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 Il grande Gatsby, Francis Scott Fitzgerald
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eloise
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Posted - 22/10/2011 :  08:55:21  Show Profile  Visit eloise's Homepage
Benritrovati e benvenuti a tutti!
Inauguro oggi come previsto la nuova discussione on line su Fitzgerald, Il Grande Gatsby.



Intanto, giusto per cominciare, segnalo (come del resto ci aveva detto anche Rosella) che del libro è stata sceneggiata una prima versione in film muto nel 1926, poi un film nel 1949 (di Elliott Nugent con Alan Ladd e Betty Field), infine una versione nel 1974, più famosa (di Jack Clayton con Robert Redford e Mia Farrow). Ho scoperto inoltre che è stato annunciato proprio in questi mesi un prossimo adattamento del libro da parte di Baz Luhrmann; gli attori probabilmente saranno Leonardo Di Caprio e Carey Mulligan. Il film è stato annunciato per Dicembre dell'anno prossimo.

Segnalo inoltre che nella trasmissione Ad Alta Voce su Radio 3 di queste settimane hanno scelto di leggere passi proprio da questo romanzo. Per chi volesse ascoltarli lascio qui il link:

http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/PublishingBlock-d316b704-e2c8-4b63-be90-af7ee8624156.html

Insomma, se proprio ce n'era bisogno, possiamo dire che questa discussione è del tutto attuale!


Eloise
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eloise
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584 Posts

Posted - 22/10/2011 :  16:07:45  Show Profile  Visit eloise's Homepage
Allora, essendo io bene o male che ho proposto l'autore mi sento un po' responsabile di questa discussione e quindi me ne accollo l'inizio

Come al solito, prima di venir fuori con un'analisi magari più approfondita, preferisco darvene la mia impressione generale, cogliendo le sensazioni che a pelle mi ha fatto la lettura del libro.
Premetto che di Fitzgerald ero totalmente ignara, salvo aver letto un po' di anni fa "Tenera è la notte", romanzo che però, devo dire, mi ha lasciato una scarsa impressione, forse non era il periodo giusto per me per leggerlo, chi lo sa?, a volte capita. Poi, giusto per amor di "collocazione" di un autore troppo sconosciuto per me, mi sono letta anche i Racconti dell'età del Jazz, che tanto mi incuriosivano e prima o poi li avrei letti.
Ma veniamo a Gatsby.
Devo dire che dopo un primo approccio poco entusiastico, il libro mi ha conquistato.
Perché il primo approccio non è stato un granché? forse perché dopo una full-immersion in Calvino questo romanzo è così diverso che mi ha un po' turbato. Forse anche perché dall'autore dell'età del Jazz mi aspettavo una cosa diversa, non so, influenzata in questo dall'idea del Jazz che abbiamo come musica. Ma questa "destabilizzazione" quando si affronta un testo nuovo fa parte del gioco, e in fondo è una parte del gioco che mi piace :)

Dunque poi sono stata conquistata dal libro, e mi è sembrato molto meglio di Tenera è la notte. Mi ha fatto calare in una realtà sociale e storica sicuramente molto diversa da quella a cui noi europei pensiamo per quel periodo, e valutare differenze e similitudini. Mi è piaciuto pensare che per una volta stavo conoscendo un autore che mi parlava degli anni 20 sì, ma visti da un altro punto di vista, non sempre quello di qui in Europa.
In fondo mi ha conquistato anche lo stesso Gatsby, questo personaggio al limite del ridicolo, se vogliamo, per la sua ostinazione adolescenziale nel perseguire un sogno irrealizzabile, che mi ha quasi fatto credere nella possibilità che questo sogno diventasse reale sul serio.
Ma soprattutto mi ha conquistato la delicata poesia con cui l'autore ritrae alcune scene e alcuni personaggi. Uno tra tutti, vi citerò questo passo che mi ha letteralmente incantata per la sua delicatezza:

quote:
Attraversammo un atrio spazioso e passammo in un salone luminoso color rosa, legato fragilmente alla casa dalle porte-finestre. Le finestre erano socchiuse e scintillavano bianche contro l'erba fresca che pareva spingersi fino in casa. Nella stanza spirava un vento leggero, gonfiava le tende spingendone un'estremità in dentro e l'altra in fuori come fossero bandiere pallide, torcendole verso il soffitto ornato come una torta nuziale e poi dappreggiandole sul tappeto color vino e stendendo su questo un'ombra come fa il vento sul mare.
Il solo oggetto assolutamente immobile nella stanza era un divano enorme su cui erano posate come nella navicella di un pallone frenato due giovani donne. Erano vestite di bianco e con le gonne fluttuanti e drappeggiate come se fossero appena ritornate da un breve volo intorno alla casa. Devo essere rimasto qualche secondo ad ascoltare gli schiocchi delle tende e il gemito di un quadro sulla parete. Poi s'intese un gran colpo quando Tom Buchanan chiuse le finestre posteriori e il vento imprigionato si spense nella stanza e le tende e i tappeti e le due donne calarono lentamente a terra.



