Il Blog di Rosario Frasca

Le opinioni di un Clown, ovvero: Il mito di Er

Io, tu...l'altra

Jan 272020

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Giuliana Mangione
27 gennaio 2016

Ai miei amori
Rosario, Matteo, Luca

Io, tu... l'altra

È un mese che abbiamo smesso di frequentarci.
Un mese che non ci tocchiamo più, non ci parliamo più, non usciamo più insieme.
Ho deciso io di non avere più nulla a che fare con te, io ho troncato ogni rapporto, io ho eluso ogni occasione per stringerti ancora tra le dita.


Mi hai fatto troppo male e questa volta non sono riuscita a perdonarti. Troppo male ho sopportato per una malsana attrazione che avevo e forse ho ancora verso di te.


Devo riconoscere che in alcuni momenti della mia vita, specialmente quelli dolorosi, se non ti avessi avuta accanto sarebbe stato difficile venirne fuori. Mi hai tenuto compagnia nelle notti insonni, mi hai consolata quando la solitudine mi attanagliava, alcune volte ho pensato tu fossi l'unica che potesse capirmi.


Mi sbagliavo.


Vedere negli occhi dell'uomo che amo la paura di non essere in grado di aiutarmi a liberarmi di te, della tua subdola manipolazione nei miei confronti e in quelli degli altri, del tuo spregiudicato modo di amarmi fino a togliermi il respiro, mi hanno dato il coraggio di lasciarti e questa volta per sempre.


I primi giorni senza di te sono stati duri, una sera sono stata sul punto di accarezzarti ancora, mi sembrava persino che senza te non valesse la pena vivere. A che punto mi hai portata... altro che "50 sfumature di grigio"!
Quella sera ho capito che avevo bisogno di aiuto. Il rischio era che riprendessi ad avere talmente bisogno di te da permetterti di abusare di me. Ancora una volta.


Poi ho trovato lei, ormai posso considerarla un'amica, mi ha aiutato e mi sta aiutando a non considerarti più di quello che vali. Certo non brucia di passione come facevi tu quando eri parte della mia vita, ma posso farmi accompagnare da lei in quasi tutti i luoghi dove io e te insieme non eravamo benvolute.


Gli amori della mia vita la vedono di buon occhio, sorridono quando mi rivolgo a lei con allegria dopo una serata insieme.
So che tenterai ancora di farmi tua, di farmi sentire inadeguata in alcuni luoghi, in certi contesti, ma dopo quarant'anni ed oltre di convivenza, ti conosco abbastanza per sapere che non hai la pazienza per aspettarmi più di tanto. Chi te lo fa fare, hai un mondo ai tuoi piedi, per te è più facile fare a meno di me.

 
Io dovrò lottare ancora per fare a meno di te, ma con il suo aiuto ci riuscirò.


Ti ho amata molto, troppo, un amore mal corrisposto, ma mi rendo conto ora che era l'unico fossi in grado di darmi. Ciao bionda, anzi... addio.

 

(Il ritratto è opera di Sara Mangione)

Le cortigiane

Jun 152019

 

 

"Come il mangiare e il bere", così anche l'appagamento dell'istinto sessuale naturale e il piacere connesso, sono buoni e senza ombra di peccato, naturalmente a condizione che in essi siano rispettati la debita misura e l'ordine conveniente." (San Tommaso d'Aquino)

 

Premessa - Le note su l'autore", l'opera e il testo del dialogo sono tratti dal volume: Luciano, Dialoghi delle cortigiane - Marsilio Editori Venezia - 1995

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L'autore

Luciano, siriaco di Samosata, nasce nel 120 e muore ad Atene dopo il 180 D.C. Retore, sofista, scrittore satirico. La sua vena laica e scettica si esercita in varie direzioni: La sofistica (Elogio della mosca), la filosofia (Morte di Peregrino, Dialoghi degli dei, Dialoghi dei morti), la religione (Zeus confutato, Concilio degli dei, L’amante della menzogna, Alessandro o il falso profeta). Celebri anche le sue opere narrative: "La storia vera", parodia fantastica dei romanzi d’avventura, e "Lucio e l’asino", romanzo breve il cui soggetto è ripreso anche da Apuleio nelle Metamorfosi.

Una frase emblematica che descrive le caratteristiche polemiche di questo autore, lontano nel tempo ma attualissimo nel gioco letterario tra menzogna e verità, l'ho annotata leggendo il primo capitolo della "La Storia Vera" dove Luciano, si rivolge polemicamente ai filosofi e ai "padroni del pensiero" che lo denigravano per le sue opere, che spesso facevano saltare e sbeffeggiavano la "verità".

 "Scrivo dunque intorno a cose che né vidi né provai né appresi da altri, e inoltre di cose che non esistono affatto, e che non possono assolutamente esistere. Perciò occorre che i miei lettori non ci credano per nulla." (Luciano - La storia vera)

L'opera

Antichissimo e pur sempre attuale, il problema della prostituzione è lo sfondo realistico di questi dialoghi: una serie di bozzetti, scene di vita quotidiana, commedie di situazione che ritraggono l’ambiente delle etere (ragazze di vita), con le loro passioni, i loro timori, le loro gelosie, le loro aspirazioni, le loro storie.

Sfilano in questi Dialoghi fanciulle che ridono, suonano il flauto, cantano e a danzano, fanno sesso con il migliore offerente; ma vi sono anche donne capaci di far perdere la testa ai personaggi più in vista, re, uomini di governo, cittadini ricchi e potenti.

È il tipico universo delle “etére" della Grecia antica; fanciulle e donne mature al centro del desiderio, dell’interesse e della passione amorosa degli uomini, di cui pagavano gli egoismi e le sregolatezze, ma che suscitavano anche uncerto timore, per la pericolosa ambivalenza di quegli rapporti sessuali e coniugali, non socialmente regolati e legittimati, anche se tacitamente ammessi e accettati dalla comunità: un po' come oggi.

Dei quindici dialoghi che compongono l'opera, ce ne sono tre che riguardano in particolare i  rapporti generazionali. In questa sede ho preso in prestito il primo in ordine di numerazione: Crobile e Corinna. Il proposito è quello di far cogliere a chi legge, il nocciolo del messaggio educativo: un messaggio valido per tutte le generazioni, passate, presenti e future; in qualsiasi luogo, senza distinzione di genere, razza e religione.

 

Il dialogo

  

undefinedUn dialogo tra mamma e figlia sull'iniziazione all'amore e sulle convenienze di accompagnarsi con gli uomini... dietro compenso.

