Il Calamaio

Fra le righe del Salento e dei Balcani

LE MUTE INFERNALI. Dante e le donne, a cura di Debora de Fazio e Maria Antonietta Epifani

Mar 232021

"...Questo lavoro nasce da una passione forte e comune delle due curatrici per Dante. Una passione diversa per formazioni, età, vite altrettanto diverse. La sua gestazione risale al dicembre 2019, frutto di conversazioni e caffè, ed è poi necessariamente proseguita “per corrispondenza”, vivendo esse in città diverse. L’idea di base è stata quella di intraprendere una strada, forse non troppo battuta, della vastissima letteratura sul grande Trecentista (come si sa bene, non solo in lingua italiana): il rapporto tra Dante e le “sue” donne. Studiosi e commentatori si sono a lungo soffermati sulla presenza esigua di figure femminili nell’opera magna del Poeta. Secondo Delmay, su un totale di 364 personaggi riconoscibili, soltanto una quarantina sono donne. Se scendiamo a verificare a quante di esse venga “concesso” di parlare, il numero scende drasticamente. Sono soltanto cinque: Francesca da Rimini nell’Inferno, Pia de’ Tolomei e Sapìa nel Purgatorio, Piccarda Donati e Cunizza da Romano nel Paradiso (escludendo, per ovvi motivi di status, Beatrice). Il corpus di presenze femminili su cui si è deciso di soffermarsi è ritagliato sul solo Inferno, sull’Inferno vero e proprio: si è preferito pertanto lasciare fuori le figure enumerate nel Limbo (primo cerchio)..."

LE MUTE INFERNALI. Dante e le donne (Besa, 2021), è un saggio a cura di Maria Antonietta Epifani e Debora de Fazio, che nasce con lo scopo di dare o, in qualche modo, ri-dare voce a quelle donne "mute" dell'Inferno dantesco, facendole rivivere e parlare, dando "loquacità al loro silenzio". Un'antologia di storie, in cui la penna delle scrittrici (tutte volutamente donne e pugliesi), dona la parola a figure femminili nascoste, valorizzando, così, la loro presenza. Un omaggio, quindi, a Dante attraverso "la rilettura delle storie dei suoi personaggi lumeggiate da punti di vista volutamente diversi, in alcuni casi antitetici. Donne dalle diverse età e dalle diverse vite che raccontano storie di altrettante figure femminili".

Quelli contenuti in questo LE MUTE INFERNALI. Dante e le donne, sono piccoli e preziosi pezzi di letteratura, carichi di forte impatto emotivo, di potenza storica e di quel soave grido scagliato contro il silenzio, che non stordisce e non assorda. In maniera delicata e garbata, le autrici riportano alla luce quelle donne messe in secondo piano, "poeticamente" zittite, dando loro una giusta collocazione, senza strafare e senza strafalcioni e senza stravolgimenti della magistrale e intoccabile impronta data dal Sommo Poeta. undefined

Alle tante donne che non possono avere voce, una dedica di straordinaria importanza, che esprime l'essenza del saggio, donadogli una veste storica, se pur profondamente e drammaticamente attuale:

"Inevitabilmente si viene a creare un “ponte” tra passato e presente. Nel racconto delle storie di tante di queste figure – alcune delle quali hanno molto sofferto, tanto da diventare spesso, per antonomasia (anche vossianica) l’emblema del dolore (pensiamo, pur nella loro diversità, a Didone, Mirra, Ecuba, Penelope, Ipsifile, Medea) – e, soprattutto, nell’assenza di “voce” che le accomuna non si può non vedere un destino che purtroppo è ancora comune a tante, troppe donne. Anche di oggi. Donne colpite dalla misoginia, dall’indifferenza, dalla violenza… Donne che non hanno la forza di difendersi, eppur consapevoli della loro essenza, della loro umanità.
Un omaggio a Dante, quindi, senz’altro. Ma anche un omaggio alle Donne. E da qui anche la scelta di affidare i racconti di queste figure al femminile ad altrettante voci femminili, tutte pugliesi (e della Puglia non mancano note di colore di carattere lessicale, culturale ed antropologico).
Donne libere di parlare e di esprimere se stesse senza condizionamenti. Donne orgogliose di essere tali e di poter scrivere e spiegare il vissuto di un’altra donna." 

