Il Blog di Rosario Frasca

Le opinioni di un Clown, ovvero: Il mito di Er

Io, tu...l'altra

Jan 272020

undefined
Giuliana Mangione
27 gennaio 2016

Ai miei amori
Rosario, Matteo, Luca

Io, tu... l'altra

È un mese che abbiamo smesso di frequentarci.
Un mese che non ci tocchiamo più, non ci parliamo più, non usciamo più insieme.
Ho deciso io di non avere più nulla a che fare con te, io ho troncato ogni rapporto, io ho eluso ogni occasione per stringerti ancora tra le dita.


Mi hai fatto troppo male e questa volta non sono riuscita a perdonarti. Troppo male ho sopportato per una malsana attrazione che avevo e forse ho ancora verso di te.


Devo riconoscere che in alcuni momenti della mia vita, specialmente quelli dolorosi, se non ti avessi avuta accanto sarebbe stato difficile venirne fuori. Mi hai tenuto compagnia nelle notti insonni, mi hai consolata quando la solitudine mi attanagliava, alcune volte ho pensato tu fossi l'unica che potesse capirmi.


Mi sbagliavo.


Vedere negli occhi dell'uomo che amo la paura di non essere in grado di aiutarmi a liberarmi di te, della tua subdola manipolazione nei miei confronti e in quelli degli altri, del tuo spregiudicato modo di amarmi fino a togliermi il respiro, mi hanno dato il coraggio di lasciarti e questa volta per sempre.


I primi giorni senza di te sono stati duri, una sera sono stata sul punto di accarezzarti ancora, mi sembrava persino che senza te non valesse la pena vivere. A che punto mi hai portata... altro che "50 sfumature di grigio"!
Quella sera ho capito che avevo bisogno di aiuto. Il rischio era che riprendessi ad avere talmente bisogno di te da permetterti di abusare di me. Ancora una volta.


Poi ho trovato lei, ormai posso considerarla un'amica, mi ha aiutato e mi sta aiutando a non considerarti più di quello che vali. Certo non brucia di passione come facevi tu quando eri parte della mia vita, ma posso farmi accompagnare da lei in quasi tutti i luoghi dove io e te insieme non eravamo benvolute.


Gli amori della mia vita la vedono di buon occhio, sorridono quando mi rivolgo a lei con allegria dopo una serata insieme.
So che tenterai ancora di farmi tua, di farmi sentire inadeguata in alcuni luoghi, in certi contesti, ma dopo quarant'anni ed oltre di convivenza, ti conosco abbastanza per sapere che non hai la pazienza per aspettarmi più di tanto. Chi te lo fa fare, hai un mondo ai tuoi piedi, per te è più facile fare a meno di me.

 
Io dovrò lottare ancora per fare a meno di te, ma con il suo aiuto ci riuscirò.


Ti ho amata molto, troppo, un amore mal corrisposto, ma mi rendo conto ora che era l'unico fossi in grado di darmi. Ciao bionda, anzi... addio.

 

(Il ritratto è opera di Sara Mangione)

Le cortigiane

Jun 152019

 


 

 

"Come il mangiare e il bere", così anche l'appagamento dell'istinto sessuale naturale e il piacere connesso, sono buoni e senza ombra di peccato, naturalmente a condizione che in essi siano rispettati la debita misura e l'ordine conveniente." (San Tommaso d'Aquino)

 

Premessa. Le Note sull'autore, sull'opera e il dialogo Crobile e Corinna sono tratti dal volume: Luciano, Dialoghi delle cortigiane - Marsilio Editori Venezia - 1995

undefined

L'autore

Luciano, siriaco di Samosata, nasce nel 120 e muore ad Atene dopo il 180 D.C. Retore, sofista, scrittore satirico. La sua vena laica e scettica si esercita in varie direzioni: La sofistica (Elogio della mosca), la filosofia (Morte di Peregrino, Dialoghi degli dei, Dialoghi dei morti), la religione (Zeus confutato, Concilio degli dei, L’amante della menzogna, Alessandro o il falso profeta). Celebri anche le sue opere narrative: "La storia vera", parodia fantastica dei romanzi d’avventura, e "Lucio e l’asino", romanzo breve il cui soggetto è ripreso anche da Apuleio nelle Metamorfosi.

Una frase emblematica che descrive le caratteristiche polemiche di questo autore, lontano nel tempo ma attualissimo nel gioco letterario tra menzogna e verità, l'ho annotata leggendo il primo capitolo della "La Storia Vera" dove Luciano, si rivolge polemicamente ai filosofi e ai "padroni del pensiero" che lo denigravano per le sue opere, che spesso facevano saltare e sbeffeggiavano la "verità".

 "Scrivo dunque intorno a cose che né vidi né provai né appresi da altri, e inoltre di cose che non esistono affatto, e che non possono assolutamente esistere. Perciò occorre che i miei lettori non ci credano per nulla." (Luciano - La storia vera)

L'opera

Antichissimo e pur sempre attuale, il problema della prostituzione è lo sfondo realistico di questi dialoghi: una serie di bozzetti, scene di vita quotidiana, commedie di situazione che ritraggono l’ambiente delle etere (ragazze di vita), con le loro passioni, i loro timori, le loro gelosie, le loro aspirazioni, le loro storie.

