Il blog di Elio Ria

Spighe di poesia

8. Gli appelli di Dante al lettore

Mar 202021

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Erich Auerbach in Studi su Dante (Feltrinelli, 2008) elenca diciotto passi in cui Dante nella Commedia si rivolge direttamente al lettore, per chiedergli espressamente di partecipare alle sue esperienze, ai suoi sentimenti. Molti di questi passi hanno un tono drammatico ed esprimono l’alleanza di Dante con il suo lettore, ma anche consapevolezza della sua superiorità. Qualcosa di simile è difficile trovare nella letteratura pre-dantesca, o negli stessi poeti epici classici, i quali non adoperano mai appelli formali al lettore.
I suoi appelli sono sempre attuali e oggigiorno anche personalità politiche importanti amano citarlo nei loro discorsi pubblici, uno fra tutti: il presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping. Se invece andiamo indietro nel tempo, nel Cinquecento, scopriamo che la regina Elisabetta I d’Inghilterra amava l’idioma di Dante e voleva che anche le sue damigelle e i suoi collaboratori più stretti fossero in grado di parlarlo e scriverlo.
Ritorniamo ai giorni nostri, al ritmo del XXI secolo, con la traduzione in francese de La Comédie di René de Ceccatty, qui il traduttore volge l’endecasillabo dantesco in ottonari; decisamente una scelta coraggiosa in considerazione del fatto che il poema dantesco, già così asciutto, perde così ad ogni terzina un verso. C’è un lavoro di spoglio in cui appunto l’ottonario funge da misura di mera urgenza, adattabile ai nostri tempi, in cui l’autore ha obbedito più al senso L’intento di Ceccatty è quello di consentire una agevole lettura dell’opera dantesca, che oggi è chiamata ad esprimere una ulteriore affermazione di eterna modernità.

L’appello di Dante al lettore, per il suo livello stilistico e per la sua struttura, richiama quello dell’apostrofe classica. Dante adoperò la forma dl tipo «O voi che...» per convincere il lettore a fare di tutto per condividere spontaneamente l’esperienza del poeta e per trarre frutto dal suo insegnamento. «O voi ch’avete li ’ntelletti sani, / Mirate» (Inf., IX, 61-62) ha il carattere delle apostrofi classiche, ma con una funzione più diretta per sensibilizzare il lettore; in «Aguzza qui, / lettor, ben gli occhi al vero» (Purg., VIII, v.19) l’invito è a concentrarsi sulla verità. Gli appelli si susseguono con stile diverso: essi toccano il livello del più profondo orrore, dell’umore tetro «O tu che leggi, udirai nuovo ludo,» (Inf., XXII, 118), dell’invocazione «La mente tua conservi quel ch’udito / hai contra te» (Inf., XVI, 127-128), del consiglio fraterno.
Nonostante il suo viaggio sia in solitudine nell’aldilà, nel passo: «O voi che siete in piccoletta barca, / desiderosi d’ascoltar, seguiti / dietro al mio legno che cantando varca,» (Par., II, 1-3), l’appello è indirizzato a veri compagni di viaggio, non a lettori di un libro. Il lettore immaginato da Dante è un discepolo a cui non si chiede di discutere e di giudicare, bensì di seguire ciò che Dante gli indica come insegnamento, e in ciò il poeta ha le idee chiare: Dio non è soltanto il dominus dell’universo, ma anche l’arbitro della giustizia; perciò chiunque difenda una causa sulla terra deve presentarla come la volontà di Dio.

Ogni scrittore si augura di essere letto, compreso e possibilmente amato, pur non possedendo la grandezza di Dante, il quale però aveva in mente un pubblico colto, ma soprattutto attento al suo messaggio e propenso ad attuarlo. Boccaccio, ammiratore di Dante, commentò la Commedia in pubblico, ma si fermò al XVII canto dell’Inferno, poiché gli era stata mossa l’accusa di sprecare energie per un pubblico incapace di recepire l’insegnamento. Tutto ciò era comunque in linea con la concezione di Dante, ma anche di Petrarca e di Boccaccio, che la letteratura dovesse essere di competenza aristocratica, stante la complessità delle tematiche trattate.

Una conclusione su quanto esposto risulterebbe non esaustiva, magari semplicistica oppure banale. Si può azzardare che l’opera di Dante sia un giacimento, non da sfruttare ma da tutelare. Come? Leggendola e divulgandola, riacquisendo la forza di conoscenza per ristabilire un equilibrio tra l’uomo e il tempo. Un tempo meno aggressivo, ma soprattutto meno esposto alle intemperanze che il modernismo alimenta in ogni momento per consacrare l’effimero. Ristabilire l’importanza della parola, riconoscendone l’autorità del significato, mediante la pazienza di leggerla o di ascoltarla.

Dalla lettura della Divina Commedia viene alla luce un’esperienza affascinante, irripetibile, non riscontrabile in nessun’altra opera. La relazione fra essere umano e mondo è posta a fondamento della stessa forma di vita, che fa comprendere quanto è dolorosa l’oscillazione dell’infelicità. Il compito dell’uomo non è soltanto la ricerca della risposta alla precarietà dell’esistenza, quanto il senso di una giustificazione che possa sopprimere le lacerazioni che le domande stesse producono. Porsi sulle tracce dei propri passi significa abbracciare una ricerca poetica in grado di dare un assesto giusto alla realtà. Dante interviene in tutti i campi della realtà, strappa il velo delle convenzioni e rivela la verità reale delle cose. Comprendere la realtà vuol dire riconoscere la «necessità» dell’errore, e solo attraverso la consapevolezza dell’errore è possibile intravedere la correttezza delle cose. L’errore che è inganno, deviazione del giusto cammino, ma insieme salvezza, riscatto.
Ripercorrere il cammino di Dante potrebbe consentire a tutti di tornare alle radici comuni della cultura e di riprendere fiato nel presente.

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