Una dolorosa realtà, che accomuna le figure femminili che animano il saggio e la condizione di cui molte donne, ancora oggi sono protagoniste. Situazioni inaccettabili, in cui l'indifferenza fa spesso da padrona.

LE MUTE INFERNALI. Dante e le donne, pubblicato da Besa, proprio nel giorno del Dante Dì, è una lettura che riporta indietro in un tempo e in un mondo di cui si è tanto parlato, riuscendo a offrire una visione differente e nuova, priva di giudizio alcuno e libera da qualsiasi suggestione. 

                                                                                                                                                                               U Calamaru

 

Intervista allo scrittore Ardian - Christian Kyçyku

Mar 042021

Ardian-Christian Kyçyku o Kuciuk (Pogradec, 23 agosto 1969), scrittore di espressione albanese e rumena, autore poliedrico di oltre 50 opere originali (romanzi, prose brevi, drammi, sceneggiature, traduzioni e saggi). Pluripremiato per i suoi romanzi, in Albania, Kyçyku è anche un profondo conoscitore dei Balcani (co-fondatore dell’Istituto di Studi balcanici “Hæmus” e dell’omonima rivista, di cui è anche direttore e redattore). La sua prosa visionaria può essere accostata a quella di Kafka, Kadarè, Buzzati o Murakami, attinge a un immaginario più balcanico che albanese ma aspira chiaramente all’universalità. Autore de L'anno in cui fu inventato il cigno (Besa Muci 2021), in questa interessante intervista, si racconta e ci racconta. Buona lettura. 

Parliamo de L'anno in cui fu inventato il cigno. Perché decidi di scrivere questo libro?
 
È il mio primo libro scritto direttamente in romeno. Sono passati 25 anni da allora. L'ho scritto tra il 7 ed il 18 febbraio 1996, a Bucarest. Ha avuto un'accoglienza straordinaria, non soltanto perché "figlio" di un autore straniero. Dopo questo libro ho scritto Il dolce mistero della follìa (33 prose), Una tribù gloriosa e morente - l'epopea di un oblìo. Sono tutti romanzi autoconclusivi che possono essere letti separatamente, ma anche come una trilogia, definita dalla critica "la nuova mitologia balcanica". Non si tratta di una decisione propriamente detta, ma di una reazione naturale a una scintilla di ispirazione. Di solito circolano due tipi di libri sul periodo della dittatura: una parte trasmette eventi che vanno oltre la letteratura, un'altra tratta le cose con un umorismo dubbioso che, invece di ravvivare il naturale, minimizza la sofferenza ed il male causato dall’uno all'altro. Entrambe le opzioni sembrano togliere il diritto di parlare e di testimoniare a coloro che non hanno sofferto gravemente, non hanno torturato nessuno, e nonostante tutto non hanno vissuto tranquillamente. Da qualche parte questi ultimi li ho chiamati "sofferenti di seconda linea", considerati dalla stessa collettività odierna come esseri di seconda mano. Queste persone, in verità, rappresentano la maggioranza taciturna, spesso riconosciuta nel popolo. E poiché nel tempo si è creata la psicosi, di quella meritocrazia che consiste nell'essere ricompensato tanto quanto hai sofferto, quelli di seconda linea sono emarginati, come se non esistessero, non avendo diritto di dire nulla. Ma se tacessero sempre, come potrebbero mai vedersi  le grandi sofferenze di alcuni ed il profitto di altri?! Non bisogna dimenticare che “il popolo”, oltre alle sofferenze provocate dalla dittatura, ha affrontato più direttamente le sofferenze immutate, eterne dell'esistenza, nonché le sorprese a volte amarissime dell'amore, della povertà, dell'anonimato, dei traumi delle mutazioni,  dell’ età, dell'ansia di essere arrestati, distrutti, ecc. Ovviamente non ho parlato a loro nome, ma ne ho descritto la situazione. Vivendo nell'ombra, la sofferenza li ha scelti per capire più di chi era direttamente in conflitto. Non erano indifferenti, ma vivevano in un destino comune. E spesso la sofferenza inaspettata si trasformava per loro in un'iniziazione. Il tormento del corpo  li ha spinti nei misteri dell'anima. Oggi sono rimasti gli stessi: non pretendono nessun favore, nessun diritto, nessun colpevole, nessuna ricompensa.

