Il Blog di Anna Lattanzi

Il calamaio rosa: il ruolo della donna nella letteratura

Le Beatrici, di Stefano Benni: un uomo che scrive di donne, per le donne

May 042019

Una dantesca Beatrice dei nostri giorni, un'adolescente dura, cruda e crudele, una presidentessa che trae sostegno dagli operai in esubero, una suora ninfomane, ma con ironia, una donna che vive la vita attendendo non si sa cosa, una signora anziana, davvero cattiva, una vecchietta che vive di sogni e una licantropa: sono queste le otto protagoniste del singolare libro di Stefano Benni, Le Beatrici.undefinedCome lo stesso autore specifica, Le Beatrici, prima di essere un libro, è uno spettacolo-laboratorio tenutosi al Teatro dell’Archivolto a Genova in cui cinque giovani attrici, sconosciute e di talento, hanno messo in scena gli otto inediti monologhi e le varie poesie, che solo in seguito sono andati a comporre l'opera scritta. undefined

In questo piccolo libro di Benni, otto donne si raccontano, in maniera autentica e senza fronzoli. Ne Le Beatrici lo stile dell'autore bolognese emerge prepotentemente, in tutta la sua ironia e il suo essere palesemente sfacciato e irriverente. 

Ognuna delle otto donne, attraverso un monologo, racconta pezzi della propria esistenza, colmi di angosce, problematiche irrisolte, drammi, il tutto narrato sempre in chiave ironica e a tratti di esilarante comicità.

Il monologo particolarmente degno di nota è quello di Beatrice, che apre il libro e che dà il titolo alla piccola opera di Benni. Un soliloquio, in cui emergono tematiche relative alla politica, alla letteratura, agli usi e costumi del Medioevo e ad alcuni fatti e vicende amorose del tempo che fu, che a ben guardare hanno molte analogie con i giorni nostri; il tutto, sottolineato da un lieve, se pur evidente, accento toscano, che ben delinea Beatrice, la quale prende in giro il suo Dante chiamandolo “il Canappione”:

“c’ha il becco che pare una poiana, pare…una caffettiera, anche se non è ancora stata inventata”. E ancora “Mi ha visto la prima volta che c’avevo otto anni, lui nove, mica mi ha detto si gioca insieme, ti regalo un gelato…, no, c’ha fatto dieci poesie di duemila versi, il piccino”.undefined

Stefano Benni, in/con Le Beatrici riesce, con grande maestria, a creare un potente equilibrio tra comicità e dramma, poesia e realtà, restando sempre coerente al proprio modo di scrivere e soprattutto al proprio modo di guardare l'universo femminile. Il mondo delle Beatrici è ampio e pronto ad accogliere tutte: dalla ragazzina superficiale tutta social, alla donna anziana abbandonata in un ospizio. Tutte le figure femminili che fanno parte di questo mondo, hanno però in comune la voglia di dare un significato alla propria esistenza e soprattutto l’intenzione di rompere gli schemi e andare oltre i ruoli preconfezionati in cui la società è capace di relegare. Un esempio lampante è Suor Filomena: il suo ruolo di devota al Signore le è stato imposto dalla famiglia e lei cerca di sfogare il proprio disagio, utilizzando un linguaggio a tratti volgare e scurrile, venendo così additata dalla badessa come "donna posseduta dal demonio". Tematiche drammatiche e soprattutto sempre attuali, trattate dall'autore in maniera decisamente divertente, se pur con una punta di amarezza.undefinedEmblematico, ai fini del messaggio che l'autore vuole far passare attraverso Le Beatrici, è il monologo della "Vecchiaccia". una donna sola, che giace immobile, in una stanza buia e ricorda quanto sia stata bella in gioventù e quanto sia stata invidiata. Ricordi amari, malinconici, di una persona che nessuno vede più, che nessuna guarda e allora lei urla, con tutta la sua forza, solo per un attimo e nulla più. Quell'attimo però è abbastanza, perché la gente si accorge di lei e questo le provoca un insano, comico, godimento. 

Un libro comico quello di Benni, in cui l'ironia la fa da padrone, un'ironia che fa comunque emergere in tutta la sua potenza la denuncia che l'autore fa, il suo urlo a favore della donna, contro la degenerazione del ruolo femminile nella società e a favore dell'autonomia e del libero arbitrio delle donne, che ancora oggi viene costantemente messo in discussione. Le Beatrici un libro scritto da un uomo per le donne.

