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 La Signora Dalloway, Virginia Woolf
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eloise
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584 Posts

Posted - 29/01/2012 :  12:02:00  Show Profile  Visit eloise's Homepage
Carissimi,
mi anticipo di un giorno nell'apertura di questo post perché non so se domani avrò tempo.
Ecco quindi il nuovo post su La Signora Dalloway, di Virginia Woolf.
Come al solito mi piace illustrare la discussione con un patchwork di immagini scelte:



Mrs Dalloway è stato scritto nel 1925 ed è ambientato più o meno negli stessi anni. Di esso è stato fatto un film da Marleen Gorris nel 1997 con Vanessa Redgrave.

E ora... buona discussione a tutti!

Eloise
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ombra
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296 Posts

Posted - 30/01/2012 :  13:54:00  Show Profile  Visit ombra's Homepage
Ciao a tutti!!! :)
Visto che la proposta della Woolf è venuta da me, inizio anche la discussione.

Il libro è stato scritto nel 1925, periodo in cui l'autrice era nella fase di più acuto contrasto con il romanzo tradizionale. In Clarissa Dalloway l'autrice, avendo preso consapevolezza della natura lirica del suo talento, infuse, a mio avviso, tutto il suo senso di attaccamento e amore nei confronti della vita. Il romanzo mi appare come se fosse costruito sulla continua contrapposizione tra l'impulso di morte di Septimius e l'amore di Clarissa per la vita. A prova di questo la Woolf le fa "proferire" la frase:

"Che sciocchi che siamo, pensò attraversando Victoria Street. Lo sa il cielo soltanto difatti perchè la si ami sì tanto, ciascuno a suo modo, la vita, inventandosela magari, costruendola ciascuno intorno a sé, disfacendolo e creandola daccapo ogni momento; anche le persone sciatte e insulse, persino i più miseri degli sventurati che siedono là sulle soglia (e bevono alla loro perdizione) si comportano allo stesso modo; non vi si può porre rimedio - Clarissa ne era certa - mediante leggi dello Stato, per questa semplicissima ragione: tutti amano la vita. Negli occhi della gente, nel ciondolare, nell'andare vagabondando, nell'andare a fatica; nel frastuono e nel fragore; tra carrozze ed automobili e omnibus e furgoni e uomini-sandwich dal passo strascicato e dondolante; bande musicali; organetti di Barberia; nel trionfale metallico ronzio e nella strana alta canorità di un aeroplano, lassù, era ciò che essa amava: LA VITA; Londra; quel momento del mese di giugno."

Ho scelto questa frase anche perchè per me rappresenta a pieno il modo di scrivere di questa autrice: il flusso di coscienza, il monologo interiore del personaggio. Questo suo approccio a miei occhi la rende unica ed è eccezionale la sua maestria nell'esplorare l'interiorità dei personaggi. La sua grande capacità, a mio avviso, è quella di mostrarci i personaggi nella loro esteriorità ma anche nell'intimità del loro io.

Queste le mie prime riflessioni a caldo. Sono molto curiosa di leggere le vostre su uno dei libri e delle autrici che prediligo.

Un saluto
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eloise
Senior Member

584 Posts

Posted - 30/01/2012 :  14:54:36  Show Profile  Visit eloise's Homepage
Ciao Ombra! e grazie per questo inizio.
Io comincio giusto dicendo che sono passati molti anni da quando ho letto per la prima volta i romanzi della Woolf. Mi è sempre piaciuta come autrice. Ma Mrs Dalloway è stato forse uno dei romanzi che all'epoca mi era piaciuto meno, forse per la sua mancanza di azione, non so, magari mi aveva un po' annoiata con il suo eccesso di introspezione. A distanza di anni, sono contenta di averlo riletto perché sento di averlo apprezzato molto di più. Con più calma mi sono lasciata trasportare dal narratore nell'interiorità via via da un personaggio all'altro, e mi è piaciuta anche la leggerezza di questo "volo narrativo" capace di passare da un flusso di coscienza a un altro.
Hai ragione Ombra: questo è forse il romanzo in cui la Woolf esprime al meglio un concetto della vita come una moltitudine di cose, e mentre Clarissa tenta di nuotare in questo mare vitale di flussi, d'altra parte abbiamo Virginia che, con grande maestria autoriale, cerca di nuotare nel mare delle coscienze dei suoi personaggi.
Vorrei aggiungere un'altra considerazione un po' amara: questo grande flusso narrativo e vitale che è Mrs Dalloway, arricchito dalla sua riflessione sulla morte (Septimus), sembra un inno alla vita nonostante i suoi impulsi distruttivi, ed è triste pensare che la scrittrice alla fine è morta togliendosi la vita.

