Il Calamaio

Fra le righe del Salento e dei Balcani

LE MUTE INFERNALI. Dante e le donne, a cura di Debora de Fazio e Maria Antonietta Epifani

Mar 232021

"...Questo lavoro nasce da una passione forte e comune delle due curatrici per Dante. Una passione diversa per formazioni, età, vite altrettanto diverse. La sua gestazione risale al dicembre 2019, frutto di conversazioni e caffè, ed è poi necessariamente proseguita “per corrispondenza”, vivendo esse in città diverse. L’idea di base è stata quella di intraprendere una strada, forse non troppo battuta, della vastissima letteratura sul grande Trecentista (come si sa bene, non solo in lingua italiana): il rapporto tra Dante e le “sue” donne. Studiosi e commentatori si sono a lungo soffermati sulla presenza esigua di figure femminili nell’opera magna del Poeta. Secondo Delmay, su un totale di 364 personaggi riconoscibili, soltanto una quarantina sono donne. Se scendiamo a verificare a quante di esse venga “concesso” di parlare, il numero scende drasticamente. Sono soltanto cinque: Francesca da Rimini nell’Inferno, Pia de’ Tolomei e Sapìa nel Purgatorio, Piccarda Donati e Cunizza da Romano nel Paradiso (escludendo, per ovvi motivi di status, Beatrice). Il corpus di presenze femminili su cui si è deciso di soffermarsi è ritagliato sul solo Inferno, sull’Inferno vero e proprio: si è preferito pertanto lasciare fuori le figure enumerate nel Limbo (primo cerchio)..."

LE MUTE INFERNALI. Dante e le donne (Besa, 2021), è un saggio a cura di Maria Antonietta Epifani e Debora de Fazio, che nasce con lo scopo di dare o, in qualche modo, ri-dare voce a quelle donne "mute" dell'Inferno dantesco, facendole rivivere e parlare, dando "loquacità al loro silenzio". Un'antologia di storie, in cui la penna delle scrittrici (tutte volutamente donne e pugliesi), dona la parola a figure femminili nascoste, valorizzando, così, la loro presenza. Un omaggio, quindi, a Dante attraverso "la rilettura delle storie dei suoi personaggi lumeggiate da punti di vista volutamente diversi, in alcuni casi antitetici. Donne dalle diverse età e dalle diverse vite che raccontano storie di altrettante figure femminili".

Quelli contenuti in questo LE MUTE INFERNALI. Dante e le donne, sono piccoli e preziosi pezzi di letteratura, carichi di forte impatto emotivo, di potenza storica e di quel soave grido scagliato contro il silenzio, che non stordisce e non assorda. In maniera delicata e garbata, le autrici riportano alla luce quelle donne messe in secondo piano, "poeticamente" zittite, dando loro una giusta collocazione, senza strafare e senza strafalcioni e senza stravolgimenti della magistrale e intoccabile impronta data dal Sommo Poeta. undefined

Alle tante donne che non possono avere voce, una dedica di straordinaria importanza, che esprime l'essenza del saggio, donadogli una veste storica, se pur profondamente e drammaticamente attuale:

"Inevitabilmente si viene a creare un “ponte” tra passato e presente. Nel racconto delle storie di tante di queste figure – alcune delle quali hanno molto sofferto, tanto da diventare spesso, per antonomasia (anche vossianica) l’emblema del dolore (pensiamo, pur nella loro diversità, a Didone, Mirra, Ecuba, Penelope, Ipsifile, Medea) – e, soprattutto, nell’assenza di “voce” che le accomuna non si può non vedere un destino che purtroppo è ancora comune a tante, troppe donne. Anche di oggi. Donne colpite dalla misoginia, dall’indifferenza, dalla violenza… Donne che non hanno la forza di difendersi, eppur consapevoli della loro essenza, della loro umanità.
Un omaggio a Dante, quindi, senz’altro. Ma anche un omaggio alle Donne. E da qui anche la scelta di affidare i racconti di queste figure al femminile ad altrettante voci femminili, tutte pugliesi (e della Puglia non mancano note di colore di carattere lessicale, culturale ed antropologico).
Donne libere di parlare e di esprimere se stesse senza condizionamenti. Donne orgogliose di essere tali e di poter scrivere e spiegare il vissuto di un’altra donna." 

