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La Signora Dalloway, Virginia Woolf

Post di: Letteratour
Topic URL: https://www.letteratour.it/forum/topic.asp?TOPIC_ID=467

Topic:


Autore del post: eloise
Oggetto: La Signora Dalloway, Virginia Woolf
Postato il: 29/01/2012 12:02:00
Messaggio:

Carissimi,
mi anticipo di un giorno nell'apertura di questo post perché non so se domani avrò tempo.
Ecco quindi il nuovo post su La Signora Dalloway, di Virginia Woolf.
Come al solito mi piace illustrare la discussione con un patchwork di immagini scelte:



Mrs Dalloway è stato scritto nel 1925 ed è ambientato più o meno negli stessi anni. Di esso è stato fatto un film da Marleen Gorris nel 1997 con Vanessa Redgrave.

E ora... buona discussione a tutti!

Eloise
www.letteratour.it

Risposte:



Autore della risposta: ombra
Risposta del: 30/01/2012 13:54:00
Messaggio:

Ciao a tutti!!! :)
Visto che la proposta della Woolf è venuta da me, inizio anche la discussione.

Il libro è stato scritto nel 1925, periodo in cui l'autrice era nella fase di più acuto contrasto con il romanzo tradizionale. In Clarissa Dalloway l'autrice, avendo preso consapevolezza della natura lirica del suo talento, infuse, a mio avviso, tutto il suo senso di attaccamento e amore nei confronti della vita. Il romanzo mi appare come se fosse costruito sulla continua contrapposizione tra l'impulso di morte di Septimius e l'amore di Clarissa per la vita. A prova di questo la Woolf le fa "proferire" la frase:

"Che sciocchi che siamo, pensò attraversando Victoria Street. Lo sa il cielo soltanto difatti perchè la si ami sì tanto, ciascuno a suo modo, la vita, inventandosela magari, costruendola ciascuno intorno a sé, disfacendolo e creandola daccapo ogni momento; anche le persone sciatte e insulse, persino i più miseri degli sventurati che siedono là sulle soglia (e bevono alla loro perdizione) si comportano allo stesso modo; non vi si può porre rimedio - Clarissa ne era certa - mediante leggi dello Stato, per questa semplicissima ragione: tutti amano la vita. Negli occhi della gente, nel ciondolare, nell'andare vagabondando, nell'andare a fatica; nel frastuono e nel fragore; tra carrozze ed automobili e omnibus e furgoni e uomini-sandwich dal passo strascicato e dondolante; bande musicali; organetti di Barberia; nel trionfale metallico ronzio e nella strana alta canorità di un aeroplano, lassù, era ciò che essa amava: LA VITA; Londra; quel momento del mese di giugno."

Ho scelto questa frase anche perchè per me rappresenta a pieno il modo di scrivere di questa autrice: il flusso di coscienza, il monologo interiore del personaggio. Questo suo approccio a miei occhi la rende unica ed è eccezionale la sua maestria nell'esplorare l'interiorità dei personaggi. La sua grande capacità, a mio avviso, è quella di mostrarci i personaggi nella loro esteriorità ma anche nell'intimità del loro io.

Queste le mie prime riflessioni a caldo. Sono molto curiosa di leggere le vostre su uno dei libri e delle autrici che prediligo.

Un saluto



Autore della risposta: eloise
Risposta del: 30/01/2012 14:54:36
Messaggio:

Ciao Ombra! e grazie per questo inizio.
Io comincio giusto dicendo che sono passati molti anni da quando ho letto per la prima volta i romanzi della Woolf. Mi è sempre piaciuta come autrice. Ma Mrs Dalloway è stato forse uno dei romanzi che all'epoca mi era piaciuto meno, forse per la sua mancanza di azione, non so, magari mi aveva un po' annoiata con il suo eccesso di introspezione. A distanza di anni, sono contenta di averlo riletto perché sento di averlo apprezzato molto di più. Con più calma mi sono lasciata trasportare dal narratore nell'interiorità via via da un personaggio all'altro, e mi è piaciuta anche la leggerezza di questo "volo narrativo" capace di passare da un flusso di coscienza a un altro.
Hai ragione Ombra: questo è forse il romanzo in cui la Woolf esprime al meglio un concetto della vita come una moltitudine di cose, e mentre Clarissa tenta di nuotare in questo mare vitale di flussi, d'altra parte abbiamo Virginia che, con grande maestria autoriale, cerca di nuotare nel mare delle coscienze dei suoi personaggi.
Vorrei aggiungere un'altra considerazione un po' amara: questo grande flusso narrativo e vitale che è Mrs Dalloway, arricchito dalla sua riflessione sulla morte (Septimus), sembra un inno alla vita nonostante i suoi impulsi distruttivi, ed è triste pensare che la scrittrice alla fine è morta togliendosi la vita.

Per adesso mi fermo qui, ma ho mille cose da dire che mi sono annotata, anche, durante la lettura, e di cui vi farò parte! a presto.

Eloise
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Autore della risposta: ombra
Risposta del: 30/01/2012 17:38:42
Messaggio:

Cara Eloise,
la tua condivisione della prima “esperienza” con questo libro mi ha fatto tornare alla memoria che per me è stato l’esatto opposto. Proprio il carattere estremamente introspettivo di questo scritto mi ha colpito ed affascinato avvicinandomi a questa autrice. Credo che nel momento in cui l’ho letto fossi sensibile a tali tematiche. Il momento che si attraversa e lo stato d’animo che si ha nell’approcciarsi ad una nuova lettura sono infatti variabile che influiscono molto sulle impressioni, sensazioni e emozioni che alla fine ne traiamo.
La riflessione sulla triste morte dell’autrice è in linea con i miei pensieri. Mi ha sempre rattristato profondamente il fatto che una persona che scrivesse ed inneggiasse in questo modo della vita venisse risucchiata a tal punto da togliersela. La forza che per lei aveva la vita è poi fortemente rappresentato in La signora Dalloway. Un esempio della riaffermazione della vita e della creatività sulla morte e la distruzione si ha quando Clarissa decide di proseguire con il ricevimento nonostante la notizia del suicidio di Septimius. L’autrice le fa prendere questa decisione non per cinismo ma per ribadire la forza che ha la vita sulla morte. Questa considerazione mi lascia ancora più mesta al pensiero che, alla fine, proprio Virginia si sia lasciata vincere dalla spinta di autodistruzione che tutti ci portiamo dentro e che costantemente combattiamo.

Un saluto



Autore della risposta: Tiziano
Risposta del: 30/01/2012 22:34:27
Messaggio:

innanzi tutto voglio ringraziarvi perché mi state facendo fare una specie di corso d'aggiornamento letterario, dopo che la letteratura m'aveva un pò stufato.

Siccome non ho ancora finito di leggere il libro la prendo alla larga, iniziando
1. con un mio lontanissimo ricordo: devo aver avuto circa 12 anni quando con i miei genitori vidi il film "Chi ha paura di Virginia Woolf?" (me lo ricordo abbastanza bene perché del film non capii quasi nulla ma mi colpì la crudeltà dei due personaggi che con lucidità si aggredivano e si distruggevano a vicenda), il film con la Woolf non c'entrava nulla, tranne che per - come poi ho scoperto - un labile legame con una filastrocca che canticchiano i protagonisti, che parla di un wolf cattivo; però Virginia Woolf mi restò sempre in mente collegata a Liz Taylor, straordinaria interprete della protagonista. Direte voi: che c'entra? Nulla.
2.Da studente universitario poi la Woolf diventò per me affascinante perché faceva parte del Bloombury Set, insieme allo straordinario Bertrand Russell (che ogni tanto si portava dietro il giovane allievo Wittgenstein), a Keynes, et alia, compreso Forster, autore del mio romanzo preferito "Passaggio in India". Una specie di paradiso degli intellettuali.
3. ma è stata proprio l'università ad allontanarmi dalla Woolf. Perché? Perché allora andava di moda Joyce (a proposito: furono gli Woolf a rifiutare la pubblicazione di "Ulysses"), c'era solo lui da leggere, studiare, commentare, ecc. ecc.. Io ho pagato il pedaggio ma che noia! Che "Ulisse" sia un'opera straordinaria lo ammetto ma è pur vero che mi addormentavo leggendolo.
4. Infine lessi "Gita al faro": sono rimasto impressionato (letteralmente) dalla seconda parte, la descrizione di quella notte che pare un vortice di tempo in cui si sente l'alito del nulla: La reputo un momento culminante dell'immaginazione letteraria.

Tiziano



Autore della risposta: eloise
Risposta del: 31/01/2012 08:53:24
Messaggio:

Anche Gita al faro è un romanzo che ho letto molti anni fa, e mi piacque immensamente. Ma credo che dovrò rileggerlo pure quello, chissà quante cose mi rinfrescherei e riapprezzerei. Un'altro romanzo che mi è piaciuto tantissimo è Jacob's room (e si sa quanto il tema del ROOM nella Woolf sia importante). Tra i due c'è una struttura narrativa simile, nel senso che entrambi si sviluppano su due parti, con una pausa nel mezzo di anni, o comunque una pausa che "rompe" tra il primo e il secondo momento narrativo, un effetto stupendo. Questa rottura in Jacob's room si manifesta col tema della presenza/assenza del protagonista nell'ambiente suo familiare (nella prima parte lui c'è, nella seconda lui è assente, nel mezzo - chiaramente - c'è stata la guerra), un'assenza percepita dalle cose, dagli oggetti, dalle voci che rimangono senza risposte, una presenza/assenza che il narratore capta e trasmette quindi solo attraverso elementi ESTERNI: la Woolf-autrice non avrebbe mai potuto o voluto veramente "entrare" nel flusso di coscienza di un ragazzo che rappresenta tutto il contrario di ciò che lei come persona ha potuto fare e avere, non a caso (l'università, la tradizione culturale, i privilegi maschili...). In Mrs Dalloway invece, romanzo che viene scritto subito dopo, la Woolf attua questo connubio tra la voce narrante e i suoi personaggi, aiutata in questo dal personaggio di Clarissa, questa donna straordinaria che proprio nella sua non-straordinarietà, nella sua fragilità, nei suoi difetti anche, riesce in qualche modo a sforzarsi di essere "onnicomprensiva" della realtà che la circonda, e questo anche grazie alla sua visione sfaccetata della vita e del quotidiano.
In Gita al faro, si tratta di nuovo di personaggi femminili, e il contrasto instaurato è tra la donna di casa, la mamma, la "matrona" (una specie di Clarissa superestesa nel suo ruolo domestico) e la ragazza più giovane, l'artista, quella che alla fine compie la gita al faro nella seconda parte, alla ricerca della propria identità anche in contrasto con la donna di casa (scusate, non ricordo i nomi). Anche qui, come in Jacob's room, c'è il tema dell'assenza, ma stavolta per discostarsi da un riferimento femminile. Quello che rimane imperturbato, secondo me, in tutti questi romanzi e al di là delle similitudini e differenze, è una visione sfaccettata e multipla della realtà, che nel primo caso (Jacob) è disperata constatazione (l'idea della morte, la presenza della guerra incidono molto), nel secondo (Dalloway) è riaffermazione e accettazione della vita nonostante tutto, nel terzo (Gita al faro) è tentativo artistico di recuperarne e ricompattarne il senso. C'è una modernità e una ricerca autoriale in tutto questo tali da mozzare il fiato.