Un autore capace di fare una tale descrizione può anche, secondo me, smettere di scrivere e terminare il suo libro così, tanto è stupenda. In poche righe si ha qui tutta la maestria di una penna sensibile e attenta a ritrarre un unico momento come fosse un momento eterno, come lo prendesse nelle mani da terra e lo posasse sulla soglia dell'eternità, come fosse l'UNICO momento di cui il narratore è mai stato cosciente, e questo - scusate se m'infervoro un po' scrivendo - solo un grande poeta è davvero capace di farlo così bene.
Questa stanza dove le due donne si posano come colombe, in una descrizione così eterna ma pure così pervasa da un senso di aerea fragilità, sembra un'occhiolino fatto dal narratore-autore al lettore.
E come finisce il passo? Con l'arrivo di Tom Buchanan, non a caso forse il personaggio più antitetico al narratore e allo stesso Gatsby, quest'uomo descritto poco più indietro con "occhi lucidi e arroganti", "dalla bocca dura e dai modi altezzosi", con forte "capacità di dominio" e "fare aggressivo". All'arrivo di Tom, il vento metaforicamente si spegne nella stanza con un gran colpo, e le due donne lentamente calano a terra: fine della poesia.
Cavolo, qui c'è lo sguardo di un vero poeta. E la penna di un grande scrittore, è innegabile.

Eloise
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Tiziano
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Italy
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Posted - 22/10/2011 :  17:26:27  Show Profile
A me questo romanzo non è piaciuto proprio per nulla. Anche se - come vi dirò - mi ha aperto una prospettica di studio. I motivi per cui non mi è piaciuto sono sostanzialmente due: 1. m'è parso un romanzo ottocentesco in ritardo (l'arrampicatore sociale, l'amore impossibile, ecc.), scritto mentre altri scrivevano, ad esempio, "Ulisse", "La coscienza di Zeno", "La montagna incantata", "Gita al faro", "Passaggio in India"; 2. ma soprattutto l'ho giudicato sgraziato. Come nota Eloise ci sono momenti lirici notevoli, proprio come quello che ha citato, però sono appunto dei momenti che a mio parere non sono ben integrati nella narrazione; tuttavia ci sono anche dei momenti negativi , ad esempio quella metafora all'inizio: "alberi incoraggianti", un ibrido tra banalità e astrusità. Il fatto è che io leggo come se ascoltassi una musica, perciò talvolta mi accade di sentire delle note stonate che mi irritano. E questo è il caso.
Ma è successo che quando mi si è formato in mente il giudizio "romanzo sgraziato" ho avvertito un cilc intellettuale: perché proprio questo aggettivo? Ho riflettutto, ricordando d'aver letto "Stile, grazia e informazione nell'arte primitiva" di Bateson, che rimandava ad un saggio di Huxley, "Saggio sulla grazia" e cominciato a pensare, delineando un percorso di ricerca che spero sarà proficuo. Vi terrò informati....
Ma Fitzgerald! Non ho certamente trovato in lui la forza espressiva di Faulkner e di Steimbeck.

Tiziano
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Rosella
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Posted - 22/10/2011 :  23:54:55  Show Profile
Sono passati più di trent'anni, da quando al liceo lessi (in Inglese) alcuni racconti di Francis Scott Fitzgerald, e mi venne voglia di "assaporare" quello che è considerato il suo capolavoro, "Il Grande Gatsby". Perchè aspettare così tanto? Chissà! Non ne avevo mai più avuto l'occasione, ora questo forum me l'ha fornita.
Sembra pretenzioso sostenere che in tutti questi anni il ricordo dello stile poetico e struggente di F. non mi abbia mai abbandonata. Eppure è così. Sono sulla stessa linea di pensiero di Eloise: ogni sua descrizione, degli ambienti come dei caratteri, è pura poesia. Proprio a fianco del passo che cita Eloise, c'è la descrizione di Tom, di cui mi ha particolarmente colpita il tocco finale: "un corpo crudele". Diamine come fa un corpo ad essere crudele? Razionalmente non ha sens; perciò io la trovo un'espressione presa a prestito dalla poesia, tesa a suscitare un sentimento immediato, piuttosto che a dare dettagli minuziosi. Se mi permettete un paragone azzardato, siamo davanti ad un quadro impressionista, non certo a un fiammingo seicentesco.
La trama del romanzo forse può sembrare un po' povera, ma un artista non scrive solo per la trama. Qui bisogna cogliere le sottigliezze della penna, il suo frusciare sulla carta, per delinearesi mentalmente il luogo, o la persona che in quel momento occupa la pagina.
Importante per tutta la letteratura moderna, importantissimo per quella anglofona, lo stile di F. sarà imitato da molti, ma mai eguagliato.
Rosella

Rosella - Gwendydd
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eloise
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Posted - 23/10/2011 :  10:48:16  Show Profile  Visit eloise's Homepage
Io sono curiosa di vedere qualche film (passato o futuro) su questo libro. Certo è che sicuramente vi si perderà questa poesia nelle descrizioni, e appunto per questo mi incuriosisce vedere di nuovo come un regista si misura a un testo letterario.

