Il blog di Elio Ria

Spighe di poesia

4. Dante e la giustizia

Feb 042021

undefined

Non va trascurato il rapporto tra Dante e il sapere giuridico del suo tempo. Nel poema traspare la tensione tra giustizia divina e diritto terreno, che è anche un modo per difendere la propria condizione di perseguitato politico.
La legge riveste un ruolo importante nella Commedia; è di certo anche un passo obbligato per il giurista che desideri riflettere sul tema della giustizia in ambito letterario. Di cosa parla l’intero poema se non dei premi e delle punizioni comminate da un giudice supremo?
Potremmo ipotizzare che Dante sia stato il primo estensore di un codice penale, in cui la pena diviene un male inflitto per annullare il male. Compiuto secondo la logica del ‘contrappasso’. Una pena definitiva, senza appelli e successive fasi di riabilitazione, nessuno sconto, pena certa, eterna. Un codice che non prevede redenzione almeno nell’Inferno, nel Purgatorio invece la pena subisce una correzione secondo una giustizia ripartiva che intende ‘purgar le gravi offese’. Le anime del Purgatorio accettano la pena, sono aperte al perdono: sia a donarlo, sia a riceverlo. La pena ha la funzione di ‘rimendare’, ossia di sanare la ferita causata dal peccato sia nell’animo del peccatore, sia nella società.
Nell’Inferno, sostiene Sartre, la pena perpetua rappresenta la giustizia di Lucifero; mentre nel Purgatorio si ‘intravede’ la clemenza di Dio che induce al perdono. L’inferno è la gabbia dove è racchiuso definitivamente il male, dove esso non può più nuocere agli altri se non a chi ha compiuto il male stesso; circoscritto nel regno di Lucifero celebra l’apoteosi del suo infausto significato, conoscibile soltanto ai dannati, chiamati ad espiare il male oltre ogni ragionevole comprensione. Nessuno potrà mai significare la condizione di sofferenza dei dannati, indicibile e irrappresentabile, condizione esclusiva di appartenenza al dannato. Questa sembra essere la pena delle pene, la massima condanna che va oltre ogni norma del codice penale di Dio, di quel codice di cui è esecutore e al contempo giudice Lucifero su delega di Dio, poiché Dio poi è chiamato ad esercitare la misericordia.

La domanda: «Chi dà a Dante il diritto di ergersi a giudice dell’umanità?». Si erge a giudice mosso da un desiderio di rivalsa nei confronti degli uomini, mettendo il suo dolore per l’esilio e per le ingiustizie patite per mano dei fiorentini a confronto con gli altri peccati degli uomini, in proporzione crea un metro di valutazione per sé e per gli altri, inscrivendo in esso le norme di condanna. Non vi è dunque il principio di equità né di serenità di coscienza, tutte le forme allegoriche di pena sono lo specchio del suo animo, infuocato di vendetta e di risentimento, superbia che traduce e nasconde magnificamente in metafore e similitudini. Ci dà una giustificazione del suo essere giudice: Giustizia mosse il mio alto fattore; / fecemi la divina podestate, / la somma sapienza e ‘l primo amore, vale a dire, la giustizia spinse il mio grande artefice (Dio) a crearmi, mi fece la divina potenza, la somma sapienza e il primo amore. In tal modo certifica la sua autorità e autorevolezza di giudice, tutto gli è consentito, nessuna cosa che riguarda gli uomini e Dio è esclusa, la Commedia diventa compendio delle leggi di Dio, scritte da Dante, nel suo modo di essere e sentirsi Sommo, al di sopra di ogni cosa, elevato al cielo, quasi a sedere alla destra di Dio. Tra l’altro, nella sua concezione di giustizia vi sono casi limite che svolgono un ruolo centrale, allo scopo di esplorarne le eccezioni; ad esempio, i pagani sono salvati dall’infinita misericordia di Dio. Nel sistema giuridico medievale il sistema di singole eccezioni permetteva di conciliare la validità delle norme giuridiche con le contingenze del quotidiano; di questo modus operandi Dante si serve in alcuni casi per ‘ricorrere’ alla misericordia di Dio.

