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Georges Bernanos
Diario di un parroco di campagna

di Eloise Lonobile

Nella categoria: HOME | Analisi critica

Temi principali:

La malattia
La scrittura
L'eroe dell'accettazione

Le pagine si riferiscono al testo originale francese edito da Plon, Le livre de poche, nel 1973. Le traduzioni delle citazioni sono mie.

LA MALATTIA

La malattia è un importante topos letterario. Come nei principali romanzi novecenteschi, anche nel Diario di un parroco di campagna di Georges Bernanos essa prende la forma di un rifiuto dell'ordine, dell'autorità; di un'evasione dall'organizzazione perversa dei rapporti socio-economici: diventa sintomo di un malessere, di una mancata integrazione dell'individuo nella società. È infatti nel campo del patologico che devono essere interpretati da un lato l'inettitudine eccezionale del parroco di Ambricourt, dall'altra il sentimento della noia che, secondo lui, divora la propria parrocchia come tutte le altre. La malattia, nel Diario di un parroco di campagna, si presenta sotto diverse spoglie:

  • Come malattia in sé: è il cancro che porta alla morte;
  • Come noia esistenziale;
  • Come inettitudine: è il sintomo di una mancata integrazione in società. L'inettitudine del parroco si manifesta in varie occasioni, ma è soprattutto in campo economico che si rende più manifesta. Si vedano, a questo proposito:
    - L'episodio sulle bottiglie di vino del signor Pamyre;
    - L'equivoco sul conto del signor Conte (il giovane parroco lo crede inizialmente un uomo distinto, un'anima nobile, mentre in realtà è un uomo mediocre. Questa ingenuità è dovuta alla povertà economica e alla povertà di esperienze del parroco);
    - Il rimprovero da parte del doge di Blangermont (è interessante notare che nella stessa occasione un altro tipo di isolamento, un altro sintomo di mancata integrazione è attribuito al parroco, questa volta legato alla dimensione della scrittura:

Credo che voi siate un poeta... (pronuncia poÍta)... Il lavoro sistemerà anche questo, disse il doge al parroco (p.80 [Nota]).

Dunque: impossibilità di integrarsi in un universo sociale dominato dal denaro, dalla borghesia, dall'idea che la ricchezza equivalga al potere ("Ciò che sento a proposito di quello che viene chiamato la società rimane del resto piuttosto oscuro... La nozione di ricchezza e quella di potere non possono ancore confondersi", p. 81). Questa incapacità si manifesta attraverso un sintomo (l'inettitudine) che può essere considerato allo stesso livello della malattia reale (il cancro).

A proposito della malattia, bisogna osservare anche quanta importanza abbiano le figure dei medici nel romanzo.
Essi sono, tradizionalmente, medici del corpo, quando i preti sono considerati i medici dell'anima. Ma i medici, in questo romanzo, sono anch'essi persone non integrate.

Dr. Delbende:

I suoi colleghi lo prendono in giro. Dice al parroco:

Torcy, lei ed io siamo della stessa specie"; osservazione giusta nel senso che nessuno di loro approva la società contemporanea: "Gli atleti sono generalmente dei cittadini pacifici, conformisti fino al midollo, che riconoscono solamente lo sforzo che ripaga - di certo non il nostro (p. 90).

La sua divisa è "far fronte". Ma far fronte a cosa? A niente e a tutto insieme, cioè alla società nella sua totalità. Il suo suicidio, dovuto a problemi economici, è il risultato della sua mentalità, della sua integrità personale, ma forse anche al fatto che "odiava i mediocri" (p. 131), come l'uomo banale, il borghese, il conformista.

Dr. Laville:

Anche in questo caso il medico riconosce nel parroco un suo simile:

Vedendovi, poco fa, ho avuto l'impressione sgradevole di trovarmi di fronte a... di fronte al mio doppio (p. 287).

Infatti, neanche lui è un integrato. Fa un'allusione - involontaria ma molto diretta - al suicidio del Dr. Delbende quando parla del modo in cui potrebbe egli stesso suicidarsi.