@ Tiziano: nonostante tutto ti invidio il fatto che, seppur obbligato, hai letto l'Ulisse. A me ancora è mancato questo "pedaggio". In compenso mi sono letta tutti e 7 i volumi della Recherche... Pian piano rimedierò... magari quando avrò l'età di Clarissa?

Eloise
www.letteratour.it



Autore della risposta: Rosella
Risposta del: 31/01/2012 20:12:38
Messaggio:

Butto qui anch'io le mie prime impressioni, che saranno naturalmente da affinare e rivedere.
Ero ancora alle prime pagine del libro quando esclamai: "Questo non è un romanzo, è un esperimento scientifico applicato alla letteratura!".
Becky, curiosa e interessata come sempre, venne a domandare, e mi passò la sua antologia, con la pagina di Virginia Woolf e un brano tratto da "Al Faro". La pagina introduttiva parlava in effetti di "letteratura sperimentale", e sembrava apprezzare Virginia più come critica e saggista, anche come donna impegnata sul fronte dei diritti femminili, anzichè come narratrice.
Mi trova abbastanza d'accordo.
Ho trovato pagine di cui avrei voluto la traduzione inglese a fianco, vere e proprie liriche, quando descrive la natura, in modo inconsueto, affascinante, fantasioso, onirico, sublime. Sono concentrate soprattutto all' inizio dello scritto, che non è un romanzo, è un anti-romanzo, con la completa dissoluzione della trama e la quasi totale assenza di dialoghi.Il modo in cui ogni volta entra nel personaggio, donna o uomo, povero, o ricco, è incredibile. Dardeggia, non tratteggia. I caratteri sono costruiti pensiero dopo pensiero per connettersi direttamente al nostro pensiero, fino al subconscio, insieme allo stidente contrasto tra quelli propri e quelli altrui.
Ma, sinceramente, che noia! Forse perchè questa è la mia terza rilettura? Poche pagine alla volta, o la testa inizia a ciondolare.
Insomma, Virginia mi piace tantissimo, mi piace lei e mi piace il suo modo di scrivere, ma va presa come un farmaco, a piccole dosi: troppa insieme può far male.

Rosella - Gwendydd



Autore della risposta: Rosella
Risposta del: 01/02/2012 23:31:07
Messaggio:

Carissime Ombra ed Eloise,
E' molto curioso come lo stesso libro possa suscitare reazioni diverse da persona a persona, ma anche nella stessa persona ad anni di distanza.
La prima volta, al liceo, avevo 18 anni; ne lessi solo qualche brano, studiai la vita di Virginia e la storia del suo gruppo di intellettuali. Era il mio compito, e lo svolsi.
Verso i 30 anni lo comprai, in edicola: lo lessi d'un fiato, lo ritenni più adatto per essere studiato, piuttosto che letto in un momento di relax, e lo dimenticai quasi del tutto.
Oggi, all'età di Clarissa, l'ho affrontato come una sfida.
A differenza di voi, non ho trovato affatto gioia di vivere, ma tutto il contrario.
Clarissa non vive, vegeta: una sciocca donna che vede il mondo solo in funzione di se stessa, non comprende i sentimenti altrui, e non ha altro da fare che organizzare feste e pranzi per non sentirsi sola. Ma è' sola. Tutti i personaggi sono soli, ciascuno immerso nel proprio mondo interiore, che non può comunicare ad altri, mai. Il più vivo è proprio il povero Septimus, che ha affrontato un mondo tragicamente vero e reale: la guerra. Nessuno può capirlo, perchè nessuno era con lui. Subito dopo viene Peter, l'avventuriero, il fallito; l'unico che capace di osservare, in modo creativo, il resto del mondo. Gli altri sono alieni rinchiusi in un guscio troppo stretto, al quale tuttavia si sono ben adattati, raggiungendo i traguardi del denaro e del successo.
Virginia non narra, si eclissa, eppure... Una donna come lei avrebbe provato simpatia per una convenzionale Mrs. Dalloway?

@Tiziano: complimenti per aver vinto su Ulysses. Il mio insegnante di liceo lo definì "una noia terribile"... ed io l'ho sempre fuggito.

CIAO

Rosella - Gwendydd



Autore della risposta: eloise
Risposta del: 02/02/2012 11:01:08
Messaggio:

Bene Rosella, allora vuol dire che Mrs Dalloway dovrò rileggerlo anche in futuro così potrà regalarmi nuovi spunti! :)
A me comunque ora come ora non mi sembra un personaggio così convenzionale, certo ha tante pecche e fragilità ma in fondo la storia stessa mostra come tutto giri e si polarizzi intorno a lei, e la festa è un po' l'apice di questa polarizzazione. Nonostante ogni personaggio abbia difficoltà a uscire da sé, noto comunque che tra marito e moglie, anche nei loro silenzi reciproci, reciprocamente ben comprendono la natura del loro amore; noto che nonostante la distanza tra lei e la "generalessa" (Mrs Burton? non ricordo bene il suo nome) sotto c'è una stima profonda; noto che è una donna che ha polarizzato per anni l'attenzione di un altro personaggio non banale, Peter Walsh; noto che è colei che ha attirato l'amicizia della stravagante Sally; eccetera. Non può trattarsi di un personaggio convenzionale e basta.
Può essere che lei non rappresenti l'ideale femminile della Woolf (credo proprio che non lo sia... ma quale esso sia non è nemmeno facile da immaginare) ma credo altrettanto che come personaggio nonostante lo stile ind libero, il flusso di coscienza ecc, sia innegabile che lei dia anche voce in alcuni passi ai pensieri stessi della Woolf, per esempio in un passo come questo:

quote:
Ma lei disse, quel giorno (...) di sentirsi presente dovunque: non soltanto qui - "qui, qui", e batté le nocche sullo schienale del sedile - ma da tutte le parti. Fece un cenno con la mano, quel giorno, per Shaftesbury Avenue: dappertutto era, lei. Sicché, per conoscerla - per conoscere chiunque è necessario strologare tutti quelli che completano una data persona; e anche i luoghi. Strane affinità ella aveva con persone cui non aveva mai rivolto la parola (...). Si andava così a parare in una teoria trascendentale che, unita al suo terrore della morte, a lei consentiva di credere, o dir di credere (nonostante tutto il suo scetticismo) che, dal momento che le nostre "apparizioni", cioè la parte di noi che compare, sono così fugaci, momentanee, in confronto all'altra parte, la parte che di noi non si vede e che invece si effonde e diffonde, potrebbe essere proprio quest'ultima a sopravvivere (la parte invisibile) e venir recuperata in qualche modo, attaccata a questa o a quell'altra persona, o magari presente in certi luoghi, dopo la nostra morte. Forse... può darsi.


Un passo che si può anche leggere come meta-testo, sembra quasi che qui la stessa Woolf espliciti una sua teoria della vita, lei che non a caso ha detto: Life is a luminous halo (una delle mie frasi preferite). La vita è come un alone luminoso, c'è un qualcosa che brilla ma i contorni sono sfumati e pieni di minuscole particelle di nebbia, e così com'è la vita così sono anche le persone, questo sembra dirci la Woolf, e Mrs Dalloway è un po' la rappresentazione, la "messa in scena" irreale di questa visione della vita.

(Scusate se quando parlo di letteratura mi sembra di volare e non mi fermo più...)

Sulla scia di quanto appena detto mi sembra che ci si possa chiedere:
1. All'inizio del romanzo vi sembra che ci sia una contraddizione, una opposizione tra "Mrs Dalloway" (anche titolo, nb) e "Clarissa" e basta (cioè tra la donna racchiusa nel suo ruolo sociale, donna sposata e etichettata, Mrs Dalloway, oltretutto cognome del marito eccetera eccetera, versus la donna con il suo mondo interno e la sua essenza "vitale", Clarissa e basta appunto)?
2. E in chiusura del romanzo, con quel meraviglioso balzo stupito e incantato di Peter Walsh:

quote:
Cos'è questo terrore? E questa estasi, cos'è? si chiedeva tra sé e sé. Cos'è che mi mette addosso questa smania straordinaria? È Clarissa, si disse.
Infatti, lei era lì accanto.


non pensate un po' come me che la Woolf instauri il rapporto di similitudine Clarissa = vita?

Eloise
www.letteratour.it



Autore della risposta: Tiziano
Risposta del: 02/02/2012 12:35:31
Messaggio:

Toh, ho trovato un passagio del testo in cui c'è una perfetta corrispondenza tra un mio stato d'animo attuale e quello di Peter.
Io non sono più giovane (meschina litote per non dire che sono vecchio, soprattutto spiritualmente), perciò mi trovo nella situazione - per certi aspetti interessantissima - di Peter quando, seduto sulla panchina dopo la visita a Clarissa, pensa: le passioni restano forti come sempre, ma almeno si guadagna - alla fine! - quella capacità che dà all'esistenza il suo gusto supremo - la capacità di tenere l'esperienza nelle proprie mani, e di volgerla, con una lenta rotazione, verso la luce.
Che è, attualmente, la mia principale occupazione: valutare lucidamente e con distacco la mia vita, quel che ho fatto e quel che non ho fatto, il bene e il male, il bello e il brutto che ci sono stati; aggiungerei che, come mi pare implicito nel testo, l'esperienza si vede come un prisma che rifrange i raggi luminosi, forma uno spettro che la rende affascinante, un'aura che la impreziosisce.
Dopo questa, spero perdonabile, digressione esistenziale, presento due considerazioni:
1. leggendo ho avuto l'impressione che il racconto sia una specie di flipper (vecchio gioco in cui una bilia metallica rimbalza da tutte le parti) in cui la sguardo del narratore, come la bilia, rimbalza da un luogo all'altro, da un personaggio all'altro, costruendo un intreccio prospettico complesso che dovrebbe essere districato (un pò come nei quadri cubisti di Picasso).
2. l'analogia col flipper prosegue perché si potrebbe quasi disegnare la mappa dei percorsi dello sguardo narrativo, dato che tutto il racconto si snoda nel centro di Londra: quel negozio, quella via, quel parco, quella casa, ecc. ecc.

@Eloise: abbiamo pareggiato: tu non hai letto Ulisse, io non ho letto la Ricerca (da giovane studente, poiché in questo caso non ero obbligato, per rispetto, perché pensai che se lo avessi fatto avrei dovuto leggerla tutta, con l'impegno che richiedeva; dopo la gioventù perché non avevo più l'ardore di affrontare quell'impegno)

Tiziano



Autore della risposta: eloise
Risposta del: 02/02/2012 14:42:22
Messaggio:

quote:
aggiungerei che, come mi pare implicito nel testo, l'esperienza si vede come un prisma che rifrange i raggi luminosi, forma uno spettro che la rende affascinante, un'aura che la impreziosisce


Scusate anche me, ma di fronte a queste frasi non posso fare a meno di esclamare: accidenti!! che fortuna. Magari capitasse a me di guardarmi indietro e intorno e vedere tutto quanto costruisco (cerco di costruire) nella mia vita come una luce multicolore rifratta!... Mah, sarà che per ora vivo nel più completo marasma e non riesco a districare una sola matassa di queste mie giornate...
Vabbe', chiudo piamente qui l'off-topic, abbiate pietà.