 

La lunga vita di Marianna Ucrìa di Dacia Maraini

May 012019

La lunga vita di Marianna Ucrìa, uno spaccato di vita settecentesca e una rivelazione della condizione femminile dell’epoca, che vede protagonista la donna umiliata, violentata, abusata nel corpo e nella mente. Una accettazione del male, tramandato dalle madri e radicato in una cultura prevalentemente maschilista.

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 La Sicilia di metà Settecento, con le sue dinamiche nobiliari, le sue realtà popolane e con suoi i luoghi emblema della Palermo di quei tempi, fa da sfondo al celebre romanzo di Dacia Maraini, La lunga vita di Marianna Ucrìa. Un libro, dal quale emerge prepotentemente lo stile dell’autrice, fortemente sincero e realista, nella narrazione anche dei fatti più crudi, scorrevole e apparentemente semplice, di una semplicità che non cela il lavoro certosino di ricerca sulla lingua e le modalità di descrizione dei fatti. La lunga vita di Marianna Ucrìa può essere definito un romanzo di forte realismo narrativo, atto a evidenziare quanto fossero umilianti le condizioni di una fascia minoritaria di donne, una mortificazione alla quale non si è forse prestata la giusta attenzione nei dibattiti letterari e sociologici, nati per rivendicare attraverso gli scritti, i diritti della donne e il miglioramento delle condizioni femminili, ovunque nel mondo.

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 Un romanzo, quello della Maraini, per certi versi sottovalutato e quasi mai preso in considerazione ai fini dell’insegnamento. Decisione alquanto erronea, visto che l’autrice tratta e affronta temi di carattere storico-sociale, capaci di offrire molti spunti di riflessione, proprio in riferimento agli studi sulla storia della condizione femminile e alle informazioni oggettive, che potrebbero essere considerati importanti tasselli nel percorso di ricostruzione della condizione sociologica identitaria delle donne nel Settecento.

“Così si viveva e così vivevano le donne popolane e colte a metà Settecento”

La storia narra di Marianna, la figlia di Signoretto Ucrìa di Fontanasalsa, affetta da una grave disabilità (mutismo e sordità) inizialmente creduta congenita, viene data in sposa all’età di tredici anni all’anziano signor zio Pietro Ucrìa di Campo Spagnolo, un uomo burbero, spinoso, cocciuto, ostile e sospettoso con tutti, con la passione per l’araldica e per il whist, per le passeggiate in campagna fra i limoni di cui cura personalmente la produzione. Marianna è infelice e per nulla attratta dall’uomo che vogliono imporle come marito. La famiglia Ucrìa è nobile, lo zio è discendente del barone della Scannatura di Bosco Grande e di Fiume Mendola, conte della sala di Paruta, marchese di Sollazzi e di Taya. Nello studio della grande villa, che sarà la loro casa coniugale, c’è un grande quadro che raffigura il martirio di san Signoretto Ucrìa di Fontanasalsa e Campo Spagnolo, un sacerdote pisano vissuto alla fine del 1200 e giunto a Palermo in soccorso dei poveri che “ infestavano” la città.

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 Marianna poco più che bambina, si ritrova catapultata in un vortice di doveri coniugali, ai quali vorrebbe sottrarsi, cercando conforto e rifugio, proprio nella sua famiglia d’origine. A nulla servono le sue lettere e le sue suppliche, visto che è proprio la madre a rimandarla da suo marito. La ragazzina si ritrova in una vita non sua, a vivere momenti, come quelli sessuali, che nulla hanno a vedere con l’amore, distaccandosi dalla realtà, allontanandosi con la mente e pensando ad altro. Marianna si ritrova in un destino che accomuna tante donne in quel periodo storico.

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Marianna vive così una vita di violenze, angherie e soprusi, ai quali il marito-padrone la costringe, ogni giorno.