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Gli spazi temporali contenuti nel romanzo, sono diversi e indefiniti, pur rimanendo ben collocati in un unico mondo. Questo, in parte, permette al protagonista di assumere una concreta consapevolezza dello status del proprio paese. Pensi che sia necessario perdersi nei tempi e nelle epoche per fare pace con la propria storia?
 
Il protagonista è troppo giovane per divenire un essere politico. Forse geneticamente non ha fretta di entrare nella vita della “città”. In un paese in cui i bambini, come si diceva, prima sillabavano parole Partito-Enver, poi Padre-Madre, vuole innazitutto amare ed essere amato. È intrappolato nelle reti uniformizzanti del sistema, e viene catturato proprio al confine tra l’amore e la società. Viene arrestato, accusato di voler abbandonare la Patria (rischia di essere condannato a molti anni di carcere per alto tradimento). Così finisce la fuga in cui viveva. Nella cella, riceve un colpo ai genitali, probabilmente un avvertimento del tipo “Se non obbedisci, sarai lasciato non solo senza amore, ma anche senza prole. La tua razza scomparirà e da te uscirà solo l' ultimo respiro. Non essendo coinvolto nella nostra politica visionaria, che ispira tutto il proletariato mondiale, sarai come se non fossi mai nato". Il giovane cade dall'anima nel corpo, per così dire; dalla poesia vissuta istantaneamente e spontaneamente, forse ancestrale, di un mondo come Dio lo ha creato, in una vita quotidiana composta e guidata da persone, la maggior parte atee. Anche se strombazzano di aver creato un mondo nuovo, diverso da tutti gli altri, non credono in un altro mondo e quindi sono spietati e insaziabili. Sono convinti che, avendo il potere, abbiano il diritto di avere tutto. Diventano così schiavi della forza e gradualmente finiscono per lacerarsi tra di loro ferocemente. La cosa peggiore sotto una dittatura è la convinzione di molti che il passato sia stato sconfitto, il presente sia nelle mani più sicure possibili e il futuro non possa che essere luminoso. Sembra quasi di essere  costretti a vivere tre volte nello stesso presente. La caduta apre al protagonista gli spazi del passato che dimostrano come un’epoca gravemente malata, più agisce contro l'uomo, indipendentemente dalla sua durata, più diventa banale. Il personaggio di un altro libro dice ai potenti del giorno "Mi dispiace che vi scorderà la gente e non l'inferno". Personalmente avevo vissuto un'esperienza simile, chiarita dopo essermi recato in esilio (culturale, non economico o politico). Sono stato espulso dalla vita quotidiana del mio Paese in uno spazio conosciuto solo da libri e testimonianze, con molto tempo a disposizione. Il primo periodo di esilio è, infatti, un grido nel deserto, come un canto del cigno lasciato senz'acqua. Il mio grido è stato ascoltato e, libro dopo libro, sono stato accolto nella sfera della memoria, dove i tempi si combinano e rivelano all'anima cose senza le quali non si potrebbe sopravvivere. Ho descritto questa mia condizione in numerosi libri, in albanese e/o in romeno. Sente che non appartiene più a sè stesso, diventa testimone, ma solo per trasmettere ad altri certe essenze o domande. Fortunatamente, più le domande diventano globali, più le risposte rimangono individuali.

Simbolo enigmatico e spettrale della rivelazione è il cigno del titolo, fragile, ma irriducibile sfida alla mostruosità della Storia e alla degradazione dell'umano. Non è una sfida tra buoni e cattivi, ma più un estremo tentativo di riscatto. Sbaglio?
 