Una dolorosa realtà, che accomuna le figure femminili che animano il saggio e la condizione di cui molte donne, ancora oggi sono protagoniste. Situazioni inaccettabili, in cui l'indifferenza fa spesso da padrona.

LE MUTE INFERNALI. Dante e le donne, pubblicato da Besa, proprio nel giorno del Dante Dì, è una lettura che riporta indietro in un tempo e in un mondo di cui si è tanto parlato, riuscendo a offrire una visione differente e nuova, priva di giudizio alcuno e libera da qualsiasi suggestione. 

                                                                                                                                                                               U Calamaru

 

Intervista a Debora de Fazio e Maria Antonietta Epifani

Mar 232021

LE MUTE INFERNALI. Dante e le donne (Besa, 2021), vede gli albori proprio nel Dantedì, nella giornata dedicata al sommo poeta, istituita in occasione delle celebrazioni per i 700 anni trascorsi dalla sua morte. Secondo i dantisti, il 25 Marzo inizia il viaggio della Divina Commedia ed è proprio di una parte di questo "speciale cammino", che si narra nell'omaggio tutto al femminile a un classico immortale della letteratura italiana. Il Calamaio ha intervistato le due curatrici dell'opera: Debora de Fazio e Maria Antonietta Epifani. Buona lettura.

Come e perché nasce il progetto che dona vita a LE MUTE INFERNALI. Dante e le donne?

Questo progetto – frutto di una lunga gestazione e di lunghi confronti tra le due Curatrici –nasce dalla volontà di realizzare un volume di taglio “divulgativo” (benché di alta divulgazione) sul Padre della nostra lingua, seguendo una strada, forse non troppo battuta, della vastissima letteratura sul grande Trecentista: il rapporto tra Dante e le “sue” donne. È infatti noto quanto la presenza di figure femminili nell’opera magna del Poeta sia piuttosto esigua. In particolare, si contano letteralmente sul palmo di una mano le donne a cui nel Poema sia “concesso” di parlare. Da qui l’idea di (ri)dare voce ad alcune di queste figure (trascelte dalla prima Cantica, l’Inferno), di rendere queste “mute” in grado di (ri)parlare e di (ri)raccontare. Detto in altre parole di “farle rivivere”. Non è un caso, infatti, che la grande esclusa di questo libro sia proprio Francesca da Polenta (che dialoga con Dante nel canto dei lussuriosi). Da semplici comparse, tornano invece da protagoniste sulla scena altre dannate (Didone, Semiramide, Cleopatra, Elena, Taide, Manto, Mirra, la moglie di Putifarre), insieme con altre
figure che leggiamo in filigrana attraverso le parole del narratore o della sua guida Virgilio (Ipsipile, Medea, Ecuba), attraverso i ricordi delle anime trapassate (Penelope, Circe), e le tante figure allegoriche richiamate nella Cantica (le tre Fiere, le Arpie, le Furie, Medusa)

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Un omaggio al grande poeta, all'epoca che fu e comunque, fortemente attuale..."Alle tante donne che non possono avere voce". Una dedica che racchiude l'essenza dell'opera, che sembra fare da specchio ad alcune sfere della condizione femminile odierna. Sbaglio?

No, non sbaglia. Inevitabilmente si viene a creare un “ponte” tra passato e presente. Nel racconto delle storie di tante di queste figure – alcune delle quali hanno molto sofferto, tanto da diventare spesso, per antonomasia (anche vossianica) l’emblema del dolore (pensiamo, pur nella loro diversità, a Didone, Mirra, Ecuba, Penelope, Ipsifile, Medea) – e, soprattutto, nell’assenza di “voce” che le accomuna non si può non vedere un destino che purtroppo è ancora comune a tante, troppe donne. Anche di oggi. Donne colpite dalla misoginia, dall’indifferenza, dalla violenza... Donne che non hanno la forza di difendersi, eppur consapevoli della loro essenza, della loro umanità.
Un omaggio a Dante, quindi, senz’altro. Ma anche un omaggio alle Donne. E da qui anche la scelta di affidare i racconti di queste figure al femminile ad altrettante voci femminili, tutte pugliesi (e della Puglia non mancano note di colore di carattere lessicale, culturale ed antropologico). Donne libere di parlare e di esprimere se stesse senza condizionamenti. Donne orgogliose di essere tali e di poter scrivere e spiegare il vissuto di un’altra donna.