Il rapporto di doppio tra il parroco e il Dr. Laville è manifesto a più riprese:

  • Vengono entrambi da una famiglia povera e ignorante;
  • Hanno condiviso lo stesso furore di imparare al liceo ("Scommettiamo che lei era in seminario esattamente com'ero io al liceo? ...Dio o la scienza, vi ci buttavamo dentro", p. 288);
  • Entrambi sono malati e hanno pochi mesi soltanto di vita.

Signor Dupréty

Un altro grande malato è il signor Dupréty, o Dufréty, l'abate amico del parroco, che si è "tolto la sottana" (si è spretato). Nel suo caso, la malattia è la tubercolosi. Ma è anche il caso in cui, più di ogni altro, la malattia del corpo corrisponde alla malattia dell'anima, se così si può dire. Ancora una volta tocchiamo il problema della mancata integrazione. Dufréty non si è mai sentito parte integrante della società a causa della sua particolare educazione (il seminario):

Questa educazione ha fatto di noi degli individualisti, dei solitari... Ci inventavamo la Vita, invece di viverla (pp. 48-49).

La sua volontà di integrarsi si manifesta dal fatto che sottolinea per tre volte la parola "normale" nella lettera all'amico:

Inutile parlare di me alle persone che frequenti. Un'esistenza laboriosa, normale insomma, non dovrebbe avere segreti per nessuno (p. 49).

È evidente che desideri profondamente essere come tutti gli altri uomini (aurea mediocritas), ma ciò implica, evidentemente, il fatto che egli non sia integrato. Parla del "valore sociale" di un individuo, ma tutto ciò che scrive nelle sue tre lettere viene poi messo in contrasto e smentito dalla sua situazione: una scala puzzolente e nera; la carta da visita ("Louis Dufréty, rappresentante"); le bugie per nascondere la vera identità della sua compagna; la sua "evoluzione intellettuale". Senza parlare, per finire, del fatto che la sua povera compagna abbia la sua stessa malattia. Dufréty è e rimane un outsider fino all'ultimo.

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LA SCRITTURA

Il tema della scrittura, accanto a quello della malattia, è uno dei temi principali del romanzo, che per l'appunto è un "diario" (quindi un testo con narrazione in prima persona, ma dove l'atto narrativo si esplica chiaramente con l'ausilio della scrittura, e dove esiste una relativa simultaneità tra gli avvenimenti della storia e quelli del racconto). Ciò significa che anche laddove non si parla della scrittura, la sua presenza rimane incontestabile e fa capolino, se non nei contenuti, nella forma sempre.
Si è spesso fatto di Bernanos lo scrittore della Cristianità e basta, e la maggior parte dei critici concentrano le loro analisi su questo aspetto (vedi Albert Béguin e Urs von Balthasar per primi). È significativo osservare, a questo proposito, che Albert Béguin ha interpretato la "vocazione letteraria" di Bernanos come la trasposizione di una vocazione sacerdotale sognata. Ma significa dimenticare il primato assoluto dell'attività letteraria nell'immaginario bernanosiano. Nei suoi romanzi, si trova sempre un personaggio che scrive; nel Diario di un parroco di campagna è lo stesso protagonista.

L'attività letteraria, cioè l'atto di scrivere un diario, provoca una lotta interiore nel giovane curato; la scrittura è sentita fin dall'inizio come un elemento che contrasta la preghiera pura e semplice, e dunque con la vocazione sacerdotale:

Per chiunque abbia l'abitudine alla preghiera, la riflessione non è, troppo spesso, che un alibi, che una maniera sorniona di confermarsi un destino. Il ragionamento [realizzato attraverso la scrittura] lascia facilmente nell'ombra ciò che desideriamo tenere nascosto (p. 10).

