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Un originale libro illustrato:
Der Struwwelpeter di Heinrich Hoffmann

di Silvia Scialanca

Nella categoria: HOME | Analisi critica

Origini dello Struwwelpeter
Perché tanto successo?
Leggere per educare: le dieci storie
Der Struwwelpeter in Italia
Bibliografia e sitografia

Origini dello Struwwelpeter

Nel natale del 1844 Heinrich Hoffmann, psichiatra e scrittore di Francoforte sul Meno, pensò di regalare al suo primogenito Carl un libro illustrato, ma non trovando niente di adatto per un bambino di soli tre anni, decise di acquistare un semplice quaderno sul quale avrebbe creato lui stesso un bel libro curandone ogni singola storia e i rispettivi disegni. La prima edizione del 1845, pubblicata dalla Literarische Anstalt Rütten & Loening, apparve con il titolo Lustige Geschichten und drollige Bilder mit 15 schön kolorierten Tafeln für Kinder von 3-6 Jahren (Storie divertenti e disegni buffi con 15 belle tavole colorate per bambini dai 3 ai 6 anni [nota1]), constava di sole sei storie e l’autore si nascondeva dietro lo pseudonimo di Reimerich Kinderlieb. Nelle successive edizioni si passò da sei a dieci storie e la quinta edizione del 1847presentò due grandi novità: 1) apparve per la prima volta il vero nome dell’autore; 2) la storia di Struwwelpeter venne spostata dall’ultima alla prima pagina del libro su grande richiesta dei piccoli lettori. La versione definitiva del libro risale comunque al 1858.
Bisogna però mettere in evidenza che la nascita del personaggio che ha dato il nome al libricino, Struwwelpeter, è antecedente a quella del libro. Hoffmann, infatti, racconta che all’epoca i genitori si servivano spesso della figura del dottore o dello spazzacamino per incutere paura ai bambini e richiamarli all’obbedienza, di conseguenza non appena i fanciulli vedevano entrare il medico nella loro stanza da letto iniziavano a dimenarsi e a scalpitare. Per tranquillizzare i suoi piccoli pazienti, Hoffmann escogitò quindi un metodo che si rivelò infallibile: su un taccuino iniziava a disegnare e a raccontare la storia di un bambino capriccioso che per un anno intero non si lasciò tagliare né i capelli né le unghie. Il paziente, affascinato da quel racconto, si calmava e il dottore riusciva a visitarlo [nota2]. È così che è stata creata la maggior parte delle storie dello psichiatra.

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Perché tanto successo?