Chi sono Debora de Fazio e Maria Antonietta Epifani?

Sono due donne che si sono conosciute sul posto di lavoro (entrambe docenti) e che si sono ritrovate per “necessità” a lavorare insieme. In seguito si è poi creata una bella sinergia, frutto di studi ed esperienze diverse (musicista e musicologa, Epifani; linguista, de Fazio), ma in tanti punti coincidenti e convergenti. La passione per la ricerca, per lo studio, per Dante. Due donne che si sono già occupate (da punti di vista senz’altro diversi, se non antitetici) di donne, di femminilità, di scritture femminili e al femminile. Da qui la sfida di realizzare un progetto insieme: “le Mute”, come le chiamiamo tra noi, un progetto nato interamente al femminile e come tale sviluppato.

Voi siete le curatrici di un'opera, come abbiamo detto sopra, animata da storie nate dalla creatività e dalla passione di autrici pugliesi. Chi sono? 

Sicuramente il libro contiene un pezzetto dell'Anima di ognuna delle scrittrici e pertanto ci fa onore menzionare ognuna di loro e il loro relativo scritto:

  • Olga Sarcinella, Le tre Fiere. Processo a Dante
  • Lucrezia Argentiero, Semiramide. Specchio servo delle mie brame: chi è la più bella del reame?
  • Wilma Tagliaferri, Didone. Eccomi. Fiera di essere Didone
  • Anna Maria Mazzotta, Cleopatràs. Fu solo il morso di un serpente?
  • Grazia Carrozzo, Elena. Masseria Amarcord
  • DomeNica Convertino, Tre Furie. Un viaggio nel tempo
  • Loredana Legrottaglie, Medusa. Le scoperte più grandi si fanno attraverso lo sguardo
  • Delfina Todisco, Le Arpie. Le tre cagnette a cui aveva sottratto l'osso
  • Fabiana Grassi, Isifile. Un'eroina in tre puntate
  • Santa Fizzarotti Selvaggi, Medea. Tu non mi fai parlare...Tu non mi fai esister
  • Beatrice Stasi, Manto. Parlando e lacrimando
  • Maria Corvino Forleo, Penelope. Tessere le parole
  • Beatrice Perrone, Circe. L'ultimo canto di Circe
  • Sonia Gioia, Mirra. Chiamatemi Mirra
  • Carmen Taurino, Ecuba. Era bello essere una regina
  • Pamela Spinelli, La moglie di Putifarre. Niente è come sembra, niente è come appare

La creatività delle scrittrici è encomiabile, come quella di chi ha dato una veste al libro.

Sicuramente, ringraziamo la creatività e l'ottimo lavoro di Uccio Biondi, autore della copertina.

 

                                                                                                                                                                                   U Calamaru

Intervista alla scrittrice Nicoletta Bortolotti

Feb 132021

Autrice dalla penna delicata, capace di esaltare le emozioni all'ennesima potenza, Nicoletta Bortolotti scrive di donne e di emozioni, ma anche di situazioni forti che appartengono a una società sofferente. L'abbiamo intervistata per voi. Buona lettura!

