Il Calamaio

Fra le righe del Salento e dei Balcani

Intervista allo scrittore Fabio M. Rocchi

Feb 132021

Fabio Massimo Rocchi, dall'accento toscano che non tradisce le sue origini, (di cui l'autore va fiero), vive e lavora a Tirana. Autore esordiente, scrive La disputa sul raki e altre storie di vendetta edito da Besa, che arriverà in tutte le librerie e su tutti gli store on line a partire dal 25 Febbraio 2021. Con simpatia e grande accoglienza, Rocchi racconta del suo libro e si racconta in un'intervista-dibattito che ci ha gentilmente concesso. Buona lettura!undefined

Da quale esigenza nasce questo libro?

Volevo descrivere un certo tipo di società, tenendomi alla larga dalle scritture dell’io e dalla moda dell’autofiction, che vedo molto rappresentate nel mercato editoriale contemporaneo. Negli ultimi sei anni ho vissuto in Albania, a Tirana, e mi sono reso conto fin da subito che la circostanza poteva rappresentare uno straordinario punto di vista privilegiato per osservare alcuni fenomeni. Qui, negli ultimi venti anni, si è consumata una bruciante transizione che alla velocità della luce ha proiettato il vecchio mondo in una nuova dimensione. Entrambi gli emisferi ancora coesistono, in un equilibrio precario. Un universo ideologico e culturale è tramontato ed è sorto un nuovo sole, che noi occidentali conosciamo bene e che si è chiamato tardo-capitalismo prima e post-capitalismo nella sua fase più avanzata. Ho cercato il più possibile di ambire ad un tipo di scrittura plurale, mettendo in scena una coralità di personaggi che mi permettesse di affrontare la situazione sotto differenti punti di vista.

Affermi che negli ultimi anni in cui hai vissuto a Tirana hai potuto toccare con mano questa grande voglia di cambiamento, di trasformazione e a conti fatti di futuro. Pensi che si sia instaurata anche una nuova mentalità?

È una domanda molto complessa. Faccio fatica a rispondere, perché non ho strumenti da sociologo. Una cosa mi sembra evidente: i protagonisti delle nuove generazioni, che sono quelli che mi hanno interessato soprattutto in alcuni racconti, non vogliono avere niente a che spartire con il proprio passato. Ne prendono le distanze in maniera netta. Non so se questo atteggiamento verrà poi corretto nel corso degli anni grazie ad una maggiore maturità, però sento che c’è un’esigenza forte: lasciar cadere una implicita figura di reticenza sulla memoria. Il mondo delle tradizioni, che è così radicato in una società da sempre occidentale come la nostra, tanto da rivivere in forme molteplici nella contemporaneità, qui viene davvero poco celebrato dai giovani. Non ci si volta indietro. Questo è un paese che va avanti, le generazioni dei ventenni e dei trentenni hanno l’ossessione di imprimere un ritmo diverso alle proprie vite.

Questo è il tuo primo libro. Lo stile che a me è arrivato è assolutamente lineare, ti ho trovato molto quadrato. Le tue frasi, anche quando esprimono concetti articolati, si riducono a pochi termini, e non così ricercati. Ti riconosci in questa sintesi? È una caratteristica che hai volutamente ereditato da altri autori o la senti come una tua prerogativa?