Sfilano in questi Dialoghi fanciulle che ridono, suonano il flauto, cantano e a danzano, fanno sesso con il migliore offerente; ma vi sono anche donne capaci di far perdere la testa ai personaggi più in vista, re, uomini di governo, cittadini ricchi e potenti.

È il tipico universo delle “etére" della Grecia antica; fanciulle e donne mature al centro del desiderio, dell’interesse e della passione amorosa degli uomini, di cui pagavano gli egoismi e le sregolatezze, ma che suscitavano anche uncerto timore, per la pericolosa ambivalenza di quegli rapporti sessuali e coniugali, non socialmente regolati e legittimati, anche se tacitamente ammessi e accettati dalla comunità: un po' come oggi.

Dei quindici dialoghi che compongono l'opera, ce ne sono tre che riguardano in particolare i  rapporti generazionali. In questa sede ho preso in prestito il primo in ordine di numerazione: Crobile e Corinna. Il proposito è quello di far cogliere ai lettori, il nocciolo del messaggio educativo: un messaggio valido per tutte le generazioni, passate, presenti e future; in qualsiasi luogo, senza distinzione di genere, razza e religione.

 

Il dialogo

"Ogni generazione trasmette alla seguente un complesso di atteggiamenti relativi alle diverse situazioni esistenziali, che questa deve rielaborare di fronte alle proprie sfide." (Franciscus)

 

L'autore descrive il dialogo tra madre e figlia, dopo l'avvenuta "prima volta" della giovane. Crobile dopo aver elogiato la figlia per il superamento della prova, le promette un premio e  la invita a considerare i vantaggi della lucrosa professione di etéra. Nel prosieguo del dialogo, Crobile descrive la dura realtà in cui sono costrette dopo la morte del padre di Corinna. In questa fase, sono descritti i costumi sociali dell'epoca e la particolare corsa al primato tra le etère della comunità; una lotta tra donne, giovani ed esperte cortigiane, in cui giocano un ruolo importante il desiderio, la rivalità e l'invidia: argomenti comportamentali che caratterizzano l'analisi girardiana.

Crobile e Corinna

Crobile: Hai visto Corinna? Non era poi così tremendo come credevi, se da vergine sei diventata finalmente donna! E ti sei fatta un fiore di bel ragazzo, e ci hai per di più guadagnato ben una mina, come primo compenso, che ti ci comprerò subito - ne avanza - una bellissima collana!

Corinna: Sì, sì, mammina! la voglio con le pietre rosse e splendenti come il fuoco, come ce l’ha Filenide!
(analisi mimetica sulla prova d’iniziazione del soggetto (Corinna) e il feticcio (collana) quale oggetto del desiderio )

Crobile:
Va bene piccola. Ma prima ascoltami, che ti dico anche tutto il resto, che cosa dovrai fare e come ti dovrai comportare con gli uomini; sai bene che non abbiamo nessun altra risorsa per vivere, figlia mia, e da quando è morto quel sant’uomo di tuo padre - sono appena due anni! - non so proprio come abbiamo fatto a campare.

Quand’era vivo, non ci faceva mancare niente; era un buon fabbro, molto conosciuto al Pireo, e ancora si sente dire dappertutto, e ci giurano, che non ci sarà un altro fabbro bravo come Filino.
Ma da quando è morto… prima ho dovuto dar via le tenaglie, poi l’incudine, poi il martello, - e per sole due mine! - e ci abbiamo campato per sette mesi. E poi ho dovuto tessere, e tirare la trama, e filare lo stame, e ci cavano a stento di che mettere qualcosa sotto i denti. Ma così potevo nutrire te, figlia mia, l’unica speranza che mi restava!
(analisi mimetica sulla descrizione della dura realtà)

Corinna:
Cioè, la mina...

Crobile:
Ma no! facevo solo il calcolo che, all’età giusta, avresti potuto mantenere me, e tu - senza troppa fatica - potrai essere piena di gioielli, e ricca, con tanti vestiti fatti di porpora, e tutte le serve che vorrai...

Corinna:
O come, mammina, che mi dici mai!

Crobile:
Ma sì! basta che ti accompagni con bei giovanotti, e ti ci fai portare alle feste e simposi, e ci vai a letto dietro compenso!

Corinna:
Allora devo fare quello che fa anche Lira, la figlia di Dafnide?

Crobile
Proprio così, cara!

Corinna
Ma quella… fa l’etera!

Crobile:
Beh… non c’è poi niente di così terribile… Così anche tu sarai ricca, ricca come lei! e avrai un mucchio di amanti! Ma che fai Corinna, ti metti a piangere? Non vedi quante ce n’è in giro di etere? Sono tantissime, e tutti le cercano, e fanno un sacco di soldi! Io la conosco bene Dafnide: santa Giustizia! Prima che la figlia sbocciasse nel fiore dell’età era una miserabile stracciona: la vedi com’è ora? Se ne va dandosi un sacco di arie, cara mia, e oro, e vestiti a fiori, e ben quattro servette!


(analisi mimetica sull’invidia di Crobile per Dafnide in funzione della dura realtà e della prospettiva di riscatto per mezzo delle figlie avviate alla professione di etere).

