Il Blog di Rosario Frasca

Le opinioni di un Clown, ovvero: Il mito di Er

Il sacrificio, un diritto accordato da Dio.

Oct 302020

undefinedUn elegante ed arabesco esempio di sacrificio(*) nei gesti quotidiani di Amina, la giovane sposa del sayyed Ahmad

 

Il brano è tratto dal romanzo "Tra i due palazzi” - primo romanzo della "Trilogia del Cairo" di Naghib Mafuz, Nobel 1988. 

Questo breve racconto dell'ora consacrata al terrazzo della giovane sposa del sayyed Ahmad, può essere considerato un esempio di quella "varietà straordinaria di forme narrative, cui Marco Porta, nella sua relazione sull'ermeneutica realista di René Girard (vedi l'articolo René, il testo e la verità), riconduce le mitologie di ogni luogo del pianeta; narrazioni che attestano, con una sostanziale e ineludibile unanimità, la vicenda che nel caos primordiale la violenza di tutti contro tutti si risolve improvvisamente nella violenza di tutti contro uno. 

 

 

 

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 Amava le galline

L'ora consacrata al terrazzo traboccava per lei d'amore e di gioia, poiché era una riserva inesauribile di cose di cui occuparsi, una fonte di divertimento e di allegria. Non c'è da meravigliarsi, poiché il terrazzo era il mondo nuovo, sconosciuto alla grande casa, prima che ella ne entrasse a far parte. L'aveva infatti ristrutturato a gusto suo, mentre la grande casa aveva mantenuto il medesimo aspetto con cui era stata costruita in epoca remota. In quelle gabbie, fissate ad alcuni muri, dal giorno in cui erano state istallate tubavano le colombe; in quei piccoli pollai di assi di legno, dal giorno della loro costruzione le galline chiocciavano.

La gioia s'impadroniva di lei quando gettava il grano o metteva a terra i recipienti con l'acqua verso i quali le galline si spingevano seguendo il gallo. I becchi si abbattevano allora sul grano, frettolosi e regolari come aghi di macchine da cucire, lasciando sulla terra polverosa minuscole cavità simili a quelle lasciate dalla pioggerella. Come esultava quando, guardandole, ne vedeva qualcuna alzare la testa e osservarla con occhi stretti e puri, curiosa e intrigante, chiocciante, in un sentimento d'affetto reciproco che le riempiva il cuore di tenerezza! Amava le galline e i piccioni come tutte le creature di Allah in generale. Faceva loro dei discorsi affettuosi credendoli capaci di comprendere e di recepire con emozione.

 

 undefinedUn diritto accordato da Dio

 La sua immaginazione riconosceva il privilegio di sentire e di capire agli animali e talora anche alle cose. Era praticamente convinta che queste creature cantassero la gloria del Signore, partecipi per motivi diversi al mondo dello spirito. Il suo universo, quindi, con la sua terra e il suo cielo, i suoi animali e le sue piante, era un universo vivo e intelligente. Inoltre, ella non vedeva le qualità particolari di questo universo solo nel canto della vita che da esso emanava, ma anche nel senso di adorazione che se ne sprigionava! Non era strano, pertanto, che lasciasse aumentare il numero dei vecchi galli e delle galline decrepite, adducendo questo o quel pretesto: che una era molto prolifica, l'altra buona ovaiola e che un gallo in particolare, era la sua sveglia mattutina!

Forse, se fosse dipeso solo da lei, non avrebbe mai accettato di usare su queste creature il coltello e, se le circostanze la obbligavano a sgozzarne qualcuna, sceglieva la gallina o il piccione con una sorta di malessere. Gli dava da bere, gli diceva "Dio abbia misericordia di te" invocava il nome del Signore implorandone il perdono. Poi sgozzava la bestia, avendo come unica consolazione il fatto di usufruire di un diritto accordato da Dio, il Benefattore, e da Lui esteso a tutto il genere umano.

 

Commento

La gallina sgozzata assume così le caratteristiche di vittima sacrificale; la violenza di tutti contro tutti del caos famigliare si risolve nella violenza di Amina, (in rappresentanza di tutta la famiglia), contro la gallina.

Emblematica la scelta di una vittima con una sorta di malessere ("se le circostanze la obbligavano a sgozzarne qualcuna, sceglieva la gallina o il piccione con una sorta di malessere") che avvalora la tesi del "sacrificio sostitutivo" di cui Renè Girard scrive nel suo lavoro "La violenza e il sacro".

Il ruolo di Amina è quello della sacerdotessa;
il ruolo della gallina è quello "vittima";
il terrazzo è il "tempio".