In realtà questo è il mio terzo libro, anche se è il primo ad essere pubblicato. Mi fa piacere che tu abbia notato la mia diciamo “asciuttezza”, il mio andare alla ricerca del minimo indispensabile per esprimere un concetto. È quasi un’assenza di stile. Sono anche in imbarazzo nel rispondere, perché mi rendo conto che per uno che vuole essere definito scrittore la questione dello stile sia fondamentale. Per me stile è una cosa un po’ diversa da quella che si intende comunemente. Non si attua nella frase, ma si manifesta nell’assemblaggio di alcune sequenze narrative che devono avere un grande senso del ritmo. Sono contento che da più parti mi venga detto che il libro si lasci leggere con una certa rapidità. Questo per me è un piccolo successo, perché fa seguito a una scelta stilistica che come giustamente tu noti non si rivela nell’ornato, nella per me insopportabile scelta della parola a effetto o peggio ancora desueta, che si può anche usare intendiamoci, ma che rallenta, che diventa sfoggio di erudizione. Io ho provato ad operare sulla giustapposizione di blocchi narrativi che devono avere un percorso, seguire un iter e molto spesso arrivare a destinazione. Sulla questione dello stile sono in difetto nell’utilizzo di figure retoriche ma sono, credo, a un passo dall’essere ossessionato nel momento in cui vado a costruire un qualcosa che è mio. Si tratta di storie che se tu le vai, narratologicamente, a smontare, si rivelano animate davvero da tanti momenti, vivono di tanti incastri, di tante connessioni che magari non si colgono e non si devono cogliere a prima vista perché è l’intera tessitura che deve tenersi insieme. Visto che mi solleciti sulla questione dello stile, c’è però da dire che all’interno di questa raccolta emergono in realtà due stili in parte differenti. La Disputa è costruita sull’alternanza di vecchio e di nuovo, o meglio, i racconti con numero dispari si occupano di narrare alcuni aspetti della vecchia Albania mentre i pari di annunciare la nascita di un nuovo tipo di società e di individuo. Nei racconti retroflessi su riti e strutture sociali del mondo passato, c’è una eco di una certa narrativa realista-socialista e, volendo guardare ancora più indietro, forse qualche omaggio ad alcuni dei grandissimi maestri dell’Ottocento russo; senza dubbio c’è una tonalità di questo tipo, all’inizio non è stata una scelta consapevole da parte mia ma rileggendo è innegabile che le cose stiano così. Guardando al nuovo – e quindi ai racconti con numero pari per capirci – invece credo che ci sia una tendenza, non so quanto realizzata, nei confronti di una resa cinematografica della scena. Se tu vai a vedere sono tutte piccole sceneggiature in cui il lettore che ha un orecchio attento, il lettore che ha anche digerito cioè tanto cinema e tanta fiction, tanta lunga serialità televisiva, quasi può intravedere i movimenti di una ideale macchina da presa.

Il titolo l’hai deciso tu?

Sì, il titolo l’ho proposto io in questa forma a Livio Muci, per il quale nutro profonda stima e verso il quale sono grato. Gliene ho parlato dopo aver riflettuto su un suo consiglio, nel momento in cui, con un occhio editoriale molto più lungimirante del mio, mi aveva corretto il primo progetto della raccolta. Nella sua prima versione la Disputa non era la Disputa. Alternava a racconti albanesi racconti di ambientazione toscana, la mia terra di origine. Era un’idea un po’ strampalata, poco centrata anche dal punto di vista del “prodotto libro”, se così si può dire, anche se già in quella fase il rito e l’arte della vendetta erano il fil rouge che teneva insieme le storie. Livio mi disse che poteva esserci del buono, ma mi invitò a ricalibrare su un focus esclusivamente albanese il tema dei racconti, cosa che feci. Il progetto fu accettato e nel momento in cui lo mandai alla casa editrice il titolo era già La disputa sul raki – e altre storie di vendetta. All’interno della raccolta il raki è poco più che un richiamo di contesto, eccezion fatta per l’ultima storia. Ma ho scelto questa bevanda, così comune in Albania, per il suo valore simbolico. Andandomi a documentare sono rimasto stupito nel ritrovare nel raki un veicolo di socialità in cui si sono sedimentate, in modo straordinario, moltissime culture mediterranee. In ogni kafe, in ogni ristorante, in ogni casa, trovi il raki, un po’ come in Toscana siamo familiarizzati alla cultura del vino. Molto spesso però, mentre si beve da quel piccolo bicchiere di benvenuto, non si è consapevoli di quanta storia ci sia dietro. Si tratta veramente di un incontro, di un abbraccio di riti che mi ha affascinato. È per questo che il libro ho deciso di intitolarlo così.

Mi piacerebbe sapere da te perché consiglieresti la Disputa? Mi interessa soprattutto il tuo parere da lettore.