Luciano, in questa battuta, espone chiaramente come sia l'invidia per Dafnide ad alimentare il desiderio mimetico di Crobile; infatti, senza tanti giri di parole, si rivolge alla figlia Corinna suggerendole di intraprendere la stessa professione di etera, praticata proficuamente dalla figlia di Dafnide.

Corinna
E Lira, per guadagnare tutto questo, come avrà fatto?

Crobile:
È facile. Per prima cosa, acconciandosi con buon gusto, facendo la gentile e la spiritosa con tutti, ma senza arrivare a ridere a crepapelle per un nonnulla, come fai sempre tu, ma dolcemente sorridendo, e in modo seducente, e stando in società con stile, senza invece farsi beffe del prossimo, se capita che qualcuno voglia venire da lei o la inviti a casa sua, e soprattutto, senza mostrarsi in caccia di uomini. Se è invitata a un banchetto - naturalmente dietro compenso - non si ubriaca come un tègolo: sai, è una cosa ridicola, e gli uomini detestano quelle che fanno così! E non si ingozza di cibarie senza un minimo di creanza, ma le tocca appena, in punta di dita, e non fa rumore quando mangia, e non si riempie le ganasce di bocconi smisurati, ma beve tranquillamente e con misura, a piccoli sorsi.

Corinna:
Davvero fa così? Anche se ha tanta sete? ...
(analisi mimetica sulla sete)

Crobile:
Ma proprio allora, mia piccola Corinna! E non parla più del dovuto, e non esagera nel prendere in giro qualcuno dei convitati, ma fa gli occhi dolci solo a uno di loro: quello che paga! È così che i clienti l’amano alla follia. E quando viene l’ora di andare tra le lenzuola, non si mostra né troppo porcella, né troppo fredda, ma in tutta la faccenda va in caccia di una cosa sola, e cioè di conquistare l’uomo e di farsene un amante; e di questo tutti la lodano. Se imparerai anche tu la lezione, vivremo anche noi, tutt’e due felici e beate! e del resto, per tante altre cose, anche tu, al suo confronto sei di gran lunga… ma non farmi dire niente, per la cara santissima Giustizia! solo che tu campi in buona salute!...

Corinna:
Ma raccontami, mammina, quei signori che pagano sono tutti bellini come Eucrito, quello con cui ho dormito ieri notte?

Crobile:
Oddìo, non proprio tutti… ce n’è anche di più belli!… poi ce ne sarà qualcuno più maturo… qualcuno che non sarà proprio una bellezza...

Corinna:
E anche con questi ci dovrò andare a letto?

Crobile:
Figlia mia, soprattutto con questi! Perché sono anche quelli che scuciono di più, mentre i belli, vogliono una cosa sola, fare i belli, e basta. Ma tu preoccupati sempre e soltanto di chi paga di più, e vedrai, tra poco tempo tutte ti mostreranno a dito per strada, e diranno: “Guarda, guarda Corinna, la figlia di Crobile! ricca da far schifo! Mamma sua, l’ha fatta tre volte beata!” Eh? Che ne dici? Farai come ti dico? Ma sì, che lo farai, lo so dal profondo del cuore, e ti sarà facile metterle tutte nel sacco! Ma ora va a fare il bagno, che come niente viene anche oggi quel tuo bel ragazzetto, Eucrito; te l’aveva promesso, no?

2 - Il commento

Per approfondire e allargare all'attualità l'analisi comparativa, mi sono fatto aiutare da (una giovane) dei nostri giorni, coetanea Corinna; le ho chiesto di scrivere liberamente le sue impressioni e riflessioni di lettura del dialogo; ecco il suo commento:

È chiaro estrapolare dal commento la descrizione della dura realtà di una ragazza che sta affrontando un cambiamento nella sua vita e sembra concedersi per l'innocente e banale "oggetto del desiderio", la collana.

La sua stessa innocenza la porta ad accettare anche la sua iniziazione - momento di radicale mutamento - che, ai suoi occhi, sembrava qualcosa di tremendo (come afferma la matrona stessa).

La matrona sembra quasi trasformare la visione della giovane, mostrandole un lato più positivo riguardo i rapporti sessuali e quindi, riguardo quella che sarà la sua professione.

Cosa ci può essere di più concreto della poesia per conoscere i sentimenti dell'autrice del commento? (link) Ecco i versi finali della sua poesia, La città promessa, scritti poco prima del commento al dialogo. 


E verso te conduco
oh dolce meraviglia
questo mio folle pensiero:
che tra l'eco disperso,
lo spartito bagnato
e l'assordante silenzio
tu possa liberare
il mio inferriato animo
da questo pumbleo, irragionevole sonno.

Sul commento al dialogo, scritto dalla giovane autrice della poesia "La città promessa", scriverò le mie riflessioni usando le categorie girardiane del desiderio mimetico triangolare nei tre livelli letterari: eroina, autore e lettore.

 

3 - Girardiana

 undefined

Le vergini (opera di G. Klimt)

La prima battuta riguarda la perdita della verginità di Corinna; un passaggio che Crobile considera naturale e di crescita: "da vergine sei diventata donna". Nel prosieguo, Crobile disegna ci spiega la situazione relazionale tra le dialoganti. Una prova iniziatica che Corinna considerava "tremenda", come spesso sono considerate tutte le prove d'iniziazione, Crobile la ridimensiona nel flusso della normalità: "non era poi così tremendo come credevi”.