 

L'autore descrive il dialogo tra madre e figlia, dopo l'avvenuta "prima volta" della giovane. Crobile, dopo aver elogiato la figlia, le promette un premio e la invita a considerare i vantaggi della lucrosa professione di etéra.

Nel corpo centrale del dialogo, Crobile descrive la dura realtà in cui sono costrette dopo la morte del padre di Corinna. In questa fase, sono descritti i costumi sociali dell'epoca e la particolare corsa al primato tra le etère della comunità; una lotta tra donne, giovani tirocinanti ed esperte cortigiane, in cui giocano un ruolo importante il desiderio, la rivalità e l'invidia: aspetti comportamentali che caratterizzano l'analisi girardiana sviluppata secondo le dinamiche del desiderio mimetico.

 

testo:

Crobile: Hai visto Corinna? Non era poi così tremendo come credevi, se da vergine sei diventata finalmente donna! E ti sei fatta un fiore di bel ragazzo, e ci hai per di più guadagnato ben una mina, come primo compenso, che ti ci comprerò subito - ne avanza - una bellissima collana!

Corinna: Sì, sì, mammina! la voglio con le pietre rosse e splendenti come il fuoco, come ce l’ha Filenide!
(analisi mimetica sulla prova d’iniziazione del soggetto (Corinna) e il feticcio (collana) quale oggetto del desiderio )

Crobile:
Va bene piccola. Ma prima ascoltami, che ti dico anche tutto il resto, che cosa dovrai fare e come ti dovrai comportare con gli uomini; sai bene che non abbiamo nessun altra risorsa per vivere, figlia mia, e da quando è morto quel sant’uomo di tuo padre - sono appena due anni! - non so proprio come abbiamo fatto a campare.

Quand’era vivo, non ci faceva mancare niente; era un buon fabbro, molto conosciuto al Pireo, e ancora si sente dire dappertutto, e ci giurano, che non ci sarà un altro fabbro bravo come Filino.
Ma da quando è morto… prima ho dovuto dar via le tenaglie, poi l’incudine, poi il martello, - e per sole due mine! - e ci abbiamo campato per sette mesi. E poi ho dovuto tessere, e tirare la trama, e filare lo stame, e ci cavano a stento di che mettere qualcosa sotto i denti. Ma così potevo nutrire te, figlia mia, l’unica speranza che mi restava!

Corinna:
Cioè, la mina...

Crobile:
Ma no! facevo solo il calcolo che, all’età giusta, avresti potuto mantenere me, e tu - senza troppa fatica - potrai essere piena di gioielli, e ricca, con tanti vestiti fatti di porpora, e tutte le serve che vorrai...

Corinna:
O come, mammina, che mi dici mai!

Crobile:
Ma sì! basta che ti accompagni con bei giovanotti, e ti ci fai portare alle feste e simposi, e ci vai a letto dietro compenso!

Corinna:
Allora devo fare quello che fa anche Lira, la figlia di Dafnide?

Crobile
Proprio così, cara!

Corinna
Ma quella… fa l’etera!

Crobile:
Beh… non c’è poi niente di così terribile… Così anche tu sarai ricca, ricca come lei! e avrai un mucchio di amanti! Ma che fai Corinna, ti metti a piangere? Non vedi quante ce n’è in giro di etere? Sono tantissime, e tutti le cercano, e fanno un sacco di soldi! Io la conosco bene Dafnide: santa Giustizia! Prima che la figlia sbocciasse nel fiore dell’età era una miserabile stracciona: la vedi com’è ora? Se ne va dandosi un sacco di arie, cara mia, e oro, e vestiti a fiori, e ben quattro servette!

Luciano, in questa battuta, espone chiaramente che è l'invidia per Dafnide ad alimentare il desiderio mimetico di Crobile; infatti, senza tanti giri di parole, si rivolge alla figlia Corinna suggerendole di intraprendere la stessa professione di etera, praticata proficuamente dalla figlia di Dafnide.

Corinna
E Lira, per guadagnare tutto questo, come avrà fatto?

Crobile:
È facile. Per prima cosa, acconciandosi con buon gusto, facendo la gentile e la spiritosa con tutti, ma senza arrivare a ridere a crepapelle per un nonnulla, come fai sempre tu, ma dolcemente sorridendo, e in modo seducente, e stando in società con stile, senza invece farsi beffe del prossimo, se capita che qualcuno voglia venire da lei o la inviti a casa sua, e soprattutto, senza mostrarsi in caccia di uomini. Se è invitata a un banchetto - naturalmente dietro compenso - non si ubriaca come un tègolo: sai, è una cosa ridicola, e gli uomini detestano quelle che fanno così! E non si ingozza di cibarie senza un minimo di creanza, ma le tocca appena, in punta di dita, e non fa rumore quando mangia, e non si riempie le ganasce di bocconi smisurati, ma beve tranquillamente e con misura, a piccoli sorsi.

Corinna:
Davvero fa così? Anche se ha tanta sete? ...
(analisi mimetica sulla sete)

Crobile:
Ma proprio allora, mia piccola Corinna! E non parla più del dovuto, e non esagera nel prendere in giro qualcuno dei convitati, ma fa gli occhi dolci solo a uno di loro: quello che paga! È così che i clienti l’amano alla follia. E quando viene l’ora di andare tra le lenzuola, non si mostra né troppo porcella, né troppo fredda, ma in tutta la faccenda va in caccia di una cosa sola, e cioè di conquistare l’uomo e di farsene un amante; e di questo tutti la lodano. Se imparerai anche tu la lezione, vivremo anche noi, tutt’e due felici e beate! e del resto, per tante altre cose, anche tu, al suo confronto sei di gran lunga… ma non farmi dire niente, per la cara santissima Giustizia! solo che tu campi in buona salute!...

Corinna:
Ma raccontami, mammina, quei signori che pagano sono tutti bellini come Eucrito, quello con cui ho dormito ieri notte?

Crobile:
Oddìo, non proprio tutti… ce n’è anche di più belli!… poi ce ne sarà qualcuno più maturo… qualcuno che non sarà proprio una bellezza...

Corinna:
E anche con questi ci dovrò andare a letto?

Crobile:
Figlia mia, soprattutto con questi! Perché sono anche quelli che scuciono di più, mentre i belli, vogliono una cosa sola, fare i belli, e basta. Ma tu preoccupati sempre e soltanto di chi paga di più, e vedrai, tra poco tempo tutte ti mostreranno a dito per strada, e diranno: “Guarda, guarda Corinna, la figlia di Crobile! ricca da far schifo! Mamma sua, l’ha fatta tre volte beata!” Eh? Che ne dici? Farai come ti dico? Ma sì, che lo farai, lo so dal profondo del cuore, e ti sarà facile metterle tutte nel sacco! Ma ora va a fare il bagno, che come niente viene anche oggi quel tuo bel ragazzetto, Eucrito; te l’aveva promesso, no?