Sai molto bene, perché sei una lettrice appassionata oltre che un’operatrice di settore, quanto sia difficile mettersi dall’altra parte quando uno ha scritto una cosa e vi è rimasto completamente immerso per molti mesi. Non ti so dare una risposta immediata e per questo prendo a prestito le parole di altri. Penso che ci sia un aspetto che Anilda Ibrahimi ha colto, in quelle righe che ha voluto riservare alla Disputa e che adesso compaiono nella quarta di copertina. Le sono veramente grato, per me è già un gran bel risultato che un’autrice Einaudi affermata, con quattro splendidi romanzi all’attivo, presente in Italia nel mondo della cultura da più di dieci anni, abbia voluto dedicare del tempo e spendere delle parole per un esordiente. Ibrahimi ha colto con grande lucidità il tratto di novità forse maggiore di questa raccolta, che potrebbe costituire un richiamo interessante per un certo tipo di lettore. Ovvero il fatto che queste storie che parlano dell’Albania, pur essendo scritte da uno “straniero” vengono narrate dall’interno di una comunità. Quando Anilda fa riferimento ad una mia «appartenenza al luogo», ha perfettamente ragione. Perché io ormai vivo qui, e non da ieri. Mi sono sposato con una ragazza albanese. Insegno in una facoltà universitaria a Tirana. Tra poco farò richiesta per ricevere la doppia cittadinanza. Sono tutti fattori che rendono la mia voce ibrida, e il mio punto di vista positivamente contaminato. Quindi la mia è una voce che in qualche modo proviene dall’interno, non riesce a vedere l’Albania come una realtà esotica o come un paese da scoprire, ma cerca di comprenderne i meccanismi partendo da un coinvolgimento in prima persona. E questo pone un problema di classificazione di fronte al quale anch’io, nelle vesti di studioso della letteratura, mi trovo di fronte quando leggo e prendo in esame le opere di altri scrittori. Che tipo di narrativa è questa? Come la classifichiamo? Letteratura che proviene da un altrove? Letteratura italiana contemporanea? Letteratura degli expat? È una questione controversa e, curiosamente direi, riflettendoci, mi sto trovando in una situazione simile a quella che qualche anno fa hanno vissuto le voci italofone che hanno dato vita alla corrente letteraria della migrazione.

Perché dobbiamo per forza trovare una etichetta, una classificazione? Mi sembra un maledetto vizio del mercato editoriale che finisce sempre per comprimere l’idea di un libro e ridurlo ad una semplice definizione.

Beh, perché comunque alla fine, purtroppo o per fortuna, è ciò che viene classificato ciò che resta.

Penso che il tuo libro possa essere semplicemente definito un libro di letteratura internazionale. Non è importante determinare se appartenga alla letteratura della migrazione o alla letteratura italiana.

Tu porti avanti una certa idea di letteratura che è la più alta, e implicitamente rivendichi la libertà di assegnare, in quanto lettrice, una propria categoria, istintiva, basata su una sorta di riconoscimento che passa anche da un giudizio di valore autonomo. Si può senza dubbio essere d’accordo. Il problema è che poi quando si entra in una libreria la suddivisione in generi e in correnti regna incontrastata, e inevitabilmente determina il mercato. È un fattore prioritario in un mondo culturale come quello contemporaneo. La collocazione e il senso della posizione sono coordinate indispensabili. Quella che volevo condividere con te era proprio una difficoltà nello stabilire che cosa ho scritto. Di che libro si tratta? Beh, certo, La disputa è un libro di racconti. Però non basta a definirlo, perché c’è forse bisogno di precisare ancora meglio. Ascoltandoti parlare mi ha colpito una frase. Anche tu hai come coniato una definizione, quella di «letteratura internazionale». C’è senza dubbio un fenomeno consistente, in corso da almeno vent’anni, ed è quello che riguarda chi, sotto differenti profili e spinto dalle più svariate esigenze, in tempi globali ha abbandonato la propria patria e ne ha scelta una seconda di adozione. Questa situazione crea un connubio molto particolare, che si riflette nell’atto della scrittura. Ci sono ricadute molto profonde nelle impostazioni linguistiche, nella messa in discussione del proprio punto di vista, nell’incontro tra una incredibile stratificazione di culture. È una prospettiva diversa da quella delle letterature per così dire nazionali, che ho cercato di attraversare alla luce delle mie esperienze.

                                                                                                                                                                      U Calamaru

Intervista a Elena Molini, la fondatrice della "Piccola Farmacia Letteraria" di Firenze

Mar 192019

Da sempre le donne contribuiscono in maniera massiccia alla divulgazione della cultura letteraria, sia attraverso magnifiche opere nate dalla loro penna, che per mezzo di libri le cui protagoniste sono spesso signore che hanno lasciato il segno nella storia della letteratura. Ci sono donne, invece, impegnate in maniera differente e singolare nella diffusione della produzione letteraria mondiale. A Firenze, nel quartiere di Gavinana, in via Ripoli 7/R, c'è un posto incantato, dove i castelli, i maghi e gli stregoni sono racchiusi in alcuni dei libri che il piccolo locale contiene e dove la magia sembra comunque aleggiare. La "Piccola Farmacia Letteraria", il luogo in cui poter curare i mali dell'anima con i libri, nasce dall'idea di Elena Molini, una giovane donna, al timone di questa singolare "chicca".undefinedDefinirla libreria sembra quasi riduttivo: proprio come in una vera farmacia, i testi hanno un foglietto illustrativo con indicazioni, posologia ed eventuali effetti collaterali. Le categorie in cui sono suddivisi i libri sono tante e a ognuna di esse è assegnato un colore. La vita spesso ci mette a dura prova e il nostro animo risente di tali sofferenze: niente paura, Elena saprà consigliare il libro giusto, quello capace di curare e dare leggerezza al cuore e perché no, anche al fisico.