“Per molti nobili della sua età, vissuti e maturati nel secondo passato, i pensieri sistematici hanno qualcosa di ignobile, di volgare. Marianna sa che lui non la considera sua al pari. Per lui la moglie è una bambina di un secolo nuovo, incomprensibile, con qualcosa di triviale nella sua ansia per i mutamenti, per il fare, il costruire. L’azione è aberrante, pericolosa, inutile e falsa, dicono i suoi occhi malinconici, guardandola aggirarsi indaffarata per il cortile ancora ingombro di secchi di calce e di mattoni.”

Da questo assurdo matrimonio, nascono prima tre femmine, che non rendono al padre alcuna gioia e di conseguenza lui non ne regala a Marianna. Quando la ragazza partorisce il quarto figlio, un maschio, suo marito dà il via ai festeggiamenti, ai sorrisi e la invita ad accogliere omaggi.

Marianna, intanto, cerca di affinare i sensi e di cogliere tutto ciò che le sue capacità sensoriali le permettono di fare. Sono soprattutto gli occhi a vedere, osservare, scrutare nei minimi particolari ciò che la circonda permettendole spesso di riordinare qualche tassello memoriale: le immagini della campagna di Bagheria, i sugheri contorti dal tronco nudo e rossiccio, gli ulivi dai rami appesantiti, i rovi nelle strade, i campi coltivati, i fichi d’India, i ciuffi di canne e dietro, le colline ventose dell’Aspra, ma anche le vie, i borghi cittadini attirano lo sguardo di Marianna, come la piazza Marina gremita di gente, di teste ondeggianti, di colli che si allungano, di bocche che si aprono, di stendardi che si levano, di cavalli che scalpitano di tutto ciò che accende i colori dei sentimenti provati dalla protagonista. Marianna riesce anche ad utilizzare molto bene l’olfatto: riesce a riconoscere e a catalogare gli odori. La ragazza, infatti, odora l’acqua di lattuga, la fragranza della cipria di riso, l’unto dei sedili, il pizzicore della polvere, il leggero sentore di mentuccia. Tutto questo, però, non riesce a sopperire alla forte mancanza di affettività che la giovane donna sente. Vive una vita fatta di agi e di ricchezze, ai quali si contrappongono violentemente una serie di abusi, che si possono annoverare tra i peggiori nella sfera familiare. Una realtà molto comune purtroppo nella società di quei tempi: padri che abusano delle figlie, nobili che maltrattano e violentano le serve, costringendole ad aborti clandestini. Il tutto ben riposto tra le dorate e splendenti mura domestiche.

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Marianna ama tantissimo i suoi figli, unica fonte per lei di felicità, in parte consapevole che i loro destini sono già segnati. Giuseppa è una ribelle e lotta per non sposarsi, Manina viene data in sposa molto presto, Felicia si consacrerà monaca e Mariano è vittima dei suoi problemi psicopatologici. L’ultimo figlio, Signoretto muore a soli quattro anni a causa di una grave malattia.

Sono proprio quelli gli anni del vaiolo e della tisi, malattie che portano inesorabilmente alla morte: non servono né soldi, né ricchezze per esserne immuni. In questo punto del romanzo, entra uno scorcio della storia sanitaria del nostro paese, ancora molto indietro nella lotta contro queste terribili malattie. Una storia sanitaria che si intreccia, si incontra e per certi versi si scontra, con le tradizioni della storia regionale e sociale del nostro Paese.

Solo nelle lettere Marianna riesce a trovare conforto. Suo padre, una mattina arriva con un regalo inatteso: un completo da scrittura, un retino di maglia d’argento con dentro una boccetta dal tappo avvitabile per l’inchiostro, un astuccio in vetro per le penne, un sacchetto in pelle per la cenere, nonché un taccuino legato ad un nastro fissato con una catenella al retino di maglia e una mensolina portatile, pieghevole in legno leggerissimo da appendere alla cintura con due catenelle d’oro. La biblioteca di villa Ucrìa, diviene, con il passare degli anni, un rifugio per la donna, un luogo incantevole per il suo animo, dove trovare riparo nei momenti di tristezza, di cui la sua vita sembra essere pregna e tempestata.

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 Anche in fase testamentaria, il ruolo della donna diventa misero, nullo e inesistente. Mariano erediterà quasi tutto:

Che debba andare tutto, ma proprio tutto a Mariano è un insulto…in Olanda dicono che non si fa più così. Se poi li vogliono spogliare e lasciare nudi e crudi i figli perché li fanno?...non sarebbe meglio lasciarli in paradiso fra gli alberi di manna e le fontane di vino dolce?”

