Il Blog di Anna Stella Scerbo

Uomini e donne del Mezzogiorno: mito, letteratura, storia

I VALDESI DI CALABRIA - Seconda Parte

Apr 042017

 

 

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-Tanto amo Madonna e l’ho cara,

e tanta reverenza e soggezione ho per lei,

che di me non ardii parlare mai

e nulla chiedo da lei, nulla pretendo.

Ma ella conosce il mio male e il mio duolo

E quando le piace mi benefica e onora,

e quando le piace io sopporto la mancanza dei suoi favori,

perché a lei no ne venga biasimo.

Mi meraviglio come possa resistere

Che non le manifesti il mio talento:

quand’io veggo Madonna e la miro,

i suoi begl’occhi le stanno così bene!

A stento mi tengo dal correre a lei.

Così farei se non  fosse per timore,

che mai vidi corpo meglio modellato e colorito

agli uffici d’amore così tardo e lento-

 

 Ancora una lirica Provenzale, o meglio due ottave di una lirica provenzale. L’autore è Bernart  De Ventadorn poeta di grande importanza nella tradizione troviera nella Francia Settentrionale. Grande diffusione ebbero le sue melodie tanto da risultare il più imitato e da avere influenza persino sulla letteratura latina. Nel 1215 il dotto Buoncompagno di Bologna nella sua Antiqua Rhetorica scrive: “Quanta fama legata al nome di Bernard De Ventadorn e quanta maestria nelle sue cansons e nelle sue dolci melodie gli riconosce tutta la Provenza”.

E’ giunto il momento di svelare, per quale motivo, la poesia provenzale abbia in qualche modo a che fare con i Valdesi e le loro migrazioni verso terre italiane (questo riguardò anche gli Albigesi dopo la crociata indetta da Papa Innocenzo III nel 1208 che li sterminò in parte e, in parte li obbligò a cercare nuove residenze). La poesia era esperienza elitaria, esercizio intellettuale e prodotto di rielaborazione degli elementi che costituivano non solo la corte e la vita dei suoi funzionari ma l’intero tessuto sociale dei tempi. Gran parte della produzione, peraltro non vasta, era sconosciuta ai più. Tale carattere, in un periodo storico di scarsa comunicazione tra  regni e  territori d’Europa, avrebbe di certo lasciato la poesia Provenzale entro i confini geografici che le erano stati assegnati, se Albigesi e Valdesi non si fossero mossi verso l’Italia Settentrionale, prima e nel resto della penisola, con varie cellule disseminate un po’ dappertutto, dopo.

Questo fenomeno di transizione, interessante dal punto di vista sociale, economico e soprattutto religioso, fu  anche fenomeno di cultura.  Popolazioni inquiete, divennero, per necessità, il tramite della diffusione di elementi di poesia che condussero a stili e contenuti diversamente elaborati, quale la rarefatta poesia della Scuola Siciliana.

                                                            ***

Il re di Napoli, Ferdinando d’Aragona ( 1424- 1494), confermò i diritti ordinari e ogni strumento giuridico già assegnati dai signori locali ai Valdesi. Fu così che i Valdesi ebbero terra, lavoro e soprattutto tolleranza. Non per sempre.

Nel 1517 il monaco agostiniano Martin Lutero, diede il via, in Germania, a un vasto movimento delle coscienze che mal tolleravano lo stato di corruzione della Chiesa di Roma. L’Europa cattolico- cristiana ne fu scossa dalle fondamenta. Nessuna scomunica, nessun sommovimento popolare, come la rivolta dei contadini ( 1524- 1526) finita nel modo più cruento, nel nome di Lutero che se ne lavò le mani, con l’uccisione di 6000 di loro, riuscì a fermare il diffondersi del Protestantesimo. I Valdesi, ufficialmente aderirono al movimento nel 1532, in occasione del Sinodo Generale di Chanforan, in Val d’ Angrogna, valle del Piemonte abitata in prevalenza dai Valdesi stessi. Non ci volle alcuno sforzo perché i Valdesi di Calabria facessero propri i dettami del Concilio. Nessun nascondimento, ormai, del proprio credo religioso, l’adesione anche al Calvinismo, forse più vicino alle logiche dell’operosità Valdese, fu piena e convinta. I pastori, giungevano dalle valli e indottrinavano le popolazioni ormai pronte a una professione di fede che tanti punti in comune mostrava con la loro antica e più elementare tradizione religiosa. Da Guardia Piemontese, nel 1558, fu inviato a Ginevra, con largo e  generale consenso, Marco Uscegli, personaggio di spicco, perché si attivasse a far scendere in Calabria nuovi Pastori. E da Ginevra  insieme allo stesso Uscegli, e ad altri fratelli, giunse anche Gian Luigi Pascale. Coinvolgente fu la sua predicazione e ben accetta dai coloni che videro in lui una sorta di inviato del Signore a dare il crisma della legittimità e dell’ufficialità alla loro dottrina. I signori del luogo, fino a quel punto tolleranti, mostrarono di non gradire quanto stava avvenendo e un certo marchese Spinelli, nel motivato timore che potesse intervenire il Santo Uffizio ( a nessuno sfuggiva di quale natura sarebbe stato l’intervento), prima li esortò ad abbandonare luoghi e predicazione, poi, di fronte al loro rifiuto assai netto, li fece arrestare. Gli abitanti di Guardia non restarono a guardare. Informarono il viceré di Napoli di soprusi nei loro confronti e, botta e risposta, il Marchese denunciò come eretici, allo stesso Viceré, i Guardioli, chiamati così dalla lingua Occitanica da loro parlata, il “Gardiol”

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3 Giugno1561

<<In quei giorni si diede fuoco alle case di Guardia, si abbatterono le mura e si tagliarono le vigne. Nei primi undici giorni del mese di Giugno, ben duemila persone furono uccise ma non bastando “si volle dare il formale esempio”. I prigionieri Guardioli stavano chiusi ammucchiati dentro una casa. La mattina dell’undici venne il boia a pigliarsi una ad una le vittime. Trattone quello che gli capitava tra mano, gli legava una benda sugli occhi e menavolo in un luogo spazioso poco distante da quella casa. Qui, fattolo inginocchiare, con un coltello gli tagliava la gola e lo gettava da parta cadavere o agonizzante com’era. Ripresa poi quella benda e quel coltello, su tutti gli altri ripeteva la stessa operazione. In quest’ordine furono sgozzate ottantotto persone>>.