Parlaci di e qualcosa rimane

e qualcosa rimane è un libro al quale sono molto legata. Narra la storia di due sorelle che non si vedono da molto tempo: Viola e Margherita. Viola chiama Margherita, dopo otto anni, perché deve raccontarle un segreto che riguarda la famiglia. Nel racconto si ripercorre la storia dell'Italia che fa da sfondo a quella delle protagoniste. Un legame forte e conflittuale quello tra le due sorelle, dove i caratteri a volte opposti, si definiscono l'uno sulla misura dell'altro e nonostante siano adulte e lontane, sono l'una dipendente dall'altra. Viola e Margherita non sono mai in contrapposizione. Il romanzo non racconta solo la storia delle sorelle, ma anche quella di tre generazioni di donne e disegna diversi aspetti di vita familiare. In altre parole, e qualcosa rimane vuole essere un racconto sulla famiglia. I legami familiari possono essere spesso difficili e nonostante questo costituire comunque il collante che tiene insieme le persone, continuando a essere per le stesse un notevole punto di riferimento. Questo è il motivo per cui, la frase “un amore da lontano non è un amore da meno”, a mio avviso, sintetizza il cuore del romanzo. Amare da lontano è più facile; fantasticare sull'oggetto del nostro amore, se si è lontani, è decisamente più semplice. Più ci allontaniamo dalla verità biografica, più ci avviciniamo all'essenza. Il romanzo è in parte autobiografico, come qualsiasi libro un autore scriva. Simile alla vita reale c’è la separazione dei genitori, che io e mia sorella abbiamo vissuto e il fatto che appunto io abbia una sorella. La trama, invece, è frutto di pura invenzione. Autobiografica è la memoria della Milano di quel tempo, quindi l'essenza. Io conduco spesso laboratori per ragazzi e dico loro, che quando si scrive, lo si fa sempre in modo autobiografico. Mi rendo conto che in quei romanzi dove è presente la voce narrante, facilmente si può pensare a un io autobiografico. In realtà è l’io narrante.

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Perché decidi di scrivere questo romanzo?

Non sono io che cerco le storie, bensì loro che vengono a cercarmi. L’idea parte sempre da un’immagine che mi viene a trovare. Nel caso di e qualcosa rimane, sono partita dall’immagine del letto a castello delle due sorelle. La figura che mi cattura è quella sulla quale lavoro a cerchi concentrici. La storia che ne nasce deve avere a che fare con parti invisibili di me. Dopo che ho scritto rileggo e ritrovo quelle parti impercettibili del mio essere e così mi rendo conto che è proprio quello che dovevo scrivere. Sicuramente quando scrivo voglio comunicare qualcosa. Penso, per esempio, che si senta in qualche modo l’urgenza di redigere un libro che ci ha colpito o che ci ha accompagnato durante la gioventù. Mentre scrivevo e qualcosa rimane, ho ripensato a diversi libri da prendere come modello. Quelli che più di tutti amo sono gli scritti di Natalia Ginzburg, come la letteratura americana e quella russa. Il mio modello ideale, comunque, rimane sempre la Ginzburg.

Quando hai pubblicato il tuo primo libro?

Io vengo dalla poesia. Ho scoperto ultimamente dei quaderni che contengono diverse poesie, circa 450 scritte da me. Ancora adesso sono una grande lettrice di poesie. Detto questo, il primo libro pubblicato è stato Neo mamme allo stato brado edito da Dalai Editore nel 2004, scritto dopo aver avuto il mio primo figlio. Nel 2007 esce Il filo di Cloe, edito da Sperling & Kupfer Editori. Un romanzo un po' acerbo che racconta della famiglia del Mulino Nero, (in contrapposizione a quella del Mulino Bianco), composta da persone che vivono le problematiche di ogni giorno, narrate da una bambina che sta per nascere. Dopo e qualcosa rimane, la cui prima edizione risale al 2012, ho pubblicato solo libri per ragazzi, che mi hanno aiutato a crescere e rendere la costituzione della trama dei miei scritti più solida e più strutturata. Fino a quando non è arrivato Chiamami sottovoce, edito da HarperCollins nel 2018, in cui ho unito l’esperienza dei libri per ragazzi a quella del romanzo.

Quanto sei maturata come scrittrice dal tuo primo libro a oggi?

Credo di essere maturata molto, nel senso di aver dato spazio alla scrittura. La creatività fa paura, chiede momentaneamente di assentarsi dal mondo, chiede di rinunciare alle proprie sicurezze, di navigare al buio quando nessuno ti può illuminare il cammino. Un viaggio nella totale oscurità che mi spaventava. Per una donna scrivere è giustificarsi, come diceva una nota scrittrice. Una valida giustificazione per la sua assenza dal mondo. Ho imparato a ritagliarmi quella “stanza tutta per me” e coltivare quella piccola fiammella. Ciò che cerco di fare, è piegare la scrittura alla storia che voglio scrivere. Spesso accade di avere dentro quel racconto che vuoi mettere nero su bianco, che non riesci a riprodurre sulla carta. Le mie ultime storie sono riuscite a trascriverle così come le avevo in mente. Mi sono detta “quella storia lì potevo raccontarla solo così”. Diventa veramente di rilevante importanza poter piegare la tecnica della scrittura a quello che hai dentro.

