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Transiberiana, di Vittorio Russo

di Eloise Lonobile

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Transiberiana è il racconto di un viaggio esotico, fatto sul filo delle rotaie: quelle rotaie che, partendo da Mosca, attraversano una delle regioni più estese del pianeta, la Siberia, fino a raggiungere l'Estremo Oriente Russo. Come ci ricorda Marc Innaro nella sua prefazione al libro - un'edizione molto curata, con più di 200 pagine di cui quelle centrali fotografiche, corredata da una bibliografia e note di translitterazione linguistica -, la transiberiana è una rete ferroviaria che percorre in tutto 12 mila chilometri, e in questo viaggio accompagna i protagonisti per 30 giorni e 9 fusi orari.

Vittorio Russo, giornalista e scrittore di numerosi saggi e racconti, affronta questo viaggio assieme al compagno Vincenzo: due personalità molto diverse eppure unite dallo stesso obiettivo. Ogni tappa di questo viaggio viene meticolosamente descritta al lettore, e arricchita di preziosissime informazioni di carattere storico e culturale che permettono di collocare sia visivamente, sia storicamente, i luoghi raggiunti. Vittorio è un viaggiatore d'eccezione: la sua cultura e la sua curiosità lo portano naturalmente a cogliere ogni aspetto dei luoghi che si presentano a lui, e la sua capacità narrativa gli permette di descriverli con accuratezza. Scopriamo così grazie a lui numerosi aspetti e curiosità di questo immenso spazio geografico e delle sue peculiarità che non avremmo probabilmente mai sospettato. Alcune di queste riguardano anche l'Italia da vicino, come ad esempio le pagine che raccontano come furono le maestranze friulane, in una delle tante diaspore della nostra gente del Nord-Est in cerca di lavoro, all'epoca della costruzione della rete ferroviaria transiberiana, ad aver dato un contributo fondamentale nello scavo di una delle rocce più dure della terra.

Le sue descrizioni, più che emozionali, sono vere e proprie miniere di informazioni, tanto che potrebbero benissimo essere la base di una guida turistica narrativizzata. In questo il romanzo si riallaccia alla tradizione del Grand Tour: quell'abitudine che si diffuse, cioè, nelle famiglie aristocratiche europee del Settecento, di mandare i propri giovani a completare la propria formazione umanistica affrontando un viaggio culturale di qualche mese, talvolta qualche anno, e la cui meta molto spesso era proprio l'Italia. In questo caso, tuttavia, il libro è il racconto del viaggio di un uomo già maturo e colto, che affronta un viaggio fuori dall'Italia, verso mete lontane, anzi, dai parametri prettamente europei. Un processo inverso che però affonda le sue radici nello stesso spirito di "completamento umanistico", dove quella che emerge non è la figura del viaggiatore moderno, "ipocondriaco o sentimentale" nel rapportarsi alle proprie esperienze, quanto l'antica figura del viaggiatore "filosofico" del Primo Settecento, dell'uomo cioè - come lo definisce Attilio Brilli nel suo saggio Quando viaggiare era un'arte - interessato soprattutto all'«osservazione delle maniere e dei costumi, delle antiche tradizioni e delle meraviglie naturali, fornendo anche istruzioni piacevoli mediante la descrizione sobria degli eventi di viaggio».

Proprio perché cosciente della propria condizione "itinerante" e dei propri intenti, un viaggiatore di questo tipo riconosce il viaggio come ostacolo e quindi stimolo alla propria formazione:

E' soprattutto la sfida con un sé stesso estraneo, quasi un avversario con cui confrontarsi. Affrontarlo per provare forse le proprie capacità, fino al possibile disvelamento a questo sconosciuto nascosto dentro di noi, dei nostri enigmi confusi dietro la maschera dell'io. Solo quando questo avviene, il viaggiatore diventa anche pellegrino, avendo presente che nel viaggiatore c'è la logica ordinata del viaggio, nel pellegrino c'è l'ignoto.

Quando poi il viaggiatore si fa anche scrittore, ancor più deve farsi indagatore di cose, scoprirsi romantico come Erodoto, capace cioè di coglierne l'aspetto pittoresco.

Lo aiuta anche la sua capacità di rapportarsi all'altro, all'uomo, più che come individuo in sé, inteso nel suo senso più generale di umanità. E' forse questo in fondo il vero fulcro e l'obiettivo ultimo di questo viaggio ai confini del mondo: se esso si prefigura come un mezzo per incontrare e conoscere luoghi e paesaggi lontani attraverso la ricerca di una essenza culturale diversa, meno costruita e meno edulcorata, d'altra parte questo tentativo estremo di conoscere e capire la diversità, ci permette di ritrovare, rispecchiata nell'altro e denudata da tutti i suoi strati culturali e occidentali, la nostra stessa essenza comune:

Questo nel quale siamo giunti è anche un continente di sguardi inconsueti, di pensieri diversi e di teste discordi che, curiose, si sollevano come fiori sul gambo al passaggio del sole. Innanzitutto però è un continente di sorrisi infantili, ingenui, che si fanno modelli di una innocenza mai notata prima se non nei volti marmorei dei putti delle cantorie fiorentine.

E' facile creare un contatto. Perché le distanze fra gli umani sono talvolta maggiori fra i luoghi di origine che non nel comune sentire. Un sorriso è uno straordinario anello di congiunzione, un messaggio di concordia e non di conquista. Queste persone intorno a noi diventano tutte un pezzetto del mio cervello, della mia natura.

L'autore

Capitano di lungo corso, Vittorio Russo è giornalista, viaggiatore e scrittore di saggi e racconti. Ha pubblicato ricerche e studi sulle origini delle religioni e del cristianesimo, è autore di antologie narrative e romanzi. Dai suoi viaggi sono nati libri che intrecciano geografia, mito e storia, tra questi India mistica e misteriosa, Sulle orme di Alessandro Magno, e L'India nel cuore, premio letterario Albori 2012 e finalista al premio Rea 2013.

Il libro

Editore: Sandro Teti Editore
Anno edizione: 2017
Pagine: 195 p., ill. , Brossura
EAN: 9788899918118


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