La letteratura autentica e devota può raggiungere l'area delle sfumature superiori e definitive, dove si può vedere chiaramente la differenza tra un ruolo ben definito e le qualità soggettive. Le persone si muovono in una profonda ignoranza di se stessi, più grave della cecità, e molto spesso non capiscono o rifiutano di accettare perché hanno agito in un modo o in un altro. Il cambiamento sociale, tutto di breve durata, modifica spesso la nostra percezione della contemporaneità e dell'esistenza. Il male, in realtà, esiste, sia come funzione che come verità, a seconda della realtà di un ruolo e del ruolo di una realtà. Un esempio, potrebbero essere gli attori, siano essi di talento o mediocri, che hanno interpretato testi completamente dannosi del realismo socialista e che hanno contagiato le coscienze di diverse generazioni di spettatori. Il declino si ottiene principalmente attraverso l'uso dei simboli. Di solito, le persone indossano una certa avidità primitiva, per lo più biologica, in abiti di alti ideali, qualcosa del tipo: "La città era abitata da rettili velenosi, ma sullo stemma aveva l'aquila, la tigre, il piccione, il leone, ecc." Quindi i simboli vengono imposti proprio con l'aiuto della parte biologica degli individui che, nel loro profondo, difficilmente possono attendere un ideale e, soprattutto, la traduzione dei bisogni primari del corpo come ideali. Un simbolo è preso come verità, realtà – e chiunque può vedere, anche vivere, ora o più tardi, ciò che segue.
 
Mi interessa sapere la tua opinione sulla situazione in Albania oggi
 

La mia Albania è spirituale, composta da numerosi strati di epoche e di testi. Ho lasciato l'Albania quasi trent'anni fà - un’intera vita ormai. A trent'anni molti scrittori sono già morti. Forse ti deluderò, ma non credo che lo scrittore debba esprimersi su temi che si evolvono sotto un'altra stella, diversa da quello della letteratura. Abbiamo visto più di una volta come il coinvolgimento degli autori nella politica del giorno, - ricordiamo solo i rappresentanti del realismo socialista, - non solo decima l'autorità dello scrittore, ma può portare ad una società che fa tutto il possibile per prendere in ostaggio la vera letteratura. Questo è anche il caso di alcune delle letterature balcaniche e oltre. Grandi opere sono scritte e pubblicate in condizioni quasi altrettanto difficili, se non più difficili, che sotto la dittatura. Dato che l'idolatria, sostenuta da una complessa rete di inerzie, è, di fatto, una dittatura di altre proporzioni e anche più longeva. In questo contesto, l’attività della vostra casa editrice merita tutta la gratitudine degli scrittori e dei lettori devoti. Vado in Albania ogni volta che posso e ogni viaggio è una rivelazione per me. Non vengo accolto come un figlio perduto, ma come un prescelto. Con tenerezza, senza parole o gesti descrittivi, forse per non essere grato per l'obbligo. È come se non me ne fossi mai andato. Non è un gioco di parole, se dicessi: ogni volta che torno, non me ne sono andato. Sono anche imbarazzato nel dire quanto mi sento fortunato. E scrivo.

              Intervista tradotta dal romeno da Kopi Kyçyku                                                                                                                                                                                                                                                                              U Calamaru

L'anno in cui fu inventato il cigno di Ardian-Christian Kyçyku

Mar 042021

"L’ultimo avvenimento rumoroso a pungere il cuore invecchiato della città, da tanto tempo esausto, era stato uno sparo: un proiettile impaurito, uscito dal primo fucile – il fucile era stato appena inventato – serpeggiò in aria come un pensiero raggelato e fece inaspettatamente un terzo occhio a uno dei nostri ubriaconi apolitici, uscito a vedere come se ne andavano, trascinandosi stancamente, i nemici. Erano venuti avvolti in un’orgia di colori e metalli rilucenti, con dei cannoni giganteschi, che avevano mandato all’aria le case sul limitar del lago; c’erano stati per quasi mezzo millennio, in città; avevano portato con sé i loro cibi inebrianti, i loro canti, le loro puttane, finché non avevano seminato un po’ di tutte queste cose anche nelle nostre anime, avide di comunicare con qualunque cosa venisse da fuori. Più tardi, quelle difficoltà profondamente umane – e che, nella maggioranza dei casi, è bene condividere proprio con coloro con cui niente hai in comune – resero possibile che non si distinguesse più chi era del posto e chi “l’antico nostro fratello venuto di lontano”.

 

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L'anno in cui fu inventato il cigno di Ardian Christian Kycyku è ambientato a Ocrida (si pensa possa essere Pogradec, città natale dello scrittore), si apre con l'omicidio misterioso di un uomo durante il dominio turco in Albania. La città, le sue caratteristiche e in particolare i suoi corsi d'acqua costituiscono gli elementi principali del racconto. 