Analisi

- L'iniziazione della giovane Corinna è ormai avvenuta. La madre Crobile con parole convincenti, da donna ormai esperta delle questioni e suggestioni sessuali, suggerisce alla figlia ancora innocente, di considerare i futuri rapporti sessuali con gli uomini con distacco, in modo positivo e professionalmente remunerativo: "ti sei fatta un fiore di ragazzo, e ci hai per di più guadagnato ben una mina come primo compenso". L'intervento della madre si chiude con la promessa di un premio per la ragazza per l'avvenuta iniziazione: "ti ci comprerò subito - ma ne avanza! - una bellissima collana!".

Consumatum est - L'iniziazione di Corinna è avvenuta, la sua infantile innocenza è svanisce: una nuova luce risplende come fuoco ardente, nel bagliore delle pietre rosse di quella collana promessa in premio dalla madre per la sua consumata "prima volta". 

Corinna risponde alla decisione della madre di premiarla per la sua prestazione iniziatica, con una eccitazione ancora infantile, e inserisce nel dialogo un nuovo personaggio esterno: "Sì, sì, mammina! la voglio con le pietre rosse e splendenti come il fuoco, come ce l’ha Filenide!"

Filenide ha la funzione di generare l'invidia e/o mediare il desiderio emulativo di Corinna; mentre la collana rappresenta l’oggetto del desiderio, posseduto dalla mediatrice (Filenide) e mimeticamente desiderato dal soggetto (Corinna).

Corinna, indirizzata abilmente dalla madre, finalizza la perdita della sua verginità al possesso di un oggetto-simbolo: la collana; e lo fa volentieri per emulare la sua amica-mediatrice. Possedere la collana per Corinna vuol dire essere ricca e invidiata come lo è Filenide; vuol dire aver conquistato uno status sociale più elevato del suo; sarà ricca e invidiata come Filenide, l'amica che da idolo venerato si trasforma, così, in rivale in ricchezza e bellezza.

 

undefined"L’improvviso prestigio di un modo di esistere sconosciuto è sempre connesso con l’incontro di un essere che risvegli il desiderio”

"Il desiderio mimetico tende all'essere del mediatore. L'oggetto del desiderio mimetico è solo un mezzo per arrivare all'essere del mediatore." (Girard)

- Filenide rappresenta l'obiettivo, il sogno, la sua massima aspirazione di Corinna: essere bella, ricca e invidiata; come giovane di rango, bella e appetibile agli uomini. Corinna si aspetta che la sua iniziazione sessuale produca un cambiamento radicale della sua esistenza: un nuovo modo di esistere che le dia prestigio e generi, a sua volta, l'invidia delle coetanee; in questo contesto di aspettativa, la collana promessa dalla madre rappresenta per Corinna, il giusto mezzo per arrivare a realizzare il suo sogno.

Corinna tende a essere come l'amica invidiata, che lei venera e odia nello stesso tempo. La collana promessa dalla matrona, è il giusto mezzo per arrivare all’essere dell’amica che indossa una superba collana con fatta di pietre rosse e splendenti, bella da far invidia. L'amica-rivale Filenide rappresenta per Corinna la mediatrice idolatrata dei suoi nascosti desideri; secondo le classificazione girardiana: la mediazione di Filenide è interna. Corinna desidera la collana non perchè le piaccia, ma perchè l'ha vista al collo di Filenide; Corinna vuole essere Filenide rimanendo però se stessa; cioè, Filenide è il suo idolo interiore; e avere la collana è l'oggetto sostitutivo del suo desiderio d'essere come Filenide.

Il triangolo mimetico

Corinna è il soggetto che desidera. Filenide è la mediatrice che ha la funzione di generare e sostenere l'invidia di Corinna e di mediarne il desiderio. La collana rappresenta l’oggetto del desiderio di Corinna (soggetto).

Lo schema triangolare del desiderio mimetico, abbiamo:

- soggetto: Corinna
- mediatrice: Filenide
- oggetto del desiderio: la collana

 

 

L'iniziazione

- La prima battuta riguarda la perdita della verginità di Corinna; un passaggio che Crobile considera naturale e di crescita: "da vergine sei diventata donna". Nel prosieguo, Crobile, con quel che dice a Corinna, descrive e spiega la situazione sociale e relazionale tra le dialoganti. Una prova iniziatica che Corinna considerava "tremenda", come spesso sono considerate tutte le prove d'iniziazione, Crobile la ridimensiona nel flusso della normalità: "non era poi così tremendo come credevi”.

L’iniziazione della ragazza, destinata a entrare in società: un ballo delle debuttanti ante litteram; il suo avviamento a un lavoro di cui è ancora inconsapevole: questa innocente e ancor pura inconsapevolezza che le incute timore e le fa paura, la porta ad affidarsi e abbandonarsi completamente agli esperti consigli della madre.

undefinedLa madre si rivolge alla ragazza con furbesca e voluta sufficienza, mostrandole gli aspetti positivi dell'attività di etéra; ma è ben attenta a sorvolare su quei retro-pensieri romantici che potrebbero deviarla da un "corretto" e maturo comportamento professionale. In questo modo, l'esperta educa l'iniziata a considerare i rapporti sessuali con gli uomini con distacco, in modo strumentalmente positivo e professionalmente remunerativo: "ti sei fatta un fiore di ragazzo, e ci hai per di più guadagnato ben una mina come primo compenso".

La chiusura di questo primo intervento intervento della matrona è la promessa di un premio speciale; certamente la promessa rimarca, agli occhi della ragazza, l'importanza di un adeguato compenso come concreta e ineludibile "qualità" di ogni prestazione professionale: "ti ci comprerò subito - ma ne avanza! - una bellissima collana!".

Corinna risponde eccitata e contenta alla decisione della madre di premiarla; e, dalla "quinta" della sua bocca, fa entrare in scena un nuovo personaggio: Filenide che, ignara dei desideri di Corinna, si trova a rappresentarne l'idolo, la guida ideale, il modello su cui Corinna conforma il suo intimo desiderio di essere bella e attraente.

La giovane finalizza la perdita della sua verginità al possesso di una collana; lo fa per emulare la sua mediatrice Filenide: possedere la collana per Corinna, vuol dire essere bella, ricca e invidiata come Filenide; vuol dire conquistare l'aspirata posizione di "donna di rango" e togliere la regalità alla sua idolatrata e invidiata mediatrice.

