Il Blog di Rosario Frasca

Le opinioni di un Clown, ovvero: Il mito di Er

Il rito e la maschera

Nov 152017

Dal desiderio mimetico al doppio mostruoso

Violenza e sacrificio, un binomio indissolubile

 

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Gustav-Klimt - "Danae"

Il capitolo VI dell’opera "La violenza e il sacro” di René Girard, titola: "Dal desiderio mimetico al doppio mostruoso”. Riporto una sintesi scelta di questo capitolo, finalizzata a descrivere la genesi dei rituali e delle maschere.

La maschera ha la fondamentale funzione di transito tra l'umano e il divino, tra la realtà e il suo aldilà; un aldilà "indifferenziato che è anche la riserva di ogni differenza, la totalità mostruosa dalla quale verrà fuori un ordine rinnovato", scrive Girard che sulla maschera, specifica:

"La maschera è al di là delle differenze, non si accontenta di trasgredirle o di cancellarle, se le incorpora, le ricompone in modo originale; in altre parole, fa tutt’uno con il doppio mostruoso."

 

 

 Il rito

La violenza: un dio seducente pronto a prostituirsi agli uni e agli altri

 

"La trascendenza non può ridiscendere tra gli uomini se non ricadendo nell’immanenza trasformandosi in una seduzione propriamente immonda".

Mentre muoiono le istituzioni e i divieti che poggiavano sull’unanimità fondatrice, la violenza sovrana vaga tra gli uomini ma nessuno riesce a mettere le mani su di essa e possederla in modo duraturo. Pronto, almeno in apparenza, a prostituirsi agli uni e agli altri, il dio sceso dal cielo finisce sempre per sfuggire, seminando rovine dietro di sé. Tutti coloro che vogliono possederlo, escludendo gli altri, finiscono per uccidersi a vicenda.

La rivalità verte sulla divinità stessa, ma dietro alla divinità è rivaleggiare per niente: la rivalità non ha altra realtà che quella trascendente, una volta che la violenza sia stata espulsa, una volta che sia definitivamente sfuggita agli uomini. La rivalità isterica non genera direttamente la divinità: la genesi del dio si effettua solo per il tramite della violenza unanime di tutta la comunità.

Nella misura in cui la divinità è reale, non è onnipotenza, non è una posta in gioco. Nel momento in cui la si considera una posta, essa si rivela un’illusione che finirà per sfuggire a tutti gli uomini senza eccezione. Nessun uomo è onnipotente.

 

 

 …e Dionisio si diverte a veder gli uomini che, come le Baccanti, brancolano nel bosco della violenza per appropriarsene esclusivamente, illudendosi di trasformarsi così in divinità, gli uni per gli altri; ma la trasformazione non avviene e tra gli uomini é il dominio del caos; un riflesso del caos primordiale che l'uomo rivive nella violenza del sacrificio rituale.

 

“… non è più il valore intrinseco dell’oggetto desiderato a provocare il conflitto tra gli uomini, eccitando bramosie rivali, è la violenza stessa che valorizza gli oggetti che dinventano desiderabili, che inventa pretesti per meglio scatenarsi. È la violenza ormai a dirigere il gioco; è lei la divinità che tutti tentano di padroneggiare ma che si fa gioco di tutti successivamente, è il Dioniso delle Baccanti."

 

 

“Al parossismo di questa crisi, la violenza è al tempo stesso, lo strumento, l’oggetto e il soggetto universale di tutti i desideri. Ecco perché sarebbe impossibile qualsiasi forma di esistenza sociale se non vi fosse una vittima espiatoria, se, al di là di un certo parossismo, la violenza non si risolvesse in nuovo ordine culturale. Al circolo vizioso della violenza reciproca, totalmente distruttrice, si sostituisce allora il circolo vizioso della violenza rituale, creatrice e protettrice."

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Le maschere

L’uso delle maschere come pratica rituale.

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Le maschere sono da annoverare tra gli accessori d’obbligo di numerosi culti primitivi, ma non possiamo rispondere con certezza a nessuna delle domande poste dalla loro esistenza. Che cosa rappresentano, a che servono, qual’è la loro origine? Dietro la grande varietà degli stili e delle forme, deve esserci una unità della maschera alla quale siamo sensibili anche se non riusciamo a definirla.