Questo libricino così originale ottenne fin da subito un grandissimo successo di pubblico, non solo in Germania, ma anche nei paesi nordici, diffondendosi poi presto nel resto d’Europa e arrivando perfino in America e in Australia. Attualmente si contano traduzioni in più di 35 lingue, in moltissimi dialetti ed è stato tradotto addirittura in latino, in esperanto e in yiddish! Il librosi prestò inoltre bene fin da subito alle parodie e satire politiche e culturali definite Struwwelpetriaden [nota3].  Nei vari rifacimenti vengono ripresi o i singoli personaggi, in modo particolare Struwwelpeter, o la disposizione delle immagini, il tipo di verso o si sostituiscono i personaggi originari con i personaggi storici di un dato periodo oppure si riutilizzano singoli elementi o motivi particolarmente significativi. Ma non nascono solo satire, parodie e adattamenti. L’immagine di questo capellone appare anche su foulard, porcellane, cuscini, cartine per avvolgere le arance, magliette, calze, spesso, insieme ai suoi compagni, è diventato anche il testimonial di prodotti alimentari o da bagno ed è stato perfino utilizzato in campo farmaceutico [nota4]. La sua diffusione è stata così capillare che a Francoforte sul Meno è stato addirittura aperto nel 1977 un delizioso museo dedicato proprio a Heinrich Hoffmann e alla sua creazione letteraria.
Il motivo di questo grandissimo successo va sicuramente rintracciato nella semplicità dei disegni, eseguiti a penna e colorati all’acquerello, e nella musicalità dei versi che susseguendosi in rima baciata ci narrano di racconti dal triste finale e di tremende e sadiche punizioni. Anche se il titolo recita Lustige Geschichten und drollige Bilder, ossia storie divertenti e disegni buffi, nel libro c’è davvero ben poco di allegro e divertente.
Sergio Stocchi [nota5] sostiene che il motivo dello straordinario successo dello Struwwelpeter vada ricercato nel fatto che la società borghese tedesca tardo biedermeieriana si riconosceva e si specchiava da bambina nelle storielle di Hoffmann, così come da adulta si rivedeva nella figura del maestro Gottlob Biedermeier, che tradotto letteralmente significa “l’onesto uomo qualunque che vive lodando Dio” [nota6].
Filipponio [nota7] invece sostiene che la diversità e la voglia di trasgredire le regole imposte dagli adulti siano state le vere carte vincenti per l’ottenimento del grande successo. Questa ipotesi potrebbe rivelarsi giusta, in quanto questo simpatico personaggio non rappresenta di certo la moralità e l’austerità dell’educazione dell’epoca metternichiana.
Il libricino è comunque un vero e proprio luogo di memoria per i tedeschi [nota8] essendo parte integrante della loro infanzia e della loro cultura. Sergio Stocchi a proposito della diffusione di questo libro afferma: “Il mondo si divide in due, chi lo ha letto e chi no. Chi non lo ha letto non lo conosce nemmeno di nome, o molto a malapena. Chi lo ha letto, non manca di regalarlo ai propri figli non appena entrati nello Struwwelpeteralter, come si chiama in Germania l’età dai tre ai sei anni” [nota9]. Ultimamente però, tanto in Germania quanto nel resto del mondo, la diffusione è molto diminuita, tanto che si potrebbe addirittura azzardare l’ipotesi che le nuove generazioni neanche lo conoscano. Questo sicuramente perché il libro oltre ad essere stato tanto amato, è stato anche tanto criticato da molti pedagogisti, che hanno parlato di “pedagogia nera”. Oggi infatti i metodi educativi sono totalmente diversi, non ci si serve più delle severe punizioni del passato, ma si preferisce il dialogo, la comprensione e soprattutto la ricerca della causa all’origine del comportamento sbagliato del bambino. Oppure può dipendere semplicemente dal fatto che il gusto delle nuove generazioni è totalmente cambiato portando così al ridimensionamento della funzione di questo simpatico tremendo libretto.

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Leggere per educare: le dieci storie

Anche da una veloce lettura dei dieci brevi racconti emerge chiaramente l’intento dell’autore: trasmettere ai bambini degli insegnamenti morali mostrando loro cosa sarebbe successo se non si fossero attenuti agli ammonimenti dei loro genitori. I diversi insegnamenti vengono trasmessi in maniera efficace attraverso la perfetta integrazione del codice  verbale  e visivo.  Le storie vanno infatti sempre lette guardando i disegni, spesso irreali e caricaturali, che rappresentano i momenti salienti di ogni racconto. Se, infatti, provassimo a togliere o il testo o le immagini, il libro perderebbe la sua efficacia. L’unione di questi due codici coincide d’altronde con l’idea che Heinrich Hoffmann aveva dell’educazione:

Il bambino impara facilmente solo attraverso gli occhi e apprende solo ciò che vede. Tanto più che non sa proprio che farsene delle prescrizioni morali. L’ammonimento: sii pulito! Stai attento al fuoco e lascialo stare! Sii ubbidiente! – tutte queste sono parole vuote per il bambino. Ma la rappresentazione del sudicione, del vestito che prende fuoco, dell’imprudente che ha un incidente, il guardare si spiega da sé ed istruisce [nota10]

Non va inoltre taciuta l’importanza dei commenti dell’autore: Hoffmann infatti, assumendo la funzione di intermediario tra testo e immagini, permette una completa ricezione delle storie [nota11].

Nonostante i dieci brevi racconti siano indipendenti l’uno dall’altro, il libro presenta un’unità dal punto di vista del contenuto e della struttura. Le storie, infatti, si sviluppano seguendo sempre lo stesso schema: la presentazione del protagonista; l’azione del protagonista; il suo confronto con l’autorità che lo punirà e la punizione e la morale finale [nota12].
Il tutto è preceduto da una breve filastrocca di dieci versi che funge da prologo e nella quale vengono specificati i destinatari dell’opera: tutti quei bambini bravi e tranquilli, ai quali Gesù Bambino porterà per dono tanti regali e un bel libro illustrato.

