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 Palomar, Italo Calvino
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eloise
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584 Posts

Posted - 23/07/2011 :  05:34:53  Show Profile  Visit eloise's Homepage
Eccomi qua! e scusate se ieri ho saltato, non mi funzionava la connessione. E' con vivo piacere che apro questa prima discussione: ben ritrovati e bentornati (per chi era in ferie) a tutti!
Vediamo chi comincia...



Eloise
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Tiziano
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Italy
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Posted - 21/08/2011 :  23:10:06  Show Profile
Ok, si parte.
E per partire ho svolto un compitino: ho fatto una griglia seguendo l'avvertenza finale di Calvino sulle 3 aeree tematiche: 1 esperienza visiva, 2 elementi antropologici e culturali, 3 speculazioni. Devo dire che o io non ho capito bene o la griglia è un pò stiracchiata. In base ad essa, ad esempio, fanno parte dellì'area 1 "Lettura di un'onda", "Gli amori delle tartarughe", "Luna di pomeriggio", ecc; ma a me pare che ogni episodio (?) racchiuda più o meno in sè tutte le aeree. Per cui credo che Calvino, che aveva cominciato a pubblicare sul Corriere alcuni racconti di Palomar, abbia solo a posteriori pensato a dei criteri di classificazione che non funzionano molto. Comunque credo che si possano ignorare, in quanto non significativi.
Attiro la vostra attenzione sul fatto che ho usato il termine "episodi", con qualche dubbio. In effetti sono tanti racconti messi in fila, eppure credo che non si possa assolutamente ritenere l'opera una raccolta di novelle bensì come un sorta di romanzo in cui ogni racconto è un capitolo; un romanzo con un protagonista e una trama. D'altronde è la stessa strategia narrativa di "Marcovaldo" e "Le cosmicomiche".

Aspetto i vostri interventi

Tiziano
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eloise
Senior Member

584 Posts

Posted - 24/08/2011 :  12:22:47  Show Profile  Visit eloise's Homepage
Allora... intanto premetto di non essere così "ferrata" come Tiziano su Calvino, a parte il fatto che in generale mi piace. Non sapevo nemmeno che il libro fosse il risultato di interventi autonomi. Da ignorante, direi che la mia impressione aprendo il libro è che ogni "episodio" faccia proprio parte di un corpus orchestrato come tale: quindi mi convince l'idea che il romanzo sia un tutto organico.
Prima di attaccare su dettagli o cose più ricercate, vorrei cominciare col raccontarvi, nude e crude, le mie prime impressioni su questa lettura, nuova, per me.

La cosa che mi è saltata agli occhi in prima istanza è l'avvicinamento di questo libro con altri testi (e scusate se in questo faccio difetto: essendo una francesista, mi sono accorta solo dopo che sono tutti testi francesi!).

1) Il primo rapporto che mi è venuto in mente è Palomar-Monsieur Teste. Come Monsieur Teste di Paul Valéry, anche Palomar è un uomo che ricerca una "verità", una "legge", attraverso l'uso del suo intelletto e di strumenti e approcci volta per volta "scientifici", mirati. O almeno così vorrebbero essere. Infatti, mentre Monsieur Teste è un campione dell'intelletto, è l'uomo che è riuscito a dare all'esercizio intellettuale la sicurezza e il vigore dell'istinto, al Signor Palomar quello che manca è proprio questa immediatezza e facilità: egli deve continuamente riportare, sforzare la sua mente a concentrarsi sugli esercizi cui si dedica, e il risultato è tutt'altro che soddisfacente, vuoi per motivi intrinseci alla sua natura (ad es. si innervosisce sulle mappe celesti) che per motivi esterni (la realtà è "mal padroneggiabile").