Qualcosa in cantiere?

Molto presto pubblicherò due libri per ragazzi, di cui uno era nel cassetto da tanto tempo. Il cielo degli animali, edito da Gribaudo, è una fiaba allegra e colorata che affronta il tema del distacco, Quelle in cielo non erano stelle, che sarà edito da Mondadori, racconta la storia di una bambina ucraina, che arriva in Italia, ospitata da una famiglia italiana. Scrivere quest’ultimo libro ha costituito una bellissima esperienza, perché ho scoperto un mondo a me sconosciuto. Ai tempi del disastro di Chernobyl, tantissime famiglie italiane da nord a sud hanno accolto questi bambini. Il romanzo racconta la vicenda della ragazzina che viene accolta e del bimbo, figlio della coppia che la ospita. Tra i due, inizialmente il rapporto è quasi conflittuale, perché il ragazzino è geloso della nuova arrivata. Dopo, però, vivranno un’avventura nel bosco che li unirà. La voci narranti sono quelle di una volpe, di una nuvola e del ragazzino.

                                                                                                                                                                     U Calamaru

e qualcosa rimane di Nicoletta Bortolotti

Feb 132021

e qualcosa rimane (Besa Muci, 2020) di Nicoletta Bortolotti parla di emozioni e sentimenti, oltre che di umanità e musica. La narrazione viaggia nel tempo, come su un'altalena che dondola tra il 1973 e il presente. Fatti politici e di cronaca, che si sono succeduti negli anni in cui la storia è ambientata, fanno da sfondo al racconto, a emblema del continuo movimento che lo caratterizza.

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Protagoniste indiscusse del romanzo sono due sorelle: Margherita, la maggiore e Viola, la minore. Due sorelle e donne che si ritrovano dopo tanto tempo, in quanto la più giovane, Viola, dopo ben otto anni di assenza dalla vita famigliare, contatta Margherita per chiederle di trascorrere un fine settimana insieme a Sestri Levante.

Un rapporto che la scrittrice descrive in maniera dettagliata e delicata, non sminuendone mai la forza. Un legame il loro, emotivamente importante, anche se il tempo e i luoghi le hanno separate per un lunghissimo periodo.
La Bortolotti gestisce con abile maestria l'incombenza del segreto che Viola custodisce. Una confidenza che la giovane chiede di fare, che il lettore vive con potente curiosità e allo stesso tempo come una piacevole spada di Damocle.
Bella la penna dell'autrice, che disegna la storia come se fosse in un incanto, seppur pregna di forte realismo. Non manca la dovizia di particolari e nulla è lasciato al caso.
Un romanzo questo e qualcosa rimane che racconta di donne e di famiglia e che la Bortolotti scrive senza fare giudicante, consegnando al lettore un libro pregno di vita vissuta e della parte più pura delle emozioni.

Il racconto è scorrevole, la trama compatta e la narrazione vivace nella sua delicatezza. Da non perdere.

                                                                                                                                                                                   U Calamaru

 

Le Beatrici, di Stefano Benni: un uomo che scrive di donne, per le donne

May 042019

Una dantesca Beatrice dei nostri giorni, un'adolescente dura, cruda e crudele, una presidentessa che trae sostegno dagli operai in esubero, una suora ninfomane, ma con ironia, una donna che vive la vita attendendo non si sa cosa, una signora anziana, davvero cattiva, una vecchietta che vive di sogni e una licantropa: sono queste le otto protagoniste del singolare libro di Stefano Benni, Le Beatrici.undefinedCome lo stesso autore specifica, Le Beatrici, prima di essere un libro, è uno spettacolo-laboratorio tenutosi al Teatro dell’Archivolto a Genova in cui cinque giovani attrici, sconosciute e di talento, hanno messo in scena gli otto inediti monologhi e le varie poesie, che solo in seguito sono andati a comporre l'opera scritta. undefined

In questo piccolo libro di Benni, otto donne si raccontano, in maniera autentica e senza fronzoli. Ne Le Beatrici lo stile dell'autore bolognese emerge prepotentemente, in tutta la sua ironia e il suo essere palesemente sfacciato e irriverente. 

