Il blog di Elio Ria

Spighe di poesia

Il servo

Apr 152018

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L’empio servo tremò; con gli occhi al suolo
udì la sua condanna. A lui non valse
merito quadrilustre; a lui non valse
zelo d’arcani uffici: in van per lui
fu pregato e promesso; ei nudo andonne,
dell’assisa spogliato, ond’era un giorno
venerabile al vulgo.

(Giuseppe Parini, La vergine cuccia, vv. 26-32)

Il servo sacrilego tremò, colpevole di aver dato un calcio a una 'alunna delle Grazie'. Al domestico non valse il fatto di aver servito meritevolmente per molto tempo il padrone, né la motivazione di essere stato messaggero nascosto di comunicazioni amorose  con zelo. Andò via, dunque, senza più addosso la livrea che lo aveva reso degno di rispetto agli occhi del popolino. Licenziato, nudo, senza culto, senza la superbia del servo dimesso.  Rancido nello spirito, con fremito di vendetta e spasmo di rivincita va a nuova vita il servo.

 

 

 

Il sogno riempie le assenze

Apr 072018

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Per fare un prato occorrono un trifoglio ed un’ape –
un trifoglio ed un’ape
e il sogno!
Il sogno può bastare
se le api sono poche.


(Emily Dickinson, II, XCVII [1755])


Il mondo è dentro di noi, non è necessario uscire dalla propria stanza per conoscerlo. Dickinson rappresenta il mondo con immagini folgoranti e con versi essenziali puntellati da un trattino, e quantunque tutto ciò non dovesse bastare rimane il sogno a deliziare le assenze materiali e immateriali che caratterizzano la vita di ognuno, poiché in vita avremo sempre qualcosa che è in eccesso e qualcosa che è in difetto, ma ciò che eccede compensa ciò che è in difetto.
Il trattino è un segno ortografico che nel verso incede nel sogno per marcare il mondo, delimitarlo nelle sue parti essenziali di natura – un prato, un’ape e un trifoglio sono sufficienti per un respiro altro di mondo. 

 

 

La qualità più non si misura

Mar 312018

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Scrivi in prosa


Scrivi in prosa i tuoi versi e avran fortuna
ora che i verso più non si misura
né si bada alla stoffa o alla fattura,
se imberci un vero che la mente abbruna.
Non t’attentar d’infastidir la luna
che sul ciel ci sta sol per figura,
e lascia Febo, padre dell’arsura,
che i nostri  bimbi hanno riposto in cuna
Vive di larve che il vento disperde
Che s’arrischia a cantar la gentilezza
Ond’ebber fama un dì l’arme e gli amori;
perocché senza sugo il tempo perde
chi non mette tra i fior della bellezza
della sua ganza i madidi pallori.

(Giuseppe Revere)

 
Giuseppe Revere nacque a Trieste nel 1812 e morì a Roma nel 1889. Ebbe una parte importante nella storia del Risorgimento; animato di un incoercibile estremismo partecipò alle Cinque Giornate di Milano, passato a Venezia, Daniele Manin dovette espellerlo per le sue intemperanze. Criticò la società post-risorgimentale per le tante promesse e rieducazione politica e sociale mancate. Di formazione heniana, fu spirito anticonformista. Nelle sue raccolte di versi evocò, sull’esempio di Giuseppe Prati e in uno stile classicheggiante, paesaggi sentimentali intrisi di simbolismo filosofico-religioso.
Con tiepido sarcasmo nel testo Scrivi in prosa invita i poeti a scrivere i versi in prosa per avere fortuna, senza badare troppo alla qualità della stoffa, ponendo anche un accento polemico alla narrativa realistica e alla sua morbosità ispiratrice.
Oggigiorno  avrebbe invitato i poeti (?) a non scrivere nulla e a occuparsi di altro, difatti la qualità più non si misura. 

 

Troppo umano o troppo poco?

Mar 242018

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Congedarmi mi dà angoscia più del giusto.
Sono stato troppo uomo tra gli uomini o troppo poco?
Il terrestre l’ho fatto troppo mio o l’ho rifuggito?
La nostalgia di te è stata continua e forte,
tra non molto saremo ricongiunti nella sede eterna.


(M. LUZI, da La Passione, Milano, Garzanti, 1999. Lo stesso monologo venne contemporaneamente pubblicato anche a Brescia per i tipi de l’Obliquo con il titolo Via Crucis al Colosseo).