Eloise
www.letteratour.it



Autore della risposta: ombra
Risposta del: 02/02/2012 15:28:04
Messaggio:

Cara Eloise,
devo dire che le due domande che ti sei posta sono in accordo con quello che mi è venuto in mente nel momento stesso in cui ho finito di leggere il libro. All'inizio in effetti sembra come se la Woolf ci voglia far notare la differenza tra ciò che Mrs Dalloway è all'esterno e ciò che invece è la donna nel suo profondo per farci comprendere come ci sia dualità nei comportamenti umani: da un lato c'è il nostro mostrarci al mondo, la falsità e dall'altra quello che realmente siamo e che a pochi o forse a nessuno realmente mostriamo.
Questa è una mia personale visione e riflessione.



Autore della risposta: eloise
Risposta del: 02/02/2012 15:57:25
Messaggio:

Un'altra osservazione che colgo un po' per caso.
Tiziano ha parlato dell'esperienza come un PRISMA. L'ha fatto riferendosi alla propria esperienza. Ma nel testo ho trovato lo stesso termine di paragone - il prisma - con riferimento alle persone, anzi a Clarissa stessa: e questo mi permette ancora di più di pensare come nel romanzo si delinei la corrispondenza CLARISSA/VITA. Mi riferisco al passo - assolutamente proustiano - in cui la protagonista si guarda allo SPECCHIO:

quote:
Quante migliaia di volte aveva visto la propria faccia e, sempre, con quella stessa, impercettibile smorfia (...) Quella era lei quando un certo qual sforzo, un certo qual invito a essere se stessa, connetteva le varie sue parti insieme, quanto diverse solo lei sapeva, quanto incompatibili, e riunite così, per il mondo soltanto, intorno ad un unico centro, in un unico prisma


Proseguendo nella narrazione, e come piccolo tributo anche a Tiziano (scusami, ma credo di aver capito che ti soffermi particolarmente sui passi dedicati al mare, e allora leggendo spontaneamente ho pensato a te e al contempo mi sono venute in mente analogie e differenze)... dicevo proseguendo nella narrazione troviamo Clarissa che da queste riflessioni sulla sua natura molteplice, capace di rimanere "compatta" forse solo attraverso gli occhi degli altri e le "etichette" che porta addosso (la "Signora Dalloway", la "padrona di casa", ...), prova sollievo proprio nel fatto che c'è qualcosa di "solido" ed esterno a lei che la tiene compatta (appunto il suo ruolo esteriore di Signora e Padrona di casa), in profonda opposizione con la natura sfaccettata e volatile della sua interiorità. Ed è a questo punto che si dice (ecco che entra in scena l'immagine del mare):

quote:
Fu pervasa da un senso di pace, era calma, contenta (...). Così in un giorno d'estate le onde si rigonfiano, si frangono e ricadono; si raccolgono e cadono; e il mondo intero sembra dire "questo è tutto" sempre più ponderosamente, finché persino il cuore, nel corpo che giace sul lido, sotto il sole, dice anch'esso: questo è tutto. Più non temere, dice il cuore, fear no more, dice il cuore, affidando il suo fardello al mare, che sospira collettivamente per tutti i dolori, e si rinnova, ricomincia, raccoglie, lascia cadere.


Non ho potuto fare a meno di pensare al nostro Palomar anch'esso seduto sulla riva a guardare il mistero del mare, come dice Valéry, "toujours recommencé", sempre ricominciato. Che là è mistero del mondo esterno che la mente non riesce a inquadrare, né scientificamente né in nessun altro modo, qua invece è sollievo per il suo stesso movimento continuo, per il suo stesso essere l'emblema di una continuità sempre in movimento.


Ombra ti leggo solo ora - stavo scrivendo mentre hai postato ;) : sono contenta di vedere che ti sei posta le mie stesse domande, allora le mie hanno qualche fondamento! Forse è proprio qui che sta il motivo di ciò che ha rilevato Rosella: i personaggi sono tutti mondi chiusi in se stessi.

Eloise
www.letteratour.it



Autore della risposta: eloise
Risposta del: 02/02/2012 19:51:30
Messaggio:

Oggi faccio una full-immersion in Mrs Dalloway... Sarà il tempo nevoso che mi spinge a chiudermi in casa anche coi pensieri :)
Mi è venuta la curiosità di guardare qualche spezzone su You Tube del film che cito ad apertura della discussione... devo dire che quel poco che ho visto mi ha fatto una brutta impressione. Capisco la difficoltà di rendere in un film tutta la narrazione e le digressioni che ci sono nel romanzo, ma quel sovrapporre le voci dei personaggi con le voci interiori mi è sembrato proprio osceno, e poi mi è parso anche che si siano rese troppo esplicite certe riflessioni che Virginia invece solo sfiora o suggerisce, e insomma se non si riesce a far di meglio forse è meglio astenersi...
Buona serata a tutti!

Tiziano spero tu riesca a risolvere i problemi coi post, altrimenti fammi sapere!

Eloise
www.letteratour.it



Autore della risposta: Rosella
Risposta del: 03/02/2012 17:03:27
Messaggio:

Sì, Eloise, sono d'accordo: in Clarissa sussiste una profonda differenza tra ciò che deve essere per il mondo e ciò che è nel suo intimo; aggiungo che questo è un segno che investe quasi tutti i personaggi, chi più chi meno. I più superficiali (per me il vanesio Hugh e la granitica Lady) ne sono meno toccati; Peter se ne rende conto, ma non riesce ad uscire dal dualismo; il povero Septimus è l'unico che si mostra per quello che veramente è, e viene giudicato pazzo. Invece è solo sensibile, intendo dire dai sentimenti profondi, e la guerra lo ha, ovviamente sconvolto.
Per il resto... non mi sento adatta ad analizzare troppo a fondo un romanzo come questo. La mia formazione mi porta a vedere i disturbi e i complessi da cui sono afflitti i personaggi facendone una diagnosi psicologica, prettamente scientifica. Oggi ci sarebbero pillole per tutti. Per uniformarsi alla maschera, per non disturbare, per restare nella norma. Virginia si esprime attraverso tutti i suoi personaggi, dicendoci cosa sente, cosa approva, ciò che le è affine. Così come nel libro le persone dicono una cosa e ne pensano un'altra (Richard e Hugh che entrano nel negozio, per esempio), Virginia scrive, ed ognuno di noi cerca disperatamente di capirla.
Bello anche il pensiero sui conuigi: credo sia questo il vero amore, capace di resistere per anni, soprattutto nelle avversità. Povero Septimus: si perde, perchè lui non è del tutto innamorato.

Rosella - Gwendydd



Autore della risposta: Tiziano
Risposta del: 03/02/2012 23:49:39
Messaggio:

Concordo con la valutazione di Eloise e Rossella: una caratterista essenziale dello stile della Woolf è la sua liricità; la sua è prosa poetica, che brulica di metafore, e questo potremmo definirlo un romanzo lirico.
Vorrei introdurre una riflessione sul genere “romanzo”. Gli anni in cui la Woolf scrive i suoi romanzi sono anni straordinari per la narrativa: Svevo, Pirandello, Joyce, Proust, Kafka, Musil, la stessa Woolf, sperimentano tecniche narrative nuove, superando il naturalismo ottocentesco, che viene curvato verso la dimensione psicologica del personaggio. Trattare il racconto come un esperimento ideale era del resto già stato proposto da Zola. D’altronde se da un lato è vero che si rifiuta il realismo dall’altro l’indagine psicologica sembrerebbe (uso il condizionale perché credo invece che non sia così, ma questo è un approfondimento che non posso fare ora) una ulteriore forma di realismo. Pensate a Verga, ad esempio; perché non conclude il “ciclo dei vinti”? Io suppongo che non l’abbia concluso proprio perché se fosse “salito” dai popolani ai borghesi e agli aristocratici sarebbe approdato al romanzo psicologico decadente; non poteva scrivere “L’uomo di lusso” perché avrebbe dovuto descrivere un Dorian Gray o un Andrea Sperelli. E infine scoprire il personaggio-atomo, come lo ha definito Debenedetti, il quale addirittura ha proposto (a sproposito, secondo me) una corrispondenza tra racconto novecentesco e principio di indeterminatezza. Ciò detto, qual è l’esperimento della Woolf? Torno all’analogia del flipper, che mi piace: il narratore onnisciente muove il suo sguardo-bilia verso i personaggi, ogni volta che incontra un personaggio penetra nella sua intimità, che descrive attraverso il flusso di coscienza, così come nel flipper ogni ostacolo colpito suona e assegna punti, poi lo sguardo-bilia rimbalza verso un altro personaggio e via di seguito. Così si evolve la storia. Prima o poi la pallina finirà in buca: game over. Notare: la fine del gioco è la fine del narratore, oltre che della narrazione. Ma – dice Rossella – “Virginia non narra, si eclissa”, eppure benché invisibile, è sempre presente. Se ho un po’ di tempo e di acume cercherò di mostrarvi qualche esempio di come funziona il giochetto.
Ma torniamo al personaggio di Clarissa. Credo che siamo d’accordo sul fatto che sia uno e bino: c’è la Clarissa donna di mondo ma c’è dietro di lei una ombra che fa immaginare qualcosa di trascendente; è la vita, dice Eloise; è la sibilla che scopre il mondo come moltitudine di cose; è, lo ricavo da un’osservazione di Eloise, Dioniso che guardandosi allo specchio fa nascere il mondo; mi pare sia Rossella ad aver citato “dappertutto era lei”; per Peter è fonte di estasi e terrore. Insomma: di cosa è simbolo o simulacro Clarissa? Non è che dietro di lei si risvegli il mito?

Ah, ringrazio Eloise per il “tributo” che mi ha dedicato. Ed ha colto nel segno: per me il mare è un paesaggio esteriore ed interiore.