Per la “povera" Corinna, la "ricca" Filenide rappresenta il suo obiettivo, il suo sogno, la sua massima aspirazione; la collana promessale in premio dalla madre Crobile per aver superato la prova d'iniziazione, rappresenta l'assaggio dell'obiettivo perseguito, l'anticipo concreto del suo sogno: essere ricca e invidiata come lo è Filenide.

L'esperta Crobile sa che il desiderio di amare e di essere amata della giovane figlia può condurre alla passione; sa che la passione acceca la ragione e fa dimenticare e mette in secondo piano, le necessarie finalità materialistiche e utilitaristiche delle prestazioni sessuali che oggi chiameremo "professionali" di una cortigiana.

Dunque, questa prima parte del dialogo, termina con una considerazione sull'oggetto del desiderio "sostitutivo" rappresentato dalla collana: Corinna sembra concedersi per l’innocente e banale oggetto del desiderio, la collana.

La collana è vista come un trofeo, un oggetto, innocente e banale, un simbolo, un amuleto distintivo dell'avvenuta iniziazione. Però, quel verbo sibillino, "sembra", nasconde la realtà oggettiva trasformandola in vacua apparenza: come dire "non è vero ciò che sembra, quel che appare; non è vero che Corinna si è venduta per una collana; la verità è un'altra ed è nascosta nell'intimo e femminile desiderio della giovane: il desiderio di essere amata".

Il luccichio di una collana, del quel premio su cui l'esperta indirizza l'attenzione della ragazza, nasconde coi suoi bagliori la verità, il vero desiderio della ragazza: il suggello dell'avvenuta iniziazione ovvero essere amata e posseduta da un uomo, come tutte le donne; essere diventata finalmente donna.

Questo emergere della verità nascosta, questo sopetto di un'altra verità ben più importante, riabilita in qualche modo, il naturale sentimento di Corinna e di ogni ragazza, che si con-cede all’amante, non per il compenso, non per una luccicante e banale collana, "oggetto del desiderio" (sostitutivo), ma più realisticamente, per appagare il naturale e femminile desiderio d'essere amate dall'uomo; un desiderio che alberga in tutte le donne; una verità antropologica.

Secondo l’ottica del desiderio mimetico:

- se Corinna è il soggetto

- l’amore è l'oggetto del desiderio

- chi è il mediatore o la mediatrice?

Mediazione interna - Chi potrà mai essere il mediatore dell'amore? Forse l'amica Filenide? Forse la madre Crobile? No: in questo triangolo mimetico, la situazione, non prevede rivalità nascenti tra il soggetto e la mediatore perché non c’è invidia, non c'è la possibilità di scambio e sovrapposizione dei ruoli: siamo in una mediazione che Girard definisce "interna" ovvero la mimesi e il cambiamento avviene nell'intimo del soggetto che ascolta fedelmente i consigli della madre educatrice. Corinna e Crobile sono ben ferme nei loro ruoli, figlia e madre, educanda ed educatrice, non entrano in rapporto mimetico triangolare: quindi la madre non è la mediatrice dell'amore.

Il vero triangolo mimetico è tutto interiore a Corinna: il soggetto reale è mediatore ideale di se stesso, un ideale edificato sull'amica Filenide. Corinna aspira al cambiamento; desidera d'essere un nuovo essere; il suo è un desiderio metafisico, dove si incontrano realtà e sogno; per dirla con Shakespeare, l'amletico: "essere o non essere"; o con Pirandello  il dramma identitario tra: essere e apparire.

undefinedTornando al dialogo di Luciano, il banale oggetto del desiderio, sostitutivo del vero desiderio d'amore, d'amare ed essere amata, per Corinna è quella "collana con le pietre rosse e splendenti come il fuoco, come ce l’ha Filenide!". Per Corinna, la collana non rappresenta il gioiello da indossare ma il vessillo dell'amore conquistato; ma la sua tensione interiore, il suo desiderio mimetico è arrivare ad essere Filenide, più di Filenide.

 

La dura realtà

- Per attualizzare il contenuto pedagogico del testo, la lettura va fatta entro la cornice di quella "dura realtà" ben definita da Crobile nelle battute centrali del dialogo. In termini più espliciti, il dialogo va letto entro i limiti esistenziali di Corinna, una ragazza che sta affrontando un cambiamento importante nella sua vita e che vive, con la madre, in una dura realtà sociale.

(Qui si evidenzia il primo incrocio tra i diversi livelli narrativi; il primo interscambio di ruoli tra i diversi personaggi in gioco sui diversi livelli letterari: la ragazza protagonista del dialogo Corinna e la lettrice dei nostri giorni: coetanee non coeve, antropologicamente vicine ma secolarmente distanti duemila anni.)

Pur a distanza di duemila anni, le ragazze condividono quel cambiamento radicale nella loro vita. Pertanto possiamo dire che: ciò che stiamo leggendo, commentando e analizzando riguarda tutte le ragazze, di qualsiasi tempo e qualsiasi luogo.

In altre parole, dal punto di vista antropologico, la condizione esistenziale del personaggio del dialogo, Corinna, è la stessa condizione di una ragazza del duemila; una condizione caratterizzata da difficoltà, paure, aspettative, sogni e speranze di una ragazza sta affrontando un "cambiamento radicale della sua vita".

Questo accento sulla dura realtà vuole esprimere un sereno invito a leggere il dialogo, non in chiave romantica e/o ideale ma in chiave “realista”; ovvero una lettura della narrazione che invita a mettersi in gioco, entrare nelle situazioni del dialogo, con uno sguardo oggettivo su quella "dura realtà personale"; la realtà della prova d'iniziazione evidenziata nella prima battuta del dialogo. Diventa allora comprensibile e acquista senso un verbo desueto tirato fuori dal cassetto delle parole perdute: "estrapolare". Sì, nella nostra lettura dobbiamo estrapolare la descrizione della dura realtà di una ragazza che sta affrontando un cambiamento nella sua vita, vale per Corinna e per tutti i lettori di questo dialogo. Una volta fatta questa "estrapolazione" concettuale tutto diventa realisticamente attuale.

