Il blog di Rosella Rapa

Tourismi letterari

L' Araba Fenice

May 142018

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Vento, Pioggia, Neve…

Voglio volare nel vento d’inverno,
Perdermi tra le brezze del Nord,
Ma dovrete portarmi lontano:
Questo paese è troppo vicino al deserto,
al Caldo, all’Arsura. Figli del Sole.

Io sono una Strega, e come tale voglio morire.

Consumata dal calore, sì, ma del Fuoco
Ed affidata alla mutevole Aria
Perché mi porti in una fertile Terra,
Bagnata da fresca Acqua,
Dove il mio seme possa germogliare ancora.

Perché da ogni Strega nasce un rosso fiore .

Ma i fiori non sono tutti uguali:
Veleno per chi mi credeva uccisa,
Profumo per chi ardentemente ha amato.
Attenta, Bambina, quella bellezza
È intrisa di veleno, è un pericolo per te.

Io sono una Strega, e come tale voglio morire.

Riposare tra le fresche acque di un Lago,
Ombreggiato da alte Montagne,
Vedere una notte piena di Stelle,
Cercarvi le mie antiche sorelle,
Ma non ascoltare il loro richiamo.

Così, rinascerò ancora.

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Rosella

 

Il diritto di esistere

May 022018

E’ ormai di almeno un mese fa la triste vicenda di un giovane diventato tetraplegico e cieco, a seguito di un incidente. Non ha sopportato questo peso ed è andato in Svizzera per avere una “dolce morte”. Poco tempo fa avevo visto un film con una situazione simile. In entrambi i casi, a fianco del malato, solo i rispettivi partners. Cosa sarebbe potuto accadere con un po’ di aiuto? Visite, compagnia, TV, film, un programma alla radio… perché nessuno ci ha pensato? Più i malati sono trattati da emarginati di cui si può solo avere sterile pietà, e più loro stessi non vedono altra via d’uscita, se non quella di far cessare la loro solitudine.

Quando ero alle elementari, c’era in classe una bambina che aveva avuto una malattia alle ossa, e le era rimasta una gamba più corta dell’altra. Portava orribili scarpe ortopediche, aveva delle barre metalliche che le immobilizzavano e traevano la gamba, e vestiva come una vecchina, con indosso un tremendo scialletto rosa. Una volta, mentre l’aiutavo ad infilare il cappotto, le dissi: “lo scialle mettilo sotto il paltò, non sopra. Sta meglio e tiene anche più caldo.” Ma lei non mi ascoltò: “No, no, la mamma dice che va bene così”.
I genitori venivano a prenderla fino alla porta dell’aula, perché c’erano troppe scale, che noi invece scendevamo di corsa. Erano genitori anziani, resi ancor più anziani dagli abiti dimessi e dal loro ripiegarsi su quell’unica figlia che, ne erano convinti, avrebbe avuto una vita disgraziata, tra casa e ospedali, e con una fine prematura. Mentre mi preparavo per uscire, accanto a una bellissima bambina con occhi verdi trasparenti, lunghi riccioli neri e indosso una morbida pelliccia, pensavo: “non è giusto, non è giusto. Perché la bambina non può venire a giocare con noi? Non può correre, ma possiamo giocare alle bambole… o forse non le ha le bambole?”
Cosa poi le sia accaduto non lo so, ma lo posso immaginare. Se trattiamo tutti i bambini con problemi di salute come malati terminali, finiranno col crederlo anche loro.

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La settimana scorsa ho visto una pubblicità. Sì, una pubblicità.
Non una di quelle lacrimose e pietistiche che ci mostrano bambini veramente vicini alla morte, da noi per malattie rare, altrove per pura e semplice fame; ci lasciano poi impotenti di fronte a situazioni che certo non basta il denaro per sanare. No, questa era impostata in modo molto positivo, puntando sulla vita, e non sulla morte: erano pubblicizzate protesi meccaniche agli arti. Mostrava bimbi di circa 6 mesi, con le gambe ferme al ginocchio, o il braccino solo fino al gomito. Erano allegri e felici, ben curati e in salute. Poi si vedeva il loro futuro, in cui le protesi, sotto i vestiti, non si distinguevano dagli arti naturali. Certo, le pubblicità tendono a far vedere tutto bello e buono, ma i progressi in questo campo della medicina sono stati tanti, e la società ha imparato ad accettare ogni tipo di differenza; abbiamo anche le olimpiadi per i disabili. Qui c’è però una novità: il fatto che non si abbia paura ad affrontare il problema dei disabili con un spot ricco di gioia, vuol dire, a mio parere, che la Vita ha tante sfaccettature, e ciò che può essere insopportabile ad alcuni, può essere invece visto da altri come un incidente di percorso. Un incidente che si può superare, visto che un iovane, senza una mano, è arrivato a giocare tra i professionisti del Football Americano, insieme al "normale" fratello gemello. Una grande vittoria.

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Tutti possiamo aiutare questi malati e le loro famiglie, dare loro gioia e occasioni per stare insieme, farli giocare da bambini e farli studiare da grandi. Non basta garantire la loro sterile sopravvivenza, bisogna colorare i loro giorni.

Questo è il diritto di ESISTERE

 

Rosella Rapa

A poco a poco

Apr 192018

Buongiorno Primavera!

Cosa c'è di meglio che inziare qualcosa di nuovo in una bella giornata con gli uccellini che cantano e i fiori che sbocciano? A poco a poco ho imparato ad apprezzare questo solitario e a tratti noioso angolo di mondo in cui sono capitata, e mi sono finalmente decisa ad aprire il nuovo blog, che spero proseguirà, tranquillo, un poco oggi un poco domani.

Ho ritrovato questa poesia della mia infanzia, che trovo molto adatta a definire ciò che sarò. Lascio quindi la parola a Renzo Pezzani.

Rosella

 

La Spigolatrice

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Bimbetta povera che cerchi grano,
ieri la falce passò di qui
e non rimasero che stoppie grame
con questo sole di mezzodì.

No; vi rimase una spiga perduta
come la piuma d'un uccellino.
I mietitori non l'hanno veduta,
dormiva in terra come un bambino.

Stelo falciato somiglia uno spino:
l poveri piedi che nudi vanno
dietro il passo del contadino
a cercare il pan d'un anno.


Che un poco oggi, un poco domani:
spiga con spiga si fa un fascetto,
con un fascetto si fan tre pani
e ci campa un poveretto.

 

              Renzo Pezzani

 

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