Tiziano



Autore della risposta: Tiziano
Risposta del: 05/02/2012 16:54:59
Messaggio:

Azzardo una interpretazione.
Perdonate la lezioncina: in questo romanzo il narratore è esterno ed onnisciente, mentre la focalizzazione è interna, variabile (perché si alternano i punti di vista di diversi personaggi) e multipla; insomma è di una estrema complicazione, un vortice narrativo talvolta centrifugo (perché si allontana dal personaggio centrale, Clarissa) talaltra centripeto (perché i punti di vista convergono su di lei). Eppure sono convinto che al di là di questa moderna complicazione ci sia un genotesto antico. Allora ho avuto un’illuminazione (o un’allucinazione), probabilmente conseguente a quei miei riferimenti alla Sibilla e a Dioniso e al pensiero che tutto si svolge nel centro di Londra. Accidenti, mi son detto, ma qui ci sono le unità di tempo (una giornata), di luogo e d’azione: sotto il romanzo ci sta la tragedia. Hanno la stessa struttura: c’è il prologo, che introduce la protagonista in medias res, nonché Peter; quindi il parados, che introduce il coro (i molti personaggi che pensano a Clarissa, il primo corista è Scrope Purvis (che la descrive come donna-uccello: “sembrava una gazza verde-azzurra”); poi i vari episodi, con tanto di stasimi, e infine l’esodo, con Peter che contempla Clarissa, dopo che il coro è uscito (gli invitati alla festa).
Se il livello immanente del testo è la tragedia allora diventa esplicita la sua dimensione mistica, nascosta dietro la giornata mondana d’una signora dell’alta società. Ecco dunque che la conclusione acquista un senso nuovo:

Che cos’è questo terrore? Che cos’è quest’estasi? Pensò tra di sé. Che cos’è che mi riempie di una tale straordinaria emozione?
E’ Clarissa, disse.
Perché, eccola, era lì

Terrore ed estasi sono parole pesanti, che vanno ben oltre i sentimenti mondani. E’ comparsa la dea.
Mi rimane da valutare il ruolo di Septimus.


Tiziano



Autore della risposta: ombra
Risposta del: 06/02/2012 09:09:14
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Mrs Dallawoy, come da voi giustamente asserito, è uno dei romanzi che testimonia come tra Ottocento e Novecento il romanzo naturalista decade. Da questo sistema nasce un nuovo romanzo nel quale non esiste una realtà oggettiva e tutto si spinge verso il soggettivismo. Tale spinta ci porta dunque verso l’interiorità dei personaggi e rende chiara tra la “rottura” dell’orologio del romanzo . In Mrs Dalloway, gli onnipresenti rintocchi del Big Ben si pongono a dimostrazione di come il tempo oggettivo non combaci con la durata interiore, quest’ultima tutta giocata su contrazioni, dilatazioni, rievocazioni passate. In questo quadro, non è difficile comprendere come il romanzo di Virginia Woolf si sviluppi in un unico giorno, una normalissima giornata di giugno dal mattino alla sera.
Questo romanzo dice molto nella profondità e ricchezza di pensiero dei suoi personaggi, in cui la scrittrice “affonda la penna” e lo sguardo. Lo stile modernissimo si costruisce, come accade con molti romanzi del Novecento, seguendo quell’arte di montaggio che nella Woolf si serve del paesaggio metropolitano che diviene catalizzatore della svolta narrativa ed eco del vario sentire dei personaggi; ed anche si realizza nella grandiosa abilità nel passare da un personaggio all’altro fino ad arrivare, dopo averci fatto addentrare nella più profonda e recondita interiorità di tutti i caratteri (da Clarissa a Septimus da questo a Peter Walsh), al finale, alla festa di Clarissa, dove non qualcosa si capisce, ma tanto, tanto si capisce; della vita, della morte, della saggezza, della follia, dell’uomo.
Mrs Dalloway è un romanzo strutturalmente complesso ma abilmente orchestrato, la stessa Woolf lo definì il suo romanzo più completo, e la cui genesi e volontà ci è data proprio dalla stessa Virginia Woolf dove, in poche righe nel Diario di una scrittrice (1953) che cito fedelmente, riassume gli intenti che si prefisse:
“Voglio dare la vita e la morte, la saggezza e la follia; criticare il sistema sociale e mostrarlo nell’opera, nel momento di massima intensità.”

Un saluto



Autore della risposta: ombra
Risposta del: 06/02/2012 16:16:58
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Ho una riflessione da sottoporvi che mi è venuta in mente proprio oggi. Ma noi oggi non siamo in fin dei conti delle signore Dalloway? Viviamo i suoi sogni,le sue sconfitte,le sue rinunce,i suoi amori.Incontriamo amici e familiari e sfioriamo il destino di persone che senza conoscerle ci passano accanto. Siamo tutti signore Dalloway? A mio avviso un poco si.Ognuno di noi ha rinunciato a qualcosa, ha zittito il proprio io, per il marito, per la famiglia,per i figli.E' sbagliato?E' un compromesso al quale non si deve acconsentire? Non lo so, non sono siucura. Uun tempo credevo che l'affermare se stessi dovesse essere sopra ogni cosa.Ora sono in dubbio e mi chiedo: "forse la rinuncia della nostra soddisfazione a favore di colore che amiamo può essereun'affermazione di se stessi?"

A presto



Autore della risposta: eloise
Risposta del: 06/02/2012 16:18:44
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Ottimi questi post! mi compiaccio! :)

La prospettiva "mitica" aperta da Tiziano mi incuriosisce molto, non l'avevo mai associata alla Woolf, come nemmeno avevo mai considerato l'unità di tempo/spazio/azione nella prospettiva teatrale in questo romanzo. D'altronde, come dice giustamente Ombra, il tempo è proprio un elemento soggettivo che si dispiega in tutta la narrazione di Mrs Dalloway, ciò è reso mirabilmente esplicito dai rintocchi dell'orologio. La dimensione soggettiva appare sotto tutti i punti di vista, e non è un caso se Rosella troverebbe da analizzare questo romanzo nella sua prospettiva psicologica: la presenza di Septimus stesso ci autorizza a considerarla una chiave interpretativa importante. Certo, come dice Rosella, qui "ci sarebbero pillole per tutti", ma è forse questa la prima conseguenza del calarsi veramente dentro nell'interiorità di ogni personaggio. Septimus permette di farlo anche in una versione "staccata" dalle basi consolidate della società, e apre in questo senso, da parte della Woolf, un approfondimento sui rapporti tra la società e l'interiorità, con un'aspra critica sulla prima.
I riferimenti ai primi anni del Novecento sono numerosi: il tempo soggettivo di Bergson, la sfacettatura dell'io e l'importanza della memoria di Proust, i nuovi parametri di valutazione del soggetto dopo Freud. Tutto ciò è ampiamente presente nel romanzo. Wow.

Eloise
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Autore della risposta: ombra
Risposta del: 06/02/2012 16:18:48
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Scusate sono un po' di fretta e ho fatto un po' di disastro nello scrivere.



Autore della risposta: eloise
Risposta del: 06/02/2012 16:19:23
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Ops... Ombra sul tuo secondo post mi riservo di riflettere un attimo e rispondere più in là, se mi riesce ;)

Eloise
www.letteratour.it



Autore della risposta: ombra
Risposta del: 06/02/2012 16:44:07
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Eloise, la mia è una riflessione personale che come dicevo ho meditato oggi ma il dubbio finale mi è sorto da un pochino di tempo... se qualcuno di voi ha una risposta mi aiuterà a pensare e capire, e sarà di sicuro aiuto



Autore della risposta: Tiziano
Risposta del: 06/02/2012 17:45:35
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andiamo per ordine.
Prima voglio aiutare Ombra a riflettere. Quando ho scritto che mi sento come Peter che contempla la sua esperienza intendevo proprio questo: ormai credo di aver fatto le cose più importanti nella vita, mi volto indietro e le valuto; certamente ho fatto rinunce, anche pesanti, ho fatto scelte, talvolta meditate talaltra immediate, giuste e sbagliate; ho amato, e ovviamente l'amore si è poi trasformata in quotidiana abitudine condita anche di qualche risentimento; ho regalato a me e al mondo due figli; ecc. E ora penso: bene, ho vissuto, ne valeva la pena (nel senso letterale del termine) e sento in me un sentimento di pienezza che mi fa dire: sono proprio un piccolo grande uomo, come tutti. Perché la vita ci chiede di impegnarci a vivere; se ci impegnamo (e a meno che non ci capitino catastrofi esistenziali) comunque vada sarà un successo.

E ora veniamo al romanzo.
la mia concezione della letteratura rimanda ad una prospettiva antropologica e strutturalista, per cui ritengo che sotto[/i e ][i]dentro ogni testo ci sia il mito e che ogni testo sia l'eco di una narrazione primordiale. Ma in questo romanzo più che in altri, anche perché deriva dal risveglio romantico della mitopoiesi, conseguente al rifiuto del classicismo.
Penso che l'indizio di Clarissa come donna-uccello sia essenziale, perché rimanda alla Sirena (nel mito originario le sirene erano metà donne e metà uccello, come le Arpie) e da questo punto iniziale potrebbero derivarsi una serie di rifermenti interessantissimi; ad esempio Clarissa cuce quando incontra Peter, così come le Moire tessono il destino; le sirene sono collegate da Euripide a Persefone, divinità infera; ecc.
E' una chiave di lettura. Voi potreste obiettarmi che son tutte estrapolazioni ingiusticate dal testo, ma io vi risponderei con le parole di Blanchot: l'autore scrive l'opera e ne è congedato. E' il lettore che la chiama a parlare: lazarus, veni foras.
E' comunque evidente che questo romanzo m'ha accalappiato.


p.s. a proposito di Ulysses: vorrei ricordare che noi abbiamo un Joyce italiano, Gadda, che ha scritto un romanzo per me straordinario: "Quer pasticciaccio brutto de' via Merulana"

Tiziano



Autore della risposta: Rosella
Risposta del: 07/02/2012 02:14:16
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Ciao a tutti. Sono in ritardo rispetto agli ultimi post perchè non ho potuto avere internet: prometto di recuperare quanto prima.

Intanto ringrazio Tiziano per la perfetta "lezione": avevo scritto subito che questo libro ha bisogno di essere
studiato, a fondo, con attenta analisi di tutti i particolari, e anche della scrittura.
Il Flipper mi ha curiosamente fatta rimbalzare su Londra, perchè è nelle strade di Londra che si attua il passaggio
della pallina. Io la conosco abbastanza bene, e ci sono tornata proprio quest'estate: mi sono trovata a pensare che
Londra sia uno scenario dato per scontato; insomma chiunque legga il libro deve saper passeggiare per Londra, caput mundi. O forse è l'opposto: poco importa dove si svolge l'azione, perchè in fondo non ha bisogno di uno sfondo particolare, deve essere un quadro universale. Ma, allora, perchè trovo quest'ambiente così tremendamente Inglese?

Ho trovato il film con Vanessa Redgrave.
Certo, portare sullo schermo un libro così profondamente intimista è impresa ardua, ma non impossibile. Ho ammirato gli splendidi costumi, e qualche attore fin troppo attraente, che non trasferisce sul volto la tragedia che lo strazia internamente.
Nel film si perde tutta la lirica e tutto il pensiero profondo, i caratteri sono appena accennati, e ovviamente si da spazio preminente alla storia. Non è comunque da buttar via: è una interpretazione, dalla quale si può dissentire o meno, ma è un lavoro onesto. Ciò che lo riscatta sono le riflessioni finali di Clarissa, Sally e Peter. Mi sarà piaciuto perchè mi trova d'accordo: Clarissa sceglie la via più facile, organizza feste perchè non sa fare altro, e la morte di uno sconosciuto non può intaccare quel mondo di manichini di cera: the show must go on.

Perdonatemi, ma ricchi e potenti, ministri e ladies non fanno per me. Pregerisco le suffragette, le sartine, e le istitutrici.