L’iniziazione della ragazza, destinata a entrare in società: un ballo delle debuttanti ante litteram; il suo avviamento a un lavoro di cui è ancora inconsapevole: questa innocente e ancor pura inconsapevolezza che le incute timore e le fa paura, la porta ad affidarsi e abbandonarsi completamente agli esperti consigli della madre.

La madre si rivolge alla ragazza con sorniona sufficienza, mostrandole gli aspetti positivi dell'attività di etera; ma sorvola su quei retro-pensieri romantici che potrebbero deviarla da un "corretto" e maturo comportamento professionale. In questo modo, l'esperta educa l'iniziata a considerare i rapporti sessuali con gli uomini con più distacco, in modo positivo e professionalmente remunerativo: "ti sei fatta un fiore di ragazzo, e ci hai per di più guadagnato ben una mina come primo compenso".

La chiusura di questo primo intervento intervento della matrona è la promessa di un premio speciale; forse per far pesare l'importanza del compenso in moneta, caratteristica concreta e ineludibile di ogni professione: "ti ci comprerò subito - ma ne avanza! - una bellissima collana!".

Corinna risponde eccitata e contenta alla decisione della madre di premiarla; e, dalla "quinta" della sua bocca, entra in scena un nuovo personaggio: Filenide che, ignara dei desideri di Corinna, si trova a rappresentarne l'idolo, la guida ideale, il modello su cui triangolare un suo intimo desiderio di essere bella e attraente. I tre vertici di questo triangolo mimetico sono:

  1. - soggetto: Corinna
  2. - mediatrice: Filenide 
  3. - oggetto del desiderio: la collana

La giovane finalizza la perdita della sua verginità al possesso di una collana; lo fa per emulare la sua mediatrice Filenide: possedere la collana per Corinna, vuol dire essere bella, ricca e invidiata come Filenide; vuol dire conquistare l'aspirata posizione di "donna di rango" e togliere la regalità alla sua idolatrata e invidiata mediatrice, che da idolo diventa rivale in bellezza e regalità.

"Il desiderio mimetico tende all'essere del mediatore. L'oggetto del desiderio mimetico è solo un mezzo per arrivare all'essere del mediatore." (Girard)

Corinna tende all’essere di Filenide che venera e odia nello stesso tempo. La collana è solo un mezzo per arrivare all’essere dell’amica da lei adulata e invidiata; Filenide è la mediatrice dei suoi nascosti desideri. Corinna desidera essere Filenide; cioè desidera avere quella qualità che lei non ha perché è povera: Corinna desidera essere ricca.

"L’improvviso prestigio di un modo di esistere sconosciuto è sempre connesso con l’incontro di un essere che risvegli il desiderio”. (Girard)

Per la “povera" Corinna, la "ricca" Filenide rappresenta il suo obiettivo, il suo sogno, la sua massima aspirazione; la collana promessale in premio dalla madre Crobile per aver superato la prova d'iniziazione, rappresenta l'assaggio dell'obiettivo perseguito, l'anticipo concreto del suo sogno: essere ricca e invidiata come lo è Filenide:

"Sì, sì, mammina! la voglio con le pietre rosse e splendenti come il fuoco, come ce l’ha Filenide!"

L'esperta Crobile sa che il desiderio di amare e di essere amata di Corinna può condurre alla passione; sa che la passione acceca la ragione e fa dimenticare e mette in secondo piano, le necessarie finalità materialistiche e utilitaristiche delle prestazioni sessuali che oggi chiameremo "professionali".

Infatti, questa prima parte del commento, termina con una considerazione sull'oggetto del desiderio "sostitutivo" rappresentato dalla collana: “sembra concedersi per l’innocente e banale oggetto del desiderio, la collana."

La collana è vista come un trofeo, un oggetto, innocente e banale, un simbolo, un amuleto distintivo dell'avvenuta iniziazione. L'affermazione (della commentatrice), però, è preceduta da quel verbo sibillino ("sembra"); un verbo nega la realtà oggettiva trasformandola in vacua apparenza: come dire "non è vero ciò che appare; non è vero che la ragazza si è venduta per una collana; la verità è un'altra ed è nascosta nell'intimo e femminile desiderio della giovane di essere amata".

Il luccichio di una collana, del premio su cui l'esperta indirizza l'attenzione della ragazza, nasconde nei suoi bagliori la verità: il suggello dell'iniziazione; essere amata e posseduta da un uomo, come tutte le donne; essere diventata finalmente donna.

Questo emergere della verità nascosta, questo sopetto di un'altra verità ben più importante, riabilita in qualche modo, il naturale sentimento di Corinna e di ogni ragazza, che si con-cede all’amante, non per il compenso, non per una luccicante e banale collana, "oggetto del desiderio" (sostitutivo), ma più realisticamente, per appagare il naturale e femminile desiderio d'essere amate dall'uomo; un desiderio che alberga in tutte le donne.

Secondo l’ottica del desiderio mimetico:

- Corinna è il soggetto

- L’amore è l'oggetto del desiderio

- Chi è il mediatore ?

