Il blog di Elio Ria

Spighe di poesia

Nel buio la luce

Jan 142019

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Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte
Il primo per vederti tutto il viso
Il secondo per vederti gli occhi
L’ultimo per vedere la tua bocca
E tutto il buio per ricordarmi queste cose
Mentre ti stringo fra le braccia.

(Jacques Prévert, Parigi di notte, Poesie d'amore, Parma, Guanda 1991)

L’amore di Prévert per la sua Parigi è resa in questa breve poesia nella bellezza della semplicità. Parigi è paragonata ad una donna seducente, resa ancor più affascinante dalla luce fioca dei fiammiferi. Nel buio della notte, l’umile fiamma dei fiammiferi riassume e illumina un mondo interiore ed esteriore. Prévert condensa il ricordo di un momento di felicità in quelle sottili fiamme, quasi a soddisfare un bisogno di memoria che non vuole un sussulto brusco di immagine del presente, bensì una lieve e indelebile traccia di vero amore. 

Pietra di muretto

Jan 062019

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Alla fine mi sono fatto
Terra, ulivo, aria di meridione
scevro, d’ogni ambizione sarò pietra di muretto
di confine.

(Cosimo Russo, Terra)


Nel Salento i muretti a secco delimitano le campagne; vere opere d’arte si presentano agli occhi di chi li osserva come un ordine prestabilito, un sistema di segni che svelano il fondo nascosto di ogni cosa; sono pagine di principio e di fine, di storia di civiltà contadina. I muretti conoscono il vento madido dello scirocco, il volo giocoso dei passeri, la spocchia delle gazze; offrono riparo alle lucertole e ai docili serpenti di campagna.
Cosimo Russo fonda sulle pietre grigie ed eterne dei muretti la sensazione, la vocazione ad essere tutt’uno con la Natura, con la parola che accoglie se stesso e il di fuori, istituendo alterità e identità. Stabilendo tra se stesso e la vita, tra la Natura e l’inconoscibile, il confine della germinazione della vita, un luogo quasi posto a zero.

Le parole dell'angelo

Dec 082018

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Tu non sei più vicina a Dio
di noi; siamo lontani
tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani.
Nascono chiare a te dal manto;
luminoso contorno:
Io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta.

Sono stanco ora, la strada è lunga
perdonami, ho scordato
quello che il Grande alto sul sole
e sul trono gemmato,
manda a te, meditante
(mi hai vinto la vertigine).
Vedi: io sono l’origine,
ma tu, tu sei la pianta.

Ho steso ora le ali, sono
nella casa modesta
immenso; quasi manca lo spazio
alla mia grande veste.
Pur non mai fosti sola,
vedi: appena mi senti;
nel bosco io sono mite vento,
ma tu, tu sei la pianta.

Gli angeli sono tutti presi
da un nuovo turbamento:
certo non fu mai così intenso
e vago il desiderio.
Forse qualcosa ora s’annunzia
che in sogno tu comprendi.
Salute a te, l’anima vede:
ora sei pronta e attendi.
Tu sei la grande, eccelsa porta,
verranno ad aprirti presto.
Tu che il mio canto intendi sola:
in te si perde la mia parola
come nella foresta.

Sono venuto a compiere
la visione santa.
Dio mi guarda, mi abbacina…

Ma tu, tu sei la pianta.

(Rainer Maria Rilke, Annunciazione. Le parole dell’angelo)

Maria, madre di Dio, madre di Gesù, ma soprattutto Maria è la Madre e l’immagine di ogni madre (Verlaine). Maria ha una presenza di rilevo nella letteratura con una quantità considerevole di composizioni poetiche che spesso si fanno preghiera, a volte invece frutti di autentico genio. Rilke ci presenta un incontro, tenero e sublime, tra l’angelo e Maria. L’angelo riconosce in Lei la grandezza che ha vinto la vertigine, la grande eccelsa porta, la pianta. Dio lo guarda e lo copre di luce intensa che è parola e comando, missione divina.
Fa tenerezza quest’angelo che prova timore, è quasi impacciato, turbato come tutti gli angeli, davanti a Maria. Eppure, Maria già conosce ciò che l’angelo porta in annunciazione, non si scompone, prepara le sue mani benedette a contenere il Bambino, dispone il suo corpo in atteggiamento coraggioso e di ubbidienza a Dio.
È lei la Madre, silenziosa ed eloquente, simbolo e memoria di quella madre che, come esperienza lieta o triste, ognuno di noi conserva nel suo cuore.

 

Il Natale di Josif Brodskij

Dec 022018

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Immagina, col fiammifero acceso, quella sera, la grotta,
e per sentire freddo ricorri alle fessure del piancito,
bastano le stoviglie per provare la fame,
quanto al deserto, è ovunque, in ogni dove.

Immagina, col fiammifero acceso, la grotta
a mezzanotte, il falò, silhouette di oggetti
e di animali, e, il viso nelle pieghe di un telo stazzonato,
anche Maria, Giuseppe e il Bimbo infagottato.

Immagina tre re, le carovane prossime alla grotta,
anzi tre raggi diretti su una stella,
cigolìo di carriaggi, sonagli tintinnanti
(quel bimbo non si è ancora guadagnato

rintocchi di campane nel turchino addensato).
Immagina che per la prima volta, di là dal buio
di uno spazio infinito, Dio ravvisi se stesso nel Figlio
fatto Uomo: un senzatetto in un altro negletto.