La vita di Marianna non finisce qui, non finisce così: un sogno rivelatore spiega ogni verità sulla sua infanzia, sui motivi per cui è stata così precocemente data in moglie a Pietro e per quanto dolore possa tutto questo procurare, permette alla donna di iniziare una nuova vita. Marianna matura, diventa donna, guardando la realtà con occhi differenti: nuovi viaggi, nuove scoperte.

Nina Siciliana, la controversa poetessa medievale

Mar 312019

La prima poetessa in lingua volgare è Nina Siciliana, una figura misteriosa, vissuta nel tardo medioevo. Nessuna notizia relativa alla sua biografia può dirsi certa: non si sa esattamente dove e quando sia nata e tanti sono i dubbi legati anche al suo nome. La poetessa è, infatti, conosciuta anche come Nina da Messina, Nina di Danti e Monna Nina. Le scarse notizie riguardanti la sua vita, la vedono di origini messinesi, anche se questa versione è stata poi smentita da altre, che la credono nata a Palermo. Non si creda che le fonti di tali informazioni siano scientifiche: gli storici si sono limitati a formulare le loro ipotesi basandosi sulla diffusione del nome Nina nel XIII secolo. 

Il soprannome di Nina Danti, trova origine nella passione artistica e sentimentale che il poeta Dante da Maiano, sviluppa nei confronti di Nina: nasce, infatti, tra i due, una relazione amorosa di tipo platonico, fondata prevalentemente su scambi di componimenti poetici. undefined

Alcuni studiosi paventano l'ipotesi che Nina sia un personaggio nato dalla fantasia della tipografia Giunti, nel 1527. Alla fine dell'Ottocento, qualcuno ha ventilato la congettura che anche Dante da Maiano potesse essere un personaggio inventato, tesi smentita dal ritrovamento di un manoscritto del Quattrocento contenente due suoi trattati.

L'idea che la poetessa fosse frutto dell'invenzione, trova (effimero!!) fondamento, nella teoria degli antichi critici, secondo la quale, in un'epoca di forte anafalbetizzazione femminile, una donna non potesse avere la capacità di creare versi così finemente composti. Recenti studi, hanno dimostrato, come in realtà, la scrittura medievale femminile fosse largamente diffusa, quanto meno in proporzione a tutto quello che era divieto per le donne.

Una delle prove a sostegno dell'ipotesi della reale esistenza della poetessa, risiede nella somiglianza tra la forma dei sonetti di Nina e quelli di Alamanda de Castelnau, scrittrice francese medievale, appartenente a un gruppo di circa venti poetesse ( le “Trobairitz”), celebratrici della fin’amors al femminile e la cui esistenza è certamente comprovata.

Quello che ai posteri è arrivato di Nina Siciliana, sono due componimenti inclusi nella raccolta “Sonetti e canzoni di diversi antichi autori toscani”, pubblicata da Giunti nel 1527 a Firenze, chiamata anche “Giuntina di Rime Antiche”. Tale raccolta contiene anche anche i sonetti di Dante da Maiano.

 

Gioconda Belli, Nel paese delle donne

Mar 252019

Gioconda Belli, è una giornalista, scrittrice, poetessa di origini nicaraguesi, artista coraggiosa, dalle scelte audaci. Nel paese delle donne, pubblicato nel 2011, è un romanzo a tratti utopico, che mai sfiora la banalità e dove ancora una volta emergono la convinzione e i principi che hanno portato l'autrice a lottare febbrilmente per i diritti delle donne.undefined

La Belli ha vestito i panni della guerrigliera e dell'attivista nella lotta del Fronte Sandinista, contro la dittatura che flagellava il Nicaragua, ma è più conosciuta come militante nelle lotte femministe: in una società prettamente maschilista, Gioconda Belli fonda con altre donne il P.I.E, il partito della Izquierda Erotica, il cui impegno è quello di ricercare e mettere in atto nuove strategie per promuovere i diritti delle donne. Nel paese delle donne è ispirato proprio ai ricordi di questa esperienza, che ha profondamente segnato la vita personale e professionale della giornalista. La chiave di lettura utile per quest'opera è l'ironia, vista la gradevole provocazione con cui gli argomenti sono trattati. Risulta particolarmente piacevole la descrizione di un universo tutto al femminile, per la cui comprensione è necessario ricorrere a una buona dose di immaginazione, valore aggiunto che stuzzica simpaticamente la lettura.

