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ARTICOLO

ISABEL ALLENDE
Il Regno del Drago d’oro

di Antonella Benvegnù

Nella categoria: HOME | Recensioni

ISABEL ALLENDE, Il Regno del Drago d’oro, Milano, Feltrinelli, 2003, pp. 257.

Un piccolo e paradisiaco paese, il Regno Proibito, incastonato tra le montagne dell'Himalaya, in un pacifico e millenario isolamento; un monaco buddhista che si dedica alla formazione spirituale del giovane erede al trono; la preziosa statua del Drago d'oro che ha il potere di predire il futuro in una lingua sconosciuta. E poi, ancora, tanti impressionanti personaggi, popoli e sette sanguinarie: il Collezionista, che nutre la follia di diventare l'uomo più ricco del mondo; lo Specialista, capo di una potente organizzazione criminale, scaltro e senza scrupoli; gli spietati Guerrieri blu, la Setta dello Scorpione, gli yeti. Questi sono gli ingredienti della nuova avventura di Nadia e Alexander, alle prese questa volta con il malefico piano di trafugare la statua dai poteri divinatori e di rapire il re del Regno Proibito, l'unico che può interpellarla. Tra i picchi innevati, verranno a conoscenza dei fondamenti della medicina orientale, delle arti marziali, del buddhismo. Durante la loro pericolosa missione, che richiede astuzia e coraggio, entrano in contatto con una cultura esemplare che arricchisce il loro innato desiderio di comprendere ciò che è nuovo e diverso. Grazie al loro cuore semplice e curioso, riusciranno infine a vincere la battaglia. Le peripezie saranno innumerevoli, ma la posta è alta: è in gioco l'armonia di un popolo sapiente che incarna i valori più nobili dell'umanità.

Dopo La città delle bestie (2002), Isabel Allende prosegue la promessa trilogia per i lettori più giovani con Il Regno del Drago d’oro tradotto dallo spagnolo da Elena Liverani ed edito da Feltrinelli nell’ottobre 2003.

Dalla foresta amazzonica all’incontaminato paesaggio dell’Himalaya, i noti protagonisti del primo romanzo –già temprati dalla precedente avventura- sono destinati ad una nuova nobile impresa. Alexander-Giaguaro (suo animale totemico), dopo la spedizione tra il Popolo della Nebbia, tornato in California più sicuro si sé e fiducioso nelle proprie capacità –ha infatti deciso che da grande farà il medico- senza più “attacchi di rabbia o disperazione” (p. 51), è diventato una sorta di eroe nella sua scuola; tuttavia, consapevole di non poter essere totalmente compreso dai suoi coetanei, preferisce custodire la magia delle sue peripezie in un diario da pubblicare proprio col titolo La città delle bestie.

Mantiene i contatti con Nadia-Aquila per via epistolare ed esercita “la lettura con il cuore” che gli permette di sentirsi vicino all’amica senza carta ed inchiostro. A sorpresa i due ragazzi si ritrovano a New York dove la nonna di Alexander, Kate Cold, ospita Nadia da un po’ affinché la ragazza si abitui alla vita moderna nella metropoli e al freddo. Il team costituito dalla giornalista di “International Geographic”, nonostante i suoi frequenti acciacchi, dai due fotografi Timothy Bruce e Joel Gonzales, e dai due adolescenti dalla curiosità indomabile, si dirige sull’Himalaya per realizzare un servizio sul Regno Proibito, un isolato principato tra le cime innevate:

“…in mezzo alla maestosa catena di montagne innevate c’era una serie di valli anguste e di terrazze sui lati dei pendii dove cresceva una lussureggiante vegetazione subtropicale. I villaggi sembravano bianche casette da bambole, sparpagliati qua e là in luoghi quasi inaccessibili. La capitale si trovava in una valle lunga e stretta, incassata tra le montagne.” (p. 80).

Atterrati a Nuova Dehli, dove i due ragazzi si insospettiscono di uno strano hippy, Tex Armadillo, con loro sull’aereo, e del suo altrettanto strano incontro segreto con tre indiani forse appartenenti alla Setta dello Scorpione, la squadra parte con un piccolo velivolo alla volta del meraviglioso Regno Proibito. Con il gruppo viaggia anche Judit Kinski, incontrata ad Amsterdam e invitata presso la corte del re, imperturbabile architetto di giardini la cui vera identità si scoprirà solo nel corso del romanzo:

“La donna, infatti, irradiava una combinazione di forza di carattere e femminilità. Osservandola da vicino, l’armonia del viso e l’eleganza naturale dei modi risultavano talmente straordinarie che era difficile toglierle gli occhi di dosso” (p. 66).

