Il Blog di Anna Lattanzi

Il calamaio rosa: il ruolo della donna nella letteratura

Sylvia Plath, la poetessa de "La campana di vetro"

Apr 032019

Il primo grande dolore, Sylvia Plath lo prova all'età di otto anni, quando perde suo padre. Una vita la sua decisamente tormentata. Tenta il suicidio più volte, subisce l’elettroshock, viene tradita dal marito, dal quale ha due figli che, in realtà, non desiderava affatto. L'11 febbraio del 1963, decide di togliersi la vita: ha 30 anni quando infila la testa nel forno della sua casa e la fa finita.undefined

Chi è Sylvia Plath? Una poetessa? Oppure è un'autrice di racconti? Per capire realmente chi fosse questa donna terribilmente angosciata, è necessario fare riferimento a tutte le sue opere, partendo dai Diari e dalle sue Poesie, per arrivare al suo unico romanzo pubblicato un mese prima della sua morte, La campana di vetro. La Plath ha cercato sempre e in ogni modo di rendere la sua opera letteraria unica, donando ai suoi scritti un qualcosa di differente. La sua passione per la poesia nasce in tenera età: è la stessa poetessa ad affermare, che a differenza delle altre ragazzine, non ha mai desiderato una famiglia e dei figli, ma ha sempre voluto saper comporre poesie. Ha avidamente imparato a usare rime, accenti e metri sillabici, sino a creare uno stile poetico tutto suo. Uno stile caratterizzato da elementi legati al mondo onirico, all'incanto e alla fantasia. Non sempre sono poesie piene di luce quella della Plath: a volte sfiorano le tenebre, narrando paura e morte. Ecco però che arriva anche l'amore, quello puro, quello vero: Lettera d'amore ad oggi è considerata una delle più belle poesie della scrittrice statunitense. I suoi componimenti sono un'altalena di sentimenti e la sua penna riesce a trasformare ogni emozione in poesia: il dolore, la vita e la morte diventano componimenti pregni di vive sensazioni.

Sylvia Plath ha una visione tutta sua della poetica: non crede nell'ispirazione, non crede nel momento che conduce il poeta verso la meta. Un nuovo componimento è un obbiettivo raggiunto tramite quelle sensazioni di pancia supportate dalla razionalità. Quando parla della sua idea di poesia, la Plath dice:

"Penso che la mia poesia sia frutto diretto delle esperienze dei miei sensi e delle mie emozioni, ma devo dire che non posso provare simpatia per quelle grida del cuore che non prendono forma che dalla droga o dalla violenza o da qualsiasi cosa sia. Credo che si dovrebbe saper controllare, manipolare le esperienze anche le più terribili, come la follia, come la tortura… e che si dovrebbe saperle manipolare con una mente lucida che dia loro forma".

Nessuna ispirazione incontrollata, nessuna spinta emozionale. Emozione sì, ma controllata. Tutto ha una logica, tutto ha un senso, tutto ha un nesso: nulla è lasciato al caso. Questa sua idea ci permette di comprendere la sua ultima opera e ci permette di considerare tutto il percorso come poetessa, un mero tirocinio, per poter poi diventare una scrittrice-poetessa.

La campana di vetro è l’unico romanzo di Sylvia Plath. L'autrice decide di pubblicarlo con il nome di Victoria Lucas, forse proprio per evitare di dare al libro un'impronta autobiografica. Nonostante la Plath abbia cercato di evitare un romanzo "confessionale", in realtà la critica lo ha etichettato come fortemente autobiografico, in quanto narra le vicende di una poetessa che tenta il suicidio senza riuscire nel suo intento. Sylvia si incarna in Esther, in una realtà diversa, che le consentirà di abbandonare la vita in maniera brutale.undefined

Il titolo dato al libro, The Bell Jar, come Anna Ravano sostiene "indica propriamente il recipiente di vetro a forma di campana usato nei laboratori di chimica e fisica, evoca anche una molteplicità di associazioni contraddittorie che vanno perdute quasi del tutto in quello italiano. Una campana di vetro è per antonomasia il vaso o la calotta di vetro usato per proteggere soprammobili o altri oggetti delicati e quindi connota protezione e cura, mentre in inglese bell jar evoca più direttamente l’idea di laboratorio scientifico, la condizione di oggetto sotto osservazione, isolato e senza contatto con l’aria".