Per adesso mi fermo qui, ma ho mille cose da dire che mi sono annotata, anche, durante la lettura, e di cui vi farò parte! a presto.

Eloise
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ombra
Senior Member

296 Posts

Posted - 30/01/2012 :  17:38:42  Show Profile  Visit ombra's Homepage
Cara Eloise,
la tua condivisione della prima “esperienza” con questo libro mi ha fatto tornare alla memoria che per me è stato l’esatto opposto. Proprio il carattere estremamente introspettivo di questo scritto mi ha colpito ed affascinato avvicinandomi a questa autrice. Credo che nel momento in cui l’ho letto fossi sensibile a tali tematiche. Il momento che si attraversa e lo stato d’animo che si ha nell’approcciarsi ad una nuova lettura sono infatti variabile che influiscono molto sulle impressioni, sensazioni e emozioni che alla fine ne traiamo.
La riflessione sulla triste morte dell’autrice è in linea con i miei pensieri. Mi ha sempre rattristato profondamente il fatto che una persona che scrivesse ed inneggiasse in questo modo della vita venisse risucchiata a tal punto da togliersela. La forza che per lei aveva la vita è poi fortemente rappresentato in La signora Dalloway. Un esempio della riaffermazione della vita e della creatività sulla morte e la distruzione si ha quando Clarissa decide di proseguire con il ricevimento nonostante la notizia del suicidio di Septimius. L’autrice le fa prendere questa decisione non per cinismo ma per ribadire la forza che ha la vita sulla morte. Questa considerazione mi lascia ancora più mesta al pensiero che, alla fine, proprio Virginia si sia lasciata vincere dalla spinta di autodistruzione che tutti ci portiamo dentro e che costantemente combattiamo.

Un saluto
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Tiziano
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Italy
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Posted - 30/01/2012 :  22:34:27  Show Profile
innanzi tutto voglio ringraziarvi perché mi state facendo fare una specie di corso d'aggiornamento letterario, dopo che la letteratura m'aveva un pò stufato.

Siccome non ho ancora finito di leggere il libro la prendo alla larga, iniziando
1. con un mio lontanissimo ricordo: devo aver avuto circa 12 anni quando con i miei genitori vidi il film "Chi ha paura di Virginia Woolf?" (me lo ricordo abbastanza bene perché del film non capii quasi nulla ma mi colpì la crudeltà dei due personaggi che con lucidità si aggredivano e si distruggevano a vicenda), il film con la Woolf non c'entrava nulla, tranne che per - come poi ho scoperto - un labile legame con una filastrocca che canticchiano i protagonisti, che parla di un wolf cattivo; però Virginia Woolf mi restò sempre in mente collegata a Liz Taylor, straordinaria interprete della protagonista. Direte voi: che c'entra? Nulla.
2.Da studente universitario poi la Woolf diventò per me affascinante perché faceva parte del Bloombury Set, insieme allo straordinario Bertrand Russell (che ogni tanto si portava dietro il giovane allievo Wittgenstein), a Keynes, et alia, compreso Forster, autore del mio romanzo preferito "Passaggio in India". Una specie di paradiso degli intellettuali.
3. ma è stata proprio l'università ad allontanarmi dalla Woolf. Perché? Perché allora andava di moda Joyce (a proposito: furono gli Woolf a rifiutare la pubblicazione di "Ulysses"), c'era solo lui da leggere, studiare, commentare, ecc. ecc.. Io ho pagato il pedaggio ma che noia! Che "Ulisse" sia un'opera straordinaria lo ammetto ma è pur vero che mi addormentavo leggendolo.
4. Infine lessi "Gita al faro": sono rimasto impressionato (letteralmente) dalla seconda parte, la descrizione di quella notte che pare un vortice di tempo in cui si sente l'alito del nulla: La reputo un momento culminante dell'immaginazione letteraria.