Ognuna delle otto donne, attraverso un monologo, racconta pezzi della propria esistenza, colmi di angosce, problematiche irrisolte, drammi, il tutto narrato sempre in chiave ironica e a tratti di esilarante comicità.

Il monologo particolarmente degno di nota è quello di Beatrice, che apre il libro e che dà il titolo alla piccola opera di Benni. Un soliloquio, in cui emergono tematiche relative alla politica, alla letteratura, agli usi e costumi del Medioevo e ad alcuni fatti e vicende amorose del tempo che fu, che a ben guardare hanno molte analogie con i giorni nostri; il tutto, sottolineato da un lieve, se pur evidente, accento toscano, che ben delinea Beatrice, la quale prende in giro il suo Dante chiamandolo “il Canappione”:

“c’ha il becco che pare una poiana, pare…una caffettiera, anche se non è ancora stata inventata”. E ancora “Mi ha visto la prima volta che c’avevo otto anni, lui nove, mica mi ha detto si gioca insieme, ti regalo un gelato…, no, c’ha fatto dieci poesie di duemila versi, il piccino”.undefined

Stefano Benni, in/con Le Beatrici riesce, con grande maestria, a creare un potente equilibrio tra comicità e dramma, poesia e realtà, restando sempre coerente al proprio modo di scrivere e soprattutto al proprio modo di guardare l'universo femminile. Il mondo delle Beatrici è ampio e pronto ad accogliere tutte: dalla ragazzina superficiale tutta social, alla donna anziana abbandonata in un ospizio. Tutte le figure femminili che fanno parte di questo mondo, hanno però in comune la voglia di dare un significato alla propria esistenza e soprattutto l’intenzione di rompere gli schemi e andare oltre i ruoli preconfezionati in cui la società è capace di relegare. Un esempio lampante è Suor Filomena: il suo ruolo di devota al Signore le è stato imposto dalla famiglia e lei cerca di sfogare il proprio disagio, utilizzando un linguaggio a tratti volgare e scurrile, venendo così additata dalla badessa come "donna posseduta dal demonio". Tematiche drammatiche e soprattutto sempre attuali, trattate dall'autore in maniera decisamente divertente, se pur con una punta di amarezza.undefinedEmblematico, ai fini del messaggio che l'autore vuole far passare attraverso Le Beatrici, è il monologo della "Vecchiaccia". una donna sola, che giace immobile, in una stanza buia e ricorda quanto sia stata bella in gioventù e quanto sia stata invidiata. Ricordi amari, malinconici, di una persona che nessuno vede più, che nessuna guarda e allora lei urla, con tutta la sua forza, solo per un attimo e nulla più. Quell'attimo però è abbastanza, perché la gente si accorge di lei e questo le provoca un insano, comico, godimento. 

Un libro comico quello di Benni, in cui l'ironia la fa da padrone, un'ironia che fa comunque emergere in tutta la sua potenza la denuncia che l'autore fa, il suo urlo a favore della donna, contro la degenerazione del ruolo femminile nella società e a favore dell'autonomia e del libero arbitrio delle donne, che ancora oggi viene costantemente messo in discussione. Le Beatrici un libro scritto da un uomo per le donne.

 

La lunga vita di Marianna Ucrìa di Dacia Maraini

May 012019

La lunga vita di Marianna Ucrìa, uno spaccato di vita settecentesca e una rivelazione della condizione femminile dell’epoca, che vede protagonista la donna umiliata, violentata, abusata nel corpo e nella mente. Una accettazione del male, tramandato dalle madri e radicato in una cultura prevalentemente maschilista.