Partendo da questa precisazione e andando a rileggere i Diari e alcune delle poesie dell'autrice statunitense, ci si rende facilmente conto di quanto l’immagine della campana sia associata alla depressione, all'insoddisfazione e all'incapacità del momento di mettere per iscritto le proprie emozioni. Tale costante insoddisfazione dà luce volta per volta ad una stella diversa, dando vita alla costellazione Plathiana.

Il romanzo è ambientato nel 1953 e narra della vicenda dei Rosenberg, una coppia russa accusata di spionaggio e condannata alla sedia elettrica. La protagonista si chiama Esther Greenwood e si trova a New York. Esther è una donna che condanna fermamente la pena di morte: la Plath utilizza la voce della protagonista, per esprimere tutto il suo risentimento verso la pena capitale e verso la scienza che tenta di curare la schizofrenia attraverso l’elettroshock, arrivando a toccare il tema dell'omosessualità. Questo è uno dei riferimenti principali alla sua vita e in maniera particolare alla sua permanenza in un istituto psichiatrico.

Cosa porta Esther alla perdizione? La New York borghese, quella città che già negli anni '50 è oppressiva e opprimente. Esther è insoddisfatta, non fa ciò che vuole e proprio per questo si perde nei meandri delle fauci della grandezza newyorkese. La donna vorrebbe fare la poetessa e piange per questo: sente e vive l'impossibilità di realizzare il proprio sogno.

È una giovane donna Esther, con tanta voglia di vivere e di fare, voglia che poi subirà una trasformazione, voglia che diventerà apatia, lentezza, incredulità. Elementi anche questi che si ritrovano nei Diari e nelle Poesie e soprattutto elementi fortemente autobiografici. Una potente sensazione di stallo si impossessa della protagonista, la stessa netta sensazione provata dalla poetessa nella vita. L’esempio dell’albero di fico, spiega in maniera chiara e potente il concetto:

"Dalla punta di ciascun ramo occhieggiava e ammiccava, come un bel fico maturo, un futuro meraviglioso. Un fico rappresentava un marito e dei figli e una vita domestica felice, un altro fico rappresentava la famosa poetessa, un altro la brillante accademica, un altro ancora era Esther Greenwood, direttrice di una prestigiosa rivista, un altro era l’Europa e l’Africa e il Sudamerica, un altro fico era Costantin, Socrate, Attila e tutta una schiera di amanti dai nomi bizzarri e dai mestieri anticonvenzionali, un altro fico era la campionessa olimpionica di vela, e dietro e al di sopra di questi fichi ce n’erano molti altri che non riuscivo a distinguere. E vidi me stessa seduta alla biforcazione dell’albero, che morivo di fame per non saper decidere quale fico cogliere".undefined

La Plath consegna al lettore un romanzo piacevole, dove gli argomenti, tutti di notevole spessore, vengono alleggeriti dalla scelta di un linguaggio semplice, a tratti ironico e verso la fine decisamente critico. Il finale del romanzo non è lieto, oppure lo è, dipende da che prospettiva lo si vuole guardare. Esther è nella campana di vetro, un posto asfissiante e l'unica via d'uscita che vede è il suicidio. Per questo tentativo di togliersi la vita sarà ricoverata in un reparto psichiatrico, dal quale sarà poi dimessa. Come la donna continuerà la sua vita non ci è dato saperlo. Quello che si percepisce è solo un velo di positività, che fa pensare che forse Esther ce l'ha fatta a uscire da quella soffocante campana. Lasciando la clinica la donna si gira e vede le infermiere vestite di bianco, come se fossero lì a celebrare un matrimonio o una nascita. Quindi un finale positivo? Oppure il fatto che non sappiamo che fine farà Esther ci fa pensare ad una ciclicità e a un ritorno verso l'ignoto e la potente apatia?

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