La riflessione di Tiziano forse è un po' anche quello che a me ha straniato nel primo approccio col libro, ma poi - ripeto - ricollocando il libro nel suo contesto mi sembra che non si possa sempre riportare alla nostra una tradizione letteraria diversa (per nostra intendo prettamente europea).
E' vero che nei primi del Novecento c'è stato un fermento artistico incredibile in Europa, che ha dato vita a tutti i movimenti moderni e alla sperimentazione anche in campo letterario, ma in certa letteratura americana il "ritardo" che si avverte in realtà forse non è altro che una necessità storica, che alcuni autori hanno sentito più di altri. A me in fondo è piaciuta l'idea di leggere uno scrittore che abbia sentito e sia stato accolto come portavoce di una certa fetta della società americana dell'epoca; è proprio grazie a questo che mi è stato possibile fare confronti e trovare differenze con la società europea dello stesso periodo, raccontata dai "nostri" scrittori, da Proust a Woolf e quant'altri.

Mi incuriosisce però approfondire il giudizio sul "romanzo sgraziato". A volte quando non ci piace un libro è più difficile capirne il perché di quando invece ci piace, e se Tiziano riesce grazie al suo saggio a metterne in luce le motivazioni sarà sicuramente interessante scoprirlo insieme a lui. Questo potrà sicuramente farci capire meglio a tutti le nostre motivazioni o sensazioni.

Eloise
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Rosella
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309 Posts

Posted - 23/10/2011 :  23:54:59  Show Profile
Si, anch'io sono molto curiosa di sentire (o meglio: vedere )l'analisi di Tiziano, che mi sembra molto preparato e meticoloso.
Io in effetti sono un po' di parte: al liceo mi piaceva l'Inglese, mi piaceva il professore (un signore anziano che dava del "lei" alle ragazze ), mi piaceva la letteratura "di ligua Inglese", e mi piacquero i racconti di F., in classe analizzati, soppesati, ed infine apprezzati. Erano molto difficili da leggere ed interpretare, proprio per qual suo modo di scrivere un po' svagato, ed al contempo ricco di descrizioni che definirei "emotive". Sono arrivata al romanzo già preparata, inoltre avevo visto il film, quello del '74 con Robert Redfort e Mia Farrow. Ringrazio Eloise di aver introdotto anche questo tema !
Dopo aver letto il libro, ho rivisto il film, per verificare coerenze ed incoerenze.
Confermo che si perde tutta la parte descrittiva, con la sua magia, ed anche il il cambiamento dei "punti di vista" che F. utilizza con rara maestria (a mio parere) per coinvolgere maggiormente il lettore e suscitare la sua empatia con l'io narrante, che a volte è Nick, a volte è Fitzgerald, in qualche tratto un altro personaggio. Proprio per questo nel film si perdono anche numerose sfaccettature psicologiche dei personaggi stessi. Sono però magnifiche le scene d'insieme, le feste, e la ricostruzione di abiti e automobili. Trovo che questa accuratezza di particolari mi abbia aiutato ad inquadrare meglio il libro, e di conseguenza la storia, all'interno del suo specifico contesto.
L'America stava vivendo i suoi folli anni ruggenti, l'Europa era solcata da profonde ferite.
Il proibizionismo aveva creato negli USA una situazione assurda, che non ha riscontro in nessun altro paese.
F. non descrive nel dettaglio quel che per lui era cronaca giornalistica quotidiana, ci fa provare le sensazioni di chi era là, in quel periodo, e visse quello strano, irripetibile momento di sfrenata allegria, capace di travolgere quasi tutti. Quasi.
Tanti personaggi, tanti modi diversi di sentire, di pensare, di adeguarsi.
Io amo i libri in cui mi sento trascinata, coinvolta nella vicenda; amo i libri che in qualche modo arricchiscono le mie conoscenze, stimolano la mia immaginazione mentre leggo, e al tempo stesso il desiderio di sapere di più riguardo a quanto ho letto. Gatsby ha centrato in pieno le mie aspettative, perciò la lettura mi è piaciuta.
Ora mi fermo. Come vedete, approccio i libri in modo emozionale, non analitico. Spero quindi nella vostra guida per approfondire la discussione, perchè ogni personaggio ed ogni situazione meritano la nostra attenzione.
CIAO