Sieh einmal, hier steht er,
Pfui! der S t r u w w e l p e t e r!
An den Händen beiden
Ließ er sich nicht schneiden
Seine Nägel fast ein Jahr;
Kämmen ließ er nicht sein Haar.
Pfui! ruft da ein jeder:
Garstger Struwwelpeter!

Oh, che schifo quel bambino!
È Pierino il Porcospino.
Egli ha l’unghie smisurate
Che non furon mai tagliate;
I capelli sulla testa
Gli han formata una foresta
Densa, sporca, puzzolente.
Dice a lui tutta la gente;
“Oh, che schifo quel bambino!
È Pierino il Porcopsino”.

La prima storia che incontriamo è proprio quella di Struwwelpeter (Pierino Porcospino).

Come già accennato, nelle prime edizioni questa storia andava a chiudere il libro e il nome del monello non appariva neanche nel titolo. Fu infatti solo nella quinta edizione che venne spostata dall’ultima alla prima pagina proprio su richiesta dei bambini, che invece di ripudiare questo simpatico sudicio capellone, come avrebbe voluto l’autore, riconobbero in lui il loro eroe. Si tratta sicuramente della storia più breve, tanto che forse non la potremmo neanche considerare una vera e propria storia: in soli otto versi ci viene infatti raccontato di come questo bambino abbia trasgredito le regole della società borghese e non si sia fatto tagliare per più di un anno capelli e unghie, arrivando così ad assumere un aspetto metà umano e metà ferino [nota13] che tanto piacque ai bambini di allora. Viene quindi forse rappresentata la forza interiore e il coraggio di Struwwelpeter che vuole essere diverso in un’epoca e in una società in cui la trasgressione era considerata un peccato. È l’unico però a non essere colpito da alcuna punizione fisica, si trova sul piedistallo, fermo e immobile con i suoi capelli crespi e le sue unghie lunghe e l’unica punizione è quella di essere definito da tutti un “Garstger Struwwelpeter”.

Abbiamo poi Die Geschichte vom bösen Friederich (La storia del cattivo Federigo) il cui protagonista è appunto il “cattivo Friederich”, che molesta gli animali e frusta la sua tata senza alcuna pietà, viene però poi morso da un cane e costretto da un dottore a restare a letto e a bere un’amara medicina.

Si è già accennato a come spesso all’epoca la figura del dottore venisse demonizzata e utilizzata per spaventare i bambini e a come Hoffmann cercò di sfatare questo luogo comune. In questa rappresentazione vediamo quindi il dottore, sorridente e tranquillo, che assiste il bambino e cerca di curarlo come dovrebbero fare dei bravi genitori, qui assenti. Questo distinto borghese potrebbe essere dunque anche l’autoritratto di Hoffmann stesso [nota14].
Bisogna inoltre mettere in evidenza che in questa storia l’autore si è concentrato anche su un tema largamente affrontato nella letteratura per l’infanzia del XIX secolo, ossia il rispetto e l’amore per gli animali.

La terza storia, Die gar traurige Geschichte mit dem Feuerzeug (La tristissima storia degli zolfanelli), racconta la tragica e atroce fine dell’unica figura femminile presente nel testo, la piccola Paulinchen. La bambina, infatti, rimasta a casa da sola inizia a giocare con uno zolfanello senza prestare minima attenzione alle continue raccomandazioni dei due gattini Minz e Maunz che cercano di metterla in guardia da quel gioco così pericoloso. Paulinchen infatti presa da questo zolfanello luminoso e scoppiettante alla fine prenderà fuoco e di lei non resterà nient’altro che un mucchietto di cenere e le sue scarpine rosse.

Hoffmann ha voluto quindi chiaramente dar voce ad un problema sempre più frequente nella Francoforte degli anni Trenta e Quaranta dell'800, ossia il continuo aumento degli incendi in città a causa della scoperta e diffusione dei fiammiferi.
         