Ma il romanzo presenta altri due filoni narrativi che con abilità l’autrice intreccia proprio nel Regno Proibito: da un lato le vicende di Dil Bahadur –giovane erede al trono del piccolo paese- e di Tensing –reincarnazione di un lama e maestro del giovane principe; dall’altro il complotto criminale organizzato dallo Specialista su commissione del miliardario Collezionista newyorkese e finalizzato a trafugare la preziosissima statua del Drago d’oro, oracolo divino e simbolo millenario del regno. Con la statua in questione viene anche rapita l’unica persona depositaria del codice segreto indispensabile per decifrare i messaggi profetici dell’oracolo. In una lotta stupefacente Alexander, Dil Bahadur, Nadia e Pema, giovani determinati e coraggiosi guidati dalla saggezza di Tensing, non solo riescono a vincere contro i mercenari sanguinari, i Guerrieri Blu assoldati dal Collezionista, ma anche a difendere il tranquillo isolamento del Regno Proibito nonché a salvare dall’estinzione lo straordinario popolo degli Yeti. Dei luoghi visti e dei popoli incontrati non restano immagini in quanto i due fotografi sono stati spinti dalla Cold a fotografare flora e fauna in una zona interna prima dell’inizio delle peripezie. Infine si realizza l’ultimo tratto del viaggio iniziatico che Dil Dahabur compie con Aquila e Giaguaro, viaggio che, riconoscendogli abilità, saggezza e maturità, lo consacra sovrano:

“Ricordati di essere come la tigre dell’Himalaya: ascolta la voce dell’intuito e dell’istinto. Fidati delle virtù del tuo cuore” (p. 232).

Tra i temi toccati, prima l’inevitabile contrasto tra ricchezza e miseria nella città di Nuova Dehli che colpisce i due amici americani

[“Il contrasto tra l’opulenza dell’hotel e l’assoluta miseria di quella gente scatenò in Alexander una reazione di rabbia e orrore. Più tardi, quando cercò di far partecipe Nadia dei suoi sentimenti, lei non capì a cosa alludesse. Semplicemente lei possedeva l’essenziale e lo splendore di quel palazzo le risultava opprimente” (p. 63)]

anche se Nadia, abituata a vivere senza il superfluo, dimostra di comprendere la povertà e allo stupore del ragazzo per il sistema delle caste, l’arretratezza dell’economia, l’analfabetismo diffuso…

“Come fai a difendere questo sistema di vita? Guarda che povertà! Ti piacerebbe vivere così?”

la ragazzina risponde con molta semplicità:

“No, Giaguaro, ma non mi piacerebbe neanche avere più di quello che ho bisogno” (p. 68).

Altrettanto stridente è il confronto tra i mezzi offerti dalla tecnologia, ad esempio telecamere, macchine fotografiche, gps, e della moderna tecnica con i mezzi rudimentali dei popoli autoctoni; basti pensare alla meraviglia del monaco buddista e del suo giovane allievo per l’attrezzatura da alpinismo di Alexander:

“Il ragazzo fu contento di essersi portato l’attrezzatura da alpinismo e la torcia e fu grato all’esperienza acquisita nelle scalate e nelle discese in corda doppia con il padre. Si mise l’imbragatura, piantò un chiodo tra le rocce e ne verificò la tenuta, legò la corda e, davanti agli occhi attoniti di Tensing e Dil Bahadur, che non avevano mai visto niente di simile, nonostante vivessero da sempre sulle cime di quelle montagne, si calò come un ragno nel precipizio.” (p. 145)

mentre loro di solito

“avevano con sé coperte, cereali e grasso di yak… arrotolate in vita portavano corde di peli di yak utili per scalare e in mano tenevano un bastone lungo e resistente e una pertica per puntellarsi… per saggiare la profondità del terreno prima di posare i piedi…” (p. 8); “ per Tensing che aveva passato la vita a scalare come una capra le montagne dell’Himalaya, la tecnica di Alexander risultava affascinante. Studiò con curiosità la corda resistente e leggera, i moschettoni, le fettucce di sicurezza, l’ingegnosa imbragatura.” (p. 181).