Tiziano
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eloise
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584 Posts

Posted - 31/01/2012 :  08:53:24  Show Profile  Visit eloise's Homepage
Anche Gita al faro è un romanzo che ho letto molti anni fa, e mi piacque immensamente. Ma credo che dovrò rileggerlo pure quello, chissà quante cose mi rinfrescherei e riapprezzerei. Un'altro romanzo che mi è piaciuto tantissimo è Jacob's room (e si sa quanto il tema del ROOM nella Woolf sia importante). Tra i due c'è una struttura narrativa simile, nel senso che entrambi si sviluppano su due parti, con una pausa nel mezzo di anni, o comunque una pausa che "rompe" tra il primo e il secondo momento narrativo, un effetto stupendo. Questa rottura in Jacob's room si manifesta col tema della presenza/assenza del protagonista nell'ambiente suo familiare (nella prima parte lui c'è, nella seconda lui è assente, nel mezzo - chiaramente - c'è stata la guerra), un'assenza percepita dalle cose, dagli oggetti, dalle voci che rimangono senza risposte, una presenza/assenza che il narratore capta e trasmette quindi solo attraverso elementi ESTERNI: la Woolf-autrice non avrebbe mai potuto o voluto veramente "entrare" nel flusso di coscienza di un ragazzo che rappresenta tutto il contrario di ciò che lei come persona ha potuto fare e avere, non a caso (l'università, la tradizione culturale, i privilegi maschili...). In Mrs Dalloway invece, romanzo che viene scritto subito dopo, la Woolf attua questo connubio tra la voce narrante e i suoi personaggi, aiutata in questo dal personaggio di Clarissa, questa donna straordinaria che proprio nella sua non-straordinarietà, nella sua fragilità, nei suoi difetti anche, riesce in qualche modo a sforzarsi di essere "onnicomprensiva" della realtà che la circonda, e questo anche grazie alla sua visione sfaccetata della vita e del quotidiano.
In Gita al faro, si tratta di nuovo di personaggi femminili, e il contrasto instaurato è tra la donna di casa, la mamma, la "matrona" (una specie di Clarissa superestesa nel suo ruolo domestico) e la ragazza più giovane, l'artista, quella che alla fine compie la gita al faro nella seconda parte, alla ricerca della propria identità anche in contrasto con la donna di casa (scusate, non ricordo i nomi). Anche qui, come in Jacob's room, c'è il tema dell'assenza, ma stavolta per discostarsi da un riferimento femminile. Quello che rimane imperturbato, secondo me, in tutti questi romanzi e al di là delle similitudini e differenze, è una visione sfaccettata e multipla della realtà, che nel primo caso (Jacob) è disperata constatazione (l'idea della morte, la presenza della guerra incidono molto), nel secondo (Dalloway) è riaffermazione e accettazione della vita nonostante tutto, nel terzo (Gita al faro) è tentativo artistico di recuperarne e ricompattarne il senso. C'è una modernità e una ricerca autoriale in tutto questo tali da mozzare il fiato.

@ Tiziano: nonostante tutto ti invidio il fatto che, seppur obbligato, hai letto l'Ulisse. A me ancora è mancato questo "pedaggio". In compenso mi sono letta tutti e 7 i volumi della Recherche... Pian piano rimedierò... magari quando avrò l'età di Clarissa?