La suddetta dura realtà non si riferisce solo alla situazione di una ragazza dell’antica Grecia indirizzata alla professione di "cortigiana" ma al "rito d’iniziazione" di una ragazza generica che, finito il tempo dell’innocenza, si appresta ad affrontare la vita con la consapevolezza del proprio ruolo sociale. E, nel dialogo, fatti i dovuti distinguo, nella società in cui la ragazza è destinata a svolgere il proprio ruolo di donna, c'è e interferisce invasivamente, un'altra dura realtà che parte da lontano e può arrivare ad essere oppressiva, costrittiva, menzognera e oscura, come la "selva oscura" in cui si perde Dante nella sua commedia divina; ce lo dice Crobile nel corpo centrale del dialogo. Crobile smorza l'eccitazione della figlia per la promessa della collana e la esorta ad ascoltare le sue raccomandazioni: "che cosa dovrai fare e come ti dovrai comportare con gli uomini". Una lezione vera e propria preceduta da un preambolo sulla loro misera condizione economica dopo la morte di Filino, padre di Corinna:

  • "Va bene piccola. Ma prima ascoltami, che ti dico anche tutto il resto, che cosa dovrai fare e come ti dovrai comportare con gli uomini; sai bene che non abbiamo nessun altra risorsa per vivere, figlia mia, e da quando è morto quel sant’uomo di tuo padre - sono appena due anni! - non so proprio come abbiamo fatto a campare.Quand’era vivo, non ci faceva mancare niente; era un buon fabbro, molto conosciuto al Pireo, e ancora si sente dire dappertutto, e ci giurano, che non ci sarà un altro fabbro bravo come Filino. Ma da quando è morto… prima ho dovuto dar via le tenaglie, poi l’incudine, poi il martello, - e per sole due mine! - e ci abbiamo campato per sette mesi. E poi ho dovuto tessere, e tirare la trama, e filare lo stame, e ci cavano a stento di che mettere qualcosa sotto i denti. Ma così potevo nutrire te, figlia mia, l’unica speranza che mi restava!"

 

La madre si appresta ad educare la figlia dopo l'avvenuta iniziazione e dopo averle promesso la collana: da donna esperta, ha sapientemente atteso il momento opportuno per iniziare il suo discorso educativo sul comportamento e sugli atteggiamenti da assumere per essere stimate, desiderate e ambite dagli uomini.

Corinna ha abboccato; ormai, dopo la promessa della collana, è in ascolto pro-attivo, trepidante; con la promessa del premio, Crobile l'ha ben disposta ad ascoltare le sue importanti istruzioni: deve far capire alla figlia, ciò che deve fare e come si dovrà comportare, per avere successo con gli uomini e prepararla così all'esercizio lucroso della professione di etera.

Crobile, sagacemente, per dare più peso ai loro bisogni esistenziali, le racconta della "dura realtà" in cui si trovano e nella quale devono agire e districarsi per sopravvivere:

  • "sai bene che non abbiamo nessun altra risorsa per vivere, figlia mia, e da quando è morto quel sant’uomo di tuo padre - sono appena due anni! - non so proprio come abbiamo fatto a campare." (*)

Il richiamo a quel "sant’uomo di tuo padre" è un'ulteriore chiave di accesso al cuore della figlia, oltre alla promessa della collana. Il cuore della figlia è così pronto ad accogliere la lezioncina della madre e accettare il fatto che il suo intimo e personale desiderio di essere amata è la loro "unica risorsa" per sopravvivere.

Per descrivere la dura realtà, Crobile racconta il benessere in cui vivevano prima che morte di Filino, padre di Corinna, le gettasse nella miseria. Ancora una volta Crobile predispone all'ascolto la figlia, raccontandole del padre e descrivendone la probità e l'alta reputazione di cui godeva tra la gente del Pireo:

  • "non ci sarà un altro fabbro bravo come Filino. Ma da quando è morto…"

Dopo aver ricordato ed esaltato la figura del padre, quando era vivo), Crobile descrive i sacrifici che hanno dovuto affrontare dopo la sua morte per il loro sostentamento. Lo fa in due fasi: prima la vendita dei strumenti e delle attrezzature da lavoro; poi la tessitura, il tirar la trama, e filatura dello stame. (*). Sottolinea, quindi, i sacrifici che ha dovuto affrontare per far mangiare la figlia, che era per lei l'unica speranza che le restava.

Corinna nel sentire queste parole si sente caricata di responsabilità per il riscatto suo e della madre. È pronta cioè ad ascoltare i i consigli "professionali". In definitiva per lei, quei consigli le servivano, oltre che per appagare il suo desiderio sessuale, anche e soprattutto, per il riscatto sociale ed economico suo e della madre. Il desiderio naturale e personale di essere amata si veste, quindi, di un "abito" sociale nel desiderio mimetico e competitivo di avere la collana, primeggiare ed essere invidiata dagli altri.

 

Corinna

"Il desiderio mimetico tende all'essere del mediatore. L'oggetto del desiderio mimetico è solo un mezzo per arrivare all'essere del mediatore." (Girard)

- Corinna tende all’essere di Filenide che venera e odia nello stesso tempo. La collana è solo un mezzo per arrivare all’essere dell’amica venerata e invidiata, la mediatrice dei suoi nascosti desideri. Corinna desidera desidera avere quella qualità di Filenide che lei non ha perché "povera"; Corinna desidera essere "ricca" e invidiata, come e più di Filenide.

"L’improvviso prestigio di un modo di esistere sconosciuto è sempre connesso con l’incontro di un essere che risvegli il desiderio”. (Girard)

Per Corinna, la ricca Filenide rappresenta l'obiettivo, il sogno, la massima aspirazione: essere bella, ricca e invidiata; essere un'etera di rango. Per queste aspirazioni, la "collana promessa" rappresenta il giusto mezzo per arrivare a realizzare il suo sogno.

"Sì, sì, mammina! la voglio con le pietre rosse e splendenti come il fuoco, come ce l’ha Filenide!"

L'iniziazione, è ormai consumata: la nuova luce risplende come un fuoco ardente, nel bagliore delle pietre rosse di una collana promessa in premio alla giovane, divenuta donna e blasonata etera.

"L'improvviso prestigio di un modo di esistere sconosciuto è sempre connesso con l'incontro di un essere che risvegli il desiderio." (Renè Girard)

 

 

3 - Oggetto del desiderio

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Viene spontanea una considerazione non esplicitata nel commento. Essere scelta e amata, nella società greca e in quella attuale, spesso  è considerata una “condizione esistenziale temporanea” della donna. Per una ragazza avviata alla professione di etéra (prostituta), concedersi all’amante, oggi come allora, non è "per sempre", come richiederebbe l’Amore con la A maiuscola, ma solo per un tempo limitato: il tempo necessario  per l’appagamento di un piacere sessuale degli amanti.