 Così riferisce e se ne conserva scrittura, un cronista di Montalto. L’epoca della tolleranza, era definitivamente chiusa. Il clima pesante dell’Inquisizione si estendeva anche ai margini della penisola e ogni pratica o semplicemente sospetto di eresia finiva nella repressione più crudele. Un anno prima, Pascale Uscegli e gli altri fratelli erano stati trasferiti dalle carceri di Cosenza a quelle di Napoli e poi a Roma. Prima esortati, quindi minacciati, non ebbero esitazione a confermarsi nella propria fede.  Gian Luigi Pascale fu impiccato a Castel Sant’Angelo, il 16 Settembre dello stesso anno. Il suo cadavere fu bruciato. Dei rimanenti fratelli non si hanno notizie ma, viste le intenzioni di Santa Madre Chiesa, è lecito non dubitare sulla loro fine. Il Grande Inquisitore, il Cardinale Domenicano Michiele Ghislieri ( sarà pontefice col nome di Pio V e poi sarà Santo), esortava i governatori delle Province ad essere inflessibili nell’estirpare la mala pianta dell’eresia. E così fu. Delle colonie Valdesi, rimase solo quella di Guardia. Secoli dopo, nella Lettera Apostolica “Tertio Millennio adveniente” del 10 Novembre del 1994, ad opera di Giovanni Paolo II, veniva dichiarata la responsabilità delle Chiesa i questi, come in altri fatti di intolleranza e di repressione-

<<Un altro capitolo doloroso, sul quale i figli della Chiesa non possono non tornare con animo aperto al pentimento, è costituito dall'acquiescenza manifestata, specie in alcuni secoli, a metodi di intolleranza e persino di violenza nel servizio alla verità>>

Il 22 Giugno 2015, nel Tempio Valdese a Torino, il mea culpa di Papa Francesco -

<<Vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che nella storia abbiamo avuto con voi; in nome del Signore perdonateci>>.

I VALDESI DI CALABRIA- Prima Parte

Jan 252017

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I     VALDESI di CALABRIA

 

Kalenda maya, ni fuelhs de faya
ni chanz d'auzelh, ni flors de glaya
non es quem playa pros domna guaya,
tro qu'un ysnelh messatger aya
del vostre belh cors, quem retraya
plazer novelh qu'Amors m'atraya
e iaya em traya vas vos, domna veraya
e chaya de playa l gelos
ans quem n'estraya.


Calendimaggio, non c'è foglia di faggio
né canto di uccello, né fiore di giglio
che mi piaccia, o donna prode e gaia,
fino a quando io non abbia un messaggero veloce
del vostro bel viso che mi porti
un nuovo piacere, fino a quando Amore mi attragga
e mi conduca a voi, o donna sincera
e muoia di rabbia l'invidioso
prima che io mi allontani da voi.


Questa è una lirica di Raimbout de Vaqueras, poeta della Corte Provenzale di Guglielmo d’Orange intorno al 1150.  La poesia Provenzale  o  Occitanica, si sviluppò in lingua d’oc, nel sud della Francia. L’ispirazione era prevalentemente amorosa ma  le liriche, a volte, espressione di amori per lo più adulterini o vissuti da lontano, prefiguravano lo schema della società feudale dalla quale la stessa poesia traeva alimento. Questa lirica, come gran parte delle altre era accompagnata dal suono del liuto.

L’argomento non è, nonostante si possa pensarlo, la Poesia Provenzale. Con la poesia Provenzale, ha però,  legami certi. Ciò di cui scriveremo,  è stato il veicolo tanto inconsapevole quanto efficace che ha permesso alla Poesia Provenzale di diffondersi in Italia e di costituire la base delle successive forme di poesia.   

                                                           ***

Intorno all’anno mille, a Lione, città alla confluenza del Rodano e della Saona, viveva un ricchissimo mercante, cosa non rara considerati i commerci fiorenti della città. Tale mercante, di nome Pietro Valdez,  appena un soffio prima di un più illustre italiano e ugualmente povero, Francesco Giovanni di Pietro Bernardone, pensò bene di disfarsi delle sue ricchezze, donando tutto, ma proprio tutto ai poveri. Forse fu la morte di un suo amico a fargli prendere  tale drastica decisione. Più probabile è che sia stata la lettura della vita di Sant’Alessio a fargli prendere posizione a favore dei  più deboli. Alessio, infatti era stato un giovane assai ricco di Costantinopoli che era fuggito per l’Oriente il giorno delle sue nozze. Molte le leggende su di lui:  quella Siriaca del secolo IV-V,  quella Bizantina del secolo IX, quella Latina del secolo X. Fatto sta che anche Alessio decise, e per sempre, di sposare Madonna Povertà. Valdez, dunque poteva contare su un buono e illustre esempio, ma di fatto a muovere la sua coscienza furono soprattutto i costumi degradati della Chiesa di Roma dedita allo sperpero e lontanissima dalla predicazione evangelica.

In quei tempi si alzavano, da più parti, lamentazioni e proteste contro  comportamenti divenuti regola tanto immorale quanto non discutibile delle gerarchie ecclesiastiche e finanche del Papa. Sorsero così spontaneamente movimenti di opposizione da parte di cristiani che si organizzavano secondo modalità che erano quelle del primo cristianesimo, la predicazione al di fuori della ritualità codificata, il rifiuto di credenze altrimenti radicate e soprattutto la decisa volontà di considerarsi parte a sé. I Catari, i Patarini, gli Albigesi, gli Umiliati, i Valdesi furono dunque i gruppi di opposizione alla Chiesa di Roma, troppo evidenti per essere ignorati, troppo deboli e privi di legami con parti consistenti della società di allora per poter reggere lo scontro e non finire nelle maglie dell’eresia prima e della persecuzione dopo.