Eloise
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Rosella
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Posted - 31/01/2012 :  20:12:38  Show Profile
Butto qui anch'io le mie prime impressioni, che saranno naturalmente da affinare e rivedere.
Ero ancora alle prime pagine del libro quando esclamai: "Questo non è un romanzo, è un esperimento scientifico applicato alla letteratura!".
Becky, curiosa e interessata come sempre, venne a domandare, e mi passò la sua antologia, con la pagina di Virginia Woolf e un brano tratto da "Al Faro". La pagina introduttiva parlava in effetti di "letteratura sperimentale", e sembrava apprezzare Virginia più come critica e saggista, anche come donna impegnata sul fronte dei diritti femminili, anzichè come narratrice.
Mi trova abbastanza d'accordo.
Ho trovato pagine di cui avrei voluto la traduzione inglese a fianco, vere e proprie liriche, quando descrive la natura, in modo inconsueto, affascinante, fantasioso, onirico, sublime. Sono concentrate soprattutto all' inizio dello scritto, che non è un romanzo, è un anti-romanzo, con la completa dissoluzione della trama e la quasi totale assenza di dialoghi.Il modo in cui ogni volta entra nel personaggio, donna o uomo, povero, o ricco, è incredibile. Dardeggia, non tratteggia. I caratteri sono costruiti pensiero dopo pensiero per connettersi direttamente al nostro pensiero, fino al subconscio, insieme allo stidente contrasto tra quelli propri e quelli altrui.
Ma, sinceramente, che noia! Forse perchè questa è la mia terza rilettura? Poche pagine alla volta, o la testa inizia a ciondolare.
Insomma, Virginia mi piace tantissimo, mi piace lei e mi piace il suo modo di scrivere, ma va presa come un farmaco, a piccole dosi: troppa insieme può far male.

Rosella - Gwendydd
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Rosella
Senior Member

309 Posts

Posted - 01/02/2012 :  23:31:07  Show Profile
Carissime Ombra ed Eloise,
E' molto curioso come lo stesso libro possa suscitare reazioni diverse da persona a persona, ma anche nella stessa persona ad anni di distanza.
La prima volta, al liceo, avevo 18 anni; ne lessi solo qualche brano, studiai la vita di Virginia e la storia del suo gruppo di intellettuali. Era il mio compito, e lo svolsi.
Verso i 30 anni lo comprai, in edicola: lo lessi d'un fiato, lo ritenni più adatto per essere studiato, piuttosto che letto in un momento di relax, e lo dimenticai quasi del tutto.
Oggi, all'età di Clarissa, l'ho affrontato come una sfida.
A differenza di voi, non ho trovato affatto gioia di vivere, ma tutto il contrario.
Clarissa non vive, vegeta: una sciocca donna che vede il mondo solo in funzione di se stessa, non comprende i sentimenti altrui, e non ha altro da fare che organizzare feste e pranzi per non sentirsi sola. Ma è' sola. Tutti i personaggi sono soli, ciascuno immerso nel proprio mondo interiore, che non può comunicare ad altri, mai. Il più vivo è proprio il povero Septimus, che ha affrontato un mondo tragicamente vero e reale: la guerra. Nessuno può capirlo, perchè nessuno era con lui. Subito dopo viene Peter, l'avventuriero, il fallito; l'unico che capace di osservare, in modo creativo, il resto del mondo. Gli altri sono alieni rinchiusi in un guscio troppo stretto, al quale tuttavia si sono ben adattati, raggiungendo i traguardi del denaro e del successo.
Virginia non narra, si eclissa, eppure... Una donna come lei avrebbe provato simpatia per una convenzionale Mrs. Dalloway?

@Tiziano: complimenti per aver vinto su Ulysses. Il mio insegnante di liceo lo definì "una noia terribile"... ed io l'ho sempre fuggito.

CIAO

Rosella - Gwendydd
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eloise
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Posted - 02/02/2012 :  11:01:08  Show Profile  Visit eloise's Homepage
Bene Rosella, allora vuol dire che Mrs Dalloway dovrò rileggerlo anche in futuro così potrà regalarmi nuovi spunti! :)
A me comunque ora come ora non mi sembra un personaggio così convenzionale, certo ha tante pecche e fragilità ma in fondo la storia stessa mostra come tutto giri e si polarizzi intorno a lei, e la festa è un po' l'apice di questa polarizzazione. Nonostante ogni personaggio abbia difficoltà a uscire da sé, noto comunque che tra marito e moglie, anche nei loro silenzi reciproci, reciprocamente ben comprendono la natura del loro amore; noto che nonostante la distanza tra lei e la "generalessa" (Mrs Burton? non ricordo bene il suo nome) sotto c'è una stima profonda; noto che è una donna che ha polarizzato per anni l'attenzione di un altro personaggio non banale, Peter Walsh; noto che è colei che ha attirato l'amicizia della stravagante Sally; eccetera. Non può trattarsi di un personaggio convenzionale e basta.
Può essere che lei non rappresenti l'ideale femminile della Woolf (credo proprio che non lo sia... ma quale esso sia non è nemmeno facile da immaginare) ma credo altrettanto che come personaggio nonostante lo stile ind libero, il flusso di coscienza ecc, sia innegabile che lei dia anche voce in alcuni passi ai pensieri stessi della Woolf, per esempio in un passo come questo:

