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La Germania di Tacito e la Germania di Piccolomini: analogie e differenze

di Elisa Pavoni

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Tacito e la Germania
Piccolomini e la Germania
Per un confronto
Bibliografia

Tacito e la Germania

Attorno al 98 d.C. Publio Cornelio Tacito scrisse la Germania, il cui titolo esteso è De origine et situ Germanorum (L'origine e la regione dei Germani), un'opera di carattere etnografico. Il tema era senza dubbio attuale nel 98, poiché Traiano si trovava sul confine del Reno e sembrava in procinto di riprendere la guerra in quella zona. Tacito presta particolare attenzione alla questione germanica e al pericolo che quelle popolazioni potevano rappresentare per l'Impero romano. Per comodità possiamo suddividere l'opera in due parti: una in cui viene descritta la Germania transrenana, indipendente da Roma (capitoli 1-27), e una dedicata alle singole popolazioni (28-46). E' lo stesso Tacito che propone questa suddivisione quando afferma, al termine del capitolo 27:

Haec in commune de omnium Germanorum origine ac moribus accepimus; nunc singularum gentium instituta ritusque, quatenus differant, quaeque nationes e Germania in Gallias commigraverint, expediam.

ovvero:

Le cose che abbiamo imparato riguardano in generale l'origine e i costumi della Germania; ora illustrerò, evidenziando le differenze, le singole istituzioni e i riti religiosi delle genti, e anche le popolazioni emigrate dalla Germania in Gallia.

All'inizio della Germania l'autore descrive, come aveva già fatto Cesare, la geografia della regione abitata da queste popolazioni e le loro caratteristiche fisiche. Seguono una serie di considerazioni sul clima e le risorse della zona; quindi vengono passati in rassegna i loro costumi, l'organizzazione politica, militare e religiosa. Nella seconda parte vengono esposte le peculiarità dei diversi popoli; alcuni vengono descritti in modo dettagliato, di altri riporta solo i nomi e la collocazione geografica.
In questo breve saggio, verranno analizzati tre romanzi ed una rappresentazione teatrale che mostreranno quante e quali forme di relazioni possono intercorrere tra un io ed il suo alter ego.

Nella sua indagine sui Germani Tacito tiene sempre come punto di riferimento Roma. Ma il suo atteggiamento nei confronti di queste popolazioni è ambivalente: da un lato egli manifesta sincera ammirazione per la loro austerità e fermezza (in contrapposizione con i costumi corrotti della Roma contemporanea), ma dall'altro assume un atteggiamento di superiorità e quasi di disprezzo per alcune delle loro abitudini. Soprattutto nella prima parte, i Germani vengono rappresentati come un popolo primitivo ma allo stesso tempo puro, semplice e virtuoso, ed implicitamente indicati come modello da seguire. E' come se l'autore volesse suggerire ai suoi concittadini di imitare alcuni dei loro usi e costumi, soffermandosi con attenzione e illustrando quelli che a suo avviso sono maggiormente degni di lode. Si vedano a questo proposito i capitoli 5 e 26, in cui viene spiegato il loro rapporto con il denaro e le ricchezze, ma soprattutto i capitoli 7 e 8, dedicati rispettivamente all'organizzazione della società e al ruolo della donna. I re, scrive Tacito, non hanno potere assoluto e arbitrario; i comandanti si distinguono grazie al valore militare e acquistano prestigio quando dimostrano coraggio combattendo in prima linea. Le donne, inoltre, vengono tenute in gran considerazione all'interno della comunità. Interessanti sono anche i capitoli 11 e 12, incentrati sul potere demandato alle assemblee e sulle pene inflitte ai criminali, ma anche il 18 e il 19, sui rapporti matrimoniali e gli adulteri. Lo storico non trascura di condannare le usanze che considera deplorevoli, ma nel complesso ne esce un quadro positivo.