                                                                  ***

Pietro Valdez, organizzò intorno a sé un manipolo di persone. Povera gente, conciatori, sarti, fabbri, tintori. Povera e ignorante. Nessuna istruzione, men che meno in Teologia o in Filosofia. Per la Chiesa erano “idioti”, vale a dire privi di alcun sapere, incapaci di qualsiasi interpretazione dei Testi Sacri, capacissimi di portare scompiglio nelle fila ordinate, seppure moralmente decadute dell’apparato ecclesiastico. Eppure, i Valdesi, così si chiamarono dal loro fondatore, crescevano, ed è il caso di dire, e si moltiplicavano. E conducevano una vita esemplare per onestà ed operosità e la Bibbia la commentavano sulla scorta delle loro esperienze e della loro saggezza. Bisognava fermarli. Il Concilio di Nicea del 325 era stato fin troppo chiaro: tolleranza zero verso qualsiasi forma di eresia. L’arcivescovo Giovanni di Lione li ammonì e proibì loro di predicare; uguale ammonizione da Papa Alessandro III ( Pontefice dal 1159 fino al 1181anno in cui morì) fino alla dichiarazione di eresia da parte di Papa Lucio III Pontefice dal 1181 fino al 1185, anno della morte).

I Valdesi si sparsero per varie contrade d’Europa, quelle più lontane e sconosciute della Germania, dell’Austria, della Boemia e in Italia scelsero il Piemonte, la Lombardia e financo la Calabria.  Non apertamente contro la Chiesa di Roma, fedeli ai precetti di Valdez, del quale non è dato sapere dove sia morto né quando. A raggiungere la Calabria furono dei gruppi di contadini, alcuni dei quali narrarono, ad un signore calabrese, che ebbero la ventura di incontrare nei pressi di Torino, le loro condizioni di disagio e anche la paura di restare in  Francia, in un angolo di terra ostile e povera di risorse per loro che avevano bisogno di spazi da rendere fertili e da coltivare. Fu così che a loro apparve, nel racconto del nobiluomo, una Calabria con pascoli, boschi, terreni buoni da essere dissodati e coltivati. Dunque, dopo vari andirivieni per prendere accordi con i signori locali, i primi gruppi di Valdesi raggiunsero la Calabria nel 1268. Scelsero come patria seconda i paesi di Fuscaldo, Guardia, Montalto, in provincia di Cosenza. Vissero da persone oneste e assai capaci, rispettosi verso tutti. Non esibizionisti del loro credo religioso, che anzi aderivano a qualche pratica esteriore del cattolicesimo e andavano a predicare senza la Bibbia. La lasciavano a casa per non irritare quelli che non condividevano il loro pensiero. Le loro chiese a Vaccarizzo, San Sisto, Faito, villaggi da loro fondati, non avevano immagini, né vi si celebrava messa. Non c’erano matrimoni misti e sebbene destassero qualche antipatia e parecchia diffidenza, furono la loro operosità e i loro integerrimi costumi ad averla vinta. I Valdesi  rimasero sul suolo di Calabria senza che nessuno torcesse loro un capello fino al 1500.

 

 

 

 

PINA MAJOINE MAURO

Nov 292016

 

 

 

 

 

Pina Majone Mauro             

 

“E’ responsabilità della società far sì che un poeta sia un poeta”[1]

                                                             *

 “…Vanto e vergogna della nostra storia/il Sud è una ferita insoluta/nella carne segnata di sconfitte/ di Sud potremo vivere o morire[…]”

                                                     *

“… Quaggiù la vita è un’isobara causale[…]

dove ardenti, nel cono allusivo

d’una luna bugiarda

planano i venti dai tropici del mito[…]

                                                   *

“ … sfuggito di mano al Creatore /Questo lembo di terra indeciso/ se appartenere all’Africa o all’Europa/Tra l’una e l’altra libero/d’essere marocchino o norvegese/restò sospeso come una frontiera /salino, inamovibile diaframma[…]

                                                    

                                                     ***

Pina Majone Mauro, ha scritto questi versi. A lei che è poeta, radici e appartenenza hanno affidato la responsabilità di farsene depositaria e messaggera, e di vivere del ricordo, del dolore e del canto .

                                                          *

Il poeta è testimone e anticipatore della storia, della propria e di quella della sua terra. Nella crisi  del cambiamento della funzione sociale del poeta stesso, egli da eroe-guida, diviene coprotagonista della storia comune e ne risponde  in quanto coscienza narrante. La narrazione in versi di una Calabria  verso la quale vale l’affermazione di Giuseppe Berto riguardo la predisposizione a capirla, pena la mancata coscienza dei suoi mali e soprattutto la mancata empatia e commozione con la sua stessa anima, diventa in Pina Majone amore e compassione.

                                                              *

Sappiamo bene come la poesia che quei mali ha rappresentato,  si sia guadagnata i soli meriti  legati alla narrazione e al canto  di una storia di sudditanza e di dolore e di una costante, quanto inesaudita voglia di riscatto. Da sempre, non poesia di letteratura ma poesia minore di un’identità sottoposta senza fine all’insulto di una Storia altra. Inchiodata ai principali temi sociali, culturali e storici del nostro Meridione,  conclusa e costretta nei confini geografici e ideali che per destino o per volontà le sono stati assegnati non avrebbe conosciuto niente altro  che un  rassegnato ripiegamento su se stessa.