Il romanzo è ambientato a Faguas un paese fittizio del centro America: Faguas può essere nell'immaginario il Nicaragua, o qualsiasi altra parte del globo terrestre, dove i diritti delle donne sono diversi da quelli degli uomini. Faguas è un paese in cui la corruzione la fa da padrona, un posto dove si tollera qualsiasi infamia. A Faguas la civiltà è mummificata, i valori umani inesistenti e l'antico e il nuovo convivono in una sorta di rocambolesco equilibrio. Ed è in questo sperduto paese, che la giornalista televisiva Viviana Sanson con le amiche Martina, Eva, Rebecca e Ifigenia fondano il P.I.E., vincendo le elezioni e ribaltando, così, la vita politica e socio-economica. Cinque donne che utilizzano l’arte della seduzione per la scalata al potere, con lo scopo di migliorare la qualità di vita femminile e non solo. Le donne si servono dell'erotismo e non della pornografia: la Belli lo precisa così:

    "Eros significa vita, che è il bene più prezioso"

Gioconda Belli immagina di essere supportata nel progetto dalla natura stessa: in questi profondi cambiamenti, il vulcano Mitre, “pallido e azzurro” che da secoli guarda silenziosamente la città, erutta per tre giorni e tre notti di seguito, seppellendo il paese sotto una malata coltre fuliginosa, le cui esalazioni hanno come effetto la riduzione del testosterone, ormone che regola la virilità degli uomini. Grazie al vulcano e agli uomini diventati “flaccidi e panzoni… mansueti come mai prima" il governo può varare un nuovo sistema di gestione sociale. Gli uomini restano a casa per sei mesi con salario anticipato e le donne vanno al lavoro.

Il disegno di Viviana è il progetto della Felicità, che parte dalla propria casa. Tutti devono godere della meritata serenità e tutti devono potere vivere dignitosamente, con una illimitata libertà che conferisce la capacità di sviluppare la creatività e il potenziale umano. La felicità pro-capite come indice di sviluppo, al posto del prodotto interno lordo. Del resto anche Amartya Sen non propone all’Onu di impegnarsi per sviluppare l’indice della qualità della vita?

 “Bisogna pensare ciò che pone fine allo spreco di talento legato alla casualità di nascere donna”

 Grazie alla pace raggiunta dagli uomini e agli errori commessi dal governo in carica, il P.I.E. riceve una serie di voti e consensi, vincendo così le elezioni.

   "PIE è anche il piede, metafora del posare un piede davanti all’altro"

 Punti cardine della narrazione sono l'uguaglianza e la partecipazione. Tutto si evolve nelle mani delle donne: torna prepotentemente alla ribalta il potere del femminino, attraverso cui tutto si trasforma e nasce, proprio come accade nel ventre della donna. Finalmente il mondo gira non solo grazie al raziocinio, ma anche ai sentimenti dell'anima e alla forza dettata dal cuore. undefined

Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è l'esaltazione della sensibilità e dell'emotività femminile, bandite dagli uomini come debolezze e celate dalle donne in carriera: questi aspetti in realtà rafforzano la capacità di gestire benignamente l'universo che ci circonda.

Simpatica e notevole l'iniziativa della Belli, di adottare un linguaggio che si allontana decisamente da quello politico, per descrivere un partito: l'autrice preferisce utilizzare un lessico molto più vicino alla lingua casereccia e popolare, per eliminare ogni altisonanza e rindondanza. Parole semplici per descrivere un partito capace di ripulire un Paese sporcato dalla noncuranza e dalla lussuria: un'organizzazione politica, che si prende cura del proprio ambiente come una madre si prenderebbe cura di suo figlio. Ognuno può finalmente tornare ad occuparsi della sua vita, della sua casa, delle sue emozioni, rispettando questo pianeta che l'uomo stesso sta distruggendo. 

