Il blog di Elio Ria

Spighe di poesia

Il paesaggio che ci sfugge

Mar 312019

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Non questa luce
sull’inceneritore,
non queste case grandi
e tutte a spigoli:
il tuo castigo sono le ore
che senti il sangue scorrere
come a rovescio,
e sei fermo sull’angolo
e vedi il paesaggio che ti sfugge,
viene, brilla e si vuota
come in uno specchietto retrovisore.

(Umberto Fiori, Paesaggio)

Vediamo una realtà, anche quella in apparenza più oscura (l’inceneritore), vuota di senso, a rovescio, che non brilla. Percepiamo la realtà componendo in immagini la decadenza che c’è in noi. Fermi sull’angolo di un luogo il paesaggio ci sfugge, non sappiamo cogliere l’erba anemica che ai bordi di un marciapiede germoglia, nemmeno gli spigoli delle case cubiche che vorrebbero significare la non circolarità della nostra esistenza. Ci manca la giusta dose di malinconia, di incapacità a stabilire un rapporto con il prossimo e la realtà. Può mai bastare uno specchietto retrovisore?

 

 

La parola di Emily

Mar 102019

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Una parola è morta
quando è pronunciata,
così dice qualcuno,
io dico invece
che incomincia a vivere
proprio quel giorno.

(Emily Dickinson, Frammento 1212)


La poesia dickinsoniana è una poesia di singolare concretezza, nonostante gli aspetti metaforici e a volte trascendentali di cui sono connotati i suoi versi “di-versi” e inoppugnabili, che nella potenzialità della Parola (quasi sovrumana) esprimono l’intima essenza della Poesia.

Dialogo intimo con gli oggetti

Feb 192019

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Non parlavo che al cappotto disteso
al cestino con ancora una mela
ai miti oggetti legati
a u abbandono fuori di noi
eppure con noi, dentro la notte
inascoltati.

(Antonella Anedda, Ora tutto si quieta, tutto raggiunge il buio)

Gli oggetti fuori di noi, ma legati con noi. Antonella Anedda lega un dialogo intimo con gli oggetti in un dispiegarsi di esclusione e di abbandono; ma soprattutto di resistenza al tempo che logora e spezza i ricordi degli oggetti che sono partecipi della nostra vita. Oggetti che sanno dire di noi, basta chiederglielo.

Immagini di discussione

Feb 102019

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Quando due che discutono
sono arrivati al cuore della questione
e uno alza gli occhi al cielo, scuote le braccia,
l’altro si guarda intorno
a mani giunte, come cercando aiuto,
e gridano fatti e prove,
cambiano tono, si chiamano per nome
– ma non c’è niente, nessuno che possa più
dare ragione a nessuno –
proprio allora, lontani come sono,
rivedono il miracolo:
che sia una la stanza,
che sia lo stesso
il tavolo dove battono.

(Umberto Fiori, Altra discussione)

Una discussione come tante che si snocciolano in una stanza, circoscritta fra poche persone; dove la ragione è sempre appesa a un filo invisibile di verità e a un carico di gestualità. Umberto Fiori la rappresenta con fotogrammi letterari e con meticolosità per evidenziarne la paradossale della staticità dei contendenti, in cui i contenuti si rimandano fra di essi e si contorcono, si imbottigliano, in un litigio infinito che s’innalza nei toni, si abbassa nelle motivazioni, si stempera infine (forse) per sopraggiunta e inevitabile stanchezza.

C'è sempre un'altra frontiera

Feb 032019

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Al doganiere dichiaro
una scatola d’ovomaltina,
frutta secca, piselli sotto vuoto;
a mio modo solenne, poi,
due bottiglie di vino.
Taccio invece di te, della tua foto
nascosta fra i documenti.
Annuisce contento:
mi crede sano.

(Fabio Pusterla, Al doganiere dichiaro)

La frontiera, quella vera dei gendarmi, dà l’occasione a Fabio Pusterla per parlare di un’altra frontiera, ben diversa e irriducibile, tra io e gli altri (mondo); che, qui, in questa poesia si risolve in maniera simpatica, elevando negli ultimi versi l’io che evoca l’assenza. Assenza che trasmigra in una foto: bagaglio non dichiarato presente nel segreto del cuore - frontiera dell'intimità.

Deserto di molliche

Jan 192019

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Così si percorre la vita,
con l’ansia del commensale
tra portate che non arrivano.
Si mangia molto pane e si beve,
molto si conversa di favolosi cibi,
universi d’origano, foreste
d’inauditi sapori. È già tardi
e sul limitar del pasto
in un deserto di molliche dalle segrete forme
(e questo è un piede sinistro, si vede)
la nera morte araba ci congeda.

(Valerio Magrelli, Così si percorre la vita, da Ora serrata retinae)

Il paragone è, in questa poesia, tra una vita vissuta – aspettando la morte – e il volgere di un pranzo, cui segue l’immancabile caffè (la nera morte araba). La tavola, il nostro piccolo mondo si trasforma in un mondo più grande, dove si esplica il consumo di cibo e di tempo. Tra una portata e l’altra, tra universi d’origano (benessere) e foreste di inauditi sapori (incertezza esistenziale, ricerca infinita del buon sapore), si arriva all’inevitabile deserto di molliche e di un piede in senso figurato ‘funesto’. Il pranzo è servito, anche il conto.

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