2) Ho pensato poi a Baudelaire (!). Nella poesia "Correspondances" l'uomo passa attraverso la natura come in una foresta di simboli carichi di significato, i cui rimandi dall'uno all'altro costituiscono una ricca e fitta rete di iper-significati. Il poeta è uno dei pochi uomini eletti in grado di percepire questi significati, e ciò avviene in momenti particolari o grazie a situazioni particolari, a sensazioni sinestesiche, ecc. Palomar mi sembra un poeta decaduto, un uomo invischiato nella prosa del quotidiano, che tenta di capire qual è la natura del reale, pur avvertendo, o sperando intimamente, che il reale sia davvero strutturato come una "cattedrale gotica". Questo lo fa non con gli stessi mezzi del poeta baudelairiano ma con i mezzi a disposizione dell'uomo occidentale contemporaneo (la razionalità), con i risultati che sappiamo.

3) Terzo confronto che mi è venuto in mente, più recente: Roquentin, il protagonista della Nausea di Sartre. Ecco un altro uomo alle prese col suo rapporto col mondo, o meglio ancora col rapporto che il mondo reale ha col mondo delle etichette, del linguaggio: un altro tema caro a Palomar. Ci si chiede: il mondo esiste perché c'è l'uomo che lo guarda o esso esiste indipendentemente da qualsiasi sguardo? da qualsiasi linguaggio che ne parla? da qualsiasi testa che lo pensa?

La seconda cosa che mi è saltata subito agli occhi, anche in forza di questi confronti dove, comunque sia, si ritrova sempre un uomo alle prese col tentativo di definire le coordinate del mondo in cui si muove (o di capire se queste coordinate esistono), è il MODO con cui Calvino affronta la questione. Monsieur Teste di Valéry è un serissimo campione dell'intelletto, una potenza quasi inumana; il poeta baudelairiano è l'eletto in assoluto, l'albatro capace di volare alto nei cieli sopra le teste degli altri uomini; il povero Roquentin è preda di una nauseante e tragica esperienza del reale. Il signor Palomar invece... fa sorridere, è preso alla leggera per certi versi dallo stesso Calvino, è raccontato con interesse ma anche con ironia. Gli effetti delle sue concentrazioni/meditazioni/esperimenti sono talvolta grotteschi (la ragazza in topless che scappa infastidita è una scena stupenda, come anche quella del negozio di formaggi). Le domande che pone Calvino attraverso Palomar sono tutt'altro che nuove: sono serissime questioni filosofiche ampiamente dibattute. Ma il modo ironico di raccontarle, il tipo di personaggio attraverso cui le fa vivere e anche il finale stesso sono assolutamente calviniani.

Eloise
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Tiziano
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Italy
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Posted - 25/08/2011 :  16:16:57  Show Profile
Dei riferiomenti che propone Eloise quello con Baudelaire non lo condivido, perché la poesia di Baudelaire, col suo simbolismo, mi pare lontanissima dalla prospettiva di Calvino; Teste invece mi pare appropriato; ma soprattutto calzante è quello con Roquentin. In Palomar e Roquentin c'è la stessa inquietudine per un mondo che suppongono apparente e opprimente. Però, credo, con una notevole differenza: Roquentin è angosciato da una realtà che, sottratta alla struttura categoriale, diventa mostruosa, una specie di universale blob, Calvino invece è ironico, conosce il pathos del distacco, gioca con le categorie. Roquentin è tragicamente decadente (ma perfido, non è il "povero Roquentin", perché alla fine pur disprezzando tutto e tutti, se stesso compreso, si apprezza come disprezzatore (Nietzsche docet), Palomar è umoristicamente postmoderno, è il pensatore del pensiero debole.
Su questo punto dovrò per forza tornare, ma intanto alle corrispondenze esterne di Eloise aggiungo quella interna col personaggio di Marcovaldo.
A me pare che Palomar sia un Marcovaldo intellettuale, che non si avventura più nel mondo se non, appunto, intellettualmente, da filosofo disincantato. Cito dal testo: "uomo nervoso che vive in un mondo frenetico e gongestionato, il signor P. tende a ridurre le proprie relazioni col mondo esterno e per difendersi dalla nevrastenia generale cerca quanto più può di tenere le sue sensazioni sotto controllo". Marcovaldo viveva (male ma poeticamente), Palomar pensa ma in fondo non vive. Infatti alla fine, non dimentichiamolo, muore.