Rosella - Gwendydd
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Tiziano
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Italy
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Posted - 25/10/2011 :  18:40:47  Show Profile
pardon...ho preso fischi per fiaschi. Nel senso che mi son reso conto di aver frainteso (anche se non del tutto)il mio pensiero rammemorante. Per accorgermene ho dovuto leggere "Sulla grazia" di Huxley, rileggere Bateson, inseguire la filologia della parola e infine restare col classico pugno di mosche. Ah la vecchiaia! Alla fin fine non ho fatto altro che rispolverare un concetto neoclassico accoppiandolo a quello di "morte dell'arte", dato che l'arte morta è appunto quella priva di grazia. Ma non è quello che ho in testa, dovrò continuare a perforarla in attesa di trovarci ciò che veramente intendevo...
Nel caso di questo romanzo comunque mi pare che quel che non mi va è la disarmonia tra narrazione e descrizione, ovvero quelle che definirei digressioni liriche, che sono talvolta anche belle e intense, ma che avverto come artificiali.
Cerco di spiegarmi con un esempio. Le parole più belle che ho trovato nel libro sono quasi un verso: "la polvere sozza che fluttuava nella scia dei suoi sogni", che F. usa per descrivere ciò che minava la vita di Gatsby; tuttavia sono inserite in una sgangherata riflessione morale (o moraleggiante) del narratore nell'incipit, per cui io avverto una dissonanza, un'espressione fuori posto, sgraziata, appunto.
Ma sono consapevole che ciò è del tutto soggettivo

Tiziano
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pipupos
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Italy
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Posted - 26/10/2011 :  22:41:56  Show Profile
Questo libro mi ha avvinto nel senso che l' ho letto tutto d'un fiato come si fa con Montalbano. Ero troppo curiosa di capire come finiva e quando l'ho finito mi sono detta tra il deluso e l'illuminato: ah! ecco dove si voleva andare a parare! Beh, la trama l'ho trovata un po' superflua o comunque troppo inverosimile per essere presa sul serio, mi e' sembrato che avesse piuttosto un che di "parabola", insomma tanto rumore per un sogno infranto, poveretto. Ma due cose mi sono piaciute da matti:
la prima e' un tipo di ironia cinica che adoro.
Esempio: "Sentono la mia mancanza?" chiese estatica. "L'intera citta' e' desolata. Tutte le macchine hanno la ruota posteriore sinistra tinta di nero in segno di lutto, e di notte lungo il North Shore si sente un lugubre lamento".
Altro esempio: "Ti diro' un segreto di famiglia," sussurro' entusiasta. "Riguarda il naso del maggiordomo. Vuoi sentire la storia del naso del maggiordomo?" "E' per questo che sono qui stasera".
Insomma, al di la' del fatto che sia un umorismo delineato dall'Autore probabilmente per mettere in ridicolo la vacuita' di certe persone/di tutta una societa'... ma io trovo grandioso proprio come viene attuato: domanda sciocca - risposta cortese ma caustica e soprattutto senza nemmeno l'ombra di un sorriso... eppure Nick a Daisy le vuole bene, anzi, proprio perche' le vuole bene le risponde cosi'... semplicemente fantastico! : )
La seconda cosa che mi ha affascinato e' il modo -gia' definito impressionistico- di descrivere personaggi, situazioni, paesaggi a partire da un particolare, magari "sgraziato", che pero' immediatamente richiama nel lettore l'immagine completa e armonica (aggraziata?). Esempi: "la ragazza cercava, senza successo, di accasciarsi sulla mia spalla", ".. noi tre restammo fuori a spostare i sassolini caldi con i piedi", ".. mentre il mantice della terra gonfiava di vita le rane"... sono rimandi veramente geniali e spiazzanti, io l'ho vissuta quasi come un gioco, una sfida, una caccia al tesoro... non so dirlo meglio, ma forse per la prima volta leggendo un libro ho avvertito un'enorme empatia e complicita' con l'Autore invece che col personaggio... mah! : )

Barbara.
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Rosella
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Posted - 27/10/2011 :  22:30:58  Show Profile
Complimenti Barbara! Hai delineato il tema dell'ironia in modo estremamente efficace. Sono d'accordo con te, pervade tutto il libro, e non sempre è facile da cogliere.
A me sembra però che Nick all'inizio voglia bene a Daisy, alla fine non più. Tutto il suo affetto si è spostato verso Gatsby, che, inizialmente non apprezzava affatto.
Nick non solo è il personaggio più "dinamico" del libro (dove dinamico = che si trasforma nel corso della storia, come mi insegna mia figlia ) è in pratica l'autore stesso. Direi quindi che il senso di empatia va verso di lui e verso la sua narrazione in prima persona. Con una impostazione letteraria di questo tipo gli altri personaggi sono visti in maniera esterna, mai catturati completamente, e questo forse lascia un passo di distanza tra noi (lettori) e loro (ricordi di Nick).
Questo comunque non ha impedito di sviluppare in me una serie di sentimenti nei loro riguardi: odio totale per Daisy e Tom, con la speranza che la crisi del '29 li getterà sul lastrico, pietà per il garagista e sua moglie, i reietti, simpatia per Gatsby. Proprio lui, come persona, pone una domanda cui ancora non ho dato risposta: eroe romantico fuori tempo, o arrivista sin troppo presentuoso, e un po' folle?
CIAO