In questo modo, quello che comunemente chiamiamo “fare l’amore" diventa un servizio sessuale on demand, una prestazione a pagamento. L’amore “decade” dal piedistallo ideale del sentimento romantico, per scendere e attestarsi in un romanzesco e remunerativo “oggetto del desiderio” sessuale, merce da vendere e/o comprare. 

Il corpo umano, sensibile e sensuale, è trattato come un freddo oggetto, uno strumento di godimento e di piacere; il rapporto amoroso, privato dei suoi caratteri ideali, divinatori e trascendenti, si trasforma in mero servizio sessuale utilitaristico; una prestazione professionale, un valore contrattuale, una fredda moneta-baratto, merce di scambio dell'immenso mercato dei desideri. 

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4 - Innocenza, vocazione e iniziazione (purezza verginale e vocazione esistenziale)

Romeo e Giulietta è un film del 1968, diretto da Franco Zeffirelli; trasposizione cinematografica della celebre e omonima opera teatrale di William Shakespeare, è stato girato in lingua inglese.

Il film è stato adattato al grande schermo da Franco Brusati, Masolino D'Amico e dallo stesso regista Franco Zeffirelli, ed è noto per essere, oltre che tra le rappresentazioni più fedeli al testo scritto, una delle prime versioni dell'opera di Shakespeare in cui gli attori principali sono molto vicini all'età dei personaggi originali; infatti, durante le riprese Leonard Whiting (Romeo) aveva diciassette anni, Olivia Hussey (Giulietta) sedici.

A causa della scena di nudo tra i due e la minore età dei protagonisti, il film provocò qualche polemica, e il rating originale del film in Gran Bretagna e negli Stati Uniti fu "A", per adulti; infatti il regista Franco Zeffirelli, per mostrare il seno di Olivia Hussey in una scena, dovette ottenere un permesso speciale dalla censura italiana; alla stessa Hussey fu proibito entrare in sala per vedere il film perché ritenuto per adulti a causa della sua breve scena di nudo, e lei commentò su come fosse possibile che lei non potesse vedere qualcosa che "vedo nello specchio ogni giorno”. (Wikipedia)

Questo aneddoto sulla censura applicata alla scena di nudo del film Giulietta e Romeo, la dice lunga su come è trattato il tema dell’amore nella società attuale. L’età dell’innocenza è variabile perché cambia non solo da persona a persona, ma anche da luogo a luogo, da mercato a mercato, (oltre a dipendere dalla capacità coercitiva dei produttori per allargare il mercato e trarne più profitti).

I sedici anni dell’attrice Olivia Hussey (Giulietta) non le hanno permesso di vedere il film in cui lei stessa appare con il seno nudo: le è stato permesso di farsi riprendere e mostrare a tutto il mondo il suo seno nudo ma, almeno in Italia, non le è stato concesso nemmeno di entrare in sala per vedere quel suo casto seno che tutto il mondo ha potuto vedere: i confini dell’innocenza sono molto labili e assimilabili a quelli dell’indecenza da censurare, secondo le convenienze di mercato.

Non è il seno nudo di una attrice professionista sedicenne che scuote il "comune senso del pudore”; ma è l’irrefrenabile desiderio sessuale di chi lo guarda. La censura, non potendo agire sugli appetiti, riversa tutto il suo potere censorio sul cibo ovvero su ciò che erroneamente ritiene ne sia la causa: il seno nudo di una sedicenne. La censura non contempla che il desiderio sessuale è “ naturalmente" generato dalla differenza di genere: la femmina è fatta per piacere al maschio e il seno è un potente segno di femminilità e maternità (così diamo un contentino anche a Sigmund). 

 

 

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Considero la divisione in paragrafi molto esaustiva. Permette al lettore di avere già da subito un quadro generale dell'argomento che si andrà ad affrontare. 
Come anticipato dal punto 1, tale dialogo va inserito in una cornice ben definita che dà modo al lettore di non rimanere sorpreso dalla durezza dell'argomento trattato. 
Credo che tale dialogo possa essere tranquillamente indirizzato alle ragazze dei giorni odierni, per farle riflettere sull'importanza delle proprie decisioni. 
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Ho letto con attenzione il tuo piccolo “saggio” sulle Cortigiane. Mi chiedi un parere e te lo darò sinceramente e in modo trasparente, come faccio sempre, ma sempre considerando che il mio è un parere del tutto umile e senza pretese, ecco.
A me sembra che il commento della ragazza di oggi non aggiunga molto al corpo organico della tua riflessione, per cui ti direi di eliminarlo… ma chiaramente vedi tu…
Il resto dell’analisi non fa una piega, è chiara e mette bene in luce la componente del desiderio nei suoi meccanismi.
Per il resto ti dirò, il brano mi ha messo tanta tristezza.
Per fortuna la tua analisi viene accompagnata anche dalle tue Riflessioni finali che riportano la questione al suo problema personale e sociale…
Diciamo che la professione della meretrice in sé non mi sconvolge, quello che mi turba è l’educazione che una persona matura impartisce a una nuova e giovane generazione portandola a desiderare cose che magari non le sarebbero consone.
Ecco, questa è una cosa che mi turba a prescindere dal tipo di strada che un’educazione vuole impartire; nel caso specifico anche di più.
Semmai tu volessi approfondire, mi piacerebbe che tu ampliassi questa parte, ma mi rendo conto che l’argomento è quanto mai vasto e se hai timore di sconfinare troppo, come dici tu, nel trattato, direi che va bene anche così.
 

L'atto educativo

"Ogni generazione trasmette alla seguente un complesso di atteggiamenti relativi alle diverse situazioni esistenziali, che questa deve rielaborare di fronte alle proprie sfide." (Franciscus)

Etica - Educare ad affrontare la dura realtà può avere un approccio diverso, socialmente appropriato e confacente al carattere antropologico di una ragazza che deve diventare donna; un approccio che non si limiti all'effimero piacere dell'atto sessuale fine a se stesso ma consideri e contempli l'implicazione del fine naturale delll'atto sessuale: la procreazione e la maternità.

Corinna piange nel sentire i consigli della madre volti a strumentalizzare il piacere sessuale al solo scopo di lucro, per soddisfare gli appetiti sessuali di uomini anonimi e brutti, rugosi e attempati. Corinna piange, e ha tutte le ragioni: la sua prima volta è stata bella; è stato bello amoreggiare con quel ragazzo che le piaceva e su cui aveva posato lo sguardo; la madre, con le sue parole, le smonta il suo romantico sogno d'amore.