Rosella - Gwendydd



Autore della risposta: Rosella
Risposta del: 07/02/2012 02:27:56
Messaggio:

"Voglio dare la vita e la morte, la saggezza e la follia; criticare il sistema sociale e mostrarlo nell’opera, nel momento di massima intensità."

Ora ho letto tutto.
Bravissima Ombra, hai trovato la frase che mi concilia con tutta la storia: Virgina ha descritto un mondo che non sopportava, proprio come non lo sopporto io! WOW, grazie 1.000! Anche 10.000!

E poi c'è la domanda: siamo tutti Mrs. Dalloway? Io direi che siamo tutti, oltre a Clarissa, Peter, Sally, Septimus, Lucrezia, e via dicendo. Ognuno di noi ha dovuto certamente rinunciare a qualcosa, sogni ed aspettative, per reinventarsi in un altro modo, con rinunce e soddisfazioni. Volevo diventare una scienziata, sono diventata una mamma, fierissima della propria figlia e dei suoi successi. Ma non amo la vita. Non credo affatto che sia un dono e che si debba vivere fino in fondo. Fatte le debite proporzioni e trasposizioni, io sono Septimus.

Ciao a tutti e complimenti!! Una discussione appassionante.

Rosella - Gwendydd



Autore della risposta: ombra
Risposta del: 07/02/2012 08:47:28
Messaggio:

Grazie a tutti per le riflessioni sulla mia domanda. Sarà che sono in un momento della vita in cui ho iniziato veramente a crescere (sono andata a convivere da 7 mesi con il mio ragazzo) e ora iniziano le rinunce e il venirsi incontro vero. Per questo mi è sorto il dubbio. Io a differenza tua Rossella credo che la vita sia un dono anche se c'è sofferenza e dolore. E' un dono sempre e comunque.

Scusate se questo post non c'entra molto con la nostra discussione ma volevo solo ringraziarvi.

Ancora grazie e a presto



Autore della risposta: eloise
Risposta del: 07/02/2012 11:18:29
Messaggio:

E' fantastico parlare della Dalloway insieme a voi come stiamo facendo, si aprono un sacco di interpretazioni e apprezzo molto anche le chiavi di lettura che ci rimandano alle nostre vite personali. Ma non è un caso. Al di là di tutto, credo sempre più profondamente che Clarissa sia nata col destino di rappresentare davvero la vita: le nostre sono tutte domande che lei stessa solleva.
Per quanto mi riguarda, mi colloco forse un po' nel mezzo a tutti, non comincio ora a costruire qualcosa e nemmeno però posso già guardarmi dietro per vedere qualcosa di stabile, mi sto buttando a capofitto in questa vita sulla quale ci si interroga e questi ultimi anni li vivo più come un'onda che mi travolge che come qualcosa che riesco a guardare con distacco e serenità, sto buttando un sacco di cose sul piatto (figli: già 3 ma piccoli, una quarta in arrivo tra poche settimane - e c'è un sacco di gente che mi crede pazza per questo, e comunque è vero che bisogna essere - come dire - molto "sportivi" per farlo; lavoro sempre con l'interrogativo sul futuro; una casa "definitiva" che stiamo rincorrendo da molto tempo...) per cui non posso permettermi di credere che la vita non vada vissuta fino in fondo, sarebbe un controsenso per i miei stessi bimbi e per tutto ciò che faccio dalla mattina alla sera, è per questo che invidio in fondo sia Clarissa che Tiziano per la loro visione "prismatica" della vita, io per adesso non vedo che luci di cui non colgo un significato compiuto... se non quello di una - ammetto ingiustificata - fiducia nella stessa vita. E in quest'ottica sentir dire da Tiziano "comunque vada è un successo"... non potete immaginare quanto bene faccia!!!

Siamo tutte Clarissa? Credo di sì, la vita in fondo è davvero fatta di rinunce, di sogni che si devono accantonare, ma non è detto in senso negativo, quanto piuttosto costruttivo secondo me. Non si può certo dire che Clarissa sia una donna infelice, anzi io vedo Mrs Dalloway come un inno alla vita, nonostante tutto, l'ho detto più volte e mi rimane fortissima questa impressione. Il romanzo è tutto un'onda che volteggia su un ritmo costante: quel "fear no more" che si sente in ultima battuta in realtà pervade tutto, dall'inizio alla fine: fear no more perché c'è Richard, fear no more perché hai una casa e sei una padrona di casa affermata, fear no more, Clarissa, perché stasera darai una festa che ti farà sentire ancora una volta una presenza concreta nel mondo, dinanzi agli altri, e non solo un'ombra, un'essenza fuggevole che sfiora soltanto le altre esistenze e si rifugia dentro sé (come Septimus). C'è terrore e ansia dietro tutto questo, un po' quello che sente Peter quando avverte la presenza di Clarissa alle sue spalle, e forse è proprio per questo che i due non si sono sposati, anzi non sono mai stati "sposabili": sarebbero stati due esseri insieme a provare terrore e ansia di fronte alla vita, mentre Richard ha dato a Clarissa una stabilità mentale. Anzi da questa riflessione credo che i due potrebbero essere visti lo stesso personaggio: Peter è la Clarissa che non ha mai trovato un perno solido sul quale appoggiarsi. Peter in fondo non ha mai rinunciato a Clarissa ed è vissuto con questa irrequietezza nel cuore; Clarissa ha rinunciato a Peter ed è questo che le ha dato la possibilità di appoggiarsi a Richard e ciò che lui rappresenta per lei. Scusate la banalizzazione che faccio dicendo così, ma è giusto per esprimere una sensazione che mi lascia il romanzo, un altro spunto di riflessione.

In quanto alla donna-mito, grazie Tiziano per quella lettura della donna che cuce quando ritrova Peter, è un punto che ha da subito catalizzato la mia attenzione, questa immagine di lei che cuce quando rivede lui non mi lasciava la mente, e forse tu sei riuscito ad aprirmi una chiave interpretativa.

Al prossimo post per altre riflessioni, non le ho ancora esaurite!

Eloise
www.letteratour.it



Autore della risposta: ombra
Risposta del: 07/02/2012 11:24:01
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Ho riflettuto su quello che potrebbe essere il sottotitolo a quest’opera e a mio avviso sarebbe:
“come narrare una vita raccontando una giornata”
La filosofia di Mrs Dalloway, infattio, è riconducibile all’idea di cogliere il personaggio in una giornata come tante della sua vita, una giornata ordinaria. Questo giorno diventa così il metro delle giornate precedenti. Nel mattino che scorre c’è il ricordo di tutte le mattine che si sono succedute, e pure il Big Ben sembra sottolineare che il tempo scorre inesorabile. Da qui La Woolf parte nello scavare in Clarissa e nel mostrarci la consapevolezza della protagonista sul fatto che si ‘dipende in larga parte da ciò che si è stati’. I pensieri di Clarissa la inducono a domandarsi se la sua vita avrebbe potuto essere diversa se solo trent’anni prima avesse detto sì a Peter Walsh. La morte ricorre spesso nelle sue riflessioni, ma le appare consolatoria, non le causa timori e angosce: si sopravvive nelle persone conosciute, nelle cose che ci sono appartenute, nei luoghi in cui siamo passati o nelle case in cui siamo vissuti.
Parlando di visione della vita e della morte, vorrei soffermarmi sulla contrapposizione tra Septimus e Clarissa. L’infelice Septimus è il doppio di Clarissa; se Clarissa è luce e apertura, Septimus è la sua zona d’ombra, imprigionato com’è nelle sue visioni d’orrore. I due non si incontrano mai nel romanzo, ma Septimus è una sorta di protagonista complementare che permette a Virginia Woolf di dare profondità ai suoi personaggi. Clarissa appare, in apertura, come una signora mondana e di primo acchito anche frivola. In un secondo momento si scopre la sua teoria della vita, il suo pensare alla morte costantemente e il suo equilibrio emotivo. Clarissa è nostalgia; si ritira nella sua memoria, intenta a celebrare il passato. Clarissa loda il presente come un ponte verso il futuro, in quanto il passato è per lei il presente, anticipatore di possibilità future. Septimus è invece rifiuto, detesta il presente e avverte l’incapacità di proiettarsi in un futuro ancora a venire, perché odia il passato, quello della guerra, fonte per lui di sofferenza. La Woolf, inoltre, attua una strategia di progressivo sgretolamento della facciata dei due personaggi. Scavando, così, dentro Clarissa, ci mostra piano piano stati di semioscurità anche se le presenze che vede sono benefiche e confortanti. Septimus, al contrario, guardando oltre la superficie, oltre a quello che è visibile a tutti, vede solo i suoi demoni personali. A mio avviso è questa la grande differenza dei due: la positività sempre e comunque da una parte e la negatività e la distruzione dall’altra.

Ritornando al tema di Londra accennato da Rossella, c’è da notare come la città sia restituita al lettore sotto un doppio aspetto: da una parte è riconoscibile nelle sue forme peculiari, descritte con straordinario naturalismo; dall’altra è filtrata attraverso le percezioni soggettive dei personaggi assumendo caratteristiche irreali, fantastiche. L’immagine di Londra ricolma di vita, si può cogliere solo per frammenti nei flussi di coscienza dei personaggi. La città, quindi, sembra fare da eco alla disposizione interiore della protagonista: è straripante di gente, di suoni, di colori.

Altro aspetto da approfondire è il sistema dei tempi. Ho notato, infatti, che nel testo è piuttosto confuso: il presente dei personaggi è dato al passato e il loro passato, che dovrebbe per logica prevedere il trapassato, non è sotto questa forma. Il tempo rimane lo stesso. Si configura una sorta di dimensione dove domina l’imperfetto, che rivela un non concludersi dell’azione come se la Woolf volesse mantenere una tensione duratura nel tempo.

A presto



Autore della risposta: eloise
Risposta del: 07/02/2012 11:34:28
Messaggio:

Dimenticavo: Tiziano, l'accenno a Gadda è un modo per suggerire un'altra lettura? Non conosco quel romanzo, e quello che ne dici per è bastato a incuriosirmi. Magari dopo Ungaretti, come s'era detto... Fate voi.

Eloise
www.letteratour.it



Autore della risposta: ombra
Risposta del: 07/02/2012 11:55:04
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Eloise, ho visto ora le tue riflessioni alla mia domanda. Grazie anche a te. Mi piace molto approfondire questo libro con voi e mi piace che comporti anche riflessioni di carattere personale.
Questa discussione è molto stimolante.
Grazie a tutti anche per questo.