Die Geschichte von den schwarzen Buben (La storia del moretto) narra invece di un ragazzo di colore che viene deriso da Ludwig, Kaspar e Wilhelm, che verranno poi puniti dal grande Nikolas, il quale, dopo varie e inutili raccomandazioni, cercherà di istruire i tre monelli immergendoli nel calamaio e tingendoli più neri del moretto stesso, che riappare solo alla fine senza curarsi minimamente delle risa dei tre birbanti.
La storia si conclude con una morale: “Und hätten sie nicht so gelacht, / Hätt’ Nikolas sie nicht schwarz gemacht” (“Se non fosser stati si sventati / il gran maestro non li avria tuffati / del calamaio nell’immondo bagno”). La punizione per i tre ragazzi non è però quella di essere diventati neri, ma quella di venire derisi [nota15], così come loro hanno fatto con il moretto, dai bambini, che sicuramente rideranno vedendoli ora marciare neri come il carbone dietro al ragazzo di colore. Il tema affrontato è quindi evidentemente quello del razzismo e dell’importanza della parità di trattamento di cui devono godere tutte le persone.

   nikolas   

La quinta storia, Die Geschichte vom wilden Jäger(La storia del fiero cacciatore), è probabilmente la meno ricordata ed amata dai bambini ed è l’unica ad avere per protagonista un adulto. Hoffmann ci fornisce in questa storia la perfetta rappresentazione del mondo alla rovescia [nota16]. Il protagonista è un fiero cacciatore che parte con il suo fucile a caccia di lepri. La lepre invece, dall’interno della sua casa fatta di foglie, osserva l’uomo e si prepara a tirargli un brutto tiro. Non appena il cacciatore sfiancato dal sole si addormenta, la lepre gli si avvicina e gli sottrae fucile ed occhiali. Al suo risveglio e alla visione di quell’animale così minaccioso, il cacciatore comincia a correre e a gridare aiuto, fino a quando preso dal panico non si getta dentro un pozzo per sfuggire allo sparo dell’animale, che colpisce la tazzina della moglie dell’uomo.

      

Ci troviamo quindi chiaramente di fronte ad uno scambio di ruoli: il cacciatore diventa la preda, la vittima della lepre, considerata generalmente un animale codardo e poco furbo. Si tratta quindi della vittoria e della rivincita di questo animale che riesce a dimostrare il suo coraggio e la sua furbizia e a conquistare la simpatia dei bambini. Alla fine il cacciatore riesce sì a salvarsi la vita, ma la punizione alla quale va incontro è la derisione dell’autore e dei bambini.

La storia più angosciante è però sicuramente laGeschichte vom Daumenlutscher (La storia del bambino che si succhia i pollici), ovvero la storia del piccolo Konrad, punito atrocemente da un diabolico sarto e solo per una piccola colpa, quella di succhiarsi il dito. La madre infatti prima di uscire si raccomanda al figlio di fare il bravo mentre è a casa da solo, ma soprattutto di non succhiarsi il dito, perché altrimenti all’improvviso sarebbe apparso il sarto che con le sue grandi forbici gli avrebbe tagliato i pollici senza alcuna pietà. Il bambino però non dà ascolto agli ammonimenti della mamma e non appena la donna esce di casa si infila il dito in bocca.
        
Entra a questo punto in scena il mefistofelico sarto che elegantemente si abbatte sul povero Konrad e gli tronca entrambi i pollici senza alcuna pietà. Nell’ultima scena il sarto così come era apparso all’improvviso, altrettanto magicamente sparisce, lasciando il piccolo completamente solo con il suo dolore. Quando la mamma rientra trova il figlio triste e sconsolato rimasto per sempre con otto dita: i pollici non ricresceranno più. Könneker [nota17] ha messo in evidenza come in questa storia venga rappresentata da una parte la frustrazione e la paura di essere puniti dei bambini e dall’altra l’avversione per il piacere e l’impulso a punire degli adulti.

 
Die Geschichte vom Suppen-Kaspar (La storia della minestra di Gasparino) è invece la triste storia di un bambino, sano e grassoccio, che nonostante ami mangiare all’improvviso inizia a rifiutare la minestra. Il bambino viene rappresentato sempre nello stesso gesto, ossia mentre sbatte i piedi per terra ed alza le mani al cielo. Il suo corpo cambia invece visibilmente dimagrendo ogni giorno di più ed insieme a lui si rimpiccolisce anche il tavolino, dove sopra è disegnato un piatto pieno di minestra. Scioccante è l’ultimo disegno in basso a destra: il quinto giorno Kaspar è morto e sulla sua tomba è posta una zuppiera forse come monito per gli altri bambini.