Corinna piange: le parole della madre, come una tempesta, sconvolgono con il suo bi-sogno d'amore; un bisogno intimo e puro che non prevede la mercificazione, la lucrosa vendita del suo corpo al mercato delle bramose voglie di anonimi compratori, per soddisfare un egoistico ed effimero piacere sessuale. Il pianto di Corinna è segno del conflitto che vivono loro malgrado molte ragazze "iniziate" per caso; giovani e innocenti creature che, ignare del fine ultimo che la natura assegna all'atto sessuale, si abbandonano al voluttuoso, inebriante ed effimero piacere fine a se stesso.

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L' aneddoto

Qualche tempo fa, incuriosito dal cambio di guardia al trono pontificio, sono andato a cercare notizie e informazioni sul nuovo Papa e ho trovato un libro, scritto in spagnolo, che riportava un'intervista al futuro Papa . Nelle fasi di traduzione mi sono soffermato su un aneddoto significativo raccontato da "El Jesuita" (titolo del libro) in risposta a una domanda sull'educazione dei giovani; ne riporto il passaggio tradotto (Traduttore Google):

Parlando di valori, è inevitabile fare appello alla vecchia figura dell'insegnante che ha dato l'esempio, che ha fissato le linee guida, che ha saputo interpretare gli studenti e ha stabilito con ciascuno un rapporto umano.


—Penso che l'istruzione sia diventata troppo “professionalizzata”. Occorre, senza dubbio, essere aggiornati e l'atteggiamento professionale è salutare, ma non deve farci dimenticare l'altro atteggiamento, quello che accompagna, che esce per incontrare la persona, che considera lo studente in tutti i suoi aspetti.


—Puoi esemplificarlo con un caso specifico che hai vissuto?


—Sì, ricordo che all'inizio degli anni Novanta, come vicario di Flores, una ragazza di una scuola di Villa Soldati, che era al quarto o quinto anno, rimase incinta. È stato uno dei primi casi sollevati nella scuola. C'erano varie posizioni su come affrontare la situazione, che contemplarono fino all'espulsione, ma nessuno si prese cura di ciò che provava la ragazza. Aveva paura delle reazioni e non ha permesso a nessuno di avvicinarsi a lei. Fino a quando un giovane tutore, sposato e con figli, un uomo che stimo molto, si è offerto di parlarle e di trovare una soluzione con lei. Quando la vide durante la ricreazione, le diede un bacio, le prese la mano e le chiese amorevolmente: "Allora diventerai mamma?" e la ragazza ha iniziato a piangere senza sosta. Quell'atteggiamento di prossimità l'ha aiutata ad aprirsi, a elaborare quello che le era successo. E le ha permesso di arrivare a una risposta matura e responsabile, che le ha impedito di perdere la scuola e di essere lasciata sola con un bambino che affronta la vita, ma anche - perché era un altro rischio - che i compagni la considerassero un'eroina per essere rimasta incinta.

 

Considerazioni - Nel dialogo di Crobile e Corinna, ci sono tante verità a confronto e o in relazione tra loro: quella della ragazza Corinna, quella dell'esperta madre Crobile, quella dell'autore Luciano, quelle di ogni lettore, ecc. - che possono fare della verità di uno, la menzogna dell'altro: cioè, di ogni verità se ne può far menzogna.

La realtà, è il bene comune assoluto, è la spiegazione di come una menzogna romantica e ideale può de-cadere dal mondo sogni e diventare realtà innalzandosi o abbassandosi a verità romanzesca. È la realtà fattuale ovvero la "dura realtà" che intrappola e si riprende sogno menzognero - ideale e romantico -, e trasforma tutto in realtà, in verità vissuta: è lo stesso processo delle metamorfosi, di Ovidio e degli altri, dove lo stupro divino, ideale e immaginario, violento e sacro, trasforma l'oggetto del desiderio in realtà oggettiva e oggettuale: lo stupro mitico e divino, assume valore reale nella forma del rito d'iniziazione ovvero l'atto iniziatico generatore di vita e di ogni esistenza.

 

Professione - Viene spontanea una considerazione: essere scelta e amata, nella società greca e in quella attuale, spesso è considerata una condizione esistenziale solo temporanea della donna. Per una ragazza avviata alla professione di etera (prostituta), concedersi all’amante, oggi come allora, non è "per sempre", come richiederebbe l’Amore con la A maiuscola, ma é solo per un tempo limitato: il tempo necessario per l’appagamento di un piacere sessuale.

In questo modo, quello che comunemente viene indicato con la formula generica del “fare l’amore", diventa un servizio sessuale on demand, una prestazione a pagamento. L’amore “decade” dal piedistallo ideale e menzognero del sentimento platonico e romantico, per scendere e attestarsi in un materialistico, remunerativo e romanzesco “oggetto del desiderio” mercificato, da vendere e comprare.

Il corpo umano, sensibile, sensuale e sacro tempio della vita, è trattato come un freddo oggetto mercificato, uno strumento di godimento e di piacere. Il rapporto amoroso, privato delle suoi caratteri ideali e divinatori, si trasforma in mero servizio utilitaristico, in  prestazione che procura piacere; una "merce" di scambio, un valore mobile, una moneta: una mercanzia dell'immenso mercato della prostituzione del proprio corpo e della propria vita.

Virtù -

 

 

Ho letto con attenzione il tuo piccolo “saggio” sulle Cortigiane.

Il l’analisi non fa una piega, è chiara e mette bene in luce la componente del desiderio nei suoi meccanismi.

Per il resto, il brano mette tanta tristezza. Per fortuna la tua analisi viene accompagnata anche dalle tue Riflessioni finali che riportano la questione al suo problema personale e sociale

La professione della meretrice in sé non sconvolge: è una professione come un'altra; quello che disturba è l'atto educativo che una persona matura ed esperta impartisce a una nuova e giovane generazione portandola a perseguire obiettivi professionali che magari non le sarebbero consoni. A prescindere dal tipo di strada che un’educazione vuole impartire; nel caso specifico delle "cortigiane" anche di più.

Semmai tu volessi approfondire, mi piacerebbe che tu ampliassi questa parte.

 

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RF

 


 

 

 

 

 

 

 

Il viaggio nell'aldilà di Fellini

Jan 242020

 

 

"Il viaggio di G. Mastorna", storia di uno che è morto ma non lo sa (Fellini)

 

boni operis
bene operandum

 

 

"In quei giorni mi sono convinto di poter morire di infarto anche perché ho temuto che l'impresa fosse sproporzionata alle mie forze. Liberare l'uomo dalla paura della morte. Come l'apprendista stregone che sfida la sfinge, l'abisso marino, e ci muore. È il mio film - ho pensato - che mi ammazza."(Federico Fellini, "Fare un film")

 

Fellini ricorre alla metafora dell'apprendista stregone per spiegare il suo senso di frustrazione nell'aver ideato, progettato e sceneggiato un film che non ha saputo o potuto o voluto realizzare: liberare l'uomo dalla paura della morte, per Fellini è rimasto un sogno, un proposito eroico, un'opera incompiuta.