Ciò di cui ha paura il parroco di Ambricourt è la falsificazione della propria esperienza nell'atto della scrittura. È un po' quello che rischia di fare (o quello che fa) il suo amico Dufréty quando parla della propria "evoluzione intellettuale" o quando allude, nell'ultima parte del romanzo, al diario che sta scrivendo, pure lui, dal titolo significativo di "Il mio percorso". Un libro, questo, più che un vero e proprio diario; una sorta di giustificazione agli occhi del mondo della propria situazione, e dunque anche una manifestazione del desiderio di essere approvati e accettati.

La scrittura è quindi vista come un processo artificiale e artificioso, che si oppone alla preghiera, vista come spirito di pura accettazione. È a questo livello che lo studio di Pierre Gille, Bernanos et l'angoisse, mi sembra pertinente. Gille analizza quello che chiama "l'angoscia", cioè il lato dell'inquietudine, della non-risposta, della negatività in Bernanos (situandosi, al contempo, volontariamente agli antipodi rispetto alla linea dei critici che vedono, nello scrittore, solo il lato della cristianità, della positività, della risposta alle inquietudini del XX secolo). Secondo lui, la modernità di Bernanos tiene giustamente in questa presenza dell'angoscia nella sua opera:

C'est la place de Bernanos d'avoir, dans le temps de la négation, non seulement assumé la grande négativité de son siècle, mais de l'avoir introduite au coeur de l'Affirmation. [E' merito di bernanos l'avere, nel tempo della negazione, non soltanto assunto su di sé la grande negatività del suo secolo, ma l'averla introdotta nel cuore dell'Affermazione]

La negatività, l'abbiamo capito, è l'istanza che oppone all'ordine delle risposte quello delle domande, dei dubbi, delle incertezze.

In questa prospettiva, è proprio la scrittura che, nel Diario, si carica di rendere manifesta la negatività. Se pregare significa abbandonarsi totalmente a Dio, alla sua volontà, e quindi accettare qualsiasi esperienza, scrivere al contrario significa affermare il proprio valore umano, o, con le parole di Gille, "donner la parole aux démons de la révolte et du désespoir" [dare la parola ai demoni della rivolta e della disperazione].
La scrittura doveva essere per il giovane parroco un "prolungamento della preghiera" (p. 29); in realtà si rivela essere una necessità in buona parte strettamente letteraria, benché il protagonista non se ne renda sempre perfettamente conto.

Il carattere manifestamente letterario del suo atto scritturale è però evidente almeno nei seguenti passi:

  • [Riflessioni sul lettore potenziale del diario]
    1. "Mentre scribacchio sotto la lampada queste pagine che nessuno leggerà mai, ho il presentimento di una presenza invisibile che sicuramente non è quella di Dio - piuttosto quella di un amico fatto a mia immagine, benché distinto da me. Di un'altra essenza... Ieri sera, questa presenza mi è diventata d'un colpo così tangibile che mi sono sorpreso a sporgere la testa verso non so quale ascoltatore immaginario..." (p. 29);
    2. "Non posso pensare senza amicizia al futuro lettore, probabilmente immaginario, di questo diario... Una tenerezza che non approvo affatto perché, attraverso le pagine, non ritorna che a me stesso. Sono diventato autore o, come dice il doge di Blangermont, poÍta... Eppure..." (p. 124).
  • [Riflessione sulla scelta delle parole - che rivela un'intenzione stilistica, benché appena accennata]
    "...(accade ancora che esiti sulla scelta di un epiteto, che mi corregga)..." (p. 29).

Il fatto che il doge di Blangermont pronunci, storpiandola, la parola "poeta" come "poÍta", sottolinea l'idea negativa attribuita alla letteratura. È una sorta di aberrazione stilistica che riflette una aberrazione nella vita attribuita al parroco. In questo senso, il doge rappresenta esattamente la società, il mondo in cui il giovane parroco non riesce ad entrare. La sua condizione di outsider, di non-integrato che, come s'è visto, è causa della sua malattia, rivela qui una origine ben precisa: la sensibilità poetica.