Rosella - Gwendydd
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eloise
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Posted - 29/10/2011 :  12:53:11  Show Profile  Visit eloise's Homepage
Vorrei soffermarmi un attimo su una delle scene del libro che mi ha colpito maggiormente perché grottesca: quella del ritrovo nell'appartamento a New York di Tom, la sua amante Myrtle, il protagonista Nick, la coppia Mc Kee e la sorella dell'amante, Catherine. Tutte quelle chiacchiere inutili in cui il narratore ci accompagna, quelle situazioni al limite del ridicolo, con quei personaggi sgraziati che si muovono quasi imprigionati in quell'ambiente chiuso e opprimente girandosi intorno, e che poi finisce oscenamente con il naso rotto e sanguinante di Myrtle.
Ma del resto è lo stesso narratore a esprimere il suo disagio al riguardo di tutto ciò:

quote:
Avevo voglia di uscire a passeggio verso il parco nel crepuscolo tenero, ma ogni volta che cercavo di andarmene mi trovavo immischiato in qualche strana discussione stonata che mi inchiodava sulla seggiola come se vi fossi legato con una corda. Eppure, alta sulla città la fila delle nostre finestre gialle deve aver comunicato la sua parte di segreto umano allo spettatore casuale nella strada buia e mi parve di vederlo guardare in su incuriosito. Ero dentro e fuori, contemporaneamente affascinato e respinto dall'inesauribile varietà della vita.


Da qui arriviamo secondo me ad alcune considerazioni importanti riguardo a questo narratore d'elezione, che grazie alla sua natura è capace di guardare contemporaneamente "dentro e fuori" - in questo aiutato forse anche dall'insegnamento derivato dal padre ("perciò ho la tendenza a evitare ogni giudizio", dice all'inizio del romanzo) - e che è quindi fondamentale per noi lettori.
Grazie a lui possiamo mettere a fuoco alcune delle contrapposizioni maggiormente volute dall'autore: tra il dentro e il fuori, ma anche tra il West e l'East Egg, come pure tra le feste di Gastby e quel ritrovo nell'appartamento, tra la delicata Daisy e la rozzezza di Myrtle, ecc.
Egli poi è insieme la scusa e la causa della cornice che c'è intorno alla storia vera e propria: è il tentativo "moraleggiante" di cui parla Tiziano, è ciò che permette a questa storia particolare di voler assurgere, alla fine, a storia più universale e prettamente americana ("Mi accorgo adesso che questa è stata una storia del West, dopo tutto").
Direi che più che "essere" l'autore, questo personaggio-narratore è attentamente "usato" dall'autore per scopi che vanno oltre il racconto della storia in sé.

Eloise
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Rosella
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Posted - 29/10/2011 :  22:45:03  Show Profile
Riprendo velocemente, dal tuo affascinante intervento, solo la parte che riguarda Nick. Il resto l'hai scritto cos' bene che anche una sola parola in più mi sembrerebbe di troppo.
Su Nick hai sollevato una questione che tormenta gli scrittori-lettori credo dall'inizio dei tempi: davvero lo scrittore riesce ad "usare" i personaggi piegandoli a suo piacimento, oppure sono i personaggi stessi che, una volta abbozzati, balzano fuori della penna ed iniziano a vivere di vita propria, strettamente connessi con l'autore, eppure incredibilmente liberi di fare ciò che "loro" vogliono o devono fare?
Non sono pazza. Tornando al caso in esame, F., nel momento in cui "crea" Nick, lo definisce in modo che sia anche il suo portavoce, con il quale identificarsi, a volte, a volte no. Ecco perchè può guardare "dentro e fuori", perchè è nella storia, ma contemporaneamente ne è anche fuori. Il narratore interno è un espediente letterario, meglio, una scelta, ma ogni scelta è guidata da motivi intrinseci allo scrittore.
CIAO