Soprattutto nella seconda parte affiora, tuttavia, un certo sentimento di disprezzo per sistemi di vita rozzi e primitivi (si vedano gli aspri giudizi ai capitoli 45 e 46 sui Sithoni, i Veneti e i Fenni), anche se per Tacito sono comunque le virtù che pongono i Germani al di sopra dei Romani e costituiscono la base della loro forza. Nel capitolo 30, a proposito dei Chatti, egli afferma: «multum, ut inter Germanos, rationis ac sollertiae» («Possiedono, tra tutti i Germani, molto raziocinio e abilità») e più avanti: «[...] quodque rarissimum nec nisi Romanae disciplinae concessum, plus reponere in duce quam in exercitu» (ovvero: « [...] e cosa rara e concessa solo alla disciplina romana, si affidano più al comandante che all'esercito»). Nel capitolo 35 troviamo diverse lodi dei Chauci e delle loro usanze e abitudini, mentre il capitolo 37 è indirizzato ai Romani. Proprio qui l'autore, con una punta d'ironia, scrive: «tam diu Germania vincitur» («Da quanto tempo si vince la Germania!») e, in conclusione del capitolo, aggiunge: «ac rursus pulsi inae proximis temporibus triumphati magis quam victi sunt» ( «E ancora una volta cacciati di là, negli ultimi tempi abbiamo celebrato trionfi senza averli vinti definitivamente»). A mio avviso la chiave di lettura della Germania si trova nei capitoli 18 e 19, dedicati alla famiglia e al matrimonio, in cui è possibile rintracciare un'aspra critica ai vizi della società romana contemporanea e un'esaltazione delle virtù di queste popolazioni. Specialmente il capitolo 19 può essere interpretato come una descrizione indiretta dell'immoralità romana, ulteriormente sottolineata dall'insistenza su ciò che i Germani non fanno e dalla sentenza lapidaria: «Nemo enim illic vitia ridet, nec corrumpere et corrumpi saeculum vocatur» («Nessuno lì ride del vizio, e il corrompere e l'essere corrotti non si chiama moda»).

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Piccolomini e la Germania

Prima di diventare Papa con il nome di Pio II, Enea Silvio Piccolomini fu un grande sostenitore del Concilio e solo in un secondo momento ritrattò le proprie posizioni. Dopo l'elezione a cardinale, nell'estate del 1457 ricevette una lettera dal cancelliere dell'arcivescovo di Magonza, Martin Mayer, che lo avvisava della diffusa insoddisfazione e delle lamentele dei Germani nei confronti della politica e delle spese papali (1). Egli rispose al Mayer per cercare una conciliazione, scrisse che gli interessi dei Germani gli stavano a cuore e si presentò come loro difensore. Lo scopo di Enea Silvio era quello di mettere fine al generale malcontento poiché il rischio era che esso si trasformasse in qualcosa di più grande , mettendo in pericolo il potere e la struttura della Chiesa di Roma. Lo Stato della Chiesa mostrava così tutta la sua debolezza e il papa era minacciato nella sua autorità. Probabilmente è nel carteggio con il Mayer (e con altri suoi colleghi cardinali) che va ricercata la genesi della sua Germania (2). Intanto, nello stesso 1457, era entrato in possesso della Germania di Tacito, probabilmente quella appartenuta al defunto Enoch di Ascoli (3), e alla fine dello stesso anno o agli inizi del successivo pubblicò un trattato dal medesimo titolo, diviso in 3 libri, in cui troviamo diverse eco tacitiane. Il primo libro riguarda le vicende conciliari e le strutture ecclesiastiche, il secondo (4) è incentrato sull'evoluzione e sul progresso della Germania (ed è quello che in questa sede interessa), il terzo verte su argomenti di teologia. Piccolomini dedicò l'opera al cardinale di Messina Antonio de la Cerda e nella lettera di accompagnamento al dedicatario egli immaginava che l'opera fosse stata scritta come reazione immediata alla lettera di Mayer, che egli riporta, riscritta di proprio pugno, anche all'inizio dell'opera.

