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Un approccio critico alla letteratura:
Il FORMALISMO RUSSO

di Eloise Lonobile

Nella categoria: HOME | Teorie letterarie

La defamiliarizzazione
Fabula e intreccio
La motivazione
Jacobson: il "dominante"

La scuola di Bachtin

La defamiliarizzazione

Per i formalisti russi il linguaggio letterario è essenzialmente diverso da qualsiasi altro linguaggio perché, a differenza da questi, non ha alcuna funzione pratica. Per loro, la letteratura è un linguaggio che serve semplicemente a farci vedere le cose con occhi diversi, e riesce a farlo grazie a tecniche stilistiche e strutturali precise.

Nell'ambito di questo orientamento, Shklovsky ha teorizzato il concetto di defamiliarizzazione. Secondo lui l'uomo è incapace di mantenere una visione sempre "fresca" della sua percezione degli oggetti: l'abitudine lo conduce ad automatizzare tutto ciò che si ripete e che si ripresenta alla sua coscienza. Questa processo di automatizzazione ha il vantaggio di servire per la sopravvivenza, ma è anche ciò che conduce a perdere la capacità di stupirsi, e quindi di riflettere su determinate realtà. Il compito dell'arte è proprio quello di "rinfrescare" la nostra visione delle cose, di spostare il nostro modo di percezione dall'automatico e pratico all'artistico. La "defamiliarizzazione" è il nome che indica questa caratteristica distintiva della letteratura.

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Fabula e intreccio

La distinzione tra "fabula" e "intreccio" è uno dei punti cardinali del formalismo russo.
La fabula è la storia così come è avvenuta, secondo uno stretto ordine cronologico. Essa è dunque il materiale del quale si serve la letteratura, e non vera e propria "letteratura". Al contrario, l'intreccio è la maniera in cui la fabula viene riorganizzata nell'opera letteraria; esso è dunque uno degli strumenti basilari della letteratura.

Facciamo un esempio per chiarire meglio questi due concetti: prendiamo la storia di Cappuccetto Rosso. Tutto ciò che costituisce il materiale della storia, cioè l'insieme delle avventure di Cappuccetto Rosso così come si succedono cronologicamente, è la fabula della storia. Ma dal momento in cui vogliamo raccontare questa storia senza seguire rigidamente l'ordine cronologico, ad esempio posticipando o anticipando alcuni eventi, a qual punto avremo creato un suo intreccio.

L'intreccio si ha utilizzando tutti i procedimenti che permettono una rielaborazione della fabula: tra questi i più importanti sono le digressioni, le anticipazioni, i giochi tipografici, lo spostamento di parti del libro (come la prefazione o la dedica) e le descrizioni estese.

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La motivazione

Boris Tomashevsky

Boris Tomashevsky ha chiamato "motivo" la parte più piccola dell'intreccio, che si può intendere come una singola azione. Egli ha poi distinto i motivi "legati" dai motivi "liberi": i primi sono quelli obbligatoriamente richiesti dalla storia; mentre i secondi sono inessenziali dal punto di vista della storia.

Ad esempio, se raccontando la storia di Cappuccetto Rosso mi soffermo a descrivere come la nonna passava le sue giornate quando era giovane, questa descrizione è un'aggiunta che non serve al lettore per capire meglio cosa succederà a Cappuccetto Rosso; in questo senso essa è assolutamente inessenziale e arbitraria.

Tuttavia, proprio perché inessenziali, i motivi "liberi" sono i più interessanti dal punto di vista strettamente letterario, perché sono precisamente quegli effetti di stile voluti dall'autore. Per usare una terminologia tecnica diremo che mentre i motivi "legati" sono elementi non-marcati (cioè elementi che non destano particolare interesse perché sono ciò che ci aspettiamo), i motivi "liberi" sono elementi marcati (cioè elementi inattesi, e dunque particolarmente interessanti).

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Jacobson: il "dominante"

Gli artifici letterari non sono fissi ma variano con il tempo e il contesto. In altre parole, lo stesso artificio letterario può dare effetti differenti a seconda del testo in cui si trova. E' dunque all'interno del sistema del testo stesso che bisogna valutarne il valore ed il significato.
I testi letterari sono visti come dei sistemi dinamici, in cui gli elementi sono organizzati gerarchicamente, a seconda del loro valore.

Nel 1935 Jacobson ha definito il concetto di "dominante" come «il componente chiave di un'opera d'arte, che regola, determina e trasforma gli altri elementi».

Lungi dal cercare le "verità eterne" che racchiudono ogni opera letteraria in un singolo canone estetico, il FR vede la storia della letteratura come la storia di una continua rivoluzione. Ogni sviluppo della letteratura è visto come un nuovo tentativo per rifiutare l'abitudine e l'automatismo che derivano da ogni realtà che è diventata familiare.

Il "dominante" è dunque pure un concetto dinamico che spiega come ogni nuova poetica non sostituisce le precedenti a caso, ma secondo un criterio di continuità.

Jacobson collega ogni poetica al suo periodo storico dicendo che ognuna ha un dominante che gli deriva da un sistema non-letterario. Ad esempio, il dominante della poesia rinascimentale sarebbe derivato dalle arti visive; quello della poesia romentica dalla musica; quello del Realismo dall'arte verbale.

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La scuola di Bachtin Michail Bachtin

La cosiddetta "scuola di Bachtin" si sviluppò nell'ultimo periodo del FR. I lavori dei suoi massimi esponenti sono stati interpretati variamente nel corso del tempo, ed impiegati in una critica di tipo liberale o di sinistra. E' stato anche tentato ripetutamente di avvicinare questo orientamento critico con il Marxismo.

Questa scuola rimane formalista nel suo tentativo di analizzare la struttura linguistica dei testi letterari, ma spesso, ad esmpio in autori come Voloshinov, si mantiene il presupposto marxista che il linguaggio non possa essere separato dall'ideologia, perché ne è lo strumento principale.

Secondo Voloshinov le parole, come qualsiasi altro segno sociale, possono assumere significati e connotati diversi a seconda della classe sociale e del contesto sociale e storico. In questo egli si oppone a quei linguisti (come Saussure) che trattano il linguaggio come un sistema sincronico (astorico) e astratto.

Il concetto di "eteroglossìa" è fondamentale: dato che ogni contesto definisce il significato di ogni emissione linguistica (di ogni parte di un discorso), queste emissioni sono "eteroglotte" nel senso che mettono in gioco una moltitudine di voci sociali e le loro espressioni individuali. Una singola voce può dare un'impressione di unità e di e circolarità, ma l'emissione linguistica produce costantemente (ed in certa misura inconsapevolmente) un numero notevole di significati, che interagiscono socialmente (in questo senso il concetto di eteroglossìa si lega al concetto di "dialogia"). Il "monologo" non è possibile; nella realtà tutto è dialogico.

Bachtin parte da questi presupposti teorici per analizzare come e in che misura i testi letterari rompono l'autorità e liberano le voci alternative, marginali.

Altro concetto fondamentale è quello della "carnevalizzazione": secondo Bachtin, è l'effetto prodotto dal "Carnevale" sui generi letterari. Il Carnevale, come tutti sanno, è la festa popolare per eccellenza, ed il suo significato è quello di imitare, scimmiottandola, l'autorità (ad esempio la convenzione, o la classe sociale dominante, o ancora i politici). Lo stesso può avvenire in letteratura, quando le tecniche usate mirano appunto a "prendere in giro" l'autorità.

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