Attraverso questa storia l’autore ha voluto soffermarsi su una malattia che si stava diffondendo allora: l’anoressia nervosa. Il racconto è stato infatti molto analizzato anche dagli psicologi negli anni Sessanta e Settanta e lo psichiatra infantile Rasche ha per esempio sostenuto che la minestra di Kaspar potrebbe rappresentare gli errori educativi dei genitori che costringevano i bambini a mangiare tutto ciò che avevano nel piatto [nota18]. La storia darebbe quindi voce ad un conflitto generazionale e alla mancanza di dialogo tra grandi e piccoli.

Anche Die Geschichte vom Zappel-Philipp (La storia di Filippo che si dondola) ha la stessa ambientazione del racconto precedente: ci troviamo in una ricca casa borghese dove la famiglia è riunita a tavola per consumare il pranzo o la cena. A turbare però la tranquillità e la compostezza di questa famiglia così “per bene” è il bambino dal carattere alquanto irrequieto che fatica a restare composto e alla fine cade a terra rovesciandosi addosso tutta la tavola imbandita. Come ha fatto notare Könneker [nota19] è qui rappresentata la tipica famiglia borghese ottocentesca strutturata intorno all’autorità paterna. La madre, infatti, appare sempre inerte, sottomessa, non ha alcuna voce in capitolo e come il figlio è costretta sempre e comunque ad accettare più o meno passivamente le decisioni del marito. Qui però il bambino prova a sfidare, apparentemente senza paura, l’ira del padre e alla fine viene completamente coperto dalla tovaglia e circondato dagli oggetti andati in frantumi e dal cibo sparso per terra. Solo a questo punto la madre reagisce scattando in piedi, mentre il padre ha l’aria veramente infuriata. Nell’analizzare le immagini notiamo che ai lati del primo disegno sono appesi salumi e pesci, nel secondo disegno troviamo la frutta e nel terzo due verghe con le quali verrà probabilmente punito il bambino iperattivo.

      

In realtà la malattia alla quale fa riferimento Hoffmann in questa storia è stata riconosciuta solo nel 1902 in seguito ad una serie di conferenze tenute da Sir George F. Still. Si tratta di una malattia molto diffusa tra i bambini e chiamata sindrome da iperattività o deficit di attenzione (ADHD). I sintomi principali sono iperattività, impulsività e incapacità di concentrarsi e generalmente si manifesta prima dei sette anni [nota20]. Zappel-Philipp è, infatti, il principale rappresentante di questa malattia, le cui cause non sono state ancora determinate con certezza.
Le ultime due storie di Hoffmann mostrano invece un tema molto diffuso nella letteratura borghese del XVIII e XIX secolo: il contrasto esistente e latente tra l’adempimento del dovere all’interno della società borghese e la voglia di evadere, di sognare e di raggiungere posti esotici e lontani [nota21]. Die Geschichte vom Hans Guck-in-die-Luft (La storia di Giannino Guard’in aria) è il racconto di un bambino sognatore, perennemente distratto, che guarda sempre in aria per seguire il volo delle rondini, simbolo della completa libertà da ogni schema e da ogni impegno. Proprio a causa della sua sbadataggine e della sua trasognatezza Hans si scontra prima con un cane e poi cade nel fiume. Fortunatamente arrivano due uomini che lo salvano dalle acque, ma l’intera collettività reagisce negativamente nei confronti di questo bambino così sbadato e trasognato.

      

La voglia di evasione di Hans, considerata forse all’epoca come un peccato, perché ostacolo all’adempimento dei suoi doveri, nel caso specifico quello di andare a scuola, viene punita con questa caduta nell’acqua ricca di conseguenze. Le punizioni che toccano al bambino sono quindi tre: 1) rimane solo e completamente bagnato; 2) perde la cartella; 3) i tre pesciolini si prendono gioco di lui [nota22].
A proposito della cartella Marie-Luise Könneker [nota23] la considera il simbolo del dovere di Hans che è quello di andare a scuola e quindi la sua perdita è vista negativamente perché causerà al bambino, al suo rientro a casa, una bella strigliata da parte dei genitori. Sempre secondo la studiosa Hans non avrebbe davvero il coraggio di abbandonare la realtà, preferendo abbandonarsi semplicemente al sogno. 
Anche l’ultima storia, Die Geschichte vom fliegenden Robert(Storia di Roberto che vola), ha lo stesso tema della precedente: il contrasto tra lo slancio verso l’ignoto, lo Streben, e la tranquillità, la calma del proprio Daheim. Robert, a differenza di Hans, sceglierà però di non seguire la norma, di non rimanere attaccato alla propria vita quotidiana, ma di rischiare. Durante un tremendo temporale, invece di rimanere in casa, come tutti i bambini dovrebbero fare, decide di uscire e di sfidare la tempesta. Parte quindi per i campi, sfida il vento e la pioggia, i tuoni e i lampi, mentre dietro di lui viene rappresentata la tranquillità del paesino, al riparo dalla tempesta. Il vento inizia però a soffiare sempre più forte, l’ombrello si gonfia e all’improvviso il bambino si alza in volo, sempre più su, sempre più in alto, egli tenta di strillare, ma è tutto invano: “Wo der Wind sie hingetragen, / Ja! Das weiβ kein Mensch zu sagen.” (“Lo cercar dovunque invano, / e nessun l’ha più veduto”) [nota24].