La Germania di Piccolomini includeva la descrizione della Germania basata sulla propria esperienza e una rievocazione dell'antico passato di quel paese, ispirata proprio all'opera di Tacito. Egli identificò i Germani di Tacito come un unico popolo, che divennero gli antenati diretti dei Tedeschi del suo tempo. Tuttavia, se nell'opera di Tacito prevalgono le lodi e gli elogi, in quella di Piccolomini non è sempre così e gli antichi Germani vengono presentati come un popolo rozzo e primitivo. Quello del futuro Pio II è un giudizio fortemente negativo, e le sue descrizioni del passato e del presente della Germania sono funzionali a quello che era il suo scopo: dimostrare che senza la Chiesa i Germani sarebbero rimasti una popolazione ignorante e incivile come erano nell'antichità; di conseguenza, le loro critiche non sussistono. Per confutare le accuse secondo cui Roma era stata la responsabile del declino e del malessere in cui riversava la Germania, egli decide di partire dal passato e pone un confronto con quella che era la situazione della Germania nel Quattrocento. Tre sono gli autori chiamati in causa per mostrare che gli antenati dei Germani erano un popolo rozzo, bruto e primitivo: Cesare con il suo De bello Gallico , Strabone di Amasia e Tacito. Tutti gli aspetti positivi (come la libertà, la morale e la forza) che erano presenti sia in Cesare che in Tacito vengono ignorati, o anche quando Piccolomini li inserisce, segue subito una lista dei loro difetti. Dopo abbiamo la descrizione della Germania del XV secolo. In questa parte l'autore tesse un vero e proprio elogio dello sviluppo economico e territoriale della Germania, della crescente urbanizzazione, delle città e della fioritura di una nuova cultura. La rozzezza, i sistemi primitivi, l'analfabetismo e la brutalità sono scomparsi. Enea Silvio si sofferma molto sulle chiese, sulla loro bellezza e maestosità, simbolo della diffusione del cristianesimo che si è sostituito ai riti pagani. Molti altri luoghi vengono menzionati per la presenza di monasteri o reliquie, ma non mancano le descrizioni degli edifici privati, dei luoghi di cultura o la menzione di personaggi di rilievo. Le differenze tra passato e presente sono molto nette; tutto è cambiato in meglio e il passaggio dei Germani da popolo barbaro quale era nel passato, a popolo civile nel Quattrocento, si deve solo alla Chiesa di Roma (5). Le prove del loro benessere sono evidenti ovunque; esse smentiscono e mostrano in questo modo l'incongruenza delle lamentele di cui si era fatto portavoce il Mayer. A ciò va aggiunto che tutte queste lodi nei confronti dei Germani servivano anche perché nel XV secolo la loro terra aveva raggiunto un solido potere economico e poteva diventare un'ottima alleata nella crociata che si sperava di fare contro i Turchi (6). L'opera di Enea Silvio si inserisce in un momento storico particolare; e se da una parte egli si fa portavoce della volontà e del pensiero del pontefice, usando toni più severi, dall'altra emerge anche la sua ammirazione e la gratitudine verso un paese che conosceva bene. La Germania , dunque, è stata scritta con l'intento di convincere il destinatario (il Mayer) e i Tedeschi dell'infondatezza delle loro lamentele e delle accuse mosse al pontefice; questo è un dato innegabile, ma non va tralasciata l'accurata analisi condotta dal Piccolomini nei riguardi del mondo germanico, l'attenzione posta sulla storia, la geografia, le istituzioni e la società (per non parlare dello studio delle fonti).

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Per un confronto

Nel II libro Enea Silvio cerca di dimostrare, riportando numerose prove, come la Germania del Quattrocento non sia mai stata così grande e ricca, e lo fa attraverso una rilettura strumentale del passato e dell'opera di Tacito. La Germania di Tacito si prestava molto a quello che era l'obiettivo del cardinale: mostrare che i Germani dovevano la loro grandezza e sviluppo solo alla Chiesa di Roma. In realtà il giudizio di Tacito sui Germani era nel complesso positivo; dunque quella di Piccolomini è una riscrittura personalizzata.

I riferimenti alla Germania di Tacito, successivi a quelli a Cesare e Strabone, si trovano soprattutto nei capitoli 5-6 del II libro. Come si vede in questa parte iners, pigerrimus, foedus e asper sono i termini utilizzati da Piccolomini per definire i Germani e la loro terra.

II, 5:«A quel tempo la vita dei tuoi antenati era poco diversa da crudeltà bruta. Infatti, essi erano per la maggior parte pastori, abitanti di boschi e foreste». Tacito descrive il loro territorio nel capitolo 2,1 e 5,1.

II, 5 «Conducevano una vita di pura indolenza e pigrizia [...] ». Questo concetto è ripreso dal capitolo 15, 1 di Tacito, in cui l'autore scrive che i Germani, quando non sono in guerra, trascorrono il loro tempo nell'ozio. Poco dopo aggiunge che la cura della casa e dei campi è delegata alle donne, agli anziani e a tutti i membri della famiglia che non partecipavano alle guerre. Quindi Piccolomini riscrive a modo suo questo passo di Tacito.

II, 5 «Non avevano vere città, non c'erano costruzioni rafforzate da mura; non si vedevano fortezze sulla cima delle montagne [...]». Qui Piccolomini è più fedele alla sua fonte. Si veda il capitolo 16 in cui Tacito scrive che le popolazioni germaniche non vivevano in vere città e costruivano le loro case separate le une dalle altre.

II, 5 «[...] né templi costruiti in pietra scavati nella roccia». In 16,2 anche Tacito afferma che non costruiscono edifici in pietra o in mattoni ma usano la legna, e in 9,2 che non costruiscono templi per i loro dei perché non si addice alla loro maestosità.

II,5 «[...] non coltivavano nessun giardino, nessuna piantagione, nessuna valle, nessuna vigna». In 5,1 Tacito spiega che coltivavano avena, orzo, frumento e miglio ma il clima e il tipo di terreno non consentivano la coltivazione di alberi da frutto. Il clima era infatti perlopiù umido e il terreno coperto da foreste o paludi.