Tiziano
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eloise
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Posted - 31/08/2011 :  12:09:41  Show Profile  Visit eloise's Homepage
E questa morte finale non solo colma di significati tutti gli episodi ma anche dà ancora di più il senso che il testo sia un tutto organico.

Ma come interpretare il senso di questa morte? Pezzo finale dell'ironia calviniana che gioca persino con la vita dei suoi personaggi? Ironia di fondo (intrinseca) dello stesso personaggio che anche laddove si confronta con la morte (a far finta di essere morto), non riesce sul serio a far finta ma per davvero muore?
Ed è un caso se Palomar muore proprio quando decide di "descrivere ogni istante della sua vita", cioè in qualche modo a stilare un testo (magari scritto)? E' forse un libro che finisce con l'idea di scrivere un libro? Sarebbe comunque un libro "impossibile", potremmo dire quasi preda dell'illusione di Zenone, che dividendo all'infinito il tempo e lo spazio s'illude di renderlo infinito.
Ma forse di fronte all'unica via d'uscita che un personaggio come Palomar intravede per la propria esistenza (quella appunto di descrivere ogni istante della sua vita così non penserà più alla morte), lo stesso peregrinare dell'autore attraverso le meditazioni e le sperimentazioni del suo personaggio non può avere fine che con la morte stessa del personaggio, altrimenti sarebbe "costretto" a seguirlo nel tempo dilatato di Zenone, un tempo fisicamente impossibile ma mentalmente possibile. Che Calvino faccia morire il suo personaggio proprio per evitare questa impasse?

Eloise
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pipupos
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Posted - 02/09/2011 :  11:02:35  Show Profile
Ho aderito alla proposta di far nascere questo forum con molto entusiasmo, ma durante la lettura di Palomar ho iniziato a farmi prendere dal timore di non aver niente da dire, anche perche' erano anni che non mi confrontavo con una lettura tanto pesante per me. Il fatto e' che non mi sento in grado di trovare rimandi, agganci o parallelismi all'interno della Letteratura in generale. Tuttavia non vorrei precludermi l'esperienza di provare a "dire la mia", partendo dunque dal soggetto: una persona di cultura media che di punto in bianco si trova a leggere Palomar :)
Se conoscessi uno come Palomar credo che lo definirei "un malato di mente". Con cio' non significa che io non mi ci possa identificare, anzi, c'e' stata senza dubbio una fase della mia vita in cui pensavo come lui, mi perdevo in calcoli, piani e strategie, con l'unico fine di ingabbiare in un certo Ordine il Cosmo (che poi sono sinonimi!), le cose e le persone, per poterle capire, comprendere, possedere. Purtroppo e' virtuosismo del pensiero che da' luogo ad azioni prive di spontaneita' e naturalezza. Non-azioni cioe', perche' senza vita, in fondo. Come e' gia' stato detto, Palomar e' uno che pensa, e lo fa continuamente ed esclusivamente nell'intento di rendere piu' ordinata e comprensibile la vita. Ma di fatto non vive. E per fortuna Calvino l' ha fatto morire, con lui ha "ucciso" magari una parte di se' che forse era diventata anacronistica e superata. Se le cose stessero cosi', Calvino avrebbe anche la mia simpatia :)
Un'altra tesi che mi e' piaciuta assai e' quella della mutua comunicazione tra oggetti e soggetti, tra la "muta distesa delle cose" e le persone, tra formaggi e clienti... comunicazione resa pero' praticamente impossibile dal filtro di nomi, concetti, significati, storie, contesti e psicologie (e mi rifaccio qui a tutto quello che impedisce "la semplicita' d' un rapporto fisico diretto tra uomo e formaggio"), che confinano la reciproca percezione dei segni e degli ammicchi a "fortunate coincidenze in cui il mondo vuole guardare ed essere guardato nel medesimo istante". E in attesa di queste coincidenze noi, come il gorilla albino, "rigiriamo tra le mani un vecchio copertone vuoto mediante il quale vorremmo raggiungere il senso ultimo a cui le parole non giungono"..