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Der  Struwwelpeter in Italia[nota25]

Purtroppo l’originale libricino tedesco in Italia sembra non aver mai registrato un successo così grande e diffuso come in Germania, la maggior parte degli italiani non ne ha, infatti, mai sentito parlare e il motivo principale dell’insuccesso è forse da rintracciare nella grande differenza culturale esistente tra Italia e Germania e nel diverso modo di educare e trattare i bambini. Nel nostro Paese le opinioni su questo libro sono state soprattutto negative, Magris ha parlato di “un’infanzia tarpata e mutilata”, mentre Mittner di “assurdo e sadico pedagogismo” [nota26]. Un altro motivo della scarsa diffusione dello Struwwelpeter è stata forse la mancanza di un’adeguata e simile tradizione italiana del genere letterario del libro illustrato, la sua complicata traduzione, nonché la presenza di un difficile concorrente da battere: Pinocchio di Carlo Collodi [nota27].    
In Italia Struwwelpeter fece infatti il suo primo ingresso solo nel 1882 con la riuscitissima traduzione del senatore milanese Gaetano Negri [nota28] che lo tradusse con l’azzeccato nome di Pierino Porcospino. Tra l’altro si tratta dell’unica traduzione attualmente in commercio in Italia.
 Tra le altre traduzioni italiane ricordiamo:

  • la versione libera di Raffaella Por e di Roberta Valeri del 1972: Pierino Porcospino ovvero allegre storielle e figure buffe [nota29];
  • una traduzione anonima del 1979, edita dall’Heinrich-Hoffmann-Museum [nota30]di Francoforte sul Meno e non pubblicata in Italia;
  • la traduzione di Maria Luisa Heinz-Mazzoni. La prima versione di tale traduzione risale al 1984 e aveva come titolo Pierzazzera, Divertenti storielle e spassose illustrazioni, questa è stata poi profondamente rivista e modificata prendendo l’attuale titolo di Pierino Porcospino, Divertenti storielle e curiose illustrazioni [nota31] e fa parte di Heinrich Hoffmann. Der polyglotte Struwwelpeter a cura di Walter Sauer, raccolta pubblicata in Germania nel 2008 e contenente oltre alla versione italiana, anche quella in inglese, francese, spagnolo, latino ed esperanto;
  •  altra traduzione importante è stata quella di Sergio Stocchi del 1986 Il Porcospino ragionato ossia “Pierino Porcospino” (Struwwelpeter 1847) del dottor Heinrich Hoffmann con il testo a fronte seguito da “Pentimento e Conversione di Pierino Porcospino” di Karl Ludwig Thienemann [nota32]: traduzione però ormai fuori catalogo.

Articolo tratto dalla tesi di laurea di I livello in Letteratura tedesca:
Der Struwwelpeter: tradizioni e traduzioni a confronto.”
Facoltà di Lingue e letterature straniere moderne dell’Università della Tuscia
A.A. 2007/2008

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BIBLIOGRAFIA

TESTO DI PARTENZA:
Hoffmann, Heinrich, Der Struwwelpeter oder lustige Geschichten und drolligen Bilder von Dr. Heinrich Hoffmann, Zürich, Diogenes Verlag AG., 1977.