Pina Majone Mauro, come pochi altri autori del Mezzogiorno,  si è sottratta a questo destino di emarginazione. Si avverte, in lei poeta, la stessa sofferenza, in comunione d’animo, delle contrade, dei luoghi, degli uomini. Sofferenza  di ricordi laceranti e mai sconfessati a sé e nello stesso tempo mai del tutto confessati. Al punto che dolore e dolore si incrociano, si riconoscono si fanno unico canto, di sé e della propria terra-

“[…] questo mare canterà la sua canzone/colonna sonora forse un po’ stonata/al film muto dell’ultima carezza/alla provvisorietà del nostro addio[…]-”

                                                               *

“…forse la fame, forse un sogno antico/ti portarono lontano da te stesso/da me che ancora avevo/tante cose da dirti[…] tra noi si fecero muro di dolore/[…]chiamo la notte a testimone/ che ogni tua partenza ogni mio addio altro non erano per noi che l’anagramma/di ogni sicuro ritorno”-

                                                       ***

In quanto poeta, Pina Majone, è sapiente. Per questo, si lega al viaggio profondo, dove riposano le coincidenze tra i sentimenti e gli eventi del passato e quelli che si rinnovano nello svolgersi inarrestabile dei giorni, nella dinamica  sempre inconclusa del fare esperienza.  

In quanto poeta, Pina Majone è responsabile del canto della vita. E’ la vita che le interessa. Che sia scacco o sofferenza, interpreta,   interiorizza, rappresenta l’Odissea  magnifica e terribile di ogni uomo. Non le è dato evitare l’appuntamento con la vita, mancare all’appello che l’attende nei luoghi vivi della sua presenza nell’esistere. Nell’affermazione di Aristotele,  sui primi filosofi greci i quali, “poeticamente” pensavano, lavora la vicinanza innegabile  tra  filosofia e poesia. Nel corso del tempo sembra che le loro strade, in molti momenti vicini, si siano allontanate, ciascuna a raggiungere mete estranee l’una all’altra. La conoscenza, filosofia e poesia,  attraversa i territori di tutti  i  saperi  e , in una  “soggettività nomade” com’è quella della Majone, esponente dell’intellettualità femminile che si è costruita anno dopo anno, si sono create connessioni e vicinanze tra le proprie sofferte esperienze e quelle che dall’esterno dissolvevano certezze, avanzavano dubbi, segnavano la crisi irreversibile di idee e sentimenti-

“[…] come petali fra pagine ingiallite/cibo per i lepismi che divorano/con la follia dei poeti/le nostre storie inedite/ che quando si mutarono in poesia,/ non furono più lette da nessuno”[…]-

Ed è qui che Majone  misura le cose con lo sguardo di uno “che sa” e nello stesso tempo “non sa”  e apprende che “tutto ciò che è vero è altro da sé ”. Si inoltra, allora, in un tentativo né facile, né dagli esiti scontati. Indagare il mistero che è dentro alla sua terra, alla sua storia, dentro di sé-

 “…non è dall’altra parte/ dell’Universo la terra promessa/dalla tua nuova patria forestiera[….] e mi riprendo quel cielo di mezzo/ che in quella nostra notte mai vissuta/ precipitò sul prato[…]-

 Non il Fenomeno ma il Noumeno   è il  suo traguardo.

Rendere credibile il mistero dell’esistenza, senza la quale la poesia fallirebbe il suo compito, ridotta a non avere contenuti, a privarsi di ogni senso possibile. La sua poesia, metafora o puntuale descrizione, è quella dell’uomo che attende una rivelazione sull’esistenza. Della sua terra, di sé. Lo sguardo, su tutto ciò che nella sua anima o nel mondo si muove, è quello di chi non vuole ridurre a qualcos’altro ciò che sente, ciò che vede, ma di chi continua, con minuziosa dedizione, a fare del proprio destino un destino di poesia. Anche il Cosmo, infinitamente lontano, nello svolgersi quasi metafisico  del verso,  è chiamato in causa dalla creatura che  chiede complicità e ammissione -

“[…] nel silenzio delle zolle dove invano/cercasti la supernova che una notte/calda d’Agosto puntava su di noi/astigmatica astrale previsione/per sigillare quel falso giuramento/fatto a dita incrociate sulla bocca”-

                                                         *

 Majone, nella mappa delle proprie smarrite  geografie interiori, nel fiume carsico dei suoi giorni,  ricerca ciò che visibilmente  possa riabilitare a sé i luoghi della sua anima, ciò che possa farle toccare le sponde della sua patria più intima. Dopo il troppo andare verso mete di solitudine e di dolore, di irriconoscente rifiuto-

 “[…] quando il tempo del sogno è compiuto/ quando siamo rimasti in pochi/ ostinati a rincorrere/ un cielo che si è sempre negato/alla nostra orgogliosa pochezza…/ Gli anni sono corsi via come il Libeccio/ma la partita non è ancora chiusa/forse è ancora possibile fermarli/ascoltare la voce del Poeta” -           

E’ in questo ascoltare che si avverte come il  poeta diventi poeta  impegnato. Sottilissimo il confine tra poesia lirica e poesia sociale. Se il poeta denuncia un disagio personale, racconta implicitamente il suo tempo, la sua appartenenza ad una storia, ad una terra, alla nostra storia, alla nostra terra  e inizia così la ricerca, la denuncia. Comincia il canto. Ed è canto d’amore. Strumento in grado di affermarne   identità e coscienza non solo di questa storia e di questa terra ma diogni storia di ogni terra alla quale, in qualsiasi latitudine, siano toccati in sorte il dolore, la sottomissione, l’offesa.