Barbara.
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Tiziano
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Posted - 02/09/2011 :  21:59:12  Show Profile
Premessa:ricordo che son stato io a proporre la lettura di "Palomar": l'ho proposta perché sono un estimatore di Calvino, soprattutto da "Marcovaldo" in poi, per i motivi che invece lo rendono un pò ostico a Barbara, ovvero perché progressivamente le sue opere si fanno filosofiche, concentrate sulla conoscenza, i suoi problemi e paradossi.
Se siamo d'accordo che non si tratta solo di una raccolta di racconti ma una sorta di romanzo, allora direi proprio che si tratta di un romanzo filosofico, anzi: gnoseologico, poiché racconta l'esperienza di un rapporto cognitivo (ma la cognizione non è mai disgiunta dalla moralità), delle sue contraddizioni, del suo fallimento. Perciò lo trovo affascinante; coincide con i miei interessi filosofici, appunto, che mette alla prova, per cui mi sento spronato ad entrare dentro il testo per carpirne gli aspetti più profondi. Ovviamente per chi non ha tali interessi può perfino sembrare ripetito, cerebrale, noioso.
Ora, se lo definiamo come un romanzo dovremmo individuarne l'intreccio. La conclusione è la morte di P.; l'esordio, cioè il momento della rottura di un equilibrio nella situazione iniziale, è il racconto "Lettura di un'onda". In questo racconto (quello che preferisco tra tutti gli altri)viene compiutamente esibita la crisi iniziale, la difficoltà di rappresentare la complessità del reale attraverso la sua modellizzazione. Perché P. vuol vedere unaonda, ma ben presto si accorge che l'onda non esiste, è una proiezione cognitiva. P. in effetti sta cercando nel mare l'idea dell'onda, il tipo, il modello. E' il fondamentale scacco della ragione da cui inizia la discesa agli inferi cognitivi di P.
In questi giorni sto leggendo un libro di filosofia: Buchi, che segue lo stesso meccanismo di "Palomar": si parte dall'ovvietà del buco, per scoprire che non è per niente ovvio; cos'è un buco? non è qualcosa, è nulla, eppure lo pensiamo come una cosa; sta dentro o fuori altre cose? ecc. ecc. Così facendo la realtà si fa enigmatica, inquietante, perturbante, angosciante (per P. come, ma in modo diverso, per Roquentin). Siccome questa perturbazione è determinata dall'ambiguo rapporto tra soggetto e oggetto, un modo per eliminarla è sopprimere il soggetto: P. muore, the end.

Tiziano
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pipupos
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Posted - 03/09/2011 :  13:21:31  Show Profile
I "Buchi" di Tiziano mi hanno riportato con un flash a "Ogni cosa e' illuminata" di Jonathan Safran Foer, laddove Brod e suo marito vivono in due stanze separate da cui possono comunicare ed anche amarsi solo attraverso un buco nella parete: "Vivevano con il foro. L'assenza che lo definiva divento' una presenza che definiva loro due. La vita era un piccolo spazio negativo ritagliato nell'eterna solidita', e per la prima volta era sentito come prezioso - non come tutte le parole che erano giunte a non voler dir nulla, ma come l'ultimo respiro di una vittima che sta affogando. (..) Il foro non e' il vuoto; il vuoto esiste attorno a esso (..)." E infatti e' proprio attraverso il foro che riescono a raggiungere "l'intimita' piu' profonda, quella prossimita' raggiungibile solo con la distanza (..) e quella delle parole senza parlare".
Scusate la digressione, e' che la metafora del "buco" mi affascina molto, anche se e' molto complessa e per me non completamente accessibile. Di sicuro l'ineguatezza del linguaggio ne e' un aspetto, che troviamo un po' ovunque e che ogni uomo, personaggio e autore cerca di superare come puo'.