"Questa patria abbandonata, disonorata, venduta, impegnata, spartita ci impegniamo a lavarla, spazzarla, spazzolarla, sbatterla, ripulirla da tutto il fango, affinché torni a brillare in tutto il suo splendore. Un partito che dia al paese ciò che una madre dà ad un figlio, che si prenda cura come una donna si prende cura della sua casa. Ognuno di noi dovrebbe occuparsi della sua vita, della sua casa, delle sue emozioni, di questo pianeta che stiamo distruggendo… occuparsi dunque dei figli, della famiglia senza che questa costituisca una serie di svantaggi”

Gioconda Belli affronta nel suo romanzo svariati temi, drammaticamente attuali, come la violenza e sfruttamento sessuale sulle donne.

A Fragua, la pena di morte è stata abolita, gli stupratori ogni giovedì sono esposti nella pubblica piazza, con tanto di cartello che riporta il loro nome e cognome, età della vittima e tipo di rapporto con la vittima. Durante il resto della settimana, vengono portati fuori dalla prigione per scavare fosse nei cimiteri.

Altra tematica importante affrontata è la necessità di una diffusa alfabetizzazione, con la costituzione di una scuola di quartiere fino a 12 anni per imparare a leggere, scrivere e per dedicarsi alle materie preferite, mentre dai 12 ai 18 anni si frequentano obbligatoriamente scuole vere e proprie. Sia i maschi che le femmine, seguono lezioni di cure materne e di pedagogia, dove imparano le norme basilari per allevare i bambini.

Grande importanza viene attribuita alla pulizia di strade e quartieri: le strade sporche insudiciano l'animo umano, facendo perdere la bontà e l'equilibrio interiore, portando così alla mancanza di rispetto per il prossimo.

Si rende necessario, inoltre, promuovere una nuova etica femminile fondata su attenzione e solidarietà. Questo è il motivo per cui tutti i ministeri sono stati riformati e sono tutti gestiti da donne: non esiste più la figura della donna sottomessa e subordinata, relegata in un cartellone pubblicitario. Esiste la donna forte, che emerge in tutta la sua complessità. 

Una società idilliaca quindi, basata su principi bonari, dove insubordinazione è relegata ai margini, se non totalmente schiacciata. Rimane poi così utopico un simile progetto? Al di là del femminino, rispetto, uguaglianza e benevolenza non dovrebbero essere alla base di qualsiasi collettività civile che si rispetti?

Ancora una volta, in questo simpatico e strambo scritto, emerge una Gioconda Belli fiera di essere donna, colma di un orgoglio trasmesso nella sua interezza da sua madre, che l'autrice ringrazia così:

"Per merito suo non ho mai percepito il mio sesso come uno svantaggio e per merito suo l’ho benedetta sin da quando ho avuto coscienza di essere quel che sono."

Goliarda Sapienza intervistata da Enzo Biagi

Mar 102019

Goliarda Sapienza alla fine degli anni '60 va in carcere per furto e in questa intervista racconta in maniera emozionante la sua esperienza. Bella, energica, gran signora, trattata forse con sufficienza e in maniera a tratti irriverente e arrogante dal giornalista emiliano. L'insolenza usata da Biagi in questa occasione, non ha comunque offuscato il messaggio che la scrittrice ha voluto mandare. Buona visione

Lettera aperta di Goliarda Sapienza

Mar 102019

Lettera aperta è parte del grande romanzo autobiografico di Goliarda Sapienza: è un lungo racconto, in cui l'autrice narra della sua infanzia. Il suo è un nome insolito, che le è stato imposto per ricordare il fratello morto: in famiglia però, la chiamano prevalentemente con un nomignolo, Iuzza. Goliarda è costretta anche a rinunciare alla scuola, perché suo padre teme che possa essere influenzata dalla cultura fascista: prende lezioni private dal professor Jsaya, un intellettuale decisamente lontano da ogni conformismo. Inizia a sviluppare il suo amore per il teatro e soffre, soffre tanto Goliarda, per quel fratello morto, che non ha mai conosciuto e di cui porta il nome...undefined

