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Enzo Bartolone e Daniela Messi,
Un marito per Jolanda. Il commissario Martini e il caso delle nozze osteggiate

di Massimo Rondi

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2009 Edizioni Angolo Manzoni GRANDI CARATTERI - Giallo
pp. 256 euro 15,00 cm 15x21 ISBN 978-88-6204-060-0

Una strana coppia per chi come me li conosce, due autori non dissimulati sotto uno pseudonimo (come Fruttero & Lucentini, quindi, piuttosto che Dannay e Bennington Lee /Ellery Queen...). Ma, premessa atipica, Enzo Bartolone e Daniela Messi sono chiamati in prima persona a risolvere un enigma già nella composizione del romanzo: risolvono l'enigma o, per essere precisi, ne danno una possibile soluzione. Partendo da un incipit della giallista Gianna Baltaro (scomparsa nel gennaio 2008, molto amata e rimpianta dai suoi amici lettori), ricompongono un mosaico e per farlo devono compiere un lavoro di osservazione e deduzione, proprio come suggerisce il metodo di Sherlock Holmes.

"Tutta la famiglia del Regio notaio Giovanni Govoni si trovava riunita in sala da pranzo per la colazione del mattino e la copia del quotidiano, recapitata come di consueto dal custode del palazzo, giaceva aperta su un divanetto, lasciando in bella vista il testo che appariva imbarazzante per la moglie del professionista..."

Come scrive Giorgio Ballario nella prefazione, " Fin dalle prime righe è tutto chiaro. Il riferimento a La Stampa sottintende che siamo a Torino, e non potrebbe essere altrimenti. L'aggettivo 'Regio' anteposto al sostantivo 'notaio' ci dà l'indicazione che la narrazione si svolge nell'Italia monarchica d'anteguerra e la descrizione appena accennata del luogo ci rimanda immediatamente a un ambiente facoltoso e alto borghese. L'artifizio dell'annuncio matrimoniale sul quotidiano, infine, fa subito immaginare un intrigo familiare.
Il commissario Martini farà il suo ingresso soltanto alcune pagine dopo, ma per i lettori fedeli di Gianna Baltaro è come se fosse già presente sin dalle prime righe, muto osservatore del piccolo dramma che sta per andare in scena nell'elegante salotto del Regio notaio. La cornice del romanzo è infatti quella tipica delle investigazioni di Martini: la Torino anni Trenta, lacerata tra i fasti ormai impolverati della Belle époque, le contraddizioni del regime fascista nel suo periodo più saldo e i presagi nefasti di un conflitto ancora lontano, ma in qualche modo annunciato..."
Enzo Bartolone e Daniela Messi sono stati gli editor delle 18 avventure del commissario Martini (...marginalmente, Enzo Bartolone è stato anche l'amico editore). Insieme a tutto lo staff della Editrice - Federico Alfonsetti, Paola Palumbo, Sonia Piloto di Castri, Nino Truglio - hanno contribuito alla pubblicazione delle ultime indagini del commissario e poi alle ristampe, rivedute e corrette dalla Baltaro ed editate sempre per i tipi della Edizioni Angolo Manzoni. Gli autori premettono: non vogliono né possono scrivere come Gianna Baltaro, vogliono renderle onore, facendo vivere le sue "creature". Torino anni Trenta. I l commissario Martini. E si delinea qui, come possibile epigono o continuatore, la figura del commissario capo della Mobile, quel Vito Ferrando che acquista la personalità "rocciosa" di un commissario metropolitano, simile a Maigret sebbene nella interpretazione morbida di un Gino Cervi.

Dopo una decina di minuti Ferrando discese, la faccia scura, il passo pesante.
- Vieni, - disse, - facciamo due passi.
Si incamminarono in direzione della piazza Dello Statuto, la attraversarono e imboccarono la settecentesca via Garibaldi, che risuonava dello scampanellio del Quattro e del Quattro sbarrato. Girarono a destra, in corso Palestro, dove il mercato rionale, come ogni martedì e venerdì della settimana, portava confusione e allegria. Infine via Cernaia, e, imboccato corso Vinzaglio, il palazzo severo della Questura.
- Ah, ci voleva un po' d'aria! - commentò Ferrando, sedendosi tuttavia con piacere alla scrivania.
Martini aveva trattenuto a stento la curiosità, comprendendo che la pazienza dell'amico era stata messa a dura prova. E il placido commissario capo perdeva raramente la calma.