E’ un impegno ineludibile, a cui la Majone nega la  dimensione del vittimismo, di ogni passiva rassegnazione che sola porterebbe a limiti angusti e chiuderebbe inevitabilmente orizzonti dovuti al salvataggio di un tesoro nascosto nelle profondità del mito-

“[…] La nostra verità non fu la storia/ a raccontarla ma il mito che va/sulle scorciatoie del vento[…]

                                                      *

“… con Efesto dio zoppo e deforme/ che fece di un cratere la sua reggia/ed Eolo che abitò l’ isole dolci / fummo signori dei fuochi e di venti[…]

                                                       *                                                                                 

“[…]scende Selene ad ogni plenilunio/a contemplare Endimione dormiente/nell’antro dell’eterna giovinezza”- 

Né evita , poiché la sua è voce di donna, i meandri,  più ardui da definire ma pulsanti  di eguale forza, del ricordo.  “Proustiana ” memoria dell’intelligenza”,  è rivivere,  ripetere con l’anima le esperienze -

“…né puoi avere scordato/ che da bambino scalavi le stelle/e sognando di giorno progettavi/castelli di sabbia in riva al mare[…]”-

                                                   *

Proprio perché voce di donna, in un’epoca di parole liquide, oziose, buone per tutti gli usi, parole che immiseriscono il pensiero, che ammalano di insensatezza il linguaggio, la voce della Majone, è voce della chiarezza, dello svelamento della realtà, del disincanto.

Senonché il destino della voce che si fa  parole di poesia,  è quello che  conduce, quasi inavvertitamente,  o come scelta voluta dalla coscienza del poeta, verso i territori dell’indeterminatezza, verso lo sfumare di linee precise a favore di uno sguardo più penetrante. E’ allora che l’andamento dei versi della Majone raffigura quasi un muoversi di interminabile bellezza e terrore nella profondità, categoria assoluta, questa sì, delle viscere di quella terra che tutta  contiene, madre dolorosa e paziente, uomini, storie, e i loro dolori e le loro speranze.

“[…] Così questa voce che viene/dall’involucro uterino della terra/scivola sul pendìo[…]”    

La Natura, quella della sua terra, mare o cielo, profondità o altezza si svela all’autrice che nella verticalità del verso, acquista  vibrazioni di musica-

 “…per scalare il cielo impossibile/di questa terra bestemmiata e persa/leghiamoci in cordata /legata al filo, potrei recuperare/dagli arditi dirupi di granito[…] la visuale a oltranza di un negato infinito[…]”-

                                                     *

“ […] umile e preziosa cresce l’erica/ alla carezza del vento/ai bordi di un cielo promesso/scie di comete già passate”-

Ogni immagine di lontananza  si muove intorno a due fuochi. La parola e il ritmo. E’ questa  rotazione, questa ellissi che avvicina o allontana, volta per volta il dolore, la nostalgia, la perdita.

Facile sarebbe, perciò parlare di musicalità nei versi della Majone. Facile ma non vero per i suoi versi. Ciò a cui lei obbedisce è il pulsare di sensibilità e ragione che non confliggono, ma  si organizzano in una sintassi dagli echi leopardiani e meglio ancora montaliani, per cui il messaggio è reso più intenso e le atmosfere più lontane e quasi incantate.

“…il tempo allineò le nostre notti/alla voce del mare/ alla fase calante della luna/al lume pietoso delle stelle/e le infilò come perle bucate al nostro sogno assurdo e ricorrente[…]”

                                                           *

Viene chiesto molto alla parola nelle poesie della Majone, caricata com’è  di un’ulteriore responsabilità, quella di viaggiare entro confini e limiti ma ancor più  di cercare orizzonti nuovi alla sua stessa parola di donna poeta. Parola  materica e parola, nello stesso tempo, sopravvissuta al sogno e all’urto col reale, parola di cose e di suoni che le rinnovano e perciò stesso affrancata dalla necessità di essere disciplinata dalla punteggiatura-

“[…] è nero il nostro pane ma è dolce/caldo di forno, acceso con l’amore/né azzimo, né sciocco scrocchia in bocca/generoso e gentile/ tenera la mollica, aspra la crosta[…]”-

                                                               *

“[…] s’ammiela lo zibibbo/ di ambrosia serotina/ s’arrubbizza  l’uva marcigliana/dolcissima e sanguigna[…]”

 Il reale  è reso nel suo respirare, poiché la realtà è visionata a fondo e perciò stesso è visione d’oltre da sé stessa. Pina Majone ha abitato l’eco del mondo, del proprio e di quello della propria terra, e lo ha tramutato in un in-cantato universo poetico.

“[…]questa da cui ti guardo/è una notte d’Agosto che ci attende/ è una stellata pensile sull’acqua/ è l’astro bugiardo che mai cadde/ nel prato dei nostri desideri[…]

La sua, ne siamo certi, è voce che viene da lontano e porta lontano, poiché condividiamo la verità di Marina Cvetaeva - Il poeta da lontano conduce la parola- la parola conduce il poeta lontano-

 

                                                                

 

 



[1] Questa e altre indicazioni, che in verità suonano come precetti, sono contenute negli atti della Conferenza delle Riviste Americane sulla Responsabilità Sociale della Poesia e degli Scrittori del 1984. L’autrice è Grace Paley, scrittrice, poetessa e attivista americana di origini russe.

Rocco Scotellaro - Terza Parte - LA POESIA

Oct 242016

“L’uomo che seppe la guerra e le lotte degli uomini, imparò dal fascino della notte il chiarore del giorno”. (Carlo Levi)undefined

La ricezione della poesia di Rocco Scotellaro  ha risentito per più anni del giudizio di Carlo Levi nella prefazione da lui curata per Mondadori nel 1954 della raccolta di poesie  “E’ fatto giorno”. Egli scrive: ”Non ha radici colte ( la poesia di Scotellaro), se non quelle dell’ antichissima ed ineffabile cultura contadina”.

Tale giudizio influenzò  anche la critica tedesca che negli anni sessanta studiò con attenzione il fenomeno Scotellaro non discostandosi dall’ originario  giudizio di Levi. La poesia del poeta-sindaco sarebbe troppo semplice e non conterrebbe alcun indizio di influenza della grande poesia tradizionale.