Contrariamente al signor Dufréty che vuole utilizzare la scrittura come uno strumento d'integrazione (scrivendo la propria biografia giustificativa, il cui valore letterario, peraltro, è piuttosto dubbio), il protagonista del romanzo rifiuta di dare alla sua attività scritturale una funzione strumentale e, proprio per questo, relega il proprio diario al dominio più sincero della letteratura. Eppure, proprio questa sincerità "sonne faux", sembra stonare alle orecchie altrui. Il parroco stesso avverte come il proprio sentimento diventi ridicolo in seno alla società borghese; quando tenta, una volta soltanto, di usare materiale della propria scrittura per un sermone, avverte bene un senso di fallimento:

Mi sono fermato un secondo nel bel mezzo della frase con l'impressione, ahimé nettissima! di recitare una parte. Dio sa però quanto fossi sincero! (p. 35).

E, alla fine della messa, il Conte (cioè la migliore incarnazione di una mentalità mediocre) gli dice, con ironia:

- Che bel volo Pindarico! (Ibid.).

In breve, la scrittura (poetica) non può, in teoria, conciliarsi con la funzione sacerdotale. È ciò che pensa pure, in buona fede, il parroco di Torcy quando (atto letterario puro!) il giovane parroco di Ambricourt gli lascia da leggere qualche pagina scritta (pp. 54-55). Ritroviamo in questo passo l'opposizione scrittura/preghiera.
Come osserva P. Gille, queste istanze contrarie, la cui opposizione sembra inconciliabile, trovano però un punto d'incontro nella figura del parroco. Egli è il parroco che scrive. Ma cosa permette a questo personaggio di conciliare le due cose? Per rispondere a questa domanda, bisogna ricordarsi di tutto quanto è stato detto finora e vedere in cosa egli si differenzi rispetto al resto dei personaggi; per dirla in altri termini, bisogna vedere cosa fa del piccolo sacerdote un eroe bernanosiano nel senso più completo del termine.

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L'EROE DELL'ACCETTAZIONE

Abbiamo visto come i temi della malattia e della scrittura siano legati alla condizione di outsider che caratterizza il giovane parroco. Abbiamo visto pure che questa condizione però non gli è peculiare, benché sia in lui sviluppata in profondità. Altri personaggi sentono con altrettanta forza uno scarto tra loro e il resto della società: è il caso del Dr. Delbende, del Dr. Laville, del signor Dufréty, ma anche di molti altri. Tuttavia, il caso del parroco di Ambricourt si differenzia dai loro nella misura in cui è il solo ad accettare la propria condizione di diverso. Analizzando uno a uno questi personaggi la cosa risulta più evidente.

Il Dr. Delbende:
È un outsider, dato che ragiona secondo principi che non coincidono con quelli della società. È estremamente onesto, non sopporta la mediocrità, la stupidità degli uomini e l'assurdità della vita. Con tutto ciò, è estremamente generoso (non obbedisce alle leggi del profitto e dell'utile, tipiche della borghesia). Ma la sua divisa è: "far fronte". Qui si svela il suo modo di rapportarsi al mondo: si tratta per lui di una lotta, una lotta che non ha nessun viso, nessuna possibilità effettiva di cambiare qualcosa. Da qui, si arriva al suicidio. In breve, egli non accetta il mondo in cui vive, il che significa anche che non accetta la propria diversità. La sua condizione di non-integrato è per lui qualcosa di inevitabile e di insopportabile. È un'anima tormentata fino in fondo.

Il Dr. Laville:
Anche se non vive esplicitamente isolato dagli altri uomini (esercita la propria professione) la sua condizione di outsider si rivela dal fatto che si riconosce nella figura del parroco di Ambricourt, dal fatto che è malato, vicino alla morte, e da un altro fatto, che nel nostro secolo assume un senso molto preciso: il ricorso alla droga. Secondo quanto egli stesso asserisce (p. 289), la morfina gli serve per continuare a "essere ottimista", perché "la clientela ha le sue esigenze". Ma potremmo dire che la droga gli serve anche a un livello tutto personale, per dimenticare la sua malattia (dunque, metaforicamente, per dimenticare la sua diversità). La diversità è per lui una cosa da dimenticare; anche se non ha lo spirito ribelle di un Delbende, se è di una natura più dolce, benché coraggiosa, non accetta, neanche lui, la propria condizione. Guarda in faccia al suo destino, ma vuole comunque, per un certo tempo, dimenticarlo.