Mediazione interna - Chi potrà mai essere il mediatore dell'amore? Forse l'amica Filenide? Forse la madre Crobile? No: in questo triangolo mimetico, la situazione, non prevede rivalità nascenti tra il soggetto e la mediatore perché non c’è invidia, non c'è la possibilità di scambio e sovrapposizione dei ruoli: siamo in una mediazione che Girard definisce "interna" ovvero la mimesi (il cambiamento) avviene solo nel soggetto che ascolta fedelmente i consigli della madre educatrice. Corinna e Crobile sono ben ferme nei loro ruoli, figlia e madre, educanda ed educatrice, non entrano in rapporto mimetico triangolare: il vero triangolo è tutto interiore a Corinna ovvero il soggetto (reale) è anche mediatore (ideale) di se stesso: l'essere e il desiderio d'essere; realtà e sogno; per dirla con Shakespeare, l'amletico: "essere o non essere"; o con Pirandello, il dramma identitario di Vitangelo Moscarda, tra essere e apparire.

Tornando al dialogo di Luciano, il banale oggetto del desiderio, sostitutivo del vero desiderio d'amore, d'amare ed essere amata, per Corinna è quella "collana con le pietre rosse e splendenti come il fuoco, come ce l’ha Filenide!". Per Corinna, la collana non rappresenta il gioiello da indossare ma il vessillo dell'amore conquistato.

4 - La chiarezza 

Nell'incipit del commento, la formulazione del concetto di chiarezza è perentoria:"È chiaro...". Una perentorietà che esprime la forte volontà a indirizzare la lettura, sia del dialogo che del commento, entro la cornice di una "dura realtà" non meglio definita. Forse l'autrice vuole assicurarsi che, nel merito, il commento venga letto entro i limiti esistenziali di una ragazza che sta affrontando un cambiamento nella sua vita. E qui viene il primo incrocio tra i diversi livelli narrativi; il primo interscambio di ruoli tra i diversi personaggi in gioco sui diversi livelli: la ragazza protagonista del dialogo Corinna e la ragazza autrice del commento: due coetanee non coeve, due ragazze distanti duemila anni.

Pur a distanza di duemila anni, entrambe le ragazze condividono il cambiamento radicale nella loro vita. Pertanto possiamo dire che: ciò che stiamo leggendo, commentando e analizzando riguarda tutte le ragazze, di qualsiasi tempo e qualsiasi luogo. In altre parole, dal punto di vista antropologico, la condizione esistenziale del personaggio del dialogo, Corinna, è la stessa condizione dell'autrice del commento, ed è caratterizzata da difficoltà, paure, aspettative, sogni e speranze di una ragazza sta affrontando un "cambiamento radicale della sua vita".

Inoltre, nel commento, il riferimento alla dura realtà esprime un perentorio invito a leggere il dialogo, non in chiave romantica e/o ideale ma in chiave “realista”; ovvero una lettura, una narrazione che invita il lettore a entrare in gioco, dentro nelle situazioni del dialogo, con uno sguardo oggettivo su quella "dura realtà" evidenziata nel commento. Diventa allora più comprensibile e acquista senso quel verbo che, a una prima lettura, sembra tirato fuori dal cassetto delle parole perdute: "estrapolare". Sì, nella nostra lettura dobbiamo estrapolare la descrizione della dura realtà di una ragazza che sta affrontando un cambiamento nella sua vita, vale per Corinna, per la commentatrice e per tutti i lettori (maschili e femminili) di questo dialogo. Una volta fatta questa "estrapolazione" concettuale tutto diventa più "chiaro".

5 - La dura realtà

La dura realtà evocata nel commento della ragazza non si riferisce alla situazione delle donne etere dell’antica Grecia ma al "rito d’iniziazione" di una ragazza che, finito il tempo dell’innocenza, si appresta ad affrontare la vita con la consapevolezza del proprio ruolo sociale. Nel dialogo e, fatti i dovuti distinguo, nella società, c'è e interferisce, invasivamente, un'altra dura realtà che parte da lontano; ce lo dice Crobile nel prosieguo del dialogo:

"Va bene piccola. Ma prima ascoltami, che ti dico anche tutto il resto, che cosa dovrai fare e come ti dovrai comportare con gli uomini;"

In questa battuta, Crobile smorza l'eccitazione della figlia per la collana promessa e la esorta ad ascoltare le sue raccomandazioni: "che cosa dovrai fare e come ti dovrai comportare con gli uomini". Una lezione vera e propria; preceduta, però, da un preambolo sulla loro misera condizione economica dopo la morte di Filino, padre di Corinna:

"da quando è morto quel sant’uomo di tuo padre - sono appena due anni! - non so proprio come abbiamo fatto a campare."

Crobile si appresta ad educare la figlia dopo l'avvenuta iniziazione e dopo averle promesso la collana; da donna esperta, ha sapientemente atteso il momento opportuno per iniziare il suo discorso educativo sul comportamento e sugli atteggiamenti da assumere per essere stimate, desiderate e ambite dagli uomini.

Corinna ha abboccato; ormai, dopo la promessa della collana, è in ascolto attivo, trepidante; con la promessa del premio, Crobile l'ha ben disposta ad ascoltare le sue importanti istruzioni: deve far capire alla figlia, quel che deve fare e come si deve comportare, per avere successo con gli uomini e prepararla così all'esercizio lucroso della professione di etera.