A viziare la percezione del valore delle poesie di Scotellaro è stato senza dubbio l’aver voluto considerare come prevalente  l’attività politica su quella artistica e aver voluto cogliere in lui soprattutto il rappresentante  e il portavoce della Questione del Mezzogiorno in Italia.  Il problema Scotellaro rimane dunque aperto su due fronti. Esiste uno Scotellaro “politico” che rappresenta il mondo contadino meridionale dal di dentro. Lo  “scatto di fiducia preventivo” in quel mondo, pur ferito dall’incedere del novecento che lo aliena dalle sue radici culturali, gli permette di intravedere, al contrario di Levi, la possibilità che il meridione ha, di liberarsi da secolari e pesanti pastoie di asservimento e di partecipare, attraverso un percorso di autodeterminazione, al mondo nuovo venuto fuori dal secondo conflitto mondiale. Esiste uno Scotellaro “poeta” sul quale è ancora in atto il dibattito se debba essere considerato l’autore di una poesia semplice e ingenua o piuttosto il portavoce di una nuova forma di poesia.

Egli, intellettuale finissimo, sarebbe il protagonista di un’operazione singolare. I suoi versi si nutrono di una storia e di una cultura antiche e popolari e questo non è dato contestare. Ma ciò che i suoi versi producono è qualcosa di molto simile ad una poesia del tutto  originale. La sostanza antica dell’universo meridionale si mescola con l’inquieta coscienza novecentesca, la nostalgia dei tempi e dei luoghi amati si fa scarto e dissonanza con l’attuale, e la parola, libera da ogni possibile orpello, si fa pietra assolata e ruvida, ridotta al più scarno dei significati. La poetica di Scotellaro, ha il fascino arcaico della  sofferenza e dell’ amore per la vita. Egli è Poeta puro, ancora oggi considerato il più genuino e forse il primo simbolo poetico nella civiltà contadina. Il canto di Scotellaro è il pianto ribelle di chi si è visto sottrarre ciò che gli spettava di diritto.

‹‹ Ho capito fin troppo gli anni e i giorni e le ore /gl'intrecci degli uomini, chi ride e chi urla / giura che Cristo poteva morire a vent'anni / le gru sono passate, le rondini ritorneranno. / Sole d'oro, luna piena, le nevi dell'inverno /le mattine degli uccelli a primavera/le maledizioni e le preghiere››-

‹‹ Spuntano ai pali ancora /le teste dei briganti, e la caverna /l'oasi verde della triste speranza /lindo conserva un guanciale di pietra››

E ancora Levi afferma: “Il cammino percorso da Scotellaro, in pochi anni, da un muto mondo nascente ad una piena espressione universale, era quella di secoli e secoli di cultura: troppo rapido per il suo piccolo, fragile cuore contadino”.

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E’ stata tentata  una scansione temporale dell’opera di Scotellaro, una prima, 1940-1946, della giovinezza; una seconda, 1947-1949,  dell’epopea contadina;  una terza, 1950-53, della poesia della disperazione. Un altro tentativo di definizione dell’opera del poeta è stato operato  in Germania, nel 1997. A Münster, il professore Manfred Lentzen, propose allo studente Carsten Mann, laureando in Lettere, di scrivere la sua tesi su Scotellaro. Mann, pensò di usare grandi aree tematiche per meglio analizzare e definirne l’opera, tra le altre, “La terra d’origine”, L’emigrazione”, ”Le poesie politiche”.  Tanto la prima, quanto la seconda operazione non suscitarono grande interesse, né apportarono novità alla conoscenza del poeta. Il Centro di documentazione “Rocco Scotellaro e la Basilicata del secondo dopoguerra” di Tricarico, in collaborazione con le Edizioni Modern Poetry in Translation del Queen’s College di Oxford, ha voluto la pubblicazione in lingua inglese sulla rivista «MPT» di alcune poesie di Rocco Scotellaro. La rivista inglese è  attenta  soprattutto alle tematiche universali di cui il poeta di Tricarico è portatore, prima fra tutte la difesa della dignità dell’uomo. Tutto questo, aldilà dell’ importanza delle singole iniziative, testimonia l’interesse che una parte significativa dell’ Europa continua a nutrire nei confronti del poeta. Sebbene non apporti novità, e lo abbiamo detto, la divisione temporale della poesia di Scotellaro, pure è innegabile che ad un certo punto, egli abbia cambiato registro poetico. La poesia “Lucania” del 1940 è tutta negli stilemi del Crepuscolarismo di inizio Novecento:

 ‹‹M’accompagna lo zirlio dei grilli /E il suono del campano al collo /D’una inquieta capretta. /Il vento mi fascia /Di sottilissimi nastri d’argento /E là, nell’ombra delle nubi sperduto /Giace in frantumi un paesetto lucano››-

 Non è difficile riconoscere “il mondo delle povere, piccole cose”, né si fatica a non trovare alcuna eco delle problematiche successive e già dolorosamente presenti nella sua terra. Dunque, la poesia giovanile di Scotellaro ( quale ossimoro per un poeta morto a trent’anni) entra di diritto nell’atteggiamento della poesia ermetica degli anni Trenta e nella tacita opposizione alla magniloquenza del regime fascista. Ma  Scotellaro, aveva deciso di abbracciare la “religione dei poveri” e di travasare la politica nella poesia. Tale impegno, dopo la caduta del Fascismo, presupponeva che anche la letteratura fosse letteratura di “battaglia”, strumento liberatorio e non più consolatorio, territorio aperto di rivendicazioni e di diritti-

 ‹‹È fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi /con i panni e le scarpe e le facce che avevamo./ Le lepri si sono ritirate e i galli cantano, /ritorna la faccia di mia madre al focolare ›› -

 ‹‹ […] I reduci borbottano nelle Camere del Lavoro./ Nessuno più prega/ ma braccia infinite assiepano i campi di grano›› -

‹‹ […] Beviamoci insieme una tazza colma di vino/che all’ilare vento della sera / s’acquieti il nostro canto disperato/ Noi nei sentieri non si torna indietro/altre ali fuggiranno/ dalle paglie della cova/l’alba è nuova, è nuova››-

