Il blog di Elio Ria

Spighe di poesia

Della nostra sventura non si rida

Jun 302018

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(Jaques Callot, L’albero degli impiccati)

 

Ballata degli impiccati


Fratelli umani che ancora vivete
non abbiate per noi indurito cuore,
ché se pietà di noi miseri avete
grazia da Dio ve ne verrà maggiore.
In cinque, sei, qui appesi ci vedete;
quella carne, che troppo abbiam nutrita,
da tempo è divorata, imputridita,
e noi, ora ossa, sarem cenere e polvere.
Della nostra sventura non si rida;
pregate Iddio perché ci voglia assolvere!


Se vi chiamiam fratelli non dovete
disdegnare tal nome, anche se fummo
messi a morte dal boia: voi sapete
che gli uomini hanno tutti poco senno;
per noi, poiché siam morti, intercedete
presso il figluolo di Maria, Gesù,
che la sua grazia ci spenga la sete,
e ci preservi dalla nera folgore.
Siam morti, uom non ci molesti più;
pregate Iddio perché ci voglia assolvere!


La pioggia ci ha lavati e lisciviati,
e il sole dissecati e fatti neri;
le piche e i corvi gli occhi ci han cavati,
e strappato dal cranio e ciglia e peli.
Non ci è dato ristare un sol momento;
e di qua e di là, a mutar il vento,
senza posa balliamo a suo piacere;
ditàli siam, dai becchi crivellati.
State lontani dai nostri peccati,
pregate Iddio perché ci voglia assolvere!


O Principe di tutto, Gesù eterno,
fa’ che non ci abbia in sua balía l’Inferno:
tra quello e noi nulla sia da risolvere.
Uomini, qui non c’è scherzo né scherno;
pregate Iddio perché ci voglia assolvere!


(François Villon, Poesie, trad., intr. e cura di Luigi de Nardis, Feltrinelli, terza edizione 2009)

 
La Ballata degli impiccati (Ballade des pendus) è una poesia di François Villon, nato a Parigi nel 1431, la data di morte è incerta, probabilmente dopo il 1463. La sua vita è avvolta nel mistero, c’è chi lo accredita come bon follastre; altri invece gli attribuiscono avventure e convivenze con la criminalità. C’è ancora un’altra leggenda che lo vuole romantico, peccatore che si pente e si inginocchia. Il Testament, da cui è tratta la ballata,  è un’opera governata dal disordine logico ma in coerenza con la fantasia e lo spirito di Villon. La sua poesia è tutto, sta in ogni cosa della vita, ma è anche al di fuori di essa, imbevuta di spirito perverso oppure di virtù, che sfugge ad ogni critica funzionale dei canoni della letteratura.


Villon mi piace per la sua vita zingaresca, per le sue contraddizioni: un poeta che abitava la poesia a modo suo, in maniera incondizionata, senza sottrarsi dalla fatalità dell’eterogenesi dei fini. Va anche ricordato il periodo storico in cui visse, dove l’incubo della guerra dei cento anni era appena trascorso e la Francia era allo stremo: briganti terrorizzavano la gente nelle campagne, la miseria andava a braccetto con le epidemie, le temperature rigide dell’inverno incidevano ulteriormente sullo stato di salute della popolazione. L’assassinio era un’abitudine, saccheggi dappertutto, dilaganti ruberie. La vita umana era tenuta in poco conto, contava la sopravvivenza a tutti i costi.


Certamente, non era un poeta damerino, incipriato e truccato a cantare l’amore stonato dei nobili e di qualche giovinetta. Era un uomo che doveva sopravvivere alle avversità della storia e della sua vita; nonostante ciò gli fu possibile condurre studi universitari fino a diventare maître ès arts e impiegarsi come scrivano nell’ambiente ecclesiastico e giudiziario. Nel 1455 uccise un prete: fuggì, ma fu graziato, tornò a Parigi ma ben presto dovette lasciare la città per aver compiuto con altri compagni un furto al Collège de Navarre. Tutta la sua vita fu costellata di episodi di questo tipo. Fu colpito da una condanna a morte, poi commutata nell’esilio. Dopo il 1463 non si hanno più notizie.


La voce narrante del testo è quella dei morti impiccati, i quali si rivolgono ai vivi con l’intento di ottenere perdono e considerazione di misericordia per i peccati commessi, poiché la durezza di cuore e la mancanza di compassione sarebbero i peggiori dei peccati. State lontani dai nostri peccati,/pregate Iddio perché ci voglia assolvere! La morte, data qui dalla giustizia umana, seppure conclusiva di pena per un’azione peccaminosa è al contempo condanna di se stessa per eccesso di interpretazione della giustizia.
Il Villon scavezzacollo, organizzatore di burle e di bevute in osteria, frequentatore di cattivi soggetti, non rinnega le sue azioni, né le giustifica, vuole pietà per i suoi  impiccati straziati dalle piche e dai corvi, comprensione e uguaglianza per il loro destino umano fatto di follie e di dolore, non in nome di Dio, di cui sono figli, ma in quanto creature corruttibili e periture. 

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