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 La Sicilia di metà Settecento, con le sue dinamiche nobiliari, le sue realtà popolane e con suoi i luoghi emblema della Palermo di quei tempi, fa da sfondo al celebre romanzo di Dacia Maraini, La lunga vita di Marianna Ucrìa. Un libro, dal quale emerge prepotentemente lo stile dell’autrice, fortemente sincero e realista, nella narrazione anche dei fatti più crudi, scorrevole e apparentemente semplice, di una semplicità che non cela il lavoro certosino di ricerca sulla lingua e le modalità di descrizione dei fatti. La lunga vita di Marianna Ucrìa può essere definito un romanzo di forte realismo narrativo, atto a evidenziare quanto fossero umilianti le condizioni di una fascia minoritaria di donne, una mortificazione alla quale non si è forse prestata la giusta attenzione nei dibattiti letterari e sociologici, nati per rivendicare attraverso gli scritti, i diritti della donne e il miglioramento delle condizioni femminili, ovunque nel mondo.

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 Un romanzo, quello della Maraini, per certi versi sottovalutato e quasi mai preso in considerazione ai fini dell’insegnamento. Decisione alquanto erronea, visto che l’autrice tratta e affronta temi di carattere storico-sociale, capaci di offrire molti spunti di riflessione, proprio in riferimento agli studi sulla storia della condizione femminile e alle informazioni oggettive, che potrebbero essere considerati importanti tasselli nel percorso di ricostruzione della condizione sociologica identitaria delle donne nel Settecento.

“Così si viveva e così vivevano le donne popolane e colte a metà Settecento”

La storia narra di Marianna, la figlia di Signoretto Ucrìa di Fontanasalsa, affetta da una grave disabilità (mutismo e sordità) inizialmente creduta congenita, viene data in sposa all’età di tredici anni all’anziano signor zio Pietro Ucrìa di Campo Spagnolo, un uomo burbero, spinoso, cocciuto, ostile e sospettoso con tutti, con la passione per l’araldica e per il whist, per le passeggiate in campagna fra i limoni di cui cura personalmente la produzione. Marianna è infelice e per nulla attratta dall’uomo che vogliono imporle come marito. La famiglia Ucrìa è nobile, lo zio è discendente del barone della Scannatura di Bosco Grande e di Fiume Mendola, conte della sala di Paruta, marchese di Sollazzi e di Taya. Nello studio della grande villa, che sarà la loro casa coniugale, c’è un grande quadro che raffigura il martirio di san Signoretto Ucrìa di Fontanasalsa e Campo Spagnolo, un sacerdote pisano vissuto alla fine del 1200 e giunto a Palermo in soccorso dei poveri che “ infestavano” la città.

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 Marianna poco più che bambina, si ritrova catapultata in un vortice di doveri coniugali, ai quali vorrebbe sottrarsi, cercando conforto e rifugio, proprio nella sua famiglia d’origine. A nulla servono le sue lettere e le sue suppliche, visto che è proprio la madre a rimandarla da suo marito. La ragazzina si ritrova in una vita non sua, a vivere momenti, come quelli sessuali, che nulla hanno a vedere con l’amore, distaccandosi dalla realtà, allontanandosi con la mente e pensando ad altro. Marianna si ritrova in un destino che accomuna tante donne in quel periodo storico.

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Marianna vive così una vita di violenze, angherie e soprusi, ai quali il marito-padrone la costringe, ogni giorno.

“Per molti nobili della sua età, vissuti e maturati nel secondo passato, i pensieri sistematici hanno qualcosa di ignobile, di volgare. Marianna sa che lui non la considera sua al pari. Per lui la moglie è una bambina di un secolo nuovo, incomprensibile, con qualcosa di triviale nella sua ansia per i mutamenti, per il fare, il costruire. L’azione è aberrante, pericolosa, inutile e falsa, dicono i suoi occhi malinconici, guardandola aggirarsi indaffarata per il cortile ancora ingombro di secchi di calce e di mattoni.”

Da questo assurdo matrimonio, nascono prima tre femmine, che non rendono al padre alcuna gioia e di conseguenza lui non ne regala a Marianna. Quando la ragazza partorisce il quarto figlio, un maschio, suo marito dà il via ai festeggiamenti, ai sorrisi e la invita ad accogliere omaggi.

