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Mme de Lafayette, "La principessa di Clèves"

La poetica della verosimiglianza contro la poetica del vero

di Eloise Lonobile

Nella categoria: HOME | Analisi critica

Le descrizioni
Le descrizioni assenti
Poetica della verosimiglianza/poetica del vero

Il sistema descrittivo del romanzo di Mme de Lafayette è molto povero, perché le descrizioni vere e proprie sono molto poche. Ciononostante, è lo stesso interessante analizzarlo perché esso ha delle precise caratteristiche che permettono di apprezzarne il valore all'interno di una poetica della verosimiglianza anziché del realismo. Queste caratteristiche si presentano in negativo anziché in positivo, nel senso che spesso possono essere studiate per la loro assenza invece che per la loro presenza.

La descrizione del sistema descrittivo del romanzo si svolgerà dunque in due momenti: attraverso un'analisi delle descrizioni effettivamente presenti (analisi in positivo) e poi attraverso un'analisi delle descrizioni presenti solo potenzialmente (analisi in negativo).

LE DESCRIZIONI

Prima di considerare le descrizioni del romanzo, è necessario chiedersi a quale sistema poetico, dal puno di vista descrittivo, appartiene il romanzo della Principessa di Clèves; in altri termini, si tratta di rispondere brevemente alla domanda: «Che cos'è una descrizione nella Principessa di Clèves?».

Nella nostra analisi, considereremo descrizioni:
  • le descrizioni fisiche di oggetti/luoghi/personaggi/ecc. (senso tradizionale del termine, tipo 1);
  • le pause narrative in cui il narratore spiega i caratteri, le abitudini, i costumi dei personaggi singoli o per gruppo (senso allargato del termine, tipo 2).

L'inizio del romanzo è la parte più rappresentativa dal punto di vista descrittivo, com'è ovvio se si pensa che è proprio all'inizio di una storia che si danno le coordinate (spaziali e temporali) in cui il lettore deve collocarla: è il classico background della storia.

Il romanzo comincia dunque con una fase introduttiva, dove il narratore si sofferma a dare informazioni sulla localizzazione della storia (la Corte francese «negli ultimi anni del regno di Enrico II», I, p. 69), sui suoi attori principali e i costumi della Corte. Queste pagine sono tutte più o meno descrittive. Ma, anche e soprattutto qui, si può notare come la descrizione nel romanzo sia di natura essenzialmente ambigua, perché per la maggior parte è il resoconto di caratteri e abitudini di alcuni dei personaggi della Corte più che di puntualizzazioni effettive sull'aspetto fisico delle persone o dei luoghi.

Questa ambiguità di fondo crea una difficoltà nello stabilire una frontiera tra narrazione e descrizione: si potrebbe arrivare a sostenere, infatti, che la stessa narrazione sia una grande descrizione, una "descrizione di eventi", passati o immaginari, da parte di un locutore a un'altra persona. Nel romanzo di Mme de Lafayette consatatiamo che anche le poche descrizioni vere e proprie (fisiche) risultano insufficienti. Spesso troviamo nel testo frasi come: "Tale principe era... ben fatto", il che non ci dice però assolutamente niente del come era fatto. Si rinvia a un criterio di bellezza che non è reso esplicito. Come si spiega questa scelta stilistica e quali conseguenze ha dal punto di vista dell'intero sistema descrittivo?

Per rispondere brevemente alla prima parte della domanda si devono considerare i rapporti tra il romanzo e il suo contesto storico da un lato, e quelli tra il romanzo e l'autrice dall'altro:

  • La Principessa di Clèves nasce dalla penna di un'autrice strettamente legata alla società aristocratica della fine del XVII secolo;
  • Il libro è ambientato nello stesso contesto sociale, benché con una certa scalanatura temporale (un secolo prima);
  • Il libro è destinato a un pubblico che, ancora una volta, appartiene alla stessa società aristocratica.

Si trovano qui motivi sufficienti a comprendere perché Mme de Lafayette ha giudicato inutile spiegarsi ogni qualvolta affrontava argomenti di ordine sociale, di costume, ecc. Tutto ciò che nel testo è implicito sarebbe stato, se esplicito, pura ridondanza. Non si tratta infatti, qui, di rappresentare ai lettori un universo parzialmente o totalmente sconosciuto, il che sottintenderebbe la necessità di darne un'adeguata descrizione, ma semplicemente di raccontare eventi capitati nel loro stesso ambiente, il che sottintende soltanto la loro narrazione.

Esempi di descrizione più accurati sono dunque molto rari nel romanzo. Se ne trova uno quando viene presentata l'eroina, Melle de Chartres, della quale viene fatta una rassegna, seppur breve, delle sue bellezze:

"La sua pelle chiara e i suoi capelli biondi le davano uno splendore che non si è mai visto che a lei; tutti i suoi tratti erano regolari e il suo viso e la sua persona erano pieni di grazia e d'incanto".

Tuttavia questo passo, veramente tra i pochi a presentare tratti fisici precisi, non rappresenta una infrazione alla regola che vuole che l'intero testo sia dominato da un'esigenza narrativa più che descrittiva. Infatti, la bellezza del personaggio femminile è in realtà il motivo principale dell'intero svolgimento della vicenda, con il fatto che provoca l'innamoramento di due uomini insieme, il Principe di Clèves e il Duca di Nemours. La bellezza dell'eroina spiega da sola tutta la vicenda: l'autore suggerisce al lettore che gli eroi maschili avrebbero potuto essere altri, ma lei, al contrario, è unica.

Questo esempio mostra bene come, anche laddove si trovino casi di rare descrizioni pure, esse sono riassorbite dalla narrazione e hanno, perciò, un ruolo solo funzionale.