Rosella - Gwendydd
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Tiziano
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Italy
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Posted - 30/10/2011 :  17:49:10  Show Profile
Siete riusciti a farmi considerare nuovamente il libro, dopo la mia prima lettura irritata e, perciò, distratta. Devo riconoscergli, grazie alle vostre osservazioni, una certa interessante complessità.
Eloise ha messo in evidenza un punto essenziale: il giudizio di Nick:"questa è stata una storia del West, dopo tutto"; soprattutto perché lui viene dal west e vi tornerà deluso dagli avvenimenti che ha narrato. Ma allora Nick non è un semplice narratore interno, quello che assiste alla storia e la racconta, come ad esempio il Marlowe di "Cuore di tenebra" e "Lord Jim". Non per caso (ma ammetto che la citazione è un po' fuori luogo) mi vengono in mente i versi di "La natura" di Lucrezio: "dolce è mirar l'altrui grave travaglio/quando i venti scompongono l'ampia distesa del mare (cito a memoria, perciò perdonatemi eventuali errori): naufragio con spettatore, che mira proprio perché si trova a riva, tranquillo.Talvolta però il narratore interno è un vero e proprio personaggio che sta dentro la storia, partecipa al naufragio; questo è il caso di Nick. Ma credo che si posso addirittura affermare che ne è il protagonista, poiché la storia di Gatsby serve a lui, alla sua formazione; infatti è lui a conoscere una mutazione esistenziale nello svolgimento dei fatti, mentre Gatsby fatica ad uscire da una rappresentazione stereotipata.
Ciò che invece nel romanzo non trovo per niente è l'ironia. Questo non è e non può essere un romanzo ironico, poiché avrebbe bisogno del pathos del distacco (l'ironia è sempre sguardo didincantato dei fatti) ma neanche c'è ironia dei personaggi, piuttosto allusività o sarcasmo, o più semplicemente quello stile da conversazione cinica e brillante da salotto, che poi è migrata nella sofisticated comedy hollywoodiana (una specie di volgarizzazione dell'umorismo alla Wilde, intriso di ingenuità americana).
Credo proprio di non aver più nulla da dire, quindi vi lascio con una confessione: mi inchino di fronte alla forza epica di Melville, sono affascinato dall'angoscia che promana dai racconti di Poe, sono cresciuto a pane e Kerouac, ma il romanzo americano che preferisco e che ogni tanto torno a leggere è Le avventure di Tom Sawyer.

Tiziano
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eloise
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Posted - 02/11/2011 :  15:23:46  Show Profile  Visit eloise's Homepage
Sono d'accordo con Tiziano, quando dice che in fin dei conti è Nick il protagonista di questo romanzo, nel senso appunto che è l'unico a portare avanti una formazione. Gli altri personaggi rimangono piuttosto statici e sempre uguali a se stessi.

Oltre a Nick vi è un altro personaggio che potrebbe maturare una evoluzione formativa nel romanzo, avendo a disposizione più di un'occasione per "riscattarsi" da quelle che sono le aspettative della sua condizione sociale, ma che poi rimane essenzialmente se stesso fagocitando a più non posso queste aspettative: è Daisy. Si potrebbe anzi fare un parallelismo tra i due cugini da questo punto di vista.
Nonostante la meravigliosa scena descrittiva con cui viene introdotta all'inizio del romanzo, credo che in fondo Daisy rappresenti il personaggio più negativo in assoluto, perfino di Tom (che alla fin fine è presentato negativamente fin da subito e perlomeno rimane coerente con se stesso). La scena delle camicie in questo senso mi è sembrata notevole:

quote:
Improvvisamente con un grido soffocato Daisy abbandonò il capo sulle camicie e incominciò a piangere a dirotto. "Che belle camicie" singhiozzò, con una voce attutita dalla stoffa. "Mi fa piangere perché non ho mai visto camicie così... così belle".


Come conciliare la descrizione iniziale (Daisy leggiadra e bella come una colomba in volo) con questi elementi negativi? Sicuramente con l'evoluzione dello stesso occhio del narratore: prima affascinato da sua cugina, poi costretto a conoscere episodi di estrema bassezza morale (Daisy che lascia accusare Gatsby dell'omicidio - involontario, ma non meno grave - di cui lei è l'unica colpevole). Ma vi è secondo me un'altra considerazione importante da fare: Fitzgerald è ossessionato nei suoi scritti dal tema della ricchezza e dello sfarzo come valore fondante della società e quindi dell'individuo. Non mi piace in genere analizzare un autore sulla base della sua biografia, ma devo dire che stavolta non si può non fare riferimento a questo aspetto. Tutti i suoi scritti sembrano l'espressione di queste forze antitetiche: una fascinazione irresistibile per il mondo più ricco dell'America di allora e una altrettanto ineluttabile espressione dei suoi lati più negativi. Ogni personaggio estremamente ricco è in fin dei conti sempre negativo in lui. E Daisy rappresenta la parte più fragile di questo mondo, fragile non solo perché di una bellezza e di un portamento leggiadri (la colomba) ma anche perché caratterialmente non ha mai saputo imporsi, fino all'ultimo. L'episodio dell'omicidio macchia definitivamente questa leggiadria rendendola odiosa e - metaforicamente - colpevole in maniera diretta dell'ipocrisia del suo mondo.