(Josif Brodskij, Immagina, col fiammifero acceso, quella sera, la grotta)


È nato un bambino in una grotta. È Infagottato e stretto al seno di Maria, con Giuseppe che attesta la grandezza dell’evento della nascita. C’è un fiammifero nell’immaginazione del poeta che riproduce in miniatura quella luce di tanti secoli fa. Manca il freddo di quella sera, e per sentirlo invita a ricorrere alle fessure del pavimento. Per provare la fame, invece, basta osservare le pentole. Il deserto c’è, c’è sempre, ovunque, non è necessario immaginarlo.
Brodskij rivede la sacra scena della nascita di Cristo nella sua condizione esistenziale: gli basta un fiammifero per attualizzare il tempo e raffigurarlo in un nuovo inizio estraniante ed evocativo. La ‘ritrattazione’ della scena sta a significare una comparazione per verificare cose simili e dissimili che riguardano entrambi: Gesù e il poeta, in senso lato Gesù e l’uomo.
Scrive: «Quel bimbo non si è ancora guadagnato/ rintocchi di campane nel turchino addensato», vale a dire non si è ancora guadagnato la gloria che Egli stesso si darà con l’esemplarità della sua breve vita. Non una gloria per diritto divino, ma una gloria conquistata con i patimenti e le fatiche.
Il poeta inserisce i due versi citati, nell’ultimo della terza strofa e nel primo della quarta, in una parentesi tonda.
Perché ricorre al segno ortografico della parentesi?
La risposta va ricercata forse nell’intenzione del poeta di evidenziare il concetto della proposizione che dà sostanza al disegno divino: un inciso anche visivo che deve significare l’importanza dell’evento.
Perché disgiunge i due versi?
Forse ad intendere un’interruzione del tempo di narrazione e di contemplazione; una pausa che il lettore deve affrontare per comprendere bene ciò che viene detto, così come ha dovuto fare il poeta, per necessità di cristallizzazione di sacralità. Infine, scrive. «Immagina […] che Dio ravvisi se stesso nel Figlio/fatto Uomo: un senzatetto in un altro negletto». Dio che ravvisa sé stesso nel figlio trascurato, senza un tetto come tanti altri.

Salento: una piccola patria

Nov 252018

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Bianchi paesi e bianchi
cimiteri,
folto d’uve e di croci,
salso vento greco e fiero
gelsomino di Spagna,
onda di luna piena musicale,
mia terra, mia piccola patria,
strale ti fai,
(così rapida precipita la notte)tà.

(Ercole Ugo D’Andrea, La piccola patria)

Ercole Ugo D’Andrea nacque nel 1937 a Galatone, cittadina del Salento. Intrecciò rapporti di amicizia con Macrì, Betocchi, Luzi e Ramat. Poeta riservato e di grande sensibilità, galantuomo e custode di una letteratura buona in tracce di gentilezza e di gradevole liricità. Il suo linguaggio moderato, umano e religioso, tocca un alto grado di perfezione per copia e scelta di vocaboli, per regolarità di costruzione e unità di tonalità anche musicali. D’Andrea amava starsene nel minuto, nei dettagli di una vita fin troppo lineare di un tempo salentino che non ha uguali, né simili in altri tempi geografici o di immaginazioni. Il suo tempo era scandito negli affetti e valori umani, in un dispiegarsi di sole mediterraneo che risorge nella libertà del tempo in ogni alba. Guardava come l’immenso universo si rispecchiava in un angolo ovattato del Salento, nella sua Galatone, dove morì nel 2002.
Nel 1981 compose la poesia La piccola patria, dopo aver percorso in lungo e largo il salento. Un matto e disperato girovagare non lo portò a scoprire il disagio economico e sociale di una terra alle prese con i problemi di sempre, anzi ammirò paesaggi di mare e di campagna, l’indole compassionevole della gente in Bianchi paesi e bianchi cimiteri,/folto d’uve e di croci,/salso vento greco e fier.

 

Quanto pesa una corsa in mezzo ai prati?

Nov 172018

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«Signor maestro, che le salta in mente?
Questo problema è un’astruseria,
non si capisce niente:

trovare il perimetro dell’allegria,
la superficie della libertà,
il volume della felicità

Quest’altro poi
è un po’ troppo difficile per noi:

Quanto pesa una corsa in mezzo ai prati?

Saremo certo bocciati!»

Ma il maestro che ci vide sconsolati:
«Sono semplici problemi di stagione:
Durante le vacanze
Troverete la soluzione».

(Gianni Rodari, Problemi di stagione, da ‘Filastrocche in cielo e in terra’, Einaudi, Torino 1972)

Gianni Rodari (1920-1980) è uno dei più importanti autori per l’infanzia. Ebbene, questa stupenda e immaginifica poesia, cari lettori adulti, leggetela ai vostri figli, nipoti, bambini: dà il senso della bellezza delle cose della vita. E a voi un po’ più grandicelli farà bene ripensare le cose genuine, l’innocenza dei bambini. Non può nuocervi. Certamente, vi farà pensare di improvvisarvi geometra nel delimitare e calcolare il perimetro dell’allegria e darne il risultato… ma, quale risultato, espresso in quale misura, facendo riferimento a quale legge della geometria?
Provate a dare una risposta e forse sarete riusciti a intravedere una luce di fantasia che va oltre ogni misura. Buona fantasia!

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