Mai infatti, quando ci troviamo in presenza di una maschera, esitiamo a identificarla in quanto maschera. L’unità della maschera non può essere estrinseca. La maschera esiste in società molto lontane nello spazio, perfettamente estranee le une alle altre. Non è possibile far risalire la maschera a un centro di diffusione unico. Si sostiene a volte che la presenza quasi universale delle maschere risponde a un bisogno ”estetico”.

Gli uomini hanno sete di “evasione”; non possono fare a meno di creare delle forme, ecc. Non appena ci si sottrae al clima irreale di un certo tipo di riflessione sull’arte, ci si accorge che questa non è una spiegazione vera. L’arte ha una destinazione religiosa.

Le maschere devono servire a qualcosa di analogo in tutte le società. Le maschere non sono “invenzioni autonome". Hanno un modello che può, certo, variare da una cultura all’altra ma di cui certe caratteristiche rimangono importanti.

Non si può dire che le maschere rappresentino il volto umano ma sono a esso quasi sempre legate, in quanto destinate a ricoprirlo, dargli il cambio o, in un modo o nell’altro, sostituirsi a esso nell'apparenza.

 undefinedMaschera in bronzo di Papposileno, Roma, Fondazione Sorgente Group

 

Come la festa nella quale assume spesso un ruolo di primo piano, la maschera presenta combinazioni di forme e colori incompatibili con un ordine differenziato che non è, in primo luogo, quello della natura ma quello della cultura stessa.

La maschera unisce l’uomo e la bestia, il dio e l’oggetto inerte. Victor Turner, in uno dei suoi libri, menziona una maschera ndembu che raffigura a un tempo una figura umana e una prateria. La maschera affianca e mescola esseri e oggetti separati dalla differenza. La maschera è al di là delle differenze, non si accontenta di trasgredirle o di cancellarle, se le incorpora, le ricompone in modo originale; in altre parole, fa tutt’uno con il doppio mostruoso.

Le cerimonie rituali che richiedono l'uso della maschera, riproducono l'esperienza originaria. È spesso al momento del parossismo, appena prima del sacrificio, che i partecipanti indossano le maschere, perlomeno coloro che hanno nella cerimonia un ruolo essenziale.

 undefinedI riti fanno rivivere a quei partecipanti tutti i ruoli successivamente sostenuti dai loro antenati nel corso della crisi originaria. In un primo tempo fratelli nemici, nei simulacri di combattimento e nelle danze simmetriche, i fedeli scompaiono in seguito dietro le loro maschere per tramutarsi in doppi mostruosi.

La maschera non costituisce una comparsa ex nihilo; essa trasforma l’apparenza normale degli antagonisti. Le modalità dell’uso rituale, la struttura in seno alla quale si inserisce la maschera, nella maggior parte dei casi, sono rivelatrici più di tutto ciò che coloro che l’indossano possano dirne al riguardo. Se la maschera è fatta per dissimulare tutti i visi umani a un determinato momento della sequenza rituale (in genere prima del sacrificio), è perché la prima volta le cose sono andate così. Occorre riconoscere nella maschera una interpretazione e nel rito, una rappresentazione dei fenomeni originari fondativi già descritti.

Non c’è da chiedersi se le maschere rappresentino ancora gli uomini, o già gli spiriti, esseri soprannaturali. La maschera si colloca all’equivoco confine tra l’umano e il divino, tra l’ordine differenziato che sta disgregandosi e il suo aldilà indifferenziato che è anche la riserva di ogni differenza, la totalità mostruosa dalla quale verrà fuori un ordine rinnovato. Non c’è da interrogarsi sulla natura della maschera; è nella sua natura di non averne alcuna, poiché le ha tutte.

Come la festa e tutti gli altri riti, la tragedia greca inizialmente non è altro che una rappresentazione della crisi sacrificale e della violenza fondatrice. L’uso della maschera nel teatro greco non esige quindi nessuna spiegazione particolare; non si distingue assolutamente dalle altre consuetudini. La maschera scompare quando i mostri ridiventano uomini, quando la tragedia dimentica completamente le sue origini rituali, il che non vuol certo dire che abbia smesso di svolgere il suo ruolo sacrificale, nel senso lato del termine. Si è anzi completamente sostituita al rito.

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