Per comprendere meglio l'opera di questa scrittrice, diventata in poco tempo una figura di spicco del panorama letterario del Novecento, è necessario ripercorrere le tappe più importanti della sua vita. Goliarda nasce a Catania il 10 maggio del 1924, dalla nota sindacalista Maria Giudice e da Giuseppe Sapienza, un avvocato comunista. L'uomo e la donna, quando si incontrano sono entrambi vedovi e hanno già figli: il loro rapporto è sia sentimentale che politico. Maria e Giuseppe sono i direttori del giornale "Unione" e sono entrambi attivisti nella lotta per l'espropriazione delle terre in Sicilia (1920-22), quando il figlio maggiore di Giuseppe, Goliardo Sapienza fu rinvenuto morto, probabilmente ucciso dalla mafia che difendeva i territori. Goliarda nasce tre anni dopo e le viene dato l'onere di portare il nome del fratello defunto. L'infanzia della bimba è segnata da eventi molto dolorosi: vede morire in poco tempo tre fratellastri e assiste al declino della salute mentale di sua madre, antifascista convinta. Suo padre diventa "avvocato del popolo", è molto apprezzato in un periodo nero come quello fascista e nel contempo non rinuncia da alcun piacere della vita.

Le doti artistiche di Goliarda emergono già nella sua infanzia: sa ballare, recitare e intrattenere, nonostante la sua precaria salute (contrae sia la difterite che la tubercolosi). Nel 1943 si trasferisce a Roma con sua madre, dove frequenta l'Accademia di Arte Drammatica. Ama molto recitare, ma non le piace il mondo piuttosto falso condiviso dagli attori. Terminati gli studi, forma una sua compagnia di avanguardia, grazie alla quale nel 1947 incontra il regista Citto Maselli, con cui inizia una relazione molto importante, che dura diciotto anni e che termina trasformandosi in una bella amicizia. 

Prima di diventare scrittrice, Goliarda vive un'esistenza molto intensa e importante. Frequenta personaggi di un certo calibro e prende attivamente  parte alla corrente del neorealismo italiano, toccando così con mano il mondo artistico, imparando a riconoscerne i pregi e i difetti e a crearsi una propria personalità, che nei suoi scritti sarà elevata all'ennesima potenza. Il suo animo tormentato più volte la conduce sulla strada del suicidio, prima nel 1962 e poi nel 1964. Goliarda rischia di morire, ma riesce a uscire dal coma e abbraccia un altro tipo di vena artistica, riscoprendo quella letteraria. Crea così capolavori come Lettera aperta, Il filo di Mezzogiorno e L'arte della gioia. Goliarda Sapienza muore il 30 agosto del 1996. Ex attrice del neorealismo italiana, alla quale viene riconosciuta postuma la fama di scrittrice.undefined

In Lettera aperta emergono tutte le discrepanti emozioni che Goliarda nutre nei confronti della sua famiglia, tutte quelle domande che si è posta e a cui non ha trovato risposta, se non in parte. La scrittrice parla apertamente della sua fanciullezza, mettendo a nudo i suoi sentimenti più intimi: l'infanzia, quella degli anni Sessanta, un pezzo della sua vita segnato da esperienze estremamente dolorose. Goliarda Sapienza, in Lettera aperta, non ha voluto dare un ordine cronologico ai fatti, definendoli solo "i primi vent'anni di questi quarant'anni", lasciandoli così nella matassa tortuosa dei ricordi.

"Una delle prime bugie nelle quali inciampai cadendo giú dal cavolo fu di credere che i sette individui, maschi e femmine che dormivano, si agitavano, mangiavano, sbadigliavano sotto il nostro tetto, fossero tutti miei fratelli e sorelle; che la casa dove vivevamo fosse di nostra proprietà; che tutti mi amavano molto; che mio padre era siciliano e mia madre lombarda. La prima verità, o che mi suonò come tale, mi fu detta da mio fratello Carlo una mattina che mi spingeva in acqua dal precipizio delle scalette dell’Ognina a nuotare: ed io avevo paura. Disse: "Noi Sapienza abbiamo tutti imparato a nuotare prima di camminare e tu, così grande e grossa (avevo sei anni), hai paura. Sei una bastarda". Non rimasi male delle sue parole, perché Carlo aveva dei bei baffi neri e le labbra molto morbide a toccare, e me lo disse sorridendo ed accarezzandomi i capelli. Non rimasi male, ma quella parola mi diede molto da pensare e mi permise, come vedrete, di scoprire molte cose."  da Lettera aperta 

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