Il signor Dufréty:
È un outsider a tutti i livelli: in seminario, perché si dedicava a una vita (quella sacerdotale) che relega l'individuo alla solitudine; come parroco spretato, perché non può cancellare un'esperienza e un passato che lo rendono per sempre diverso dagli altri; infine, come malato. Nel suo caso, la diversità non è assolutamente accettata. Egli vuole ad ogni costo mescolarsi agli uomini, dichiara: aurea mediocritas, ma anche in questo rimane isolato da loro, perché dà alla "mediocrità" un valore umanitario, quando invece la società è "mediocre" nel senso peggiorativo del termine. Il suo fallimento è manifesto; non ci si può togliere il peso della diversità come ci si toglie una sottana da parroco.

Contrariamente a tutti questi personaggi, il parroco di Ambricourt accetta la propria diversità. Questo carattere distintivo si manifesta fin dalla prime pagine del diario: il parroco guarda la propria parrocchia e sente confusamente che essa non gli apparterrà mai completamente:

"Quanto è piccolo un paese! E questo paese era la mia parrocchia. Era la mia parrocchia, ma non potevo niente per lei, la guardavo tristemente inoltrarsi nella notte, scomparire... Qualche momento ancora, e non l'avrei più vista. Non avevo mai sentito così crudelmente la sua solitudine e la mia (p. 6).

Eppure è appena arrivato nella sua nuova parrocchia! Egli porta in se stesso la coscienza della propria diversità, è per questa ragione che non si illude sul futuro.
Ciò detto, questa consapevolezza non gl'impedisce di dedicarsi completamente alla propria missione. È in questo che si vede, soprattutto, la grandezza del personaggio. Ma non esaminerò ulteriormente questo suo aspetto, già messo sufficientemente in luce da numerosi critici.

Per quanto riguarda il tema dell'accettazione, è vero che durante tutto il diario (e dunque durante tutta la sua esistenza) il giovane parroco oscilla continuamente tra momenti di disperazione e momenti di pura accettazione della propria condizione. Proprio per questo, tuttavia, è significativo prendere in esame il momento supremo della sua esistenza, cioè quello in cui muore, per verificare se è vero che possiamo definirlo un "eroe dell'accettazione". Durante questa sua ultima prova, infatti, il parroco arriva ad una risoluzione definitiva dei propri tormenti.

Per il giovane curato, la morte rappresenta la fine dei tormenti e dei dubbi; l'accettazione a posteriori di tutta l'esistenza vissuta, e dunque anche l'accettazione delle sue contraddizioni. Si spiega così la capacità del parroco di accogliere in sé le due istanze che abbiamo individuato come "nemiche", la preghiera e la scrittura. Nella sua accettazione totale della propria esistenza, queste due entità si fondono, sono inserite in un sistema in cui la necessità di distinguere tra opposti diventa non pertinente. Da qui, si capisce il senso delle parole di Gille quando allude a una "négativité... introduite au coeur de l'Affirmation". Questa risoluzione della morte orientata verso l'accettazione è esplicita nell'ultima pagina del Diario, dove vengono riportate le ultime parole del parroco:

Cosa importa? Tutto è grazia (p. 319).

Ma pure nelle ultime pagine del Diario il parroco esprime lo stesso concetto, benché in altri termini:

Quella specie di diffidenza che avevo di me stesso, della mia persona, si è dissolta, credo, per sempre. Questa lotta ha preso fine. Non la capisco più. Sono riconciliato con me stesso, con questa mia povera spoglia (p. 316).

La lotta non esiste più, è inglobata e dissolta a un livello superiore, che il parroco chiama col nome di "grazia".

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