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Filato Blues, di Lanciotto Bruna

di Eloise Lonobile

Splendore e decadenza della “città dei cenci” nelle avventure di un solitario casellante, tra illusioni giovanili e tragicomici azzardi, truffe, amori, pestaggi e disinganni. Attorno al protagonista si muovono, in una sorta di girotondo bizzarro e malinconico, cinematografari in trasferta, industriali debosciati, una donna misteriosa e un vecchio pittore che dipinge solo la villa Medicea di Artimino, sullo sfondo di una Filato/Prato a cavallo tra gli anni Ottanta dell’”età dell’oro” e la crisi dei primi Duemila.

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Sì, io sono un figlio degenere della città cenci, della piccola Milano colla gorgia che sgomita terza tra Firenze e Bologna, dove tutti nascono col bernoccolo dell’intraprendenza (o nascevano…) e tutto si misura nella distanza che si è messa tra sé e la condizione socio-economica precedente: qui sì che si poteva salire di un bel po’ di piani nel famoso ascensore sociale. Eri figlio di contadini? Bene, eccoti operaio o tessitore, e da lì premere ancora il pulsante per i piani panoramici veniva spontaneo: ti mettevi in proprio e aderivi all’autoctono capitalismo rosso, andando la sera a giocare a carte, nella locale Casa del Popolo, con i tuoi tessitori o i tuoi operai. E da “impannatore”, se volevi, c’era poi l’attico, il piano che confina direttamente col cielo, quello della finanza, delle azioni: il paradiso della borsa riservato agli eletti. Ok, io con questo mondo non c’entro niente, devo avere dirazzato. Ma provate a dirle, quelle paroline, a Filato: nessuno vi capirà, perché qui la vita la si declina soltanto dal versante dell’economia.

Filato Blues è la storia di un uomo, anzi la storia di due uomini: quella che si svolge al presente, storia di un uomo solitario, cadenzata dal lavoro sempre uguale e monotono del casellante autostradale e di poche, melanconiche parentesi umane; e quella dello stesso uomo, ma nel vivo della sua gioventù, quando culla ancora sogni vividi e rincorre desideri di una vita da riempire, tra sbandate e intrecci di relazioni interrotte. Tra i due, lo sfondo grigio di una società che cambia ma rimane in fondo sempre la stessa, capace solo di perdere pezzo dopo pezzo i suoi significati migliori, più densi, più cari; e pochi, intensi momenti di vita, che nel racconto sono sempre accompagnati da un'attenzione dolce e quasi antica per alcuni colori, l'ocra, il giallo, il rosso di vecchi muri o di un cielo lontano.

Un libro dall'andamento narrativo lento che ben accompagna il mood del protagonista, che sembra trovarsi sempre in bilico tra un'innata incapacità a relazionarsi con gli altri, e la capacità, altrettanto naturale, di saper cogliere l'essenza vitale di alcuni momenti dell'esistenza. Come in quello, molto intenso, in cui si racconta l'incontro con un vecchio pittore, attraverso le emozioni che gli suscita un suo dipinto:

Ecco subito dopo una piazza bianca, con un mucchietto di case in semicerchio parecchio sghembe: sembrano facce dalle bocche spalancate (i portoni) e dagli occhi sgranati (le finestre), insomma mi danno l’impressione di chiedere aiuto: è un quadro che fa paura, mi sento anch’io impallidire, e in seguito dagli urli di quella corte vado alla ricerca di un nuovo rettangolo in cui rifugiarmi.
E vedo il rosso. Mi trovo di fronte a un muro affisso, come dipinto, su un altro muro. Un muro rosso pieno di scrostature, battuto forse da lunghe giornate di pioggia, il lato destro scolorito da fiocchi di bianco. Sì, anche questa è la villa di Artimino, la riconosco dal titolo: Ritorno alla Ferdinanda.
Mi allontano di un passo per allargare la prospettiva. Da qui lo vedo perdere la sua consistenza granugiolosa. Potrebbe essere anche un sipario, o un drappo scarlatto appeso a una finestra: chissà, per un evento religioso, per onorare una processione... mi avvicino di nuovo, questa volta ficcando quasi la testa contro il ‘muro’, e mi accorgo che in basso al centro, appena abbozzata in giallo, quasi un graffito, c’è una testa di ragazzo, zazzeruta e evidentemente bionda, gli occhi guardano lontano, con una certa fierezza, e pochi segni al di sotto tracciano l’inizio di una giacca, un vestito a festa… inciampo in una sedia, di quelle di plastica bianca da dieci euro, occupata prima da un ascoltatore del Bricioli, l’avvicino e mi siedo a un metro dal quadro rosso, con i gomiti puntati sulle cosce e le mani a pugno sotto il mento. Da una fessura verticale fuoriesce un piccolo straccio blu, che sembra sventolare sopra al ragazzetto biondo… seguo quei colori… al lato sinistro, da un groppo scuro di puntini, l’ombra di un altro volto, o forse me la immagino io (come quando si guarda una nuvola ed appare la forma di qualcosa o qualcuno ma poi, a dirlo a chi ci sta accanto, scopriamo che è un’impressione totalmente personale e incomunicabile). Sì, un volto cupo e smagrito, dalla barba incolta che guarda in basso… un vecchio.

Non sembra quindi un caso se è proprio l'incontro con il pittore anziano che darà al protagonista un senso alle proprie giornate, e soprattutto la possibilità di ritrovare - dal profondo della solitudine in cui si trova, persi gli ultimi amici, perso il lavoro, perso il senso del suo passato - quel filo conduttore che una volta soltanto è stato capace di esprimere a parole decise, nella traccia svolta a controsenso durante un concorso pubblico:

Oggetto di questo mio elaborato sarà il diritto all’amore, diritto naturale oggi così calpestato. Ogni essere umano nasce solo e trova negli altri perfezione e complemento. Accade però che le convenzioni, gli artifici del comportamento, le regole sociali agiscano potentemente come ostacolo a quella inclinazione, così manifesta fin dai primi anni di vita, verso esseri diversi da sé. E questo miracolo dell’attrazione non può venire sottratto al libero godimento di tutti e di ciascuno. Perché non è possibile che la società umana, per una volta, prenda esempio da forme collettive animali, senz’altro più avanzate? Gli etologi ci parlano di alcune specie di scimmie le quali, regolate comunque in una comunità complessa e gerarchica, al maturare di conflitti tra i loro membri usano quale extrema ratio non la violenza, come la nostra specie è adusa fare fin dai suoi albori, ma l’eros, il libero amore...

Così, tra il ricordo di un passato di gloria e amore, sognato e mai acchiappato, e un presente in cui la vita sembra averti tolto tutto quel che hai, non rimane al protagonista che la compagnia di Remoremo, un povero disilluso in cui specchiarsi, emblema estremo di un mondo che ha rifiutato tutti coloro che hanno avuto l'unica colpa di desiderare altro, magari soltanto il diritto all'amore: L'unico posto rimasto libero per lui era quello di matto del villaggio. Filato Blues è dunque il racconto, sommesso ma intenso, di chi nella società capitalistica e commerciale è stato costretto soltanto ai margini, e da questa condizione ha elaborato, se non un grido, un triste canto personale per denunciare la propria condizione umana.

 

Il Libro

Filato Blues, di Lanciotto Bruna. Ed. Montag, 2017.
Pag. 242 - Isbn 978-88-68922-02-3
www.edizionimontag.com

L’autore

Nasce a Prato nel 1972. Fino alla grande crisi ha lavorato nel campo del tessile; dopo, grazie a una laurea in Lettere presa nel frattempo, ha trovato un impiego da bibliotecario part-time. Filato Blues è il suo primo romanzo.

 


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