Autore della risposta: Rosella
Risposta del: 08/02/2012 08:36:24
Messaggio:

"Richard ha dato a Clarissa una stabilità mentale"
Concordo con le tue riflessioni, Eloise e con quelle di Ombra. Ma, se la vita è solo questo, stabilità, merita davvero di essere vissuta? Come si può far scorrere, giorno dopo giorno la banalità di una esistenza priva di valori davvero significativi?
La risposta può essere nei piccoli successi quotidiani: Clarissa ha i suoi, noi abbiamo i nostri (molto più validi, a mio parere).
Il non sposare Peter mi lascia un po' d'amarezza: come a dire: "non sposatevi solo per amore, l'amore non è tutto". Caso portato all'estremo da Septimus e Rezia.
A me sembra che, nel bene e nel male, Virginia inviti a cercare le nostre soddisfazioni nella semplice vita di tutti i giorni, facendo in modo di ritrovarsi appagati dalle piccole cose, e dal nostro mondo interiore; le avventure vanno bene per i romanzi, ma, alla prova dei fatti, non sono così eccitanti (e queste sono le riflessioni di Peter e la dannazione di Septimus).
Questo messaggio si fa più forte proprio quando il mondo "esterno" subisce e fa subire già abbastanza traumi. Jane Austen visse in un periodo turbolento, e nei suoi romanzi lo lasciò da parte, ponendo le basi per questa letteratura "intimista", Virgina contrappone nettamente i guasti delle Grande Guerra alla piacevolezza delle mura di casa, noi viviamo momenti assai poco gradevoli, che non invitano certo a far entrare il mondo lontano nella nostra quotidianità, meglio fuggirlo, almeno quando siamo riuniti con la famiglia.

Rosella - Gwendydd



Autore della risposta: eloise
Risposta del: 08/02/2012 15:47:33
Messaggio:

quote:

Ma, se la vita è solo questo, stabilità, merita davvero di essere vissuta? Come si può far scorrere, giorno dopo giorno la banalità di una esistenza priva di valori davvero significativi?


Per Clarissa forse la vita merita di essere vissuta dal punto di vista di una situazione di stabilità. Per Peter forse no, per questo ha scelto una carriera instabile e girovaga, una situazione sentimentale incerta. Per Tiziano forse merita di essere vissuta dal momento in cui puoi girarti indietro e vederla riflessa come in un prisma, e soprattutto vedere che in ogni cosa comunque hai cercato di impegnarti a fondo. Per me merita di essere vissuta forse perché è l'unica onda che riesco a vedere davanti a me in cui posso buttarmi a capofitto. Insomma ognuno di noi ha le sue proprie motivazioni o demotivazioni, e sicuramente queste cambiano da persona a persona e da momento a momento in una stessa persona... La mia sensazione è che in Mrs Dalloway al di là di Clarissa si cerchi di rendere l'idea che la vita ha una moltitudine di forme così come si compone di una moltitudine di persone, luoghi, pensieri, che s'intrecciano e si mescolano, e che ciò rimanga vero anche se non si può, non si potrà mai sapere cos'è veramente la vita fino in fondo.
Toh, ho ritrovato un passo in cui la stessa Clarissa dice:

quote:
Lo sa il cielo soltanto difatti perché la si ami sì tanto, ciascuno a suo modo, la vita, inventandosela magari, costruendola ciascuno attorno a sé, disfacendola e creandola daccapo ogni momento




Autore della risposta: ombra
Risposta del: 08/02/2012 16:19:11
Messaggio:

Si Eloise, è la frase che avevo citato anche io nel primo post della discussione e che a mio avviso spiega tutto il senso che Virginia Woolf voleva dare a quest'opera!!!!



Autore della risposta: Tiziano
Risposta del: 08/02/2012 18:49:04
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Mi piace la metafora dell'onda/vita di Eloise (e te, Eloise, penserai: per forza, c'è l'onda!)e la trovo calzante; ne approfitto per raccontarvi come io immagino la vita: c'è il mare sempre in movimento, ogni tanto si scatena la tempesta, il ventro increspa le onde, si forma la schiuma, allora una gocciolina schizza in alto: io sono quella gocciolina, lieta o timorosa di esistere ma mi libro là in alto, inebriata, contemplo il mondo, mi sento potente e....ricado in mare, torno ad essere acqua. Amen

E veniamo a Septimus. Ma qual è il suo ruolo nella storia? Sin dall'inizio ho ritenuto che fosse il capro espiatorio, d'altronde la tragedia, implicita nel romanzo, nasce appunto come canto del capro, in onore di Dioniso. Ho provato ad approfondire, cercando qualche connessione con la mia interpretazione ma inutilmente. Ho provato col nome, che non può essere casuale (i sette sapienti, le sette virtù, le sette arti liberali, ecc. il sette è un numero magico) ma l'unico riferimento mitico è con le Pleiadi: troppo tenue; m'è venuto in mente che egli nel suo delirio di definisce "il signore degli uomini", ovvero Gesù, che è legato ad Osiride, ad Adone, a Dioniso, quindi qualche legame con la dea Clarissa (che sia l'eco di Iside?) lo potrei anche trovare, ma sinceramente mi parrebbe una forzatura; comunque è evidente che Septimus pensa se stesso come una vittima sacrificale, quindi confermo la mia ipotesi. Septimus deve morire, è lui che toglie i peccati dal mondo, quindi il mondo proseguirà, come la festa.

Tiziano



Autore della risposta: eloise
Risposta del: 09/02/2012 12:00:32
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A Tiziano non posso che esternare, nuovamente, un senso di ammirazione e invidia per il sapersi sentire, proprio in mezzo alle tempeste, quella gocciolina che schizza in alto. Magari riuscisse sempre a tutti in momenti del genere! e insomma se alla fine si ripiomba nel mare amen per davvero, intanto il salto momentaneo ce lo siamo fatti, non credo sia per tutti così ;)

Tornando a Mrs Dalloway, al tempo e a Septimus.
Ho trovato un passo che secondo me è significativo per quanto riguarda l'importante tema della critica alla società "razionale". Quando Septimus e sua moglie Lucrezia si recano dal grande psicanalista Bradshaw si svolge tutta una critica sul modus operandi della neo branca medica psicanalista borghese, e i giudizi del narratore non trapelano neanche poi più di tanto in maniera indiretta, anzi.
In un romanzo tutto intriso - come ci ha giustamente più volte ricordato Ombra - da un tempo puramente soggettivo, in cui gli stessi rintocchi del Big Ben battono in modo straniato rispetto al tempo interiore, mi ha colpito un passo che si trova alla fine della visita medica:

quote:
Tagliando e lacerando, smozzicando e sminuzzando, dividendo e suddividendo, gli orologi di Harley Street rosicavano quella giornata di giugno, consigliavano sottomissione, suffragavano l'autorità, e, in coro, facevan notare i supremi vantaggi del senso delle proporzioni.....


In questo passo troviamo un contrasto notevole col Big Ben che, in fondo, pare gentilmente accompagnare la passeggiata mattutina di Clarissa nei preparativi per la festa, e non costituisce una minaccia per la soggettività. Qui invece è tutto il contrario.
Notevole anche il notare che proprio questo passo chiude la focalizzazione sulla coppia Warren Smith per fluttuare su un altro personaggio, Hugh. Le impressioni interne dei personaggi, questa volta sul tempo e sulla sensazione lacerante che impressiona Lucrezia, sono sfruttate magistralmente dalla Woolf per passare da una sequenza narrativa ad un'altra.

Eloise
www.letteratour.it



Autore della risposta: eloise
Risposta del: 09/02/2012 12:18:11
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Apro una piccola parentesi su Jane Austen.
Ripensando al desiderio di rileggere la Woolf dopo la Austen, mi sembra che veramente ci sia un abisso tra le due. Riconosco che il merito di Austen - e ciò non è affatto scontato, anzi - sia quello di aver fornito un modello, comunque un riferimento femminile ad una scrittrice come Virginia, che praticamente ne aveva pochissimi a disposizione. Per lei che ha sempre sofferto di non aver mai potuto ricevere una educazione letteraria come i suoi compagni maschili, l'aver visto un esempio come la Austen di una ragazzina che ha saputo scrivere così bene senza nessuna base effettiva sulla quale far riferimento in campo culturale, deve avere aperto una prospettiva possibilista notevole alla Woolf. Per questa ragione apprezzo la Austen sia in sé, come scrittrice dallo stile limpido e lineare, sia come riferimento letterario fondamentale per tutta la letteratura femminile successiva. Ma ciò che, sulla base di questa prospettiva aperta, ha saputo fare la Woolf va poi ben al di là del semplice riferimento con Jane, e dal semplice risultato di perseguire un obiettivo letterario "femminista". Tutto quello che in Jane è accurata ricerca della perfezione, diciamo così, stilistica (lasciando perdere i soggetti delle storie), nella Woolf diventa fortissima riflessione autoriale sulla forma e sui contenuti. Banalizzando il mio pensiero, mi viene da dire che la Austen è una scrittrice, la Woolf è un'autrice. Ma forse questo è ciò che in fondo distingue un po' tutti gli scrittori del primo Novecento da quelli precedenti, e la Woolf in questo è perfettamente allineata. Pertanto ritengo che la Austen può essere considerata un riferimento importante sì, ma nel proprio ambito nazionale; mentre la Woolf rappresenta un riferimento a livello mondiale. Non so se sono riuscita a spiegarmi bene.

Eloise
www.letteratour.it



Autore della risposta: ombra
Risposta del: 10/02/2012 11:35:30
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Veniamo al confronto tra le due scrittrici, anche a mio avviso tra le due vi è un abisso, come giustamente espresso da Eloise. La Austen, infatti, appartiene ad un genere letterario pre-romantico ottocentesco ha una narrazione e uno stile tipici dell'epoca, ed è apprezzabile per aver creato una base letteraria femminile per le future autrici e per lo stile lirico che ha infuso hai suoi romanzi. La Woolf invece è un innovatrice, una scrittrice che sperimenta il mondo dell'interiorità, non si basa più nella storia o nella caratterizzazione dei personaggi o dell'ambiente societario ma va al di là della forma letteraria conosciuta fino allora e scardina ogni regola dando voce a una nuova modo letterario. A mio avviso sono entrambe grandi scrittrici ma apprezzabili per cose diverse: la prima per l’esempio che ha dato ha tutta la letteratura femminile pur non avendo basi di riferimento, la seconda per aver aperto un varco al nuovo e alla sperimentazione letteraria e per aver rotto gli schemi del romanzo tradizionale. Poi la preferenza tra le due autrici va espressa in base al proprio gusto personale, e pur apprezzando la Austen, prediligo di gran lunga la Woolf.
D'altronde la Woolf non disdegnava le opere della Austen considerandola una "maestra nel descrivere le emozioni più profonde, anche se non arrivano in superficie. Stimolando a dedurre quello che non c’è” .
Vi riporto un passo tratto da “Una stanza tutta per sé” in cui si comprende l’influenza della Austen sulla Woolf e il pensiero che quest’ultima aveva nei confronti di colei che l’ha preceduta:
“Senza volersene vantare o arrecare dolore al sesso opposto, possiamo dire che Orgoglio e pregiudizio è un buon libro. E comunque non ci sarebbe stato nulla di cui vergognarsi ad essere còlti nell’atto di scrivere Orgoglio e pregiudizio. Eppure Jane Austen era felice che un cardine della porta cigolasse, perché così poteva nascondere il suo manoscritto prima che qualcuno entrasse nella stanza. Per Jane Austen vi era qualcosa di disdicevole nello scrivere Orgoglio e pregiudizio.
E dunque, mi chiedevo, Orgoglio e Pregiudizio sarebbe stato un romanzo migliore se Jane Austen non avesse ritenuto necessario nasconderne il manoscritto allo sguardo dei visitatori? Ne lessi una pagina o due per capire; ma non riuscii a trovare alcun segno del fatto che le condizioni materiali della vita dell’autrice ne avessero in minima parte danneggiato il lavoro. Ed era quello, forse, il vero miracolo della sua opera. Ecco una donna, agli inizi dell’Ottocento, che scriveva senza odio, senza amarezza, senza paura, senza protestare, senza far prediche. La stessa condizione nella quale scriveva Shakespeare, pensavo, guardando il testo di Antonio e Cleopatra. E quando alcuni paragonano Shakespeare a Jane Austen, forse intendono dire che ambedue erano riusciti a dissolvere nella mente ogni ostacolo; ed è per questa ragione che non conosciamo Jane Austen e non conosciamo Shakespeare, ed è per questa ragione che Jane Austen pervade di sé ogni parola che ha scritto, proprio come fa Shakespeare. Se qualcosa faceva soffrire Jane Austen, questa era la ristrettezza della vita che le veniva imposta. Era impossibile per una donna andarsene in giro da sola. Lei non viaggiò mai. Non attraversò mai Londra su un omnibus, né mai fece colazione da sola in un locale pubblico. Ma forse era nella natura stessa di Jane Austen non desiderare ciò che non aveva. Il suo genio e le condizioni della sua vita si accordavano completamente.”