quote:
Ma lei disse, quel giorno (...) di sentirsi presente dovunque: non soltanto qui - "qui, qui", e batté le nocche sullo schienale del sedile - ma da tutte le parti. Fece un cenno con la mano, quel giorno, per Shaftesbury Avenue: dappertutto era, lei. Sicché, per conoscerla - per conoscere chiunque è necessario strologare tutti quelli che completano una data persona; e anche i luoghi. Strane affinità ella aveva con persone cui non aveva mai rivolto la parola (...). Si andava così a parare in una teoria trascendentale che, unita al suo terrore della morte, a lei consentiva di credere, o dir di credere (nonostante tutto il suo scetticismo) che, dal momento che le nostre "apparizioni", cioè la parte di noi che compare, sono così fugaci, momentanee, in confronto all'altra parte, la parte che di noi non si vede e che invece si effonde e diffonde, potrebbe essere proprio quest'ultima a sopravvivere (la parte invisibile) e venir recuperata in qualche modo, attaccata a questa o a quell'altra persona, o magari presente in certi luoghi, dopo la nostra morte. Forse... può darsi.


Un passo che si può anche leggere come meta-testo, sembra quasi che qui la stessa Woolf espliciti una sua teoria della vita, lei che non a caso ha detto: Life is a luminous halo (una delle mie frasi preferite). La vita è come un alone luminoso, c'è un qualcosa che brilla ma i contorni sono sfumati e pieni di minuscole particelle di nebbia, e così com'è la vita così sono anche le persone, questo sembra dirci la Woolf, e Mrs Dalloway è un po' la rappresentazione, la "messa in scena" irreale di questa visione della vita.

(Scusate se quando parlo di letteratura mi sembra di volare e non mi fermo più...)

Sulla scia di quanto appena detto mi sembra che ci si possa chiedere:
1. All'inizio del romanzo vi sembra che ci sia una contraddizione, una opposizione tra "Mrs Dalloway" (anche titolo, nb) e "Clarissa" e basta (cioè tra la donna racchiusa nel suo ruolo sociale, donna sposata e etichettata, Mrs Dalloway, oltretutto cognome del marito eccetera eccetera, versus la donna con il suo mondo interno e la sua essenza "vitale", Clarissa e basta appunto)?
2. E in chiusura del romanzo, con quel meraviglioso balzo stupito e incantato di Peter Walsh:

quote:
Cos'è questo terrore? E questa estasi, cos'è? si chiedeva tra sé e sé. Cos'è che mi mette addosso questa smania straordinaria? È Clarissa, si disse.
Infatti, lei era lì accanto.


non pensate un po' come me che la Woolf instauri il rapporto di similitudine Clarissa = vita?