TRADUZIONI ITALIANE:
Pierino Porcospino. Storielle allegre e figurine buffe per fanciulli da 3 a 6 anni, (traduttore anonimo), Frankfurt am Main, Heinrich – Hoffmann – Museum, 1979;

Heinz-Mazzoni, Maria Luisa, Pierino Porcospino – Divertenti storielle e curiose illustrazioni, [2008],in Der polyglotte Struwwelpeter, a cura di Walter Sauer, München, Deutscher Taschenbuch Verlag, 2008;

Negri, Gaetano, Pierino Porcospino, Milano, Hoepli, 200510;

Stocchi, Sergio, Il Porcospino ragionato ossia “Pierino Porcospino” (Struwwelpeter, 1847) del dottor Heinrich Hoffmann con il testo a fronte seguito da “Pentimento e Conversione di Pierino Porcospino” (Struwwelpeter’s Reue und Bekehrung, 1851) di Karl Ludwig Thienemann, Milano, Longanesi, 1986.

Valeri Roberta e Por Raffaella, Pierino Porcospino ovvero allegre storielle e figure buffe, Roma, Edizioni Paoline, 1972.

PARTE STORICO – CULTURALE
AA.VV., Struwwelpeter trifft Pinocchio: ein Vergleich der beiden berühmten Kinderbücher, Die Abenteuer des Pinocchio und Der Struwwelpeter; eine Ausstellung des Arbeitskreises "Bürger gestalten ihr Museum", Frankfurt am Main, Heinrich-Hoffmann-Museum, 1987;

AA.VV., Von Struwwelhitler bis Punkerpeter. Struwwelpeter-Parodien vom Ersten Weltkrieg bis heute, Frankfurt am Main, Heinrich-Hoffmann-Museum, 1988;

Carcenac – Lecomte, Costanze, Der Struwwelpeter, in Deutsche Erinnerungsorte III, a cura di François Etienne e Schulze Hagen, München, Verlag C.H. Beck, 2001, pp. 122-137;

Herzog  G. H. e Helmut Siefert (a cura di), Struwwelpeter-Hoffmann. Texte, Bilder, Dokumentation, Katalog, Frankfurt am Main, Heinrich-Hoffmann-Museum, 1978;

Marx, Sonia, Struwwelpeter, in Id., Klassiker der Jugendliteratur in Übersetzungen. Struwwelpeter, Max und Moritz, Pinocchio im deutsch-italienischen Diaolog, Padova, Unipress, 1997, pp. 3-46;

Mittner, Ladislao, Dal Biedermeier a Fine secolo (1810-1890), in Id., Storia della letteratura tedesca. Dal Realismo alla Sperimentazione (1820-1970), Tomo primo, Torino, Einaudi, 1971, pp.15-49;

Könneker, Marie-Luise, Dr Heinrich Hoffmanns “Struwwelpeter”. Untersuchungen zur Entstehungs-und Funktionsgeschichte eines bürgerlichen Bilderbuchs, Stuttgart, Metzler, 1977;

Stocchi, Sergio, Introduzione a Il Porcospino ragionato ossia “Pierino Porcospino” (Struwwelpeter, 1847) del dottor Heinrich Hoffmann con il testo a fronte seguito da “Pentimento e Conversione di Pierino Porcospino” (Struwwelpeter’s Reue und Bekehrung, 1851) di Karl Ludwig Thienemann, Milano, Longanesi, 1986;

Zekorn von Bebenburg, Beate, Struwwelpeter macht Reklame. Ein Bilderbuch wird vermarktet. Katalog zur Ausstellung im Heinrich-Hoffmann-Museum, Frankfurt am Main, Heinrich-Hoffmann-Museum, 2001.

SITOGRAFIA

Filipponio, Nika, Storie allegre di ordinario terrore, http://www.zadig.it/news/2002/sci/new-05-05.1htm;

Mantegazza, Raffaele (2008),  Nostalgia di Victor. L’infanzia tra assedio educativo e solitudine tecnologica, Incontri internazionali di Castiglioncello XVII,http://www.bambinodicastiglioncello.it/index.php/bambino-selvaggio/97-nostalgia-di-victor;

Sindrome da deficit di attenzione, http://www.epicentro.iss.it/problemi/attenzione/attenzione.asp
http://members.aon.at/zeitlupe/struwwelpeter.html ;

http://www.struwwelpeter-museum.de;

http://de.wikisource.org/wiki/Der_Struwwelpeter.

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