Barbara.
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eloise
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Posted - 05/09/2011 :  19:02:57  Show Profile  Visit eloise's Homepage
Anch'io comunque devo dire come Barbara che ho trovato questa lettura "pesante": me lo aspettavo, del resto ;)
Quello che mi ha permesso di arrivare in fondo è proprio l'ironia di Calvino nel trattare tutti gli episodi. Ed è l'ironia la cosa che mi è piaciuta di più. La definirei un'ironia lieve, che come un filo di brezza attraversa tutte le esperienze del protagonista. Grazie ad essa possiamo trovare una doppia lettura del libro: da un lato c'è la storia, quello che succede (anche mentalmente) a Palomar, dall'altra c'è Calvino, un po' affascinato ma che prende le distanze dal suo personaggio.

A proposito di rimandi, dato che ormai ci siamo lanciati su questa strada, a me è venuto in mente un altro testo: l'episodio dell'onda mi ha fatto subito pensare a Oceano mare di Baricco. E' un libro che (lo ammetto) non mi è mai piaciuto molto, anzi è un po' Baricco che mi piace poco, comunque in alcuni personaggi c'è la stessa volontà di "catturare" qualcosa che non è circoscrivibile, come il pittore che dipinge l'oceano con i suoi innumerevoli tentativi sempre ricominciati o come quando Bartleboom guarda il mare e il narratore commenta:

"Nel cerchio imperfetto del suo universo ottico la perfezione di quel moto oscillatorio formulava promesse che l'irripetibile unicità di ogni singola onda condannava a non esser mantenute".

E dato che siamo a parlare di mare, tanto più che Valéry mi è invece piaciuto molto, finisco col ricordar(mi) che è un poeta fortemente influenzato dall'elemento marino e in lui (non ricordo più dove) ho trovato questa frase che mi è sempre piaciuta: "la mer, la mer, toujours recommencée"... poche parole per significare concisamente questa ciclicità infinita di fronte alla quale l'uomo è sempre un po' sgomento.

Eloise
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Tiziano
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Posted - 06/09/2011 :  16:51:14  Show Profile
Sono nato e vivo in una città di mare, provengo da una famiglia di pescatori (e, sospetto, di contrabbandieri - ma questa è un'altra storia), insegno per mia scelta in un Ist. Nautico, vado a giro in barca a vela; capirete quindi che devo fare un immane sforzo per non mettermi a parlare di mare. Ma lo faccio e proseguo. Con una citazione da "Retorica e logica" di G. Preti, del 1968 (ma è ancora un testo validissimo): Se la letteratura oggi suole stare, in genere, prudentemente alla larga da certi argomenti scientifici che una volta invece arditamente trattava; se molti argomenti intorno all'uomo, alle sue angosce, i suoi problemi, la sua situazione nel cosmo sono oggi dominio quasi esclusivo delle lettere - bene, queste sono situazioni contingenti, transitorie. Tornerà ad esserci una poesia del cosmo e una scienza dell'uomo. Ebbene, io credo che Calvino sia stato quello che ha provato a scrivere un moderno poema cosmico, così come, ad esempio, fu il "Della natura" di Lucrezio. Ma lo ha scritto, appunto, modernamente, cioè ironicamente, poiché l'ironia è uno dei tratti essenziali della coscienza moderna. La prima parte di questo poema è "Le cosmicomiche", che giustamente furono definite "parabole epistemologiche". A mio parere "Palomar" è la seconda parte, per cui propongo di definre i suoi racconti "parabole gnoseologiche", perché mentre le cosmicomiche mettevano in scena, ironicamente, teorie scientiche, le parabole di Palomar mettono in scena il processo della conoscenza(vedi ad esempio la parodia dell'elaborazione delle ipotesi in "L'invasione degli storni").