Eloise
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Tiziano
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Italy
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Posted - 02/02/2012 :  12:35:31  Show Profile
Toh, ho trovato un passagio del testo in cui c'è una perfetta corrispondenza tra un mio stato d'animo attuale e quello di Peter.
Io non sono più giovane (meschina litote per non dire che sono vecchio, soprattutto spiritualmente), perciò mi trovo nella situazione - per certi aspetti interessantissima - di Peter quando, seduto sulla panchina dopo la visita a Clarissa, pensa: le passioni restano forti come sempre, ma almeno si guadagna - alla fine! - quella capacità che dà all'esistenza il suo gusto supremo - la capacità di tenere l'esperienza nelle proprie mani, e di volgerla, con una lenta rotazione, verso la luce.
Che è, attualmente, la mia principale occupazione: valutare lucidamente e con distacco la mia vita, quel che ho fatto e quel che non ho fatto, il bene e il male, il bello e il brutto che ci sono stati; aggiungerei che, come mi pare implicito nel testo, l'esperienza si vede come un prisma che rifrange i raggi luminosi, forma uno spettro che la rende affascinante, un'aura che la impreziosisce.
Dopo questa, spero perdonabile, digressione esistenziale, presento due considerazioni:
1. leggendo ho avuto l'impressione che il racconto sia una specie di flipper (vecchio gioco in cui una bilia metallica rimbalza da tutte le parti) in cui la sguardo del narratore, come la bilia, rimbalza da un luogo all'altro, da un personaggio all'altro, costruendo un intreccio prospettico complesso che dovrebbe essere districato (un pò come nei quadri cubisti di Picasso).
2. l'analogia col flipper prosegue perché si potrebbe quasi disegnare la mappa dei percorsi dello sguardo narrativo, dato che tutto il racconto si snoda nel centro di Londra: quel negozio, quella via, quel parco, quella casa, ecc. ecc.

@Eloise: abbiamo pareggiato: tu non hai letto Ulisse, io non ho letto la Ricerca (da giovane studente, poiché in questo caso non ero obbligato, per rispetto, perché pensai che se lo avessi fatto avrei dovuto leggerla tutta, con l'impegno che richiedeva; dopo la gioventù perché non avevo più l'ardore di affrontare quell'impegno)

Tiziano
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eloise
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Posted - 02/02/2012 :  14:42:22  Show Profile  Visit eloise's Homepage
quote:
aggiungerei che, come mi pare implicito nel testo, l'esperienza si vede come un prisma che rifrange i raggi luminosi, forma uno spettro che la rende affascinante, un'aura che la impreziosisce


Scusate anche me, ma di fronte a queste frasi non posso fare a meno di esclamare: accidenti!! che fortuna. Magari capitasse a me di guardarmi indietro e intorno e vedere tutto quanto costruisco (cerco di costruire) nella mia vita come una luce multicolore rifratta!... Mah, sarà che per ora vivo nel più completo marasma e non riesco a districare una sola matassa di queste mie giornate...
Vabbe', chiudo piamente qui l'off-topic, abbiate pietà.

Eloise
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ombra
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Posted - 02/02/2012 :  15:28:04  Show Profile  Visit ombra's Homepage
Cara Eloise,
devo dire che le due domande che ti sei posta sono in accordo con quello che mi è venuto in mente nel momento stesso in cui ho finito di leggere il libro. All'inizio in effetti sembra come se la Woolf ci voglia far notare la differenza tra ciò che Mrs Dalloway è all'esterno e ciò che invece è la donna nel suo profondo per farci comprendere come ci sia dualità nei comportamenti umani: da un lato c'è il nostro mostrarci al mondo, la falsità e dall'altra quello che realmente siamo e che a pochi o forse a nessuno realmente mostriamo.
Questa è una mia personale visione e riflessione.
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eloise
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584 Posts

Posted - 02/02/2012 :  15:57:25  Show Profile  Visit eloise's Homepage
Un'altra osservazione che colgo un po' per caso.
Tiziano ha parlato dell'esperienza come un PRISMA. L'ha fatto riferendosi alla propria esperienza. Ma nel testo ho trovato lo stesso termine di paragone - il prisma - con riferimento alle persone, anzi a Clarissa stessa: e questo mi permette ancora di più di pensare come nel romanzo si delinei la corrispondenza CLARISSA/VITA. Mi riferisco al passo - assolutamente proustiano - in cui la protagonista si guarda allo SPECCHIO:

quote:
Quante migliaia di volte aveva visto la propria faccia e, sempre, con quella stessa, impercettibile smorfia (...) Quella era lei quando un certo qual sforzo, un certo qual invito a essere se stessa, connetteva le varie sue parti insieme, quanto diverse solo lei sapeva, quanto incompatibili, e riunite così, per il mondo soltanto, intorno ad un unico centro, in un unico prisma