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LE DESCRIZIONI ASSENTI

Questa parte dell'analisi si svolgerà "in negativo", nel senso che saranno prese in considerazione le descrizioni là dove mancano. Ovviamente, non si può dare una lista esauriente delle descrizioni assenti, perché semplicemente non esiste; tuttavia alcuni passi del testo, più di altri, suggeriscono la possibilità di una pausa descrittiva, oppure la omettono in modo così radicale da lasciare immancabilmente nel lettore delle curiosità irrisolte. Prendiamo qualche esempio significativo.

Il primo riguarda il matrimonio tra Mme Élisabeth e il Duca d'Albe:

"I preparativi per il matrimonio di Mme erano compiuti. Il Duca d'Albe arrivò per sposarla. Fu ricevuto con tutta la magnificenza e tutte le cerimonie che si potevano fare in tale occasione".

Questo passo si inserisce in un contesto nostalgico, dove l'autrice si sofferma, qua e là, a descrivere lo splendore degli anni migliori della Corte francese. Nonostante questo, essa non descrive affatto la cerimonia.

Un secondo esempio riguarda Coulommiers, la residenza di campagna della Principessa di Clèves:

"Mme de Martigues, che aveva trovato Coulommiers ammirevole, ne raccontò tutte le bellezze e si soffermò a lungo sulla descrizione di quel padiglione nella foresta, e sul piacere che aveva Mme de Clèves a passeggiarvi da sola durante parte della notte" (il corsivo è mio).

Qui, una descrizione prende addirittura posto nella narrazione, ma non viene riportata dal narratore. Come spiegarlo? Di nuovo, scopriamo che l'istanza narrativa domina su quella descrittiva: la descrizione di Coulommiers è importante solamente perché ha una conseguenza sull'evoluzione della vicenda (il Duca di Nemours penserà di sorprendere Mme de Clèves senza essere visto da lei) ma non è importante in sé. Il gioco narrativo è ridotto al minimo dell'essenziale e i tagli, le omissioni del testo vanno a scapito del sistema descrittivo.

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POETICA DELLA VEROSIMIGLIANZA/POETICA DEL VERO

La poetica alla quale si ricollega il romanzo di Mme de Lafayette non è una poetica mimetica, che tenta di dare un "effetto del reale" (cfr. R. Barthes, 1968) attraverso un sistema descrittivo accurato e importante, ma una poetica della verosimiglianza: non sono i dettagli descrittivi che contano, ma i dettagli narrativi e la loro coerenza rispetto alla mentalità dell'epoca, ai suoi gusti, alle bienséances.

La differenza tra le due poetiche risulta evidente se si confronta questo testo con, ad esempio, un testo di Balzac. Il primo deve corrispondere alla teoria esposta da Boileau nella sua "Arte poetica": verosimiglianza (Jamais au spectateur n'offrez rien d'incroyable : / Le vrai peut quelquefois n'être pas vraisemblable. / Une merveille absurde est pour moi sans appas : / L'esprit n'est point ému de ce qu'il ne croit pas - Boileau, Art poétique, Chant III, vv. 47-50) e razionalità (Aimez donc la raison : que toujours vos écrits / Empruntent d'elle seule et leur lustre et leur prix - Boileau, Art poétique, Chant I, vv. 37-38); dunque coerenza e eliminazione di tutto quanto è ritenuto superfluo. Lo stesso romanzo deve essere, in qualche modo, giustificato agli occhi di tale poetica: in esso numerosi passi suggeriscono che la storia è inverosimile e, così facendo, permettono alla verosimiglianza di accettarlo, perché è apertamente denunciata come sospetta.
Nel testo troviamo espressioni come:

- "una confessione che non si è mai fatto a nessun marito"
- "appena poté pensare que si trattasse di una verità"
- "la singolarità di una simile confessione"
- "un rimedio così straordinario"
- "non sapeva se quello che aveva sentito era un sogno, tanto lo trovava così poco verosimile"
- "l'azione straordinaria di questa persona che aveva confessato al proprio marito..."
- "- Questa storia non mi sembra affatto verosimile"
- "... quest'avventura non può essere vera"

Al contrario, in un testo come Papà Goriot non esiste questa necessità ma un'altra, dettata dal celebre "all is true" delle primissime pagine:

"Ah! sappiatelo: questo dramma non è né una finzione, né un romanzo. All is true, è tutto vero, tanto che ciascuno può riconoscerne gli elementi in sé, forse nel suo stesso cuore".

Il lettore deve credere alla storia, e come indurlo a credere alla veridicità di tutto quanto viene raccontato se non attraverso lunghe e minuziose descrizioni?

È anche vero che l'esigenza di Balzac implica, come sottolineato da Genette (cfr. Vraisemblance et motivation, in Figures II), la "regione media" di un

"tipo di racconto troppo lontano dalla verosimiglianza per riposare sul consenso dell'opinione comune, ma al contempo troppo attaccato all'assenzo di tale opinione per imporgli senza commento azioni la cui ragione rischierebbe di sfuggirgli".

Ciononostante, non dimentichiamo che l'autore della "Commedia umana" come del "Trattato della vita elegante" ha anche lui un pubblico ben definito: la borghesia, alla quale appartiene socialmente, ma dalla quale si allontana ideologicamente. È una differenza significativa rispetto a Mme de Lafayette. Balzac ha spiegato l'aristocrazia al suo pubblico borghese, e ha spiegato la borghesia a se stessa; Mme de Lafayette non doveva spiegare nulla a nessuno. Tutto ciò che per il primo era necessario, e dunque presente, per la seconda è superfetatorio, e dunque assente.

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