C'è forse un'unica eccezione in tutto il panorama di personaggi ricchi o ricchissimi in Fitzgerald, e ciò nonostante le apparenze: ed è proprio Gatsby. Beh, ci dovrà pur essere una ragione per cui il romanzo s'intitola "Il grande Gatsby"! Grande non tanto perché diventato incredibilmente ricco, ma perché nonostante tutto è l'unico a rimanere sostanzialmente intatto nel suo cuore, fedele al suo io adolescenziale più puro, anche nei momenti in cui la realtà deve per forza sembrargli molto diversa:

quote:
Perfino in quel pomeriggio dovevano esserci stati momenti in cui Daisy non era riuscita a stare all'altezza del sogno, non per sua colpa, ma a causa della vitalità colossale dell'illusione di lui che andava al di là di Daisy, di qualunque cosa. Gatsby vi si era gettato con passione creatrice, continuando ad accrescerla, ornandola di ogni piuma vivace che il vento gli sospingesse a portata di mano. Non c'è fuoco né gelo tale da sfidare ciò che un uomo può accumulare nel proprio cuore.


Alla luce di tutto quanto, potrei forse dire che "Tenera è la notte", che come romanzo a me ha lasciato più "fredda", in fondo sia il naturale proseguimento di "Il grande Gatsby". E' stato scritto non negli anni ruggenti, tanto particolari all'America, ma più tardi, e quindi sicuramente ha risentito del crollo del 1929 con le disastrose conseguenze che ne sono derivate per tutta l'economia americana. Il tono lì mi sembra più stanco, melanconico, anche più lieve se vogliamo, forse la penna scrive con più maestria - non ricordo nemmeno bene - ma fin da subito si sente che non può esserci spazio per nessun idealismo. E forse non è un caso se è ambientato proprio da noi, nella nostra vecchia e disincantata Europa. Con Gatsby sembra invece a un certo punto che si possa riscattare l'idealismo, tranne poi sprofondare nella disillusione nella seconda parte del romanzo: quasi Fitzgerald già prefigurasse attraverso il suo personaggio il destino dell'intera America, destinata a cadere in basso dopo aver toccato le stelle e creduto nella realizzazione di un vero sogno.

Beh magari ora sto fantasticando, ma trovo che alla fin fine questo romanzo mi abbia dato molto. Devo dire che di letteratura americana non m'intendo molto per poter fare sufficienti paragoni, che anch'io un po' come Tiziano subisco la fascinazione senza tempo di Poe (non a caso amato più da noi che dai conterranei contemporanei), ma che forse proprio per questo sono stata molto contenta di approfondire Fitzgerald, uno scrittore "incollato" al suo tempo/luogo. Mi ha fatto conoscere una realtà che non conoscevo, e l'ha fatto portandomi tanti elementi di riflessione attraverso un testo se vogliamo anche piuttosto semplice.

L'età del Jazz... se ci ripenso mi vien quasi da ridere Io pensavo al Jazz un po' a come lo ascoltavano i "nostri" personaggi/scrittori dell'epoca, magari nei bistrots parigini, attraverso cortine di fumo e l'idea di un rinnovamento intellettuale della società, dell'arte, della storia, ... di tutto. Invece mi accorgo attraverso Fitzgerald che è stato vissuto, laddove è nato e perlomeno in certi ambienti, come il naturale accompagnamento di una grande follia collettiva, di un'energia che sembrava inesauribile, di una ricchezza e uno sfarzo irresponsabili, insomma di tutta una serie di fenomeni sociali che ben mi sembrano simboleggiati dallo strumento per eccellenza del Jazz: la potente e lustrissima tromba dorata di Louis Armstrong.

Eloise
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giovanni
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Posted - 05/11/2011 :  17:04:54  Show Profile
Non conosco F. S. Fitzgerald. Non avevo mai letto Il grande Gatsby, di cui pure avevo sentito parlare come di un libro importante di uno dei grandi della letteratura americana del ‘900. Senza avere il ricordo preciso di cose lette a riguardo, me lo figuravo come metafora del sogno americano, evidentemente avendolo incontrato non so dove come il simbolo dell’uomo che, dal nulla, riesce a crearsi successo, fama, ricchezze.
Sempre senza sapere perché, mi immaginavo che tuttavia fosse un sogno destinato ad avere una fine tragica.

Credo che il libro sia scritto molto bene.
Sopra ogni altra cosa sono rimasto affascinato dall’atmosfera malinconica che mi è sembrato leggervi fin da subito, come se la storia, i personaggi, lo stile di scrittura finissero per convergere innanzitutto in questa direzione, quella del disincanto, della disillusione con cui guardare all’umana possibilità.
Mi sono ritrovato, dunque, nell’idea che avevo prima di leggerlo: la metafora di un lato oscuro che accompagna il mito del sogno americano. Non è un caso che se dovessi citarne il passo ai miei occhi più significativo, prenderei fra le mani l’ultima pagina:

“[…] finché lentamente divenni consapevole dell’antica isola che una volta fiorì agli occhi dei marinai olandesi: un seno fresco, verde, del nuovo mondo. Gli alberi scomparsi, gli alberi che avevano ceduto il posto alla casa di Gatsby, avevano una volta incoraggiato bisbigliando il più immane dei sogni umani; per un attimo fuggevole e incantato, l’uomo deve aver trattenuto il respiro di fronte a questo continente, costretto ad una contemplazione estetica, da lui non capita né desiderata, mentre affrontava per l’ultima volta nella storia qualcosa di adeguato alla sua possibilità di meraviglia.”