La fascia di ambientazione temporale cambia: uno studente, dopo una notte passionale va a rinfrescarsi, ma la polizia pattuglia il lago e in seguito a un illegittimo sconfinamento a nuoto di chissà chi, arresta chiunque passi da quel posto. Così, il giovane si ritrova in una buia cella, con la pesante accusa di tradimento e tentativo di espatrio. La prigionia è molto evocativa: la cella rappresenta la metafora sia della città, che dell'Albania durante il regime dittatoriale, vissuta come prigione, terra martoriata e fonte di grande oppressione. In questa posizione di prigioniero, il protagonista assume la piena consapevolezza della situazione - condizione della sua terra e la acquisisce ancora di più grazie alla "sfasatura temporale" in cui si ritrova. Ed è proprio in questa condizione che si riaffaccia la necessità e l'urgenza di riscatto, che emerge la voglia di una reinvenzione del mondo e della stessa Albania. Il cigno diventa il simbolo di una sfida lanciata all'insensatezza della Storia e alla degradazione dell'umano. 

L’anno in cui fu inventato il cigno (Anul în care s-a inventat lebăda, 1997) è il primo romanzo scritto in rumeno da Ardian-Christian Kyçyku o Kuciuk (Pogradec, 23 agosto 1969), scrittore di espressione albanese e rumena, autore poliedrico di oltre 50 opere originali (romanzi, prose brevi, drammi, sceneggiature, traduzioni e saggi). Pluripremiato per i suoi romanzi, in Albania, Kyçyku è anche un profondo conoscitore dei Balcani (co-fondatore dell’Istituto di Studi balcanici “Hæmus” e dell’omonima rivista, di cui è anche direttore e redattore). La sua prosa visionaria può essere accostata a quella di Kafka, Kadarè, Buzzati o Murakami, attinge a un immaginario più balcanico che albanese ma aspira chiaramente all’universalità.

Kycyku consegna al lettore un romanzo forte e potente nella sua interezza, che offre grandi spunti di riflessione sulla situazione dell'Albania presente e passata e soprattutto sulla voglia di redenzione di un paese martoriato. Lo stile dell'autore albanese, che vive ormai da anni a Bucarest, è armonico e l'equilibrio tra le parole e i concetti espressi è di altissimo spessore. Kycyku narra, senza paura di ferire e senza essere mai giudicante. Quest'ultima caratteristica nasce dalla convinzione dell'autore di dover lasciare al lettore la possibilità di chiudere il cerchio e di dare una libera interpretazione ai fatti. Perché, come lo stesso scrittore dice "la letteratura è libertà".

                                                                                                                                                                            U Calamaru

Intervista allo scrittore Fabio M. Rocchi

Feb 132021

Fabio Massimo Rocchi, dall'accento toscano che non tradisce le sue origini, (di cui l'autore va fiero), vive e lavora a Tirana. Autore esordiente, scrive La disputa sul raki e altre storie di vendetta edito da Besa, che arriverà in tutte le librerie e su tutti gli store on line a partire dal 25 Febbraio 2021. Con simpatia e grande accoglienza, Rocchi racconta del suo libro e si racconta in un'intervista-dibattito che ci ha gentilmente concesso. Buona lettura!undefined

Da quale esigenza nasce questo libro?

Volevo descrivere un certo tipo di società, tenendomi alla larga dalle scritture dell’io e dalla moda dell’autofiction, che vedo molto rappresentate nel mercato editoriale contemporaneo. Negli ultimi sei anni ho vissuto in Albania, a Tirana, e mi sono reso conto fin da subito che la circostanza poteva rappresentare uno straordinario punto di vista privilegiato per osservare alcuni fenomeni. Qui, negli ultimi venti anni, si è consumata una bruciante transizione che alla velocità della luce ha proiettato il vecchio mondo in una nuova dimensione. Entrambi gli emisferi ancora coesistono, in un equilibrio precario. Un universo ideologico e culturale è tramontato ed è sorto un nuovo sole, che noi occidentali conosciamo bene e che si è chiamato tardo-capitalismo prima e post-capitalismo nella sua fase più avanzata. Ho cercato il più possibile di ambire ad un tipo di scrittura plurale, mettendo in scena una coralità di personaggi che mi permettesse di affrontare la situazione sotto differenti punti di vista.