La trama? Fine anni Trenta, Torino, come s'è detto.

La sera era piacevolmente tiepida. Solo un velo di umidità offuscava la collina, oltre il Po, ma era ancora piacevole passeggiare nelle vie più aristocratiche della città. Alcuni avvenimenti tra lo sportivo e il mondano avevano richiamato in quella zona molte persone, invitati, partecipanti e curiosi: una festa presso una legazione diplomatica, le selezioni degli schermitori torinesi, una sfilata di moda in un atélier. Le signore sfoggiavano ancora abiti quasi estivi, di tessuti morbidi che sottolineavano le forme del corpo e creavano effetti di vaporosità, gli uomini soprabiti leggeri e sciarpe di seta.
Ma all'improvviso, all'angolo con la piazzetta Maria Teresa, gli avventori ai tavoli del ristorante furono disturbati dal suono delle voci alterate che provenivano dall'alberato giardino di fronte, rompendo la quiete serotina.
Due uomini, che sedevano su una panchina, avevano alzato progressivamente il tono fino al diverbio. Sembrava che uno dei due, apparentemente il più giovane, cercasse di calmare l'altro, senza per altro riuscirvi minimamente.

Tutto ha inizio con un annuncio inconsueto pubblicato su LA STAMPA, che dà l'avvio a una catena di eventi sempre più drammatici. Tra giardini ancora verdi in un ultimo scampolo d'estate, esponenti dell'alta borghesia torinese, musicisti e zingari, operai e nobili, innocenti antipatici e simpatici presunti colpevoli...
Andrea Martini indaga senza troppo dare nell'occhio, sempre in accordo con il capo della Mobile e facendosi aiutare dall'amico Aldo Morosini (curioso: un personaggio prestato dai gialli di un altro autore che qui scrive la prefazione, Giorgio Ballario). Martini non è più il rispettato e benvoluto ex commissario con libero accesso a qualsiasi ambiente. Deve difendersi, e per difendersi è costretto quasi a sdoppiarsi, in un gioco di specchi. Intatta invece la passione per la giustizia, qui più che mai superiore al diritto civile del Regime.

- Forse da questo, - proseguì Martini, con la stessa imperturbabilità, - deriva il mio legame con la Legge. Chi mi conosce sa che ho sempre pensato che gli innocenti dovessero avere giustizia e che i colpevoli. - si interruppe e ottenne, a questo punto, un battito di palpebre dell'altro, - .e che i colpevoli dovessero essere puniti, - concluse. - Nel fare ciò, è vero, ho spesso perseguito più l'idea che la forma della legge. Non sarei mai potuto diventare avvocato, e quindi difendere colpevoli a volte odiosi.
I battiti di palpebre divennero frequenti.
- Penso che questo sia il motivo per cui sono entrato a far parte delle forze di polizia. Mi è servito a conoscere la gente, a capire che le cose peggiori succedono nell'ambito familiare. parlando con le persone, rimangono aspetti, espressioni che ti aiutano a capire cosa si nasconde dietro tante versioni ufficiali.
L'ex commissario si rendeva conto che stava bluffando. Le cose di cui faceva mostra di essere a conoscenza erano più di quelle che in realtà sapeva.

Gli indizi e i depistamenti sono disseminati con saggezza, sicché non è impossibile indovinare il colpevole. Anche Martini ne tiene conto, aiutandosi con l'intuito e con un pizzico di fortuna.
Ma il giallo è soprattutto d'atmosfera, in una Italia alla svolta, tra leggi razziali e minacce di guerra. Questo clima incombente, un leggero inasprimento del tono, sono a loro volta indizi di un passaggio del "testimone".
La strana coppia reggerà a una seconda prova? Io auspico di sì.

>> http://www.angolomanzoni.it/libri/leggi/571/un-marito-per-jolanda-a-grandi-caratteri

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