"Soluzioni letterarie per problemi reali"undefined

La "Piccola Farmacia Letteraria" non è solo una speciale libreria, ma anche luogo di incontro dove poter assistere a eventi letterari. I progetti da realizzare sono ancora tanti, come per esempio un sito che permetta di poter acquistare direttamente i libri on line e non solo.

Elena Molini ci ha gentilmente concesso un'intervista, in ci parla dettagliatamente del suo progetto, che sta riscuotendo un più che meritato successo.

INTERVISTA A ELENA MOLINI

Elena Molini, prima di parlare della Piccola Farmacia Letteraria, ti va di dirmi in breve chi sei? 

Certo! Sono una non più giovane ragazza di quasi 36 anni che dalla provincia di La Spezia si è trasferita a Firenze per studiare all’Università e poi ho messo radici in questa meravigliosa città.

La magnifica idea della Piccola nasce dopo la tua esperienza come impiegata in libreria di catena. Come funziona la tua libreria Elena? 

Ho voluto creare uno spazio dove le persone potessero sentirsi comprese, dove le emozioni fossero messe in primo piano e dove i libri tornassero nella loro dimensione di opera d’arte troppo spesso dimenticata.

In che modo scegli e cataloghi i libri? Mi spiego meglio: di libri sul mercato ce ne sono tantissimi. Come fai a fare un’accurata cernita e a catalogarli per la scelta dei clienti? 

Mi baso sulla mia esperienza da libraia e da lettrice. Parlo tantissimo con le persone che mi consigliano testi sempre diversi, io li leggo e poi decido se inserirli nel mio catalogo oppure no. È un flusso continuo di informazioni e di contaminazioni.

Elena quali sono le richieste più frequenti? 

Mi chiedono molto spesso consigli sul mal d’amore e sulla bassa autostima. Direi che sono queste le categorie più indagate nella mia farmacia letteraria.

Se dovessi suddividere la tua clientela per età, quale sarebbe la fascia che più acquista nella tua libreria?

Da me vengono soprattutto ragazze giovani dai 20 ai 40 anni. Sono loro le più affezionate frequentatrici.

I tuoi consigli possono definirsi prescrizioni letterarie? 

Sì, i miei consigli vengono dati non in base alla trama ma in base alle emozioni che sono contenute in un testo quindi sono molto mirati in base alla persona che ho davanti.undefined

Quale bugiardino sceglieresti per te oggi? 

Oggi per me sceglierei “Gocce di dinamismo contro pigrizia cronica” non ho voglia di fare assolutamente nulla delle 3 milioni di cose che dovrei fare.

Cosa ti piace della Piccola Farmacia Letteraria e cosa cambieresti o miglioreresti?

Della Farmacia Letteraria la cosa che preferisco sono i lettori che la frequentano perché è veramente bello confrontarsi con loro parlare di libri e di autori. Ci sono tantissime cose da migliorare e da aggiungere. La mia è una realtà talmente recente che ci sono tantissime cose
sulle quali possiamo fare meglio.
 
Quali bugiardini aggiungeresti?

Tantissimi libri che ho letto e che mi sono piaciuti tantissimo per questioni di tempo sono ancora orfani di bugiardino ma rimedierò prestissimo! Il prossimo che scriverò sarà “Una vita come tante” di Hanya Yanagihara uno dei miei libri preferiti.

Il tuo genere letterario preferito? 

La narrativa contemporanea nordamericana

Il libro che ami di più in assoluto? 

“Trilogia della città di K” di Agota Kristoff bellissimo e terrificante allo stesso tempo

Il libro che proprio non consiglieresti?
Non c’è un libro che non consiglierei, ognuno ha i suoi gusti e ogni genere letterario ha una sua dignità. L’importante è leggere leggere leggere!

La "Piccola Farmacia Letteraria" è una creatura delicata e importante, che impreziosisce la lettura di una marcia in più: quella curativa.

Atom

Powered by Nibbleblog per Letteratour.it