Crobile, sagacemente, per dare più peso ai bisogni esistenziali, le racconta della "dura realtà" in cui si trovano e nella quale devono agire e districarsi per sopravvivere:

"sai bene che non abbiamo nessun altra risorsa per vivere, figlia mia, e da quando è morto quel sant’uomo di tuo padre - sono appena due anni! - non so proprio come abbiamo fatto a campare."  (*)

Il richiamo a quel "sant’uomo di tuo padre" è un'ulteriore chiave di accesso al cuore della figlia, oltre alla promessa della collana. Il cuore della figlia è così pronto ad accogliere la lezioncina della madre e accettare il fatto che il suo intimo  e personale desiderio di essere amata è la loro "unica risorsa" per sopravvivere.

Per descrivere la dura realtà, Crobile racconta il benessere in cui vivevano prima che morte di Filino, padre di Corinna, le gettasse nella miseria. Ancora una volta Crobile predispone all'ascolto la figlia, raccontandole del padre e descrivendone la probità e l'alta reputazione di cui godeva tra la gente del Pireo:

"non ci sarà un altro fabbro bravo come Filino. Ma da quando è morto…"

Dopo aver ricordato ed esaltato la figura del padre, quando era vivo), Crobile descrive i sacrifici che hanno dovuto affrontare dopo la sua morte per il loro sostentamento. Lo fa in due fasi: prima la vendita dei strumenti e delle attrezzature da lavoro; poi la tessitura, il tirar la trama, e filatura dello stame. (*). Sottolinea, quindi, i sacrifici che ha dovuto affrontare per far mangiare la figlia in quanto era lei l'unica speranza che le restava.

Corinna nel sentire queste parole si sente caricata di responsabilità per il riscatto suo e della madre. È pronta cioè ad ascoltare i i consigli per prostituirsi "professionalmente"; cioè, oltre che per appagare il suo desiderio sessuale, anche e soprattutto per il loro riscatto sociale ed economico. Il desiderio naturale e personale di essere amata si veste, quindi, di mimesi sociale con il desiderio mimetico e competitivo di avere la collana, primeggiare ed essere invidiata dagli altri.

Riflessione - Nel dialogo di Crobile e Corinna, ci sono tante verità a confronto e o in relazione tra loro: quella della ragazza Corinna, quella dell'esperta madre Crobile, quella dell'autore Luciano, quelle di ogni lettore, ecc. - che possono fare della verità di uno, la menzogna dell'altro: cioè, di ogni verità se ne può far menzogna.

La realtà, è il bene comune assoluto, è la spiegazione di come una menzogna romantica e ideale può de-cadere dal mondo sogni e diventare realtà innalzandosi a verità romanzesca. È la realtà fattuale ovvero la "dura realtà" che intrappola e si riprende sogno menzognero - ideale e romantico -, e trasforma tutto in verità: è lo stesso processo delle metamorfosi di Ovidio e degli altri, dove lo stupro divino, ideale, violento e sacro, trasforma l'oggetto del desiderio in realtà oggettiva e oggettuale: lo stupro mitico e divino, assume valore reale nella forma del rito d'iniziazione ovvero l'atto iniziatico generatore di vita e di ogni esistenza.

 

6 - L'iniziazione 

"L'improvviso prestigio di un modo di esistere sconosciuto è sempre connesso con l'incontro di un essere che risvegli il desiderio." (Renè Girard)

La prima battuta del dialogo, riguarda la perdita della verginità della giovane Corinna; un evento che la madre, Crobile, a fronte dei timori deundefinedlla giovane, considera un fatto del tutto naturale: "da vergine sei diventata donna"; così, una prova che la ragazza, nella sua candita innocenza-bambina, immaginava tremenda, - come lo possono sembrare tutte le prove di iniziazione -, viene drasticamente ridimensionata dalla madre a un'esperienza naturale che tutte le ragazze devono fare per diventare donne; le dice, infatti, accomodante e sorniona: "non era poi così tremendo come credevi”.

Continuando "la lezione", con parole convincenti, la madre esperta suggerisce alla figlia novizia, a considerare i futuri rapporti sessuali con gli uomini, con più distacco, in modo positivo e professionalmente remunerativo: "ti sei fatta un fiore di ragazzo, e ci hai per di più guadagnato ben una mina come primo compenso".

 L'intervento di Crobile, si chiude con la promessa di un premio per la ragazza: "ti ci comprerò subito - ma ne avanza! - una bellissima collana!".

La giovane risponde eccitata e contenta, alla decisione della matrona di premiarla con una collana per la sua prestazione iniziatica;

"Sì, sì, mammina! la voglio con le pietre rosse e splendenti come il fuoco, come ce l’ha Filenide!"

e inserisce nel dialogo un personaggio esterno, Filenide: un personaggio che ha la funzione d'istigare l'invidia e mediare il desiderio emulativo di Corinna; mentre la collana rappresenta l’oggetto del desiderio: posseduto dalla mediatrice e mimeticamente desiderato dal soggetto.undefined

Secondo lo schema triangolare del desiderio mimetico, abbiamo:

- Corinna come soggetto del desiderio
- Filenide come mediatrice del desiderio
- la collana come oggetto del desiderio.