Ciao



Autore della risposta: Rosella
Risposta del: 11/02/2012 00:12:03
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No, non sono d'accordo. Jane fu una ribelle, nei modi che il suo tempo le consentì. Senza Jane non non ci sarebbe stata neppure Virginia, che cercava stabilità, ma non la trovò mai. Una persona stabile non si suicida. Vedo che per voi è difficile concepire come possa esistere la ribellione, interna, contro tutto e contro tutti, compresa la vita. Non potete farci niente, è qualcosa con cui si nasce, e che prima o poi un evento, per altri insignificante, porta allo scoperto. Clarissa è per me una donna insopportabile: poteva avere l'avventura, e non la volle. Io, in quel suo mondo stabile mi sarei suicidata, altro che dare feste. Per questo ammiro tanto Septimus, che per me trova l'unico, vero, grande coraggio, la ribellione suprema, l'unica ribellione possibile verso il mondo.
E un giorno lo troverò anch'io.



Autore della risposta: eloise
Risposta del: 13/02/2012 15:12:46
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Beh... la mia opinione come ho detto è comunque che sia innegabile un riconoscimento importante da parte della Woolf per la Austen, e poi colloco questa riflessione un po' nell'insieme di una riflessione più generale tra gli scrittori precedenti e quelli della generazione della Woolf. L'opinabilità della mia opinione (scusate i termini) del resto è scontata: basta dirmi che non è possibile mettere a confronto due persone vissute in momenti lontani e molto diversi, e su questa verità non c'è nulla da aggiungere.
Per il resto, vorrei soltanto non si perdesse di vista che sia Clarissa sia Septimus sono soltanto personaggi, oltretutto personaggi di uno stesso romanzo, forse entrambi strumenti di uno stesso, unico messaggio che pervade tutto il romanzo. Personalmente non li vedo così intimamente in contrasto l'uno con l'altro.

Eloise
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Autore della risposta: Tiziano
Risposta del: 13/02/2012 18:24:12
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Ci siamo: ho beccato il punto in cui fa la comparsa il narratore. La mia edizione è una Universale Feltrinelli, qui si trova a pag. 50. Si tratta di un'esplosione mistica e lirica (d'altronde siamo tutti concordi nell'individuare nella Wolf una forte componente lirica).
Peter sonnecchia su una panchina nel parco, sogna, ma il sogno diventa la visione della dea. E la visione si espande, lo supera, diventa poesia, come segnala l'anafora: "Questa visione". Non più Peter ma il "viaggiatore solitario" vede una "figura gigantesca": è Madre Natura? A me comunque rievoca questa figura del "Dialogo della Natura e di un Islandese" di Leopardi. E non ho dubbi che qui si manifesta il fondo tragico e mistico di questo romanzo, la sua struttura profonda, su cui si basa la duplice natura di Clarissa, donna moderna che reca in sé l'eco di istinti e sentimenti antichi.

Tiziano



Autore della risposta: eloise
Risposta del: 14/02/2012 16:02:36
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Ho trovato il passo. A me colpisce un po' tutto di questa passeggiata di Peter prima di riposare nel parco. Sembra un fauno che si aggira nel bosco alla ricerca di figure mistiche, e anche quel suo coltellino continuamente toccato e rigirato nelle mani è sicuramente un forte simbolo, di mascolinità, di selvaticità, come anche però di insicurezza. Si aggira nelle strade londinesi inseguendo pensieri, sensazioni e anche una ragazza (simbolo anch'essa di qualcosa) come se avanzasse tortuosamente nei meandri della psiche umana, o nei meandri autoriali di una penna che tenta un esperimento narrativo. Sì, il narratore fa capolino, altroché, in questo passo. "Tali sono codeste visioni" apre ripetutamente ben tre paragrafi successivi, come in un testo poetico. E poi, il risveglio: Peter Walsh così vicino, fisicamente e letteralmente, al bambino che dorme nella culla sotto gli occhi vigili della bambinaia, quindi una immagine femminile di sicurezza; e per contrasto di nuovo il richiamo alla morte con le parole "La morte dell'anima" con cui Peter si desta. Vita e morte di nuovo intimamente intrecciati.

Eloise
www.letteratour.it



Autore della risposta: eloise
Risposta del: 14/02/2012 16:26:17
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Mi colpisce un'altra cosa. Le visioni di Peter formano nella sua mente queste figure non ben identificate, ma sicuramente materne, di "compassione, comprensione, assoluzione". Ma di nuovo la maternità è legata all'idea della morte: si parla di "quella grande figura che mi ingiungerà (...) di salire sulle sue frondose chiome per lasciarmi dissolvere nel nulla". Poco più avanti, la figura diventa una "figura della madre di coloro che son rimasti uccisi nelle battaglie del mondo".
La guerra fa capolino in questo romanzo da tutte le parti, è un richiamo incessante anche se non definito.
Al momento narrativo dedicato a Peter non a caso segue un momento narrativo tutto dedicato a Lucrezia, e poi a Septimus: l'altro personaggio che ha intense visioni, nel suo caso prettamente legate alla guerra. La struttura è questa: un passo dedicato ad una donna, Clarissa, fortemente legata alla sua domesticità (desiderio di vita stabile) > un passo dedicato a un uomo, Peter, avventuriero visionario, visioni stranianti di vita e morte > un passo dedicato a una seconda donna, Lucrezia (desiderio di vita stabile) > un passo dedicato a Septimus, altro uomo perso nelle sue visioni, visioni di morte.
Alla fine, c'è l'incontro tra Peter e Septimus: Peter si volge verso la giovane coppia, e Septimus si accorge di quell'uomo che li guarda, vedendolo come un "morto in abito grigio".
E di nuovo il tempo esteriore scandisce tutti questi passi: It is time, Che ore sono, Settimio? Ti dirò che ore sono, In quel mentre batté l'ora sono tutte espressioni qui usate. "La vita va avanti" ci dice tutto il romanzo, e noi siamo rinchiusi in questo tubo che è la vita come tante formiche brulicanti in un'unica strada (strada di Londra), che ci piaccia o meno, che la amiamo o meno, che ci sfioriamo, capiamo, vediamo, sposiamo, ...o meno.

Eloise
www.letteratour.it



Autore della risposta: Tiziano
Risposta del: 18/02/2012 16:17:44
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Eloise, abbi pazienza...
Mi pare una questione non marginale, poi magari spiegherò perché: nella mia traduzione leggo "questa visione", tu invece riporti una traduzione diversa, che trovo interessante. Siccome non sono esperto di lingua inglese ti domando: hai una versione diversa dalla mia o hai letto l'originale? Perché vorrei sapere se vi è scritto this o that o such.


Tiziano



Autore della risposta: eloise
Risposta del: 20/02/2012 08:38:42
Messaggio:

Tiziano, in realtà anch'io ho letto il testo in una traduzione, a dire il vero vecchia, ma ho fatto di meglio: ho trovato una pagina web in cui il testo (si spera fedelmente, è di una Università) è stato riportato interamente in lingua originale. Il link è:

http://ebooks.adelaide.edu.au/w/woolf/virginia/w91md/

e c'è anche il passo che ci interessa: la versione originale recita: "Such are the visions". Se vai alla pagina e cerchi questo testo troverai subito l'intero passo. E ora dimmi che cosa ci sta sotto :)

Segnalo anche la pagina del sito da dove partire a cercare tutti i libri on line in versione inglese e gratuita, divisi per autore, mi sembra una risorsa davvero utile:

http://ebooks.adelaide.edu.au/meta/authors.html

Eloise
www.letteratour.it



Autore della risposta: ombra
Risposta del: 21/02/2012 09:37:42
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Vorrei soffermarmi con una riflessione sulla guerra e la sua presenza nell'opera. La Grande guerra fa capolino nel romanzo distillata nella tormentata figura di Septimus Warren Smith, il cui cognome, anagrammato, non a caso riconduce a war smitten, ovvero lo sconfitto, il terrorizzato. Septimus è affetto dalla sindrome del sopravvissuto; il suo disturbo mentale affonda le radici nel senso di colpa dell’essere ancora vivo quando i propri compagni sono morti. Quando muore Evans, l’ufficiale al quale era legato da una solida amicizia, Septimus non dimostra alcuna emozione; anzi, si complimenta con se stesso per aver reagito con tanto buon senso. Crede che la guerra gli abbia insegnato qualcosa. La guerra finisce quando lui è a Milano; le bombe lo hanno risparmiato. Una sera, quando lo prende il panico di essere insensibile a tutto, si fidanza con Lucrezia. La guerra è il paradigma della pazzia, una pazzia che non perdona e travolge tutti, anche i più dotati, nella sua folle corsa. E’ inevitabile il ricorrere alla vicenda personale di Virginia Woolf immaginarla mentre delinea le caratteristiche del suo personaggio. Septimus è un uomo promettente, un aspirante poeta. E’ tra i primi a partire volontario per la Francia, ingenuamente imbevuto di romantici ideali: per Septimus la patria da salvare consisteva quasi interamente delle opere di Shakespeare e del bruciante, nascente sentimento d’amore per la signorina Isabel Pole che lo trovava somigliante a Keats. Nel presente storico del romanzo la guerra viene considerata da lontano in una riflessione di Peter Walsh, che osserva come sia cambiata la vita dopo la guerra. Il conflitto ha portato molto dolore ma la vita riprende nell’animazione ed euforia delle sere estive a Londra. I giovani godono di maggiore libertà e questo è visibile nel comportamento delle ragazze, che possono essere più spontanee. La piramide sociale ne risulta alleggerita.