Affermi che negli ultimi anni in cui hai vissuto a Tirana hai potuto toccare con mano questa grande voglia di cambiamento, di trasformazione e a conti fatti di futuro. Pensi che si sia instaurata anche una nuova mentalità?

È una domanda molto complessa. Faccio fatica a rispondere, perché non ho strumenti da sociologo. Una cosa mi sembra evidente: i protagonisti delle nuove generazioni, che sono quelli che mi hanno interessato soprattutto in alcuni racconti, non vogliono avere niente a che spartire con il proprio passato. Ne prendono le distanze in maniera netta. Non so se questo atteggiamento verrà poi corretto nel corso degli anni grazie ad una maggiore maturità, però sento che c’è un’esigenza forte: lasciar cadere una implicita figura di reticenza sulla memoria. Il mondo delle tradizioni, che è così radicato in una società da sempre occidentale come la nostra, tanto da rivivere in forme molteplici nella contemporaneità, qui viene davvero poco celebrato dai giovani. Non ci si volta indietro. Questo è un paese che va avanti, le generazioni dei ventenni e dei trentenni hanno l’ossessione di imprimere un ritmo diverso alle proprie vite.

Questo è il tuo primo libro. Lo stile che a me è arrivato è assolutamente lineare, ti ho trovato molto quadrato. Le tue frasi, anche quando esprimono concetti articolati, si riducono a pochi termini, e non così ricercati. Ti riconosci in questa sintesi? È una caratteristica che hai volutamente ereditato da altri autori o la senti come una tua prerogativa?

In realtà questo è il mio terzo libro, anche se è il primo ad essere pubblicato. Mi fa piacere che tu abbia notato la mia diciamo “asciuttezza”, il mio andare alla ricerca del minimo indispensabile per esprimere un concetto. È quasi un’assenza di stile. Sono anche in imbarazzo nel rispondere, perché mi rendo conto che per uno che vuole essere definito scrittore la questione dello stile sia fondamentale. Per me stile è una cosa un po’ diversa da quella che si intende comunemente. Non si attua nella frase, ma si manifesta nell’assemblaggio di alcune sequenze narrative che devono avere un grande senso del ritmo. Sono contento che da più parti mi venga detto che il libro si lasci leggere con una certa rapidità. Questo per me è un piccolo successo, perché fa seguito a una scelta stilistica che come giustamente tu noti non si rivela nell’ornato, nella per me insopportabile scelta della parola a effetto o peggio ancora desueta, che si può anche usare intendiamoci, ma che rallenta, che diventa sfoggio di erudizione. Io ho provato ad operare sulla giustapposizione di blocchi narrativi che devono avere un percorso, seguire un iter e molto spesso arrivare a destinazione. Sulla questione dello stile sono in difetto nell’utilizzo di figure retoriche ma sono, credo, a un passo dall’essere ossessionato nel momento in cui vado a costruire un qualcosa che è mio. Si tratta di storie che se tu le vai, narratologicamente, a smontare, si rivelano animate davvero da tanti momenti, vivono di tanti incastri, di tante connessioni che magari non si colgono e non si devono cogliere a prima vista perché è l’intera tessitura che deve tenersi insieme. Visto che mi solleciti sulla questione dello stile, c’è però da dire che all’interno di questa raccolta emergono in realtà due stili in parte differenti. La Disputa è costruita sull’alternanza di vecchio e di nuovo, o meglio, i racconti con numero dispari si occupano di narrare alcuni aspetti della vecchia Albania mentre i pari di annunciare la nascita di un nuovo tipo di società e di individuo. Nei racconti retroflessi su riti e strutture sociali del mondo passato, c’è una eco di una certa narrativa realista-socialista e, volendo guardare ancora più indietro, forse qualche omaggio ad alcuni dei grandissimi maestri dell’Ottocento russo; senza dubbio c’è una tonalità di questo tipo, all’inizio non è stata una scelta consapevole da parte mia ma rileggendo è innegabile che le cose stiano così. Guardando al nuovo – e quindi ai racconti con numero pari per capirci – invece credo che ci sia una tendenza, non so quanto realizzata, nei confronti di una resa cinematografica della scena. Se tu vai a vedere sono tutte piccole sceneggiature in cui il lettore che ha un orecchio attento, il lettore che ha anche digerito cioè tanto cinema e tanta fiction, tanta lunga serialità televisiva, quasi può intravedere i movimenti di una ideale macchina da presa.