Proseguendo nella narrazione, e come piccolo tributo anche a Tiziano (scusami, ma credo di aver capito che ti soffermi particolarmente sui passi dedicati al mare, e allora leggendo spontaneamente ho pensato a te e al contempo mi sono venute in mente analogie e differenze)... dicevo proseguendo nella narrazione troviamo Clarissa che da queste riflessioni sulla sua natura molteplice, capace di rimanere "compatta" forse solo attraverso gli occhi degli altri e le "etichette" che porta addosso (la "Signora Dalloway", la "padrona di casa", ...), prova sollievo proprio nel fatto che c'è qualcosa di "solido" ed esterno a lei che la tiene compatta (appunto il suo ruolo esteriore di Signora e Padrona di casa), in profonda opposizione con la natura sfaccettata e volatile della sua interiorità. Ed è a questo punto che si dice (ecco che entra in scena l'immagine del mare):

quote:
Fu pervasa da un senso di pace, era calma, contenta (...). Così in un giorno d'estate le onde si rigonfiano, si frangono e ricadono; si raccolgono e cadono; e il mondo intero sembra dire "questo è tutto" sempre più ponderosamente, finché persino il cuore, nel corpo che giace sul lido, sotto il sole, dice anch'esso: questo è tutto. Più non temere, dice il cuore, fear no more, dice il cuore, affidando il suo fardello al mare, che sospira collettivamente per tutti i dolori, e si rinnova, ricomincia, raccoglie, lascia cadere.


Non ho potuto fare a meno di pensare al nostro Palomar anch'esso seduto sulla riva a guardare il mistero del mare, come dice Valéry, "toujours recommencé", sempre ricominciato. Che là è mistero del mondo esterno che la mente non riesce a inquadrare, né scientificamente né in nessun altro modo, qua invece è sollievo per il suo stesso movimento continuo, per il suo stesso essere l'emblema di una continuità sempre in movimento.


Ombra ti leggo solo ora - stavo scrivendo mentre hai postato ;) : sono contenta di vedere che ti sei posta le mie stesse domande, allora le mie hanno qualche fondamento! Forse è proprio qui che sta il motivo di ciò che ha rilevato Rosella: i personaggi sono tutti mondi chiusi in se stessi.

Eloise
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eloise
Senior Member

584 Posts

Posted - 02/02/2012 :  19:51:30  Show Profile  Visit eloise's Homepage
Oggi faccio una full-immersion in Mrs Dalloway... Sarà il tempo nevoso che mi spinge a chiudermi in casa anche coi pensieri :)
Mi è venuta la curiosità di guardare qualche spezzone su You Tube del film che cito ad apertura della discussione... devo dire che quel poco che ho visto mi ha fatto una brutta impressione. Capisco la difficoltà di rendere in un film tutta la narrazione e le digressioni che ci sono nel romanzo, ma quel sovrapporre le voci dei personaggi con le voci interiori mi è sembrato proprio osceno, e poi mi è parso anche che si siano rese troppo esplicite certe riflessioni che Virginia invece solo sfiora o suggerisce, e insomma se non si riesce a far di meglio forse è meglio astenersi...
Buona serata a tutti!

Tiziano spero tu riesca a risolvere i problemi coi post, altrimenti fammi sapere!

Eloise
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Rosella
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309 Posts

Posted - 03/02/2012 :  17:03:27  Show Profile
Sì, Eloise, sono d'accordo: in Clarissa sussiste una profonda differenza tra ciò che deve essere per il mondo e ciò che è nel suo intimo; aggiungo che questo è un segno che investe quasi tutti i personaggi, chi più chi meno. I più superficiali (per me il vanesio Hugh e la granitica Lady) ne sono meno toccati; Peter se ne rende conto, ma non riesce ad uscire dal dualismo; il povero Septimus è l'unico che si mostra per quello che veramente è, e viene giudicato pazzo. Invece è solo sensibile, intendo dire dai sentimenti profondi, e la guerra lo ha, ovviamente sconvolto.
Per il resto... non mi sento adatta ad analizzare troppo a fondo un romanzo come questo. La mia formazione mi porta a vedere i disturbi e i complessi da cui sono afflitti i personaggi facendone una diagnosi psicologica, prettamente scientifica. Oggi ci sarebbero pillole per tutti. Per uniformarsi alla maschera, per non disturbare, per restare nella norma. Virginia si esprime attraverso tutti i suoi personaggi, dicendoci cosa sente, cosa approva, ciò che le è affine. Così come nel libro le persone dicono una cosa e ne pensano un'altra (Richard e Hugh che entrano nel negozio, per esempio), Virginia scrive, ed ognuno di noi cerca disperatamente di capirla.
Bello anche il pensiero sui conuigi: credo sia questo il vero amore, capace di resistere per anni, soprattutto nelle avversità. Povero Septimus: si perde, perchè lui non è del tutto innamorato.