A proposito di alpinismo, ammalianti sono le descrizioni del paesaggio di alta quota e delle imprese compiute dai protagonisti, soprattutto quando questi sono ragazzi che, grazie ai consigli degli adulti esperti (Giaguaro in varie occasioni critiche ricorda il suggerimento che il padre gli dava durante le ascensioni “Affronta gli ostacoli a mano a mano che ti si presentano: non sprecare energie per paura di quello che ti può accadere dopo” p. 74), riescono a mantenere il controllo di sé anche in situazioni alquanto pericolose:

“procedevano con estrema cautela perché uno scivolone sul ghiaccio poteva farli precipitare per centinaia di metri nei profondi crepacci che, come colpi d’ascia vibrati da un dio, fendevano le montagne. Contro il cielo azzurro intenso si stagliavano le luminose cime innevate dei monti, verso le quali i due viandanti avanzavano lentamente per la rarefazione d’ossigeno dovuta all’altitudine…provavano dolore al petto, alle orecchie e alla testa, sentivano nausea e spossatezza, ma nessuno dei due accennava alle debolezze del corpo; si limitavano a controllare la respirazione per trarre il maggior vantaggio da ogni singola boccata d’aria” (p. 7).

In questo mondo dall’aria rarefatta e dal freddo pungente, si entra in una dimensione remota nello spazio e nel tempo: il lettore, come Dil Bahadur, è condotto per mano dal monaco Tensing alla scoperta degli insegnamenti fondamentali -che scuotono la coscienza anche del più disincantato lettore occidentale- del buddismo

[“La paura non è reale… è solo nella tua mente, come tutto il resto. I nostri pensieri danno forma a ciò che supponiamo sia la realtà”, p. 10; “Per tutta la vita si era esercitato a prendere le distanze dalle questioni terrene e dai beni materiali. Sapeva che nulla al mondo è eterno, che tutto cambia, si decompone, muore e si rinnova in un’altra forma e che pertanto aggrapparsi alle cose del mondo era inutile e causa di sofferenza. La strada del buddismo consisteva nell’interiorizzare tali convinzioni”, p. 121; “..il peggior nemico, come anche il più grande aiuto, sono i propri pensieri”, p. 143; “noi siamo ciò che pensiamo. Tutto quel che siamo sorge dai nostri pensieri. I nostri pensieri costruiscono il mondo”, p. 151]

della medicina orientale

[“…il dolore produce tensione e resistenza bloccando la mente e riducendo la capacità naturale di guarigione. Oltre a togliere sensibilità, l’agopuntura serviva ad attivare il sistema immunitario del corpo”, p. 148]

e delle arti marziali

[“Come tutti gli esperti di tao-shu, essi usavano la forza fisica come esercizio per temprare l’anima e il carattere, mai per fare del male ad un essere vivente”, p. 153].

Anche questo romanzo, come il precedente, ha, più o meno velato, l’intento educativo per le nuove generazioni, a cui per altro è destinato, che può in parte essere sintetizzato nell’esortazione che Tensing rivolge al suo discepolo: “Quante volte ti ho detto di non credere a tutto quello che senti? Cerca la tua di verità”. E forse il lettore si può riconoscere proprio nello stato d’animo di Alexander:

“La vista era impressionante. Si trovavano circondati da un panorama di spettacolare bellezza: picchi innevati, enormi rocce, cascate, precipizi tagliati di netto nelle montagne, corridoi di ghiaccio. Davanti a tale paesaggio Alexander capì il motivo per cui gli abitanti del regno proibito erano convinti che la cima più alta, a settemila metri di altezza, fosse il mondo delle divinità. Il ragazzo americano si sentì pervadere interiormente da luce a ria pura e comprese che qualcosa si stava aprendo nella sua mente, che a ogni minuto trascorso lui cambiava, maturava, cresceva, pensò che sarebbe stato molto triste al momento di lasciare il regno Proibito per tornare a quella che erroneamente si considerava la civiltà” (p. 206).

Attendiamo il terzo romanzo della Allende con il desiderio di immergerci nuovamente in un altro mondo meraviglioso alla ricerca di probabili risposte agli interrogativi che l’uomo da sempre si pone!

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