Il titolo l’hai deciso tu?

Sì, il titolo l’ho proposto io in questa forma a Livio Muci, per il quale nutro profonda stima e verso il quale sono grato. Gliene ho parlato dopo aver riflettuto su un suo consiglio, nel momento in cui, con un occhio editoriale molto più lungimirante del mio, mi aveva corretto il primo progetto della raccolta. Nella sua prima versione la Disputa non era la Disputa. Alternava a racconti albanesi racconti di ambientazione toscana, la mia terra di origine. Era un’idea un po’ strampalata, poco centrata anche dal punto di vista del “prodotto libro”, se così si può dire, anche se già in quella fase il rito e l’arte della vendetta erano il fil rouge che teneva insieme le storie. Livio mi disse che poteva esserci del buono, ma mi invitò a ricalibrare su un focus esclusivamente albanese il tema dei racconti, cosa che feci. Il progetto fu accettato e nel momento in cui lo mandai alla casa editrice il titolo era già La disputa sul raki – e altre storie di vendetta. All’interno della raccolta il raki è poco più che un richiamo di contesto, eccezion fatta per l’ultima storia. Ma ho scelto questa bevanda, così comune in Albania, per il suo valore simbolico. Andandomi a documentare sono rimasto stupito nel ritrovare nel raki un veicolo di socialità in cui si sono sedimentate, in modo straordinario, moltissime culture mediterranee. In ogni kafe, in ogni ristorante, in ogni casa, trovi il raki, un po’ come in Toscana siamo familiarizzati alla cultura del vino. Molto spesso però, mentre si beve da quel piccolo bicchiere di benvenuto, non si è consapevoli di quanta storia ci sia dietro. Si tratta veramente di un incontro, di un abbraccio di riti che mi ha affascinato. È per questo che il libro ho deciso di intitolarlo così.

Mi piacerebbe sapere da te perché consiglieresti la Disputa? Mi interessa soprattutto il tuo parere da lettore.

Sai molto bene, perché sei una lettrice appassionata oltre che un’operatrice di settore, quanto sia difficile mettersi dall’altra parte quando uno ha scritto una cosa e vi è rimasto completamente immerso per molti mesi. Non ti so dare una risposta immediata e per questo prendo a prestito le parole di altri. Penso che ci sia un aspetto che Anilda Ibrahimi ha colto, in quelle righe che ha voluto riservare alla Disputa e che adesso compaiono nella quarta di copertina. Le sono veramente grato, per me è già un gran bel risultato che un’autrice Einaudi affermata, con quattro splendidi romanzi all’attivo, presente in Italia nel mondo della cultura da più di dieci anni, abbia voluto dedicare del tempo e spendere delle parole per un esordiente. Ibrahimi ha colto con grande lucidità il tratto di novità forse maggiore di questa raccolta, che potrebbe costituire un richiamo interessante per un certo tipo di lettore. Ovvero il fatto che queste storie che parlano dell’Albania, pur essendo scritte da uno “straniero” vengono narrate dall’interno di una comunità. Quando Anilda fa riferimento ad una mia «appartenenza al luogo», ha perfettamente ragione. Perché io ormai vivo qui, e non da ieri. Mi sono sposato con una ragazza albanese. Insegno in una facoltà universitaria a Tirana. Tra poco farò richiesta per ricevere la doppia cittadinanza. Sono tutti fattori che rendono la mia voce ibrida, e il mio punto di vista positivamente contaminato. Quindi la mia è una voce che in qualche modo proviene dall’interno, non riesce a vedere l’Albania come una realtà esotica o come un paese da scoprire, ma cerca di comprenderne i meccanismi partendo da un coinvolgimento in prima persona. E questo pone un problema di classificazione di fronte al quale anch’io, nelle vesti di studioso della letteratura, mi trovo di fronte quando leggo e prendo in esame le opere di altri scrittori. Che tipo di narrativa è questa? Come la classifichiamo? Letteratura che proviene da un altrove? Letteratura italiana contemporanea? Letteratura degli expat? È una questione controversa e, curiosamente direi, riflettendoci, mi sto trovando in una situazione simile a quella che qualche anno fa hanno vissuto le voci italofone che hanno dato vita alla corrente letteraria della migrazione.