Per l’ultima volta nella storia. Ecco. E’ l’idea stessa di innocenza ad essere compromessa. La conquista del nuovo mondo (che poi, forse, è l’humus in cui ha finito per radicarsi quel sogno americano, con la sua conquista del west, i suoi miti del chiunque può farcela, della chance che la vita offre a ognuno, come a quel Gatsby che era “così al verde che doveva continuare a vestire in uniforme perché non aveva i soldi per comprarsi i vestiti civili”…) la conquista del nuovo mondo può forse essere valsa come il momento in cui la speranza dell’uomo ha toccato il suo punto più alto, un apice vertiginoso che ha aperto inesorabilmente alla sua caduta.

La conclusione tragica si fa presagire sin dalle prime battute e alla fine riesce a lasciarti qualcosa dentro, qualcosa di profondo, che sembra volerti accompagnare ancora per qualche tempo dopo aver terminato il libro; mi ripeto: questa sorta di retrogusto è il sapore amaro non già dell’altra faccia del mito, quanto della sua componente più oscura, il marchio, il segno di una macchia, la colpa - non fosse esagerato dir così - che accompagna l’uomo nel suo incedere nel mondo.

Non significa fine inesorabile del sogno, della speranza, tuttavia qualcosa del modo in cui riescono a orientare nella vita prende forma nelle parole finali del libro:

“Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo le braccia… e una bella mattina… Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.”

E’ una questione di sguardi. Penso, ancor prima che alla figura di Gatsby (che dopotutto è proprio il simbolo di quella adolescenziale innocenza destinata a soccombere), al percorso formativo di Nick: è il modo in cui Nick acquisisce la propria maturità che mi sembra rappresentare il tipo di sguardo che si fa disilluso e probabilmente capace di vedere oltre.
Nel commiato a Jordan Baker dice una frase: “Ho trent’anni.” “ Ho cinque anni di troppo per chiamarlo onore”. Al di là del contesto in cui la pronuncia, vi leggo già il superamento di qualcosa. Questo ritrovo in Nick: la capacità di vedere oltre le apparenze, di ascoltare voci che altri non sentono. E dunque è questo che ho ammirato in Fitzgerald e nel suo scrivere poetico: uno sguardo capace, nel suo caso, di cogliere dietro all’esaltata vita di ricchi festaioli le miserie di cui da lì a poco si sarebbe fatta esperienza; un orecchio capace di sentire dietro alle risate e alle fatue chiacchiere ai tavolini di un club alla moda i lamenti di un mondo che sta per crollare sotto il peso della recessione e soprattutto della guerra.
Della guerra.

Non mi stupisce che Il grande Gatsby sia divenuto libro di culto per molte generazioni.


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eloise
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Posted - 07/11/2011 :  11:46:30  Show Profile  Visit eloise's Homepage
E' molto bello il tuo intervento, Giovanni. Soprattutto mi piace che hai saputo cogliere e ci hai regalato un'attenzione particolare per quelle frasi finali sul mondo nuovo, sul seno verde, che l'uomo meravigliato ha scoperto e davanti al quale si è incantato, sognando chissà che.. e che poi ha ceduto al tempo, al disincanto, all'inevitabile caduta in basso. Hai colto un'altra metafora del destino dell'America che possiamo trovare in Fitzgerald.
Così, nel testo questo destino dell'America viene rappresentato da tutta una rete di metafore: il seno verde e innocente della sua terra, la leggiadra bellezza intrinsecamente minata di Daisy, la tragica fine del sogno di Gatsby, lo stesso percorso formativo vissuto da Nick, deciso a tornare indietro nel suo ambiente dopo l'esperienza negativa appena vissuta, anche se in terza persona.
Questo ci permette di avere una visione del testo che va oltre il solo tentativo moraleggiante intravisto all'inizio.

Eloise
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eloise
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Posted - 08/11/2011 :  08:32:26  Show Profile  Visit eloise's Homepage
Se non ci sono altri interventi, dato che mi pare ognuno abbia già tirato un po' fuori quello che il romanzo gli ha ispirato, chiuderei questa discussione entro questo fine settimana.

Per quanto riguarda la prossima discussione (Jane Austen, Persuasione) avevo già proposto come data indicativa di inizio sab 3 dicembre. Fatemi sapere se vi va bene entro breve così mi organizzo per segnalarlo anche sulla Newsletter di prossimo invio.
Un saluto e grazie a tutti! :)

Eloise
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