Tiziano
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eloise
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Posted - 08/09/2011 :  08:57:25  Show Profile  Visit eloise's Homepage
Devo dire che questa interpretazione di tiziano mi affascina molto, però dovrei rileggere le Cosmicomiche e anche Marcovaldo per porre Palomar nelle giuste coordinate, perché sono per me letture così remote che quasi non le ricordo più.
Tra l'altro ho visto che nella raccolta Ti con zero (libro che non ho mai letto) il racconto che dà il titolo alla raccolta parla proprio del paradosso di Zenone, al quale io stessa ho fatto cenno più indietro, a conferma del fatto che questa serie di libri "parabolici" s'incentrano e s'interrogano tutti davvero sui limiti del cognitivo umano.

Eloise
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Tiziano
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Posted - 16/09/2011 :  22:47:35  Show Profile
Mi pare che più o meno tutti iracconti di Palomar replichino una stessa struttura, in bilico tra narrazione e argomentazione, composta di 3 parti: 1. osservazione di un fatto e/o evento della vita quotidiana, del mondo che gli (ci) sta attorno 2. descrizione-complicazione del fatto e/o evento 3. conclusione-non conclusione.
Dico nonconclusione perché immancabilmente la descrizione-complicazione (mi viene in mente il concetto del filosofo analitico Ryle di "descrizione densa") manifesta lo scacco cognitivo, lo smarrimento nel labirinto del mondo di P., la sua consapevolezza dell'inevitabilità dell'incomprensione e dell'ignoranza, più metafisica che fisica).
Esempio: "L'ordine degli squamati".
1. a P. piacciono le iguane, quindi visita un rettilario
2. descrizione dettagliata dell'iguana e successivo zoom sul rettilario, sospensione del tempo, rievocazione di un tempo primigenio, dove si giocano diverse possibilità evolutive. IL padiglione diviene una allegoria dell'universo: "riflesso in terra del cielo delle idee", "norma nascosta nel fondo di ciò che esiste" (evidenzio la dicotomia cielo/fondo). Seguono riflessioni sul tempo.
3. inconclusa conclusione: "il pensiero d'un tempo fuori dalla nostra esperienza è insostenibile"; P. esce frettolosamente (fugge) dal rettilario poiché ha paura dell'esito delle sue riflessioni.
E mi pare mirabile la capacità di Calvino di concentrare in questi microracconti complessi pensieri che alludono alla nostra labirintica relazione col mondo e con la vita. Esempio "La pancia del geco": "Se ogni materia fosse trasparente, il suolo che ci sostiene, l'involucro che fascia i nostri corpi, tutto apparirebbe non come un aleggiare di veli impalpabili ma come un inferno di stritolamenti e ingerimenti"; non credo di sbagliare se in questo pensiero vedo una replica dell'aforismo leopardiano "Il giardino che pare un cimiterio".
Infine: credo di aver trovato il nucleo del libro nel pensiero conclusivo del racconto "Dal terrazzo": Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose, ci si può spingere a cercare quello che c'è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile. Ripensando a Ryle, al fatto che la mente deve imparare a trascorre dalla descrizione superficiale a quella densa, mi viene da pensare che alla fine diventa talmente densa che si forma un black hole in cui sprofonda.

Tiziano
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eloise
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Posted - 22/09/2011 :  08:57:59  Show Profile  Visit eloise's Homepage
quote:
credo di aver trovato il nucleo del libro nel pensiero conclusivo del racconto "Dal terrazzo": Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose, ci si può spingere a cercare quello che c'è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile.


Aggiungerei che questo "nucleo", come l'ha definito Tiziano, si accompagna ad una intensa riflessione sul metodo, e cioè su quale metodologia sia possibile, percorribile o anche solo immaginabile per intraprendere questa ricerca della conoscenza, votata comunque ad uno scacco finale.
Questa riflessione viene perseguita da un lato da Palomar, dall'altro dallo stesso Calvino, che in quanto autore affronta tutte le problematiche del suo personaggio + una: come rappresentare queste problematiche in un testo letterario? E' qui che incontriamo nuovamente l'ironia.