Marianna, intanto, cerca di affinare i sensi e di cogliere tutto ciò che le sue capacità sensoriali le permettono di fare. Sono soprattutto gli occhi a vedere, osservare, scrutare nei minimi particolari ciò che la circonda permettendole spesso di riordinare qualche tassello memoriale: le immagini della campagna di Bagheria, i sugheri contorti dal tronco nudo e rossiccio, gli ulivi dai rami appesantiti, i rovi nelle strade, i campi coltivati, i fichi d’India, i ciuffi di canne e dietro, le colline ventose dell’Aspra, ma anche le vie, i borghi cittadini attirano lo sguardo di Marianna, come la piazza Marina gremita di gente, di teste ondeggianti, di colli che si allungano, di bocche che si aprono, di stendardi che si levano, di cavalli che scalpitano di tutto ciò che accende i colori dei sentimenti provati dalla protagonista. Marianna riesce anche ad utilizzare molto bene l’olfatto: riesce a riconoscere e a catalogare gli odori. La ragazza, infatti, odora l’acqua di lattuga, la fragranza della cipria di riso, l’unto dei sedili, il pizzicore della polvere, il leggero sentore di mentuccia. Tutto questo, però, non riesce a sopperire alla forte mancanza di affettività che la giovane donna sente. Vive una vita fatta di agi e di ricchezze, ai quali si contrappongono violentemente una serie di abusi, che si possono annoverare tra i peggiori nella sfera familiare. Una realtà molto comune purtroppo nella società di quei tempi: padri che abusano delle figlie, nobili che maltrattano e violentano le serve, costringendole ad aborti clandestini. Il tutto ben riposto tra le dorate e splendenti mura domestiche.

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Marianna ama tantissimo i suoi figli, unica fonte per lei di felicità, in parte consapevole che i loro destini sono già segnati. Giuseppa è una ribelle e lotta per non sposarsi, Manina viene data in sposa molto presto, Felicia si consacrerà monaca e Mariano è vittima dei suoi problemi psicopatologici. L’ultimo figlio, Signoretto muore a soli quattro anni a causa di una grave malattia.

Sono proprio quelli gli anni del vaiolo e della tisi, malattie che portano inesorabilmente alla morte: non servono né soldi, né ricchezze per esserne immuni. In questo punto del romanzo, entra uno scorcio della storia sanitaria del nostro paese, ancora molto indietro nella lotta contro queste terribili malattie. Una storia sanitaria che si intreccia, si incontra e per certi versi si scontra, con le tradizioni della storia regionale e sociale del nostro Paese.

Solo nelle lettere Marianna riesce a trovare conforto. Suo padre, una mattina arriva con un regalo inatteso: un completo da scrittura, un retino di maglia d’argento con dentro una boccetta dal tappo avvitabile per l’inchiostro, un astuccio in vetro per le penne, un sacchetto in pelle per la cenere, nonché un taccuino legato ad un nastro fissato con una catenella al retino di maglia e una mensolina portatile, pieghevole in legno leggerissimo da appendere alla cintura con due catenelle d’oro. La biblioteca di villa Ucrìa, diviene, con il passare degli anni, un rifugio per la donna, un luogo incantevole per il suo animo, dove trovare riparo nei momenti di tristezza, di cui la sua vita sembra essere pregna e tempestata.

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 Anche in fase testamentaria, il ruolo della donna diventa misero, nullo e inesistente. Mariano erediterà quasi tutto:

Che debba andare tutto, ma proprio tutto a Mariano è un insulto…in Olanda dicono che non si fa più così. Se poi li vogliono spogliare e lasciare nudi e crudi i figli perché li fanno?...non sarebbe meglio lasciarli in paradiso fra gli alberi di manna e le fontane di vino dolce?”

La vita di Marianna non finisce qui, non finisce così: un sogno rivelatore spiega ogni verità sulla sua infanzia, sui motivi per cui è stata così precocemente data in moglie a Pietro e per quanto dolore possa tutto questo procurare, permette alla donna di iniziare una nuova vita. Marianna matura, diventa donna, guardando la realtà con occhi differenti: nuovi viaggi, nuove scoperte.

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