Corinna, indirizzata dalla madre, finalizza la perdita della sua verginità al possesso di un oggetto-simbolo: la collana; e lo fa volentieri per emulare la sua amica-mediatrice Filenide; possedere la collana per Corinna vuol dire essere ricca e invidiata come lo è Filenide; vuol dire aver conquistato lo status sociale di etera; una professione che può farla diventare ricca e invidiata. L'amica Filenide, da idolo venerato si trasforma così in odiata rivale in ricchezza e bellezza.

L'invidia di Corinna

"Il desiderio mimetico tende all'essere del mediatore. L'oggetto del desiderio mimetico è solo un mezzo per arrivare all'essere del mediatore." (Girard)

Corinna tende all’essere di Filenide che venera e odia nello stesso tempo. La collana è solo un mezzo per arrivare all’essere dell’amica venerata e invidiata, la mediatrice dei suoi nascosti desideri. Corinna desidera desidera avere quella qualità di Filenide che lei non ha perché "povera"; Corinna desidera essere "ricca" e invidiata, come e più di Filenide.

"L’improvviso prestigio di un modo di esistere sconosciuto è sempre connesso con l’incontro di un essere che risvegli il desiderio”. (Girard)

Per la “povera" Corinna, la ricca Filenide rappresenta l'obiettivo, il sogno, la massima aspirazione: essere bella, ricca e invidiata; essere un'etera di rango. Per queste aspirazioni, la "collana promessa" rappresenta il giusto mezzo per arrivare a realizzare il suo sogno.

"Sì, sì, mammina! la voglio con le pietre rosse e splendenti come il fuoco, come ce l’ha Filenide!"

L'iniziazione, è ormai consumata: la nuova luce risplende come un fuoco ardente, nel bagliore delle pietre rosse di una collana promessa in premio alla giovane, divenuta donna e blasonata etera.

 

7 - Il sesso e la professione

Riflessioni - Viene spontanea una considerazione: essere scelta e amata, nella società greca e in quella attuale, spesso è considerata una condizione esistenziale solo temporanea della donna. Per una ragazza avviata alla professione di etera (prostituta), concedersi all’amante, oggi come allora, non è "per sempre", come richiederebbe l’Amore con la A maiuscola, ma é solo per un tempo limitato: il tempo necessario per l’appagamento di un piacere sessuale.

In questo modo, quello che comunemente viene indicato con la formula generica del “fare l’amore", diventa un servizio sessuale on demand, una prestazione a pagamento. L’amore “decade” dal piedistallo ideale e menzognero del sentimento platonico e romantico, per scendere e attestarsi in un materialistico, remunerativo e romanzesco “oggetto del desiderio” mercificato, da vendere e comprare.

Il corpo umano, sensibile, sensuale e sacro tempio della vita, è trattato come un freddo oggetto mercificato, uno strumento di godimento e di piacere. Il rapporto amoroso, privato delle suoi caratteri ideali e divinatori, si trasforma in mero servizio utilitaristico, in  prestazione che procura piacere; una "merce" di scambio, un valore mobile, una moneta: una mercanzia dell'immenso mercato della prostituzione del proprio corpo e della propria vita.

undefined

 Cinque prostitute e il loro protettore in un bordello - Napoli 1945

 

 

RF

 


 

 

 

 

 

 

 

Il viaggio nell'aldilà di Fellini

Jan 242020

 

 

"Il viaggio di G. Mastorna", storia di uno che è morto ma non lo sa (Fellini)

 

boni operis
bene operandum

 

 

"In quei giorni mi sono convinto di poter morire di infarto anche perché ho temuto che l'impresa fosse sproporzionata alle mie forze. Liberare l'uomo dalla paura della morte. Come l'apprendista stregone che sfida la sfinge, l'abisso marino, e ci muore. È il mio film - ho pensato - che mi ammazza."(Federico Fellini, "Fare un film")

 

Fellini ricorre alla metafora dell'apprendista stregone per spiegare il suo senso di frustrazione nell'aver ideato, progettato e sceneggiato un film che non ha saputo o potuto o voluto realizzare: liberare l'uomo dalla paura della morte, per Fellini è rimasto un sogno, un proposito eroico, un'opera incompiuta.

L'apprendista stregone (in tedesco Der Zauberlehrling) è una ballata composta nel 1797 da Wolfgang Goethe, ispirata a un episodio del Φιλοψευδής (Philopseudḗs , ovvero "l'amante del falso") di Luciano di Samosata.[1]

Dall'opera letteraria, il compositore francese Paul Dukas ricavò l'impianto del suo poema sinfonico "L'apprendista stregone". Alla storia si sono ispirate diverse opere successive, la più famosa delle quali è un episodio del film d'animazione Disney Fantasia (1940) con protagonista Topolino.

La ballata di Goethe racconta di uno stregone che si assenta dal suo studio, raccomandando al giovane apprendista di fare le pulizie. Quest'ultimo si serve di un incantesimo del maestro per dare vita a una scopa affinché compia il lavoro al posto suo. La scopa continua a rovesciare acqua sul pavimento, come le è stato ordinato, fino ad allagare le stanze: quando si rende conto di non conoscere la parola magica per porre fine all'incantesimo, l'apprendista spezza la scopa in due con l'accetta, col solo risultato di raddoppiarla, perché entrambi i tronconi della scopa continuano il lavoro. Solo il ritorno del maestro stregone rimedierà al disastro. La morale della ballata è chiara: il limite delluomo di fronte al mistero, di fronte all'immensità di tutto ciò che non conosce. La conoscenza è come l'acqua della metafora: più ne togli, più ce n'è da togliere.

