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Posted - 04/12/2009 : 10:38:55 Gesualdo Bufalino riesce nell’impresa impossibile di reinventare l’attrazione fatale tra Eros e Thanatos, da sempre tema fondante dell’arte non solo letteraria, ma musicale, teatrale, cinematografica. E ne propone una declinazione inedita e sorprendente, nonostante rielabori lo sfruttato assunto narrativo della donna che muore di mal sottile secondo il collaudato canone del melodramma. Nel testo, dal tessuto linguistico magicamente barocco e anticheggiante, si possono cogliere citazioni più o meno esplicite: La Dame aux camelias di Dumas figlio e La traviata di Verdi, La montagna incantata di Mann e il film Amanti senza domani che nel 1932 aveva meritato a Robert Lord l’Oscar per il miglior soggetto. Anche in Diceria dell’untore un sentimentalismo esasperato domina la storia di amore e morte costruita intorno al morbo della tisi, a cui si associa il concetto stesso di consunzione. Ma, come è stato sottolineato dalla critica, lo scrittore di Comiso «mette in scena qualcosa di più della dissoluzione melodrammatica dei suoi personaggi: egli mette in scena la dissoluzione stessa del melodramma». In un’intervista all’amico Leonardo Sciascia, che con Elvira Sellerio lo ha incoraggiato a pubblicare il romanzo, Bufalino confida: «Mi è venuto dall’esperienza di malato in un sanatorio palermitano negli anni del dopoguerra, quando la tubercolosi uccideva e segnava ancora come nell’Ottocento. Il sentimento della morte, la svalutazione della vita e della storia, la guarigione sentita come colpa e diserzione, il sanatorio come luogo di salvaguardia e d’incantesimo. E poi la dimensione religiosa della vita, il riconoscersi invincibilmente cristiano». È l’estate del ‘46. Un reduce, colpito dalla tbc, approda in un sanatorio, “la Rocca”, diretto da una figura inquietante, il “Gran Magro”, l’anziano primario nobile e alcolizzato. Nel loro rapporto dialettico irrompe la diafana Marta, irrimediabilmente segnata dal male e dalla violenza della guerra. Tra i due giovani scaturisce un amore senza futuro. E mentre la tubercolosi falcia via la ragazza, il “Gran Magro” e altri degenti senza speranza, la ritrovata salute viene vissuta dall’io narrante appare come una diserzione dal “noviziato della morte” intrapreso insieme a quelli che non ce l’hanno fatta: un involontario tradimento, che richiede almeno il riscatto del racconto, la testimonianza della “diceria”. Il Teatro Stabile ne propone per la prima volta un adattamento scenico affidato alla riduzione drammaturgica e alla regia di Vincenzo Pirrotta, con la presenza protagonistica di Luigi Lo Cascio.
DOVE: Teatro Verga, Via Giuseppe Fava 35 QUANDO: dal 20 Novembre al 13 Dicembre
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