Tre stralci da tre liriche diverse composte tra il1945 e il 1948, anni di terribili attese e di grandi speranze per il Sud che aspettava la Riforma Fondiaria e viveva in miseria il dopoguerra. Il poeta, sindaco di Tricarico dal 1946, dovette sentire come imprescindibile fare scendere nella strada la sua poesia, affidarle sangue e passione di lotta. La sconfitta del 1948 del “Fronte Popolare”, spense in lui ogni residuo di ottimismo e di speranza-

‹‹ Oggi, ancora e duemila anni/ porteremo gli stessi panni./Noi siamo rimasti la turba/ la turba dei pezzenti/quelli che strappano ai padroni/ le maschere coi denti ››

Scotellaro, doveva avvertire dentro di sé la difficoltà derivante dall’essere un” intellettuale organico” e di ambire, nello stesso tempo, al ruolo di poeta lirico. Sapeva che di rado la poesia politica si fa poesia lirica, che di rado raggiunge la categoria dell’universalità, legata com’è ad un momento preciso, deperibile nei contenuti e nelle attese. Eppure dal 1950 e per tre anni, fino alla morte, compone i versi più convincenti, più autenticamente lirici, nei quali a fare da alimento  sono  il senso profondo di una realtà antica, una riflessione ripiegata  e drammatica sulla propria e sull’ altrui condizione umana, fatta di dissonanze, di privazione e di perdita -

‹‹Ho perduto la schiavitù contadina,/non mi farò più un bicchiere contento,/ho perduto la mia libertà./Città del lungo esilio/di silenzio in un punto bianco dei boati, […], /
devo disfare i miei bagagli chiusi,/regolare il mio pianto, il mio sorriso./Addio, come addio?/ terra gialla e rapata /che sei la donna che ha partorito,/e i fratelli miei e le case dove stanno/
e i sentieri dove vanno come rondini/ e le donne e mamma mia,/addio, come posso dirvi addio?[…]››-

Questo è il Rocco Scotellaro quale appare a noi, un poeta importante e non solo per il Sud e non solo per la testimonianza che ne ha dato. Di lui amiamo il sentimento della vita, il rifugio nella memoria lirica, la caduta “delle maiuscole”, come amava dire di fronte all’infrangersi dei sogni, la sorprendente, netta consapevolezza dei limiti della storia.

 

 

 

 

 

 

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ROCCO SCOTELLARO - LA LETTERATURA ATTIVA ( Seconda Parte)

Sep 272016

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 ‹‹È nato, possiamo dirlo con certezza, un mito di quest’uomo straordinario che ha interpretato dall’interno un mondo incominciando una storia autentica dei sentimenti e delle lotte di quei contadini che dopo il 1945 vollero tentare esperimenti di autonomia e di crescita politica e culturale››.

Questo si legge nell’introduzione di Nicola Tranfaglia  al poeta Rocco Scotellaro.

E’ un fatto certo che alla letteratura del Meridione in generale sia toccato un destino di marginale importanza rispetto a quella del resto della nazione, è altrettanto certo quanto dispiacevole che in tale destino, ineluttabile, sia finito anche Rocco Scotellaro, la cui eredità di pensiero e di passione politica e  letteraria non fu riconosciuta, anzi dichiaratamente osteggiata da uomini della sua stessa fede politica come Mario Alicata, Giorgio Amendola(questi si ricrederà inutilmente più tardi) e financo Giorgio Napolitano.  Erano  forse apparsi  demagogici e populistici  taluni suoi atteggiamenti.  I tempi non erano pronti all’accoglienza di un poeta-scrittore  che testimoniava, con la sua opera e dall’interno, la passione di un Sud abitato, nei suoi uomini più sensibili e meno rassegnati, dal desiderio di riscatto e di libertà.

                                                          ***

Nell’idea di Gramsci, “gli intellettuali non escono dal popolo, non si sentono legati ad esso, anche se accidentalmente qualcuno di essi è di origine popolana [… ] non ne conoscono e non ne sentono i bisogni, le aspirazioni, i sentimenti diffusi”. Scotellaro, in questa idea rappresentava l’eccezionalità. Entrava invece di diritto nella prospettiva gramsciana dell’ ”intellettuale organico”.  Lo scrittore, si fa carico, dall’interno e solo dall’interno, dei problemi, della storia, dei bisogni della propria terra e  senza vuotaggini retoriche, e con una letteratura di “cose” e non solo di “parole” denuncia mali secolari e si impegna in prima persona a rendere la letteratura utile, “come sono utili il grano e l’uva”. Scotellaro, resta nella realtà in cui è nato, di cui ha condiviso povertà e sottomissione, da protagonista ne legge le aspirazioni e le contraddizioni e queste rappresenta mettendo in moto “una moralità nuova”. E’ stata più volte tentato di avvicinare, nelle ragioni ideologiche, affettive e biografiche, Scotellaro al suo amico-maestro Carlo Levi. “Cristo si è fermato ad Eboli”, il romanzo di Levi, scritto a distanza, dopo che l’autore era tornato dal confino, non è paragonabile se non per la carica di denuncia e di sensibilizzazione ai problemi del Sud, agli scritti in prosa di Scotellaro, che per ammissione dello stesso Levi, si distanziava dagli altri teorici del mondo meridionale, come Giustino Fortunato e Guido Dorso, per “il suo atto di fiducia preventivo nel mondo contadino”. Il giovane Scotellaro,  aveva conosciuto  Levi nel Maggio del 1946  e  si era legato a lui in un rapporto solidale e fraterno. Levi era per lui più di un amico -

‹‹Però vi dicevo dello scrittore, che non è un amico. Non è un amico come non può esserlo il padre, la madre, il fratello. Amico è l’avvocato, il medico,[…], il prete. Quest’uomo è un fratellastro, mio, vostro che abbiamo un giorno incontrato per avventura. Ciò che ci lega a lui è la fiducia reciproca per un fatto accaduto a lui e a noi[…] E’ stato anche lui in galera e va dicendo che ognuno, dal presidente al cancelliere, dal miliardario al pezzente, dovrebbe andarci almeno una volta››.