La prossima riflessione vorrei farla sulle figure femminile presenti nel libro. Devo però raccogliere meglio i miei pensieri.

Un saluto al prossimo post

PS: grazie Eloise il link che c'hai inviato è prezioso!!! :)



Autore della risposta: Tiziano
Risposta del: 25/02/2012 18:51:15
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Spiego la questione di "such", prendendola un po' alla larga.
Io sono un lettore e un letterato; da lettore quel che m'interessa è il piacere della lettura, da letterato ovviamente ho un approccio inquisitorio al testo, perciò indago strutture narrative, stili, ecc.. Soprattutto sono interessato alla dimensione antropologica della letteratura. Ovvero: perché si narra? Chi narra?
Il narratore è una figura affascinante e perfino inquietante, che c'è e non c'è.
Dunque. in "Mrs. Dalloway" avevo individuato la comparsa del narratore in quel punto della "visione" (col collegamento all'elemento mitico-mistico del racconto). Quando ho letto che c'era una versione "Tali sono le visioni" piuttosto che "Queste sono le visioni" m'è suonato un campanellino in testa, perché l'aggettivo dimostrativo "tale" ha una sfumatura semantica importante, significa "siffatto", "simile"; quindi mi conferma proprio che è comparso il narratore, che esprime il proprio distacco dalla narrazione con un gesto narrativo in tutto simile a quello di Manzoni quando dopo il monologo interiore di Lucia in fuga sul lago scrive: "Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia"

Tiziano



Autore della risposta: eloise
Risposta del: 27/02/2012 11:29:55
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Quoto in pieno l'osservazione di Tiziano. Il passo in questione fa parte di quegli esempi che costellano il testo (e secondo me non sono nemmeno così rari, anzi) in cui il narratore, che sembra giocare solo di indiretto libero e calarsi nei personaggi, in realtà è molto presente e dà una versione molto esplicita del suo punto di vista.

Eloise
www.letteratour.it



Autore della risposta: ombra
Risposta del: 27/02/2012 17:26:28
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Mi sa che su questo punto allora siamo quasi tutti in accordo. Anche a mio avviso il pensiero e punto di vista del narratore si evince chiaramente in diversi passi. Concordo nche io con Tiziano e Eloise.



Autore della risposta: eloise
Risposta del: 05/03/2012 17:39:07
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Non ho capito se dobbiamo già considerare chiusa questa discussione o meno. Ombra, mi sbaglio o volevi fare un appunto sulle figure femminili? Personalmente credo di aver detto già tutto quello che mi ha ispirato il romanzo. Certo a dire il vero da scrivere ci sarebbe ancora molto.
Sulle figure femminili, ad esempio, i rapporti che si intrecciano sono davvero tanti e mi fanno venire in mente tante domande da fare al testo, cioè per meglio dire sono tutte domande aperte dal testo stesso. Abbiamo la giovane coppia Clarissa/Sally da giovani, poi la stessa coppia più attempata che si ritrova alla festa: quali sono i rapporti tra le due donne e come cambiano col tempo? C'è poi la coppia Clarissa/Elizabeth, cioè la mamma e la figlia, anche nella versione Clarissa-da-giovane/Elizabeth: in che differisco mamma e figlia nella loro giovinezza? C'è la coppia Clarissa/amica-di-Elizabeth (di cui ora non rammento il nome, scusate): due modelli sociali a confronto. C'è anche la coppia Clarissa/Lady Bruton: la donna fragile e la donna di ferro (scusate le semplificazioni). Infine c'è anche Lucrezia. E la signora Bradshaw, forse il personaggio più lineare nel panorama dei personaggi woolfiani, perché rispondente all'esigenza di fare un'aspra critica alla società borghese benpensante e positivista. E la fioraia dell'inizio, e anche qualche altra di cui ora mi dimentico. Un mondo di figure femminili, forse più di quelle maschili, brulica in queste pagine.

Eloise
www.letteratour.it



Autore della risposta: ombra
Risposta del: 06/03/2012 09:43:11
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Scusata ma anche in questi gg la mia salute non va bene ... ma ci devo fare l'abitudine e guardare avanti. Di seguito vi riporto le mie considerazioni sulle figure femminili di Mrs Dalloway, che può essere definito la repubblica delle donne. In quest'opera a mio avviso infatti sono le figure femminili che emergono e caratterizzano lo scritto.A ben guardare, infatti, Mrs Dalloway è una galleria di intensi ritratti femminili. Clarissa l’abbiamo conosciuta; è una mistress of the house, una signora che organizza feste per l’alta società ma che rivela questa capacità di tessere una tela di affetti e di sentire affinità ed empatia anche per persone che non conosce intimamente. La sua condizione sociale non è diversa dalle eroine dei romanzi di Jane Austen. Miss Kilman è invece un’insegnante, espulsa dall’istituto nel quale insegnava e discriminata perché tedesca (siamo nell’immediato dopoguerra). Richard, il marito di Clarissa, le affida l’istruzione della figlia Elizabeth. La donna è brutta e infelice, preda di un profondo risentimento contro il mondo; nei confronti della sua allieva ha un sentimento di morboso attaccamento, per la sua bellezza e giovinezza. La Kilman cerca di persuaderla con le sue opinioni, di coinvolgerla nel suo fanatismo religioso. Lady Bruton è un altro interessante carattere del romanzo; anche lei è una manipolatrice: discende da una famiglia di militari, amministratori, ammiragli. E’ una donna che abita i quartieri del potere, a Mayfair, una lady di ferro che non ha mai letto un libro di poesia ma è in grado di impugnare un bastone da maresciallo e dare ordini a un battaglione. C’è anche Zia Helena, la miss Parry che Peter credeva morta. Zia Helena è della stessa generazione di Lady Bruton, ma il suo atteggiamento è più liberale e progressista. Da giovane ha viaggiato sola per la Birmania e per l’India alla ricerca di fiori: le sue letture preferite sono Darwin e i sostenitori della teoria evoluzionista. Sally Seton è invece l’amore giovanile di Clarissa, l’anticonformista e rivoluzionaria Sally; con lei Clarissa percorre le tappe salienti della propria educazione sentimentale, morale e civile, leggendo William Morris e gli autori del protosocialismo. Alla fine del romanzo la vedremo sposata e madre di famiglia; negli occhi della Lady Rosseter di oggi una Clarissa delusa non riconoscerà più lo spirito ribelle dell’amica che segnò la sua giovinezza. Elizabeth è invece la ventata di nuovo, il privilegio dell’essere giovani dopo la guerra. Nelle sincere parole di Miss Kilman tutte le professioni sono aperte alle donne della sua generazione: può fare il medico o l’avvocato, o far parte di un quadro dirigenziale e amministrativo della City, dove arditamente si spinge nel suo viaggio iniziatico per le vie di Londra, una parte della città dove i Dalloway non sono ancora arrivati. Lucrezia è invece l’amante sola e disperata, al quale Septimus si aggrappa per trovare un rimedio al suo senso di panico. Lucrezia è destinata a fallire nel suo tentativo di proteggere il marito, non perché non lo ami abbastanza, ma per via che ci si mettono di mezzo i medici (Holmes e Bradshaw) e il disagio psichico del reduce diviene senza speranza. Tutto il romanzo è punteggiato da figure di donne, da echi e memorie di potenze materne evocate dall’immaginario dei personaggi e al contempo reali e concrete: la vecchia mendicante che intona una canzone, la nutrice sulla panchina che sferruzza, o la vecchia signora della casa di fronte a quella di Clarissa, che accende e spegne la luce della sua visione.
Credo con questo di avere concluso le mie riflessioni su quest'opera. Vi ringrazio per i tanti spunti e il confronto che abbiamo avuto.
A presto



Autore della risposta: eloise
Risposta del: 06/03/2012 09:55:28
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Grazie a te Ombra per tutti gli interventi sempre densi di spunti interessanti! e ora però facci stare tranquilli e prenditi cura di te perché vogliamo sentirti dire che stai meglio, sennon bene!!...

Se Tiziano o altri non hanno nulla da aggiungere, chiuderei la discussione entro questo fine settimana. A questo punto fisserei una data d'inizio per la discussione su Ungaretti: facciamo il 17 marzo? che ne dite?

Un caro abbraccio e a presto!

Eloise
www.letteratour.it



Autore della risposta: Tiziano
Risposta del: 09/03/2012 15:51:57
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Non è finita qui!
La lettura della Woolf mi ha affascinato, perciò intendo approfondire un po' il romanzo, magari scopiazzando quello che avete scritto voi.

Per quanto riguarda Ungaretti risolvetemi una perplessità: dobbiamo leggere le poesie o, come io avevo proposto, solo "L'isola"?

ciao

Tiziano



Autore della risposta: eloise
Risposta del: 10/03/2012 15:40:17
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Ops!... Scusa Tiziano, allora non chiudiamo. Anzi, in fondo sono molto contenta che il romanzo ti sia piaciuto così tanto, io l'avevo detto fin da subito che ho un debole per la Woolf, e sarà sicuramente d'accordo con me anche Ombra :)

Per quanto riguarda Ungaretti anch'io avevo recepito che la discussione verterà solo su "L'isola", come avevi proposto tu. Io poi mi sono letta un po' di altre cose giusto per avere una infarinatura generale su tutte le poesie, data la mia quasi completa ignoranza al riguardo, ma questa è un'altra storia. Se volete, possiamo anche portare avanti le due discussioni insieme, dandoci tempo ancora per centellinare le ultime impressioni su Dalloway e nel contempo cominciare un approccio alla poesia di Ungaretti. Oppure sarebbe solo una brutta macedonia? Ditemi voi, io altrimenti mi perdo nei miei impeti e rischio di fare pastrocchi ;)

Eloise
www.letteratour.it



Autore della risposta: Tiziano
Risposta del: 10/03/2012 16:17:28
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Ma no, Eloise ....mi sono spiegato male. Intendevo dire che io proseguirò per mio conto l'analisi del romanzo (e magari ci scrivo qualcosa sopra). Mica voglio inchiodarvi qui a parlare di mrs. Dalloway .
Quindi traslochiamo pure verso l'alessandrino (tò! giuro che il gioco di parole è venuto fuori casualmente)

Tiziano



Autore della risposta: ombra
Risposta del: 12/03/2012 09:12:06
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Sono felice che la mia proposta di discutere di Mrs Dalloway abbia avuto questo riscontro. La Woolf è un'autrice che mi piace molto, forse tra le scrittrici è quella che prediligo, e sono contenta di aver avuto questo scambio con voi che mi ha arricchito.
Spero di cavarmela anche con "L'isola", ma li non assicuro niente se non un "ci proverò"!!!!

A presto



Autore della risposta: eloise
Risposta del: 12/03/2012 11:18:10
Messaggio:

Bene ragazzi, allora traslochiamo, come dice Tiziano! grazie a tutti anche da parte mia, è stato un piacere affrontare con voi a distanza di tempo questo testo, del quale ho riscoperto tutto il valore.
Ci risentiamo su Ungaretti a partire dal 17!
A prestissimo dunque :)

Eloise
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