II,6 «Da loro è raro l'argento, ancora di più l'oro; non conoscono l'uso delle perle, non sfoggiano le gemme [...]». Nel capitolo 5,2-3 Tacito scrive che non conoscono il valore dell'oro e dell'argento e per questo non li ricercano. Aggiunge, poco dopo, che alcune popolazioni praticano ancora il baratto e che solo quelli più vicini ai confini dell'Impero conoscono il valore delle monete.

II,6 «[...] non vesti di porpora o di seta». Nel capitolo 17 Tacito descrive in modo abbastanza dettagliato le usanze dei Germani in fatto di abbigliamento. Indumento comune a tutti è il saio. I più ricchi possono permettersi delle pellicce, le donne spesso indossano delle vesti di lino che tingono con la porpora e che lasciano alcune parti del corpo scoperte.

Poco dopo, in riferimento all'assenza di bramosia dei Germani, Piccolomini scrive «Questo è lodevole e da preferirsi al nostro comportamento». Dopo aver elencato tanti difetti, il cardinale dà un giudizio positivo. In Tacito gli apprezzamenti sono più velati ma è evidente che anche egli ammira certe qualità di queste popolazioni (si veda, ad esempio, il capitolo 35 dedicato ai Chauci, in cui troviamo diverse lodi di questa tribù).

II, 6 «Ma questo stile di vita era caratterizzato anche dall'assenza di cultura letteraria, leggi giuridiche e studio delle arti». Ancora un giudizio fortemente negativo. Per quanto riguarda la cultura letteraria e le arti, Piccolomini stravolge il testo di Tacito. In 2,1 e 3,1-2 l'autore scrive che i Germani celebravano gli dei (come Tuistone) e gli eroi (come Ercole) dedicando loro dei canti; in 24,1 aggiunge che spesso facevano degli spettacoli di danza, non per denaro ma per divertire il pubblico. Nei capitoli 11 e 12, invece, egli illustra il loro sistema giudiziario, in che modo venivano decise le pene, a chi spettavano le decisioni più importanti e quando i cittadini si riunivano per prendere o proporre dei provvedimenti.

II,6 «Anche la loro religione era barbara, assurda, compromessa dal culto degli idoli e le illusioni dei demoni, cosicché da loro non era cosa strana offrire spesso in sacrificio vittime umane». Tacito in 9,1 scrive che i Germani veneravano soprattutto Mercurio, a cui in giorni prefissati (e non sempre) offrivano anche sacrifici umani; ad Ercole e Marte, invece, venivano offerti animali. I Semnoni, come si legge in 39,1, praticavano sacrifici umani in onore dei loro antenati.

II,6 «I furti venivano lodati [...]». Solo in 46,2 Tacito scrive che i Veneti, come i Sarmati, erano dediti alle rapine.

II,6 «[...] tutto turpe, tutto tetro, rozzo, barbaro e, per usare il vocabolo giusto, selvaggio e bruto. Tale era la tua Germania [...]». Questo è il parere definitivo del Piccolomini sugli antichi Germani. E' solo merito della Curia romana se nel Quattrocento la Germania è diventata un paese civile.

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Bibliografia

Tacito, Germania, a cura di E. Risari, Milano, Mondadori, 2014

Enea Silvio Piccolomini, Germania, a cura di M. G. Fadiga, Firenze, Sismel, 2009

C. B. Krebs, Un libro molto pericoloso. La Germania di Tacito dall'Impero romano al Terzo Reich, Ancona, il lavoro editoriale, 2012

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1 Questo tipo di lettere venivano chiamate querele o, più spesso, gravamina . Cfr. Enea Silvio Piccolomini, Germania , a cura di M. G. Fadiga, Firenze, Sismel, 2009, pp.6-7

2 oppure De ritu, situ, moribus et condicione Theutoniae descriptio

3 Cfr. C. B. Krebs, Un libro molto pericoloso. La Germania di Tacito dall'Impero romano al Terzo Reich , Ancona, il lavoro editoriale, 2012 pp.62-66

4 Il secondo libro diverrà in area germanica un testo simbolo della grandezza e motivo di orgoglio per i tedeschi. Nel Cinquecento, infatti, cominciò ad essere stampato separatamente dal resto dell'opera. Per Piccolomini, invece, esso era funzionale all'argomentazione politica.

5 Questo tema era già presente in un'epistola indirizzata al Mayer datata 8 agosto 1457.

6 Era questa l'intenzione di Callisto III. Da notare, infatti, che nel 1453 i Turchi avevano invaso Costantinopoli e ora minacciavano l'Europa.

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