In un importante saggio Dante e i confini del diritto, lo scrittore statunitense Justin Steinberg ci invita a ragionare sul modo in cui la giurisprudenza medievale abbia aiutato Dante a costruire il suo viaggio ultraterreno fatto di incontri con le varie personalità che si avvicendano nel corso della narrazione, nonché della edificazione del proprio universo fantastico. I riferimenti alla giustizia si trovano soprattutto nel De Monarchia. L’esigenza di Dante di mettere in scena la giustizia è dettata dalla voglia di dimostrare la propria innocenza dalle accuse che gli erano state rivolte. Indubbiamente in lui vi era il forte desiderio di vendetta, e magari se non fosse stato per la persecuzione ingiusta che ne aveva acceso il risentimento, non avrebbe mai scritto il poema. Per gli uomini del mondo che mal vivono è necessario, secondo il poeta, ripensare il proprio agire in corrispondenza delle leggi di Dio e di quelle della giustizia terrena, con particolare riferimento a quella esercitata dai regnanti. L’affermazione della giustizia si manifesta nella sottomissione ad essa attraverso la punizione che toccherà ad ognuno dei dannati, i quali passano dal timore della punizione al desiderio di subirla affinché si realizzi l’armonia interiore. L’idea di Giustizia di Dante è che essa viene da Dio, secondo un principio retributivo, secondo il quale al bene corrisponde il bene e al male corrisponde il male. Nella Divina Commedia, la vendetta divina in ordine al reato elargisce la giusta pena in relazione al male compiuto. Nell’Inferno si punisce l’atto; mentre nel Purgatorio si punisce l’intenzione della persona, il movente – se vogliamo.
La pena ristabilisce l’ordine e l’armonia dell’universo, rimette le cose a posto, nella concezione di armonizzazione dell’universo di Dio. La giustizia per Dante si configura come virtù dell’uomo e al contempo è principio morale fondante della società.

La vita dell’uomo ogni giorno è messa alla prova: le vicissitudini buone e cattive si alternano, confluiscono nel corpo e nella mente dell’uomo e ne influenzano l’agire. È una gran bella cosa la vita, tuttavia presenta pericoli, agguati che inducono a sbagliare, a fare scelte difficili, impensabili, dolorose. È appunto una Commedia; già, Commedia, così come l’ha chiamata Dante, non tragedia. Dante ci prende per mano nel suo viaggio, ci accompagna nei tormenti e nelle gioie della vita, con similitudini, metafore che rivelano la complessità della vita interiore in cui lo spirito potrebbe sollevarsi verso quello stadio di armonia che è principio e origine della vita, dell’universo e di tutte le cose.
La Commedia è straordinariamente ricca di contenuti, una delle più affollate opere della letteratura, un compendio di morale, di giustizia, di fede, di religione, di vita. Dante, seppure è lontano storicamente da noi, ci è vicino emotivamente, per le situazioni rappresentate, oltre che per le riflessioni sul destino dell’uomo.
Nel suo compito di viandante nell’aldilà, anticipa in un certo senso le decisioni di Dio. Difatti, osò prevedere il giudizio di Dio sugli uomini, condannò e premiò sia pure per finzione letteraria tutti i personaggi inclusi nel poema. Condannò Francesca e commiserò Francesca. Benedetto Croce afferma: «Dante, come teologo, come credente, come uomo etico, condanna quei peccatori, ma sentimentalmente non condanna e non assolve». Il vizio è l’Inferno. Il passaggio dal vizio alla virtù è il Purgatorio. La condizione degli uomini perfetti è il Paradiso.

 

Atom

Powered by Nibbleblog per Letteratour.it