Una parola è morta
quando è pronunciata,
così dice qualcuno,
io dico invece
che incomincia a vivere
proprio quel giorno.

(Emily Dickinson, Frammento 1212)


La poesia dickinsoniana è una poesia di singolare concretezza, nonostante gli aspetti metaforici e a volte trascendentali di cui sono connotati i suoi versi “di-versi” e inoppugnabili, che nella potenzialità della Parola (quasi sovrumana) esprimono l’intima essenza della Poesia.

Dialogo intimo con gli oggetti

feb 192019

undefined

Non parlavo che al cappotto disteso
al cestino con ancora una mela
ai miti oggetti legati
a u abbandono fuori di noi
eppure con noi, dentro la notte
inascoltati.

(Antonella Anedda, Ora tutto si quieta, tutto raggiunge il buio)

Gli oggetti fuori di noi, ma legati con noi. Antonella Anedda lega un dialogo intimo con gli oggetti in un dispiegarsi di esclusione e di abbandono; ma soprattutto di resistenza al tempo che logora e spezza i ricordi degli oggetti che sono partecipi della nostra vita. Oggetti che sanno dire di noi, basta chiederglielo.

Atom

Powered by Nibbleblog per Letteratour.it