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ARTICOLO

Felicetta Mazza, Un'eredità di fede

Raccontare della propria famiglia per attingere utili insegnamenti, ma anche per ereditarne la fede

di Anna Picci

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Ereditare può assumere diversi significati che si discostano dal senso del mero ricevere qualcosa di materiale. I genitori, morendo, lasciano il passato, la propria storia, l’esempio della loro vita ai figli attenti a recepire e recuperare tali lasciti. Questo è ciò che esprime Felicetta Mazza nel suo ultimo lavoro intitolato Eredità di fede. Un altalenante dèjà vu tra realtà e ricordi (Wip edizioni, pp. 158, € 15,00). Raccontando episodi della propria esistenza e di quella dei componenti della sua famiglia, l’autrice compie un viaggio nelle memorie, nella storia, nei luoghi del suo passato. A volte tra le lacrime, altre volte con un sorriso malinconico o con la spensieratezza dell’infanzia, la Mazza ci conduce per le strade del piccolo borgo marinaro pugliese in cui è nata, Mola di Bari, nei boschi abitati dai lupi della Sila delle vacanze estive, nei letti d’ospedale di una clinica francese alla ricerca di una cura impossibile per la malattia del padre tanto amato. I ricordi si susseguono senza un ordine preciso, rincorrendo i moti del cuore di chi scrive e lasciando al lettore una sensazione di partecipe coinvolgimento emotivo.

Contaminazioni poetiche

Il dèjà vu di cui si parla nel sottotitolo nasce durante la lunga assistenza che l’autrice svolge al capezzale del padre in agonia dopo una dura malattia. Momento di profondo dolore, ma anche di commozione al ricordo di quello che l’uomo ha rappresentato nella propria vita e di ciò che la famiglia ha lasciato come ricordo e come impronta per la sua discendenza, il vagare della mente tra ricordi propri e racconti ascoltati dà vita a una sorta di viaggio tra sogno e veglia in cui l’autrice si lascia andare alla narrazione degli eventi della sua esistenza e di quella dei genitori durante i difficili anni della seconda guerra mondiale: le difficoltà del ritorno dal fronte, la povertà, l’Italia da ricostruire, gli affetti da ritrovare, le vite da rimettere in piedi dopo perdite materiali e morali immensamente dolorose. Vari episodi, personaggi eterogenei e luoghi diversi si alternano nelle pagine lasciando il ricordo di una vita felice, genuina, amorevole che ha lasciato in dono quella che la Mazza definisce “eredità di fede”, cioè quell’insieme di usanze, credenze, abitudini, corrispondenze affettive che ogni genitore tramanda ai propri figli, i quali, a loro volta, le faranno proprie e si impegneranno a trasmetterle alle generazioni a venire in modo spontaneo.

Originalità della struttura narrativa

L’impianto narrativo di questo libro lascia ampio spazio ai momenti poetici che contraddistinguono lo stile scrittorio di una persona abituata a esprimersi in versi. Ciò rende originale e scorrevole il testo, creando, inoltre, uno stacco tra il narrato del reale e la fantasia del poetico. Non un testo propriamente biografico, nemmeno solo poetico, ma un connubio tra i due modelli, quasi a seguire un disegno fantasioso tra le immagini del proprio passato, scelte a caso dalla mente. Il coinvolgimento emotivo nasce anche dalla scelta della scrittrice di corredare il testo di immagini private, fotografie di quei personaggi dei quali si stanno leggendo momenti di vita. Rimembrare il lontano porta a trarre delle conclusioni importanti, a fare un bilancio di quello che è stato e di quello che si vuole lasciare come impronta, come eredità spirituale ed emozionale. “Eredità di fede” è, dunque, riconoscere le cose importanti della vita, capire che la felicità risiede in quello che si serba nell’anima e si passa di generazione in generazione alla maniera di un atto d’amore. Come dice la stessa autrice nella Prefazione al testo, «L’eredità, come dono spirituale, è tutto ciò che ci lega al passato, ogni retaggio, ogni emozione, ogni tradizione che come geni fanno parte della nostra fisicità». 

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