Riprendo in mano un testo sull'ironia di Kerbrat-Orecchioni in cui si dice che esiste un tipo di ironia essenzialmente VERBALE: e l'ironia letteraria è proprio di questo genere. Quello che contraddistingue l'ironia verbale da quella che ha come oggetto solo i fatti, e non il linguaggio, è l'esistenza di almeno 3 attori presenti nel processo ironico: a livello letterario, si tratta del locutore (l'autore), della vittima dell'ironia (il personaggio) e dello spettatore, colui che assiste all'ironia (il lettore).
E' come se la domanda fosse: come si può trattare certi argomenti in un testo letterario, dove io autore mi trovo a rendere conto della mia materia (il personaggio, la storia) al lettore? Questa problematica è una di quelle che mi attirano di più, personalmente, in Palomar. Non dimentichiamo che il libro finisce col desiderio da parte del personaggio di (de)scrivere ogni istante della sua vita. Palomar vuole diventare in qualche modo autore del suo stesso personaggio, quasi un secondo Calvino. Con la differenza che a lui forse manca un'arma importante per affrontare il compito che si è dato, e che invece Calvino possiede: l'ironia. E che forse è proprio questo che permette a Calvino di andare avanti nella questione, scrivendo effettivamente il libro, cosa che Palomar è impossibilitato a fare (muore: altro scacco).

Mi viene in mente il racconto "Il conte di Montecristo". E' un'affascinante riflessione sui modi di rappresentare il mondo, che confronta continuamente tra un metodo direi "costruttivo" (l'Abate Faria che tenta di rappresentarsi la fortezza-carcere esaminandone all'infinito ogni centimetro, per cercare di eliminare ogni errore o imprecisione del proprio modello e arrivare così al modello perfetto) e un metodo "distruttivo" (il conte cerca di farsi una rappresentazione della fortezza come di un modello perfetto in partenza, dal quale l'evasione è possibile solo nel caso vi si trovasse una falla), dove il primo metodo però è destinato alla complicazione, mentre il secondo alla semplificazione. Detto questo, il racconto mi affascina anche perché ad un certo punto si passa ad una riflessione di metodo nell'elaborazione di una STORIA: la ricerca di un metodo di interpretazione del mondo diventa elaborazione di un testo iperbolico, che nasce procedendo in positivo (esaurendo tutte le possibilità della sua trama) o in negativo (eliminando gli impossibili). A questo punto, precisa Calvino, "per progettare un libro la prima cosa è sapere cosa escludere" (riecco il buco?).
Tornando a Palomar, credo che proprio l'ironia diventi un mezzo (tentato, come tanti altri) per provare ad affrontare una riflessione sulla possibilità di una rappresentazione del mondo. Tra possibili e impossibili, tra percorsi in positivo e in negativo, tra "pieni" e "buchi", l'ironia è, tra tutte, la figura retorica più adatta a livello stilistico a rappresentare nel linguaggio questa ricerca gnoseologica.

Eloise
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eloise
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Posted - 29/09/2011 :  15:33:29  Show Profile  Visit eloise's Homepage
Ho riletto, devo dire divertendomi, Marcovaldo anche alla luce dei confronti fatti da Tiziano.
Effettivamente questo personaggio è in antitesi con Palomar perché tutto immerso in un universo di fatti e oggetti concreti in cui si muove più a sensazioni e desideri non ben analizzati che non a riflessioni volute e talvolta provocate come Palomar. D'altra parte è in stretto legame con esso perché vittima della stessa struttura narrativa calviniana, come dice Tiziano, e della stessa ironia. Chiaramente però un'altra grande differenza tra i due personaggi è che mentre possiamo facilmente immaginare, in alcuni momenti, una identificazione di Calvino in Palomar, ciò difficilmente può dirsi per Marcovaldo.
Palomar esplora gli orizzonti della mente e cerca di dare al proprio mondo delle coordinate che siano razionalizzabili, quindi pensabili. Marcovaldo non si pone nemmeno questo obiettivo, non ne è in grado, ma d'altra parte in questo è perfettamente coerente con il suo personaggio.
Con Palomar Calvino tenta di esplorare il mondo attraverso esperienze intellettive; con Marcovaldo attraverso esperienze concrete, più terra-terra. Il finale di ogni avventura è solo una grande beffa universale.