Durante i giorni della prigionia, insieme agli altri contadini incarcerati, la lettura del “Cristo, rappresentava l’incontro ideale col maestro-

‹‹ Nelle sere seguenti, il libro lo consumammo come un pasto da zingari, da abigeatari, da amici in una festa. E già le camerate ce lo chiedevano come una sigaretta.[…] Noi ci addormentavamo felici bambini, con l’ultima parola di quella lettura che era una preghiera comune››.

Eppure, lo abbiamo detto, Levi e Scotellaro  si distanziano l’uno dall’altro per la visione che hanno del Sud e per gli esiti conseguenti della loro  scrittura. Levi ha del mondo meridionale una concezione atavica e ancestrale, ne coglie il presente nell’immobilismo pressoché assoluto degli anni del confino, 1935-36. Scrive dei contadini-

‹‹ Essi non hanno, né possono avere quella che si suole chiamare coscienza politica, perché sono in tutti i sensi pagani, non cittadini: gli dei dello Stato  e della città non possono aver culto tra queste argille dove regna il lupo[…], né alcun muro separa il mondo degli uomini da quello degli animali e degli spiriti››-

 Scotellaro, in “Per un libro sui contadini e la loro cultura”, scritto programmatico per illustrare le finalità della sua scrittura, afferma-

‹‹La cultura italiana sconosce la storia autonoma dei contadini, il loro più intimo comportamento culturale e religioso, colto nel suo formarsi e modificarsi presso il singolo protagonista››.

E in una lettera a Vittorini, pone come prioritaria la necessità di scrivere poiché coincide questa, con la necessità di rappresentare  “le facce affamate dei contadini”, per non dover correre il rischioche quelle facce si trasformino in “immagini che scorrono senza la possibilità di fermarne una”. Dunque Levi, racconta dall’esterno, avvolgendolo in una velatura fiabesca e in una visione che si avvicina alla narrazione di un cosmo mitico e lontano “il muto mondo contadino”. Scotellaro, dall’interno e con una letteratura che  si fa denuncia attiva, ne coglie il momento del doloroso risveglio.

                                                                 ***

‹‹La mamma aveva i capelli gonfi e lucenti. Suo padre era fabbro-veterinario, e sapeva suonare la chitarra. In casa i granai erano pieni per i tanti contadini abbonati per i ferri e le malattie dei muli. Ella aveva la faccia rosa che ho io ora, s’affacciava alla finestra e un giorno mio padre passò e la vide››.

‹‹Io ero ai primi banchi come tocca ai bravi e ai figli degl’impiegati e dei signori, i soli che potevano portare i capelli. Ero rasato come gli altri, portavo la borsa di pezza come gli altri, solo che io stavo ai primi posti››.

I due brani sono tratti da “Luva puttanella”, opera autobiografica incompiuta che uscì nel 1955 con la prefazione di Carlo Levi.L’uva puttanella ha gli acini “maturi ma piccoli, non pari agli altri con i quali sono costretti a lottare per la sopravvivenza nel più vasto mondo.” (sono gli uomini del Sud).Il disegno dell’opera era ambizioso, doveva contenere sei parti, dalle dimissioni da sindaco al ritorno al paese. E’ stato detto, da critici sicuramente attenti, che l’opera risente dello scetticismo e dell’inquietudine dell’autore; il narrare e l’annotare sono usati a verifica della realtà da lui vissuta  e in tal modo a soffrirne è l’analisi del mondo contadino, delle cause della sua sofferenza. Rilevanti, ad ogni buon conto, anche per le soluzioni stilistiche tra narrato e lirico, le pagine dedicate a Tricarico-

‹‹ […] Il paese è vuoto e se alzi gli occhi, l’aria ti prende, hai voglia di goderla, di riempirla di te; quella ti prende nelle braccia sue e si sentono le nenie che hai già sentito[…], ritornano i giorni passati con fatti che successero e le tinte di allora, i luoghi, la vigna››.

L’intermediazione letteraria è ridotta al minimo, la scrittura è funzionale all’essenza della realtà narrata, specchio e riflesso del mondo dell’autore.

                                                                      ***

Libro-inchiesta è “Contadini del Sud”, pubblicato nel 1954, a un anno dalla morte. L’indagine, incompiuta, riporta interviste, fatti, lettere di protesta, poesie, documenti tutti che provengono dal cuore profondo della civiltà  contadina. Di Grazia Andrea, Francesco Chironna, Laurenzana Antonio, sono alcuni dei contadini intervistati. La provenienza è di nuovo dal basso, alla fonte di una civiltà contadina  millenaria ed arcaica che non esita a  denunciare, che si dichiara affranta e avvilita, mai vinta-

‹‹ Fui trasportato in caserma e tutti uniti i carabinieri mi hanno massacrato di botte, riportandomi uno sfregio permanente al capo col mio medesimo bastone in possesso perché sono grande invalido e riempiendo il mio fazzoletto ancora di sangue››

‹‹[…] Presi una casa, una sola stanza con 200 lire di affitto, non avevo neanche sedia per sedermi, perché non mi feci niente prima e andai a comprare a credenza quattro sedie››

Di Laurenzana che è quello tra i contadini, più sensibile ai temi sociali e che fu consigliere comunale si legge-

‹‹ Pelo rosso come me( il sindaco Scotellaro) era stato con noi dal primo giorno e ci difendeva››

‹‹Le elezioni di Gennaio 1953 furono vinte dai democristiani perché il nostro sindaco pelo rosso si era allontanato e ci aveva lasciato per andare a guadagnare scrivendo poesie e racconti››

Giudizio senza dubbio severo e istintivo. Scotellaro seguiva anche dal suo volontario esilio a Napoli, da “intellettuale integrale”, le vicende della sua terra. La scrittura, anche questa volta, è costruita sulla parlata locale. Niente però ci fa pensare che si tratti di una scrittura  ingenua, poco colta. E’ vero il contrario e di questo scriveremo nel prossimo numero quando ci occuperemo delle sue opere in versi. 

 

 

 

 

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