L'apprendista stregone (in tedesco Der Zauberlehrling) è una ballata composta nel 1797 da Wolfgang Goethe, ispirata a un episodio del Φιλοψευδής (Philopseudḗs , ovvero "l'amante del falso") di Luciano di Samosata.[1]

Dall'opera letteraria, il compositore francese Paul Dukas ricavò l'impianto del suo poema sinfonico "L'apprendista stregone". Alla storia si sono ispirate diverse opere successive, la più famosa delle quali è un episodio del film d'animazione Disney Fantasia (1940) con protagonista Topolino.

La ballata di Goethe racconta di uno stregone che si assenta dal suo studio, raccomandando al giovane apprendista di fare le pulizie. Quest'ultimo si serve di un incantesimo del maestro per dare vita a una scopa affinché compia il lavoro al posto suo. La scopa continua a rovesciare acqua sul pavimento, come le è stato ordinato, fino ad allagare le stanze: quando si rende conto di non conoscere la parola magica per porre fine all'incantesimo, l'apprendista spezza la scopa in due con l'accetta, col solo risultato di raddoppiarla, perché entrambi i tronconi della scopa continuano il lavoro. Solo il ritorno del maestro stregone rimedierà al disastro. La morale della ballata è chiara: il limite delluomo di fronte al mistero, di fronte all'immensità di tutto ciò che non conosce. La conoscenza è come l'acqua della metafora: più ne togli, più ce n'è da togliere.

L'espressione è diventata proverbiale anche in italiano. Nel lessico letterario e giornalistico, l'apprendista stregone è una persona che ha la presunzione di avventurarsi in ambiti che non conosce, applicando metodi e tecniche che ancora non è in grado di padroneggiare, con l'alto rischio di provocare danni irreversibili per tutta la collettività. La figura dell'apprendista stregone si può inoltre considerare anticipatrice di quella dello scienziato pazzo, personaggio tipo della narrativa e del cinema popolare nel Novecento.

 

"Il viaggio di G. Mastorna", il film ideato, scritto e mai girato di Federico Fellini, rientra in pieno tra le opere riconducibili al mito letterario dell'apprendista stregone. L'ossessione di Fellini, per la parola "fine", che non voleva apparisse al termine del film, racchiude questo significato mitico dell'apprendista stregone:

 

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l'impotenza dell'uomo di fronte al mistero dell'aldilà

 

La realizzazione dell'aldilà onirico di Fellini, resta un'opera incompiuta; un logos sovrumano che l'artista non ha saputo e/o potuto e/o voluto rappresentare. Il grande regista, come l'apprendista stregone, sembra che si sia arreso al suo desiderio inappagato; ma, a ben guardare, la parola "FINE" al termine del suo film non è stata scritta. Questa sua irrequietezza di fronte alla parola "fine", è già un segno che connota il suo personale e problematico rapporto con la morte: il suo intimo rifiuto per quell'ultimo respiro, l'atto che per lui rappresentava la "fine" di tutto. Un pensiero che lo costringe nell'angoscia; al vuoto esistenziale di un uomo che si nega qualsiasi futuro: un uomo senza speranza.

 

 

 undefinedIl grande sipario si è chiuso inesorabilmente anche per lui; ma aldilà del sipario, il suo set resta pienamente operativo: la sua opera continua per sempre, in eterno, nei percorsi misteriosi dell'aldilà. "Il viaggio di G. Mastorna" non finirà mai. Il fastidio fobico di Fellini per la parola "fine" è superato: quella brutta, incombente e minacciosa parola, non è comparsa nei titoli di coda del suo film: la "fine" non ha corrotto il senso e la purezza del suo mondo onirico. In fondo, qualsiasi opera d'arte è, e resta, un'incompiuta d'autore: perchè comunque l'opera si perpetua e si sviluppa in chiunque la guarda, la legge e la interpreta, risuscitandola a nuova vita, nei secoli dei secoli.

 

L'opera omnia di Fellini altro non è che la rappresentazione onirica e della sua vita, filtrata e addolcita dalla memoria affettiva; il ricordo indulgente verso l'icona di un vissuto in un mondo di macerie, ruderi oscuri e fondali luminosi; terrificante e poetico; una realtà onirica che si rivela in tutti i suoi film, in tutte le sue stupefacenti e immaginifiche sceneggiature.

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Ogni personaggio dei suoi film è una maschera di un vero Fellini, che ci guarda sornione dallo schermo velato e rugoso di un cinema di periferia e ci dice: "Ecco, anche questo film serve a qualcosa. Io non lo so a che cosa serve… se uno sapesse tutto, quando si nasce, quando si muore, sarebbe Dio. Io non lo so a che cosa serve questo film, ma serve. Perché se non serve questo film, non servono neanche le stelle.." (cfr. Federico Fellini, La Strada).

 

 

 

 

L'opera incompiuta di Fellini ci rappresenta, insieme a tutte le nostre periferie esistenziali che cercano alloggio nei quartieri "incorrotti" e misteriosi di un aldilà onirico e purificante. La morte, ovvero la porta dell'aldilà, qualcuno ha voluto fissarla in immagini danzanti in note dolcissime.

 


 

 Dialogo dal finale di 8 e 1/2

(R) Luisa, mi sento come liberato; tutto mi sembra buono, tutto ha un senso, tutto è vero.

Ah come vorrei sapermi spiegare, ma non so dire.

Ecco, tutto ritorna come prima, tutto di nuovo confuso; ma questa confusione sono io: io come sono e non come vorrei essere; e non mi fa più paura.

Dire la verità, quello che non so, che cerco, che non ho ancora trovato;

solo così mi sento vivo e posso guardare i tuoi occhi fedeli senza vergogna. È una festa la vita, viviamola insieme.

Non so dirti altro Luisa, nè a te nè agli altri; accettami così come sono, se puoi; è l'unico modo per tentare di trovarci.


(L) Non so se quello che hai detto è giusto; ma posso provare ...se mi aiuti.

 

 

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Per correr miglior acqua alza le vele

ormai la navicella del mio ingegno,

che lascia dietro a sé mar sì crudele;

 

   e canterò di quel secondo regno,

dove l'umano spirito si purga

e di salire al ciel diventa degno.

(Purgatorio, Canto I - Dante Alighieri)

 

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