C'è un'altra analogia che mi piace sottolineare: ho già detto che di Palomar mi affascina il finale nel suo affrontare il tema della scrittura; ho parlato a questo proposito anche del racconto "Il conte di Montecristo". Noto che anche in Marcovaldo si finisce con un, seppur lieve, accenno al tema della scrittura/lettura: "Si vedeva solo la distesa di neve bianca come questa pagina". Nel finale Calvino ritorna, per così dire, a galla dal livello della narrazione al livello che gli addetti ai lavori chiamerebbero "extra-diegetico", dove troviamo, appunto, il narratore o l'autore.

Eloise
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eloise
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Posted - 29/09/2011 :  16:07:40  Show Profile  Visit eloise's Homepage
Beh, scusate se continuo a dilungarmi sulla cosa... ma proprio riflettendo sulla scrittura e il finale di questi libri mi è tornato nuovamente in mente "La Nausée" di Sartre: anche lì infatti il finale si affida alla possibilità, come ultima speranza di salvezza, di scrivere un libro, e anche qui, un po' come Palomar che vuole descrivere ogni istante della sua vita, si pensa a una proiezione al passato della propria esistenza.
Ma, anche qui, con tutte le enormi differenze del caso. Non per ultima, al solito, l'ironia. Roquentin alla fine viene lasciato da Sartre con un messaggio di speranza. Palomar invece viene fatto burlescamente morire da Calvino.

Qui di seguito cito traducendo liberamente dalla Nausée:
quote:

C'era un povero cristo che aveva sbagliato mondo. Esisteva come tutti gli altri, nel mondo dei giardini pubblici e dei bistrots, delle città commerciali e che voleva persuadersi di vivere altrove, dietro le tele dei quadri, con i dogi del Tintoretto, con i gravi fiorentini di Gozzoli, dietro le pagine dei libri, con Fabrizio del Dongo e Julien Sorel, dietro i dischi di foto, con i lunghi gemiti secchi del jazz. E poi, dopo aver fatto l'imbecille, ha capito, ha aperto gli occhi, ha visto che c'era un errore (...) ha pensato che era un imbecille. E a questo punto, dall'altra parte dell'esistenza, in quest'altro mondo che si può vedere da lontano, ma senza mai avvicinarlo, una piccola melodia si è messa a ballare, a cantare: "E' come me che bisogna essere; bisogna soffrire a misura".(...)
Non potrei forse provare... Naturalmente, non si tratterebbe di musica... ma non potrei forse provare, in un altro genere...? Bisognerebbe che fosse un libro: non so fare altro.(...) Bisognerebbe che s'indovinasse, dietro le parole impresse, dietro le pagine, qualcosa che non esiste, che sarebbe al di sopra dell'esistenza.(...)
E riuscirei - al passato, solo al passato - ad accettarmi.



Palomar non tende certo al mondo dell'arte come giustificazione della propria esistenza e spiegazione del senso del mondo, ma a quello della matematica, del raziocinio. E comunque a lui questo mondo rimane ineluttabilmente precluso.

Eloise
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eloise
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Posted - 30/09/2011 :  09:03:34  Show Profile  Visit eloise's Homepage
Io direi che se non ci sono più interventi possiamo chiudere questa discussione.
Aspetto magari una settimana e se non c'è niente di nuovo chiudo!
Ciao a tutti :)

Eloise
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