Perché dobbiamo per forza trovare una etichetta, una classificazione? Mi sembra un maledetto vizio del mercato editoriale che finisce sempre per comprimere l’idea di un libro e ridurlo ad una semplice definizione.

Beh, perché comunque alla fine, purtroppo o per fortuna, è ciò che viene classificato ciò che resta.

Penso che il tuo libro possa essere semplicemente definito un libro di letteratura internazionale. Non è importante determinare se appartenga alla letteratura della migrazione o alla letteratura italiana.

Tu porti avanti una certa idea di letteratura che è la più alta, e implicitamente rivendichi la libertà di assegnare, in quanto lettrice, una propria categoria, istintiva, basata su una sorta di riconoscimento che passa anche da un giudizio di valore autonomo. Si può senza dubbio essere d’accordo. Il problema è che poi quando si entra in una libreria la suddivisione in generi e in correnti regna incontrastata, e inevitabilmente determina il mercato. È un fattore prioritario in un mondo culturale come quello contemporaneo. La collocazione e il senso della posizione sono coordinate indispensabili. Quella che volevo condividere con te era proprio una difficoltà nello stabilire che cosa ho scritto. Di che libro si tratta? Beh, certo, La disputa è un libro di racconti. Però non basta a definirlo, perché c’è forse bisogno di precisare ancora meglio. Ascoltandoti parlare mi ha colpito una frase. Anche tu hai come coniato una definizione, quella di «letteratura internazionale». C’è senza dubbio un fenomeno consistente, in corso da almeno vent’anni, ed è quello che riguarda chi, sotto differenti profili e spinto dalle più svariate esigenze, in tempi globali ha abbandonato la propria patria e ne ha scelta una seconda di adozione. Questa situazione crea un connubio molto particolare, che si riflette nell’atto della scrittura. Ci sono ricadute molto profonde nelle impostazioni linguistiche, nella messa in discussione del proprio punto di vista, nell’incontro tra una incredibile stratificazione di culture. È una prospettiva diversa da quella delle letterature per così dire nazionali, che ho cercato di attraversare alla luce delle mie esperienze.

                                                                                                                                                                      U Calamaru

La disputa sul raki e altre storie di vendetta di Fabio M. Rocchi

Feb 132021

Fabio Massimo Rocchi nasce a Firenze ma vive e lavora a Tirana. Insegnante presso l'università di Tirana, Rocchi è l'autore de La disputa sul raki e altre storie di vendetta, edito da Besa, in libreria dal 25 Febbraio

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Mi sono approcciata alla lettura con qualche pregiudizio, nato dalla concatenazione di diversi concetti riconducibili all'opera di un esordiente e alla narrazione dell'Albania fatta da un italiano.
In verità, i miei preconcetti sono stati letteralmente spazzati via sin dalle prime pagine, anzi dalle prime parole lette.

La scrittura di Rocchi è matura, lineare, priva di fronzoli e potentemente descrittiva. L'autore racconta, tra punti, virgole e concetti che conoscono sempre la loro giusta collocazione, di un'Albania cangiante. Narra senza timore, in maniera forte ed esaustiva, di un universo a cui guarda con gli occhi curiosi di chi lo vive senza giudizio alcuno.

I racconti dello scrittore toscano dondolano su un'altalena di fatti e di emozioni, di descrizioni dettagliate e di profili appena accennati. Si muove bene Rocchi, quando parla in maniera pulita e chiara di un paese martoriato negli anni, non solo dalla storia sociale e politica, ma dai suoi stessi pregiudizi e dalla sua stessa chiusura. L'autore presenta un'Albania del cambiamento, un paese che lotta per ritrovare la propria dimensione, che anela di uscire dalla morsa del perenne conflitto politico-culturale, che finalmente cerca la propria forma di riscatto.
Un libro scritto bene questo La disputa sul raki e altre storie di vendetta, che consegna al lettore un ottimo scritto e una visione finalmente diversa del Paese delle Aquile.

                                                                                                                                                                      U Calamaru

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