L'espressione è diventata proverbiale anche in italiano. Nel lessico letterario e giornalistico, l'apprendista stregone è una persona che ha la presunzione di avventurarsi in ambiti che non conosce, applicando metodi e tecniche che ancora non è in grado di padroneggiare, con l'alto rischio di provocare danni irreversibili per tutta la collettività. La figura dell'apprendista stregone si può inoltre considerare anticipatrice di quella dello scienziato pazzo, personaggio tipo della narrativa e del cinema popolare nel Novecento.

 

"Il viaggio di G. Mastorna", il film ideato, scritto e mai girato di Federico Fellini, rientra in pieno tra le opere riconducibili al mito letterario dell'apprendista stregone. L'ossessione di Fellini, per la parola "fine", che non voleva apparisse al termine del film, racchiude questo significato mitico dell'apprendista stregone:

 

 undefined

l'impotenza dell'uomo di fronte al mistero dell'aldilà

 

La realizzazione dell'aldilà onirico di Fellini, resta un'opera incompiuta; un logos sovrumano che l'artista non ha saputo e/o potuto e/o voluto rappresentare. Il grande regista, come l'apprendista stregone, sembra che si sia arreso al suo desiderio inappagato; ma, a ben guardare, la parola "FINE" al termine del suo film non è stata scritta. Questa sua irrequietezza di fronte alla parola "fine", è già un segno che connota il suo personale e problematico rapporto con la morte: il suo intimo rifiuto per quell'ultimo respiro, l'atto che per lui rappresentava la "fine" di tutto. Un pensiero che lo costringe nell'angoscia; al vuoto esistenziale di un uomo che si nega qualsiasi futuro: un uomo senza speranza.

 

 

 undefinedIl grande sipario si è chiuso inesorabilmente anche per lui; ma aldilà del sipario, il suo set resta pienamente operativo: la sua opera continua per sempre, in eterno, nei percorsi misteriosi dell'aldilà. "Il viaggio di G. Mastorna" non finirà mai. Il fastidio fobico di Fellini per la parola "fine" è superato: quella brutta, incombente e minacciosa parola, non è comparsa nei titoli di coda del suo film: la "fine" non ha corrotto il senso e la purezza del suo mondo onirico. In fondo, qualsiasi opera d'arte è, e resta, un'incompiuta d'autore: perchè comunque l'opera si perpetua e si sviluppa in chiunque la guarda, la legge e la interpreta, risuscitandola a nuova vita, nei secoli dei secoli.

 

L'opera omnia di Fellini altro non è che la rappresentazione onirica e della sua vita, filtrata e addolcita dalla memoria affettiva; il ricordo indulgente verso l'icona di un vissuto in un mondo di macerie, ruderi oscuri e fondali luminosi; terrificante e poetico; una realtà onirica che si rivela in tutti i suoi film, in tutte le sue stupefacenti e immaginifiche sceneggiature.

undefined

 

 

 

 

 

 

Ogni personaggio dei suoi film è una maschera di un vero Fellini, che ci guarda sornione dallo schermo velato e rugoso di un cinema di periferia e ci dice: "Ecco, anche questo film serve a qualcosa. Io non lo so a che cosa serve… se uno sapesse tutto, quando si nasce, quando si muore, sarebbe Dio. Io non lo so a che cosa serve questo film, ma serve. Perché se non serve questo film, non servono neanche le stelle.." (cfr. Federico Fellini, La Strada).

 

 

 

 

L'opera incompiuta di Fellini ci rappresenta, insieme a tutte le nostre periferie esistenziali che cercano alloggio nei quartieri "incorrotti" e misteriosi di un aldilà onirico e purificante. La morte, ovvero la porta dell'aldilà, qualcuno ha voluto fissarla in immagini danzanti in note dolcissime.

 


 

 Dialogo dal finale di 8 e 1/2

(R) Luisa, mi sento come liberato; tutto mi sembra buono, tutto ha un senso, tutto è vero.

Ah come vorrei sapermi spiegare, ma non so dire.

Ecco, tutto ritorna come prima, tutto di nuovo confuso; ma questa confusione sono io: io come sono e non come vorrei essere; e non mi fa più paura.

Dire la verità, quello che non so, che cerco, che non ho ancora trovato;

solo così mi sento vivo e posso guardare i tuoi occhi fedeli senza vergogna. È una festa la vita, viviamola insieme.

Non so dirti altro Luisa, nè a te nè agli altri; accettami così come sono, se puoi; è l'unico modo per tentare di trovarci.


(L) Non so se quello che hai detto è giusto; ma posso provare ...se mi aiuti.

 

 

undefined

  

Per correr miglior acqua alza le vele

ormai la navicella del mio ingegno,

che lascia dietro a sé mar sì crudele;

 

   e canterò di quel secondo regno,

dove l'umano spirito si purga

e di salire al ciel diventa degno.

(Purgatorio, Canto I - Dante Alighieri)

 

Atom

Powered by Nibbleblog per Letteratour.it