Gesù sulla croce confida i propri dubbi al Padre nell’attesa che tutto si compia in un tempo che certamente non è eternità, posseduta e governata da Dio che è anche dove pare assente, ed è Dio stesso, divinità che è tempo e ogni cosa. Gesù parla del tempo che appartiene agli umani e di cui avverte la tristezza indicibile. Il tempo nel suo eterno avvicendarsi si conclude e riparte nuovamente, ponendo l’uomo nella scansione di un tempo che dà gioia e dolore.
Si chiede infine di ciò che effettivamente sia stato sulla terra: troppo umano tra gli uomini o troppo poco?
Se fosse stato troppo umano forse la sua vita avrebbe avuto un altro epilogo. Sul Calvario, sulla croce, è più uomo per dare fede di sottomissione a Dio. Troppo umano tanto da essersi fortificato in virtù di prodigi tra gli uomini; troppo poco per non lasciarsi dimenticare dal Padre, al quale vuole ricongiungersi con tenerezza pur in mezzo a grande tribolazione.

 

 

Il deputato

Mar 172018

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Il deputato

Rosina, un deputato
non preme una saetta
che s’intenda di Stato:
se legge una gazzetta
e se la tiene a mente
è un Licurgo eccellente.

[…]

Che asino, Rosina,
che asino è colui
che s’alza la mattina
pensando al bene altrui!
Il mio signor Mestesso
è  il prossimo d’adesso.

L’onore è un trabocchetto
saltato dal più scaltro;
la patria, un poderetto
da sfruttare e nient’altro;
la libertà si prende
non si rende, o si vende.

[..]

(Giuseppe Giusti) 

Il poeta satireggiando la furbizia dei deputati, sottolineandone l’incompetenza e l’indifferenza al bene pubblico, si rivolge ad un’ascoltatrice e confidente immaginaria. Il discorso rivolto ad una donna diventa un’irridente leggerezza di chiacchiera. In fondo, il deputato non ha alcuna importanza se non s’intende di cose di Stato, basta che legga qualche legge e la impari a memoria ed è bell’è pronto un Licurgo che detta norme di un governo serio e severo. Gli è sufficiente la nozione, ignorandone problemi e significati, ma l’ignoranza della legge non gli impedisce di riformare il codice. Il suo egoismo lo porta a non conoscere altro prossimo da aiutare, conosce soltanto sé stesso. L’onore, che imporrebbe lealtà e generosità, è un inganno (trappola) nel quale i più furbi evitano di cadere perché li distrarrebbe dai propri interessi.

La poesia di Giuseppe Giusti (1809-1850) è stata scritta nel 1848, centosettanta anni fa, il tempo passa, le cattive abitudine rimangono.

 

 

Case di calce

Mar 112018

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Tu non conosci il Sud, le case di calce
da cui uscivamo al sole come numeri
dalla faccia di un dado

(Vittorio Bodini, La luna dei Borboni)

 

Era il Sud di Bodini. Polvere, odori genuini di cucina, gente vestita di dolore e colori, campi di grano e vigna, altari fioriti a Pasqua, campanili magri. Bambini vestiti di primavera. Olio e uva, grano, pane per tutte le ore, uomini e donne appesi al cielo, resurrezione e morte, preghiere e lamentazioni, feste di piazza con scapece e luminarie, processioni e bande, santi e madonne, confratelli e guardie d’onore, il mare negli occhi di tutti, mani grandi e ruvide, fumo di tabacco, briscole e scope nei bar. Il dialetto: un’armonia di suoni e voci dai toni bassi in principio di discorso, poi alti e disarticolati in immagini gestuali alla fine. Più che una lingua un atteggiamento frivolo verbalmusico con montaggi di vocaboli spiccatamente fuori lingua per marchiare situazione di vita, dove i dadi assumono il gioco di magia nel parlato e nell’agire. Dadi bianchi come case di calce, quella calce che un tempo bolliva ed era calda, densa e morbida, dura a temperatura ambiente, liquida per imbiancare e disinfestare.

Sud di spensieratezza e di fatica: concetto infinito di semplicità, forte nell’agire, che nel suo modo di vivere con macare (streghe), leggende, esorcismi individuali e collettivi, abitudini adattate alla sorte, è magia oltre i riti della superstizione e della bellezza di un terra che non smette mai di resistere alla sorte.

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