Rosella - Gwendydd
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Tiziano
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Italy
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Posted - 03/02/2012 :  23:49:39  Show Profile
Concordo con la valutazione di Eloise e Rossella: una caratterista essenziale dello stile della Woolf è la sua liricità; la sua è prosa poetica, che brulica di metafore, e questo potremmo definirlo un romanzo lirico.
Vorrei introdurre una riflessione sul genere “romanzo”. Gli anni in cui la Woolf scrive i suoi romanzi sono anni straordinari per la narrativa: Svevo, Pirandello, Joyce, Proust, Kafka, Musil, la stessa Woolf, sperimentano tecniche narrative nuove, superando il naturalismo ottocentesco, che viene curvato verso la dimensione psicologica del personaggio. Trattare il racconto come un esperimento ideale era del resto già stato proposto da Zola. D’altronde se da un lato è vero che si rifiuta il realismo dall’altro l’indagine psicologica sembrerebbe (uso il condizionale perché credo invece che non sia così, ma questo è un approfondimento che non posso fare ora) una ulteriore forma di realismo. Pensate a Verga, ad esempio; perché non conclude il “ciclo dei vinti”? Io suppongo che non l’abbia concluso proprio perché se fosse “salito” dai popolani ai borghesi e agli aristocratici sarebbe approdato al romanzo psicologico decadente; non poteva scrivere “L’uomo di lusso” perché avrebbe dovuto descrivere un Dorian Gray o un Andrea Sperelli. E infine scoprire il personaggio-atomo, come lo ha definito Debenedetti, il quale addirittura ha proposto (a sproposito, secondo me) una corrispondenza tra racconto novecentesco e principio di indeterminatezza. Ciò detto, qual è l’esperimento della Woolf? Torno all’analogia del flipper, che mi piace: il narratore onnisciente muove il suo sguardo-bilia verso i personaggi, ogni volta che incontra un personaggio penetra nella sua intimità, che descrive attraverso il flusso di coscienza, così come nel flipper ogni ostacolo colpito suona e assegna punti, poi lo sguardo-bilia rimbalza verso un altro personaggio e via di seguito. Così si evolve la storia. Prima o poi la pallina finirà in buca: game over. Notare: la fine del gioco è la fine del narratore, oltre che della narrazione. Ma – dice Rossella – “Virginia non narra, si eclissa”, eppure benché invisibile, è sempre presente. Se ho un po’ di tempo e di acume cercherò di mostrarvi qualche esempio di come funziona il giochetto.
Ma torniamo al personaggio di Clarissa. Credo che siamo d’accordo sul fatto che sia uno e bino: c’è la Clarissa donna di mondo ma c’è dietro di lei una ombra che fa immaginare qualcosa di trascendente; è la vita, dice Eloise; è la sibilla che scopre il mondo come moltitudine di cose; è, lo ricavo da un’osservazione di Eloise, Dioniso che guardandosi allo specchio fa nascere il mondo; mi pare sia Rossella ad aver citato “dappertutto era lei”; per Peter è fonte di estasi e terrore. Insomma: di cosa è simbolo o simulacro Clarissa? Non è che dietro di lei si risvegli il mito?

Ah, ringrazio Eloise per il “tributo” che mi ha dedicato. Ed ha colto nel segno: per me il mare è un paesaggio esteriore ed interiore.


Tiziano
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