Compiuto il sacrificio, la pace e l'amore che pervade Amina si trasmette e si effonde a tutta la famiglia. L'ora "consacrata" al terrazzo da Amina, assume tutto il valore di un rito sacrificiale ri-fondativo della piccola comunità famigliare.

 

Note

(*)

Sacrificio: atto rituale attraverso il quale si dedica un oggetto o un animale o un essere umano a un’entità sovrumana o divina, sottraendolo alla sfera quotidiana, come segno di devozione oppure per ottenere qualche beneficio. (Treccani)

Il sacrificio (Sacer-facere) é l'atto che rende sacro un tempo, uno spazio, un oggetto, che da quel momento é separato dalla realtà comune, la quale diviene perciò "profana"(pro-fanum, davanti o fuori dal tempo). (Marco Porta - L'enigma del sacro)

"Indagato senza i pregiudizi e le eccessive cautele di derivazione relativista, il vasto universo mitologico ha potuto svelare nell’analisi girardiana una verità “storica” di fondamentale importanza, e cioè che l’ordine e l’organizzazione sociale delle primitive comunità umane traggono origine da una violenta crisi risolta per mezzo di un sacrificio". (Marco Porta - La verità nel testo)

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Marc Chagall, "Crocifissione bianca " (1938) 

 Link:René il testo e la verità

La carezza nell’anima

Aug 072020

(racconto breve tratto da "La Tensione di Eva" di Giuliana Mangione")

In questo racconto breve di Giuliana Mangione, è trattato, con la particolare angolazione del sogno, il tema della "memoria affettiva" con cui Renè Girard spiega e sostiene le dinamiche antropologiche del desiderio mimetico.

 

 

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Ho fatto un sogno.

Davanti a me una corda sottilissima scende dall’alto, una voce mi sprona a salire. “Dai vieni, ce la puoi fare se vuoi, non è così difficile.”
E’ troppo sottile, non reggerà il peso, si spezzerà e mi schianterò a terra!
Ma decido di provarci. Una mano dietro l’altra fino a raggiungere la cima, fino a raggiungere la voce.


Sorride la voce quando finalmente con il fiato corto e le mani sanguinanti le dico: “ciao, quanto tempo eh?! Sei sempre uguale”.
“Anche tu… non è vero, volevo essere gentile ma devo dire che un po’, solo un pochino ma sei invecchiata!”
Mi viene da ridere, certo che sono invecchiata. Quanti anni sono passati? Quindici, sedici quasi, chiaro che io sia invecchiata!
Mi siedo, sono stanca. La voce mi guarda, poi inaspettatamente mi carezza il volto. Mi ritraggo istintivamente. Non sono abituata a ricevere né tanto meno a fare smancerie. Anzi, non che io non riceva o non faccia carezze, ma violento me stessa per farle e riceverle. Violento me stessa.

Ed è in questo momento, che dopo anni di pensieri logorroici, di domande senza risposte ho il coraggio di chiederle “perché era così difficile per te farmi una carezza? Intendo prima, prima che io crescessi del tutto, quando bambina imbronciata e battagliera cercavo di attirare l’attenzione senza fare la carina, troppo facile fare carezze alle bambine carine! Io non lo ero, anche da adolescente non ero carina. Ero provocatoria nei confronti del mondo, di quel mondo in cui non mi riconoscevo, in cui non mi riconosco tuttora.”
Non è addolorata la voce quando guardandomi negli occhi risponde “ma tu sei proprio sicura che io non ti abbia mai fatto una carezza? Prova a pensare ai momenti passati assieme, dai prova."

E allora vado indietro nel tempo. Mi vedo accanto a lei seduta sul prato. Fumiamo una sigaretta e ci godiamo il sole. Bello il sole che ti scalda la pelle. Bello. Ho gli occhi chiusi. Un rumore strano e fastidioso me li fa riaprire. Sopra di noi una nuvola nera. Sono api che seguono il corteo nuziale della loro regina. Sono tantissime ed io ho il terrore delle api. Ma la voce mi tranquillizza, mi dice di cogliere la meraviglia del momento. Sarà difficile che capiti un’altra volta, è uno spettacolo da vedere e depositare nel cuore. In effetti, rimango affascinata, terrorizzata e affascinata.

Mi rivedo nel tempo ancora con lei. Ho in braccio mio figlio, sto cercando di addormentarlo con una ninna nanna che è solo nostra.
La voce mi osserva e inizia a canticchiare “per te che di mattina svegli il tuo bambino e poi, lo alzi e lo accompagni a scuola e al tuo lavoro vai...” Battisti, come mai ti è venuta in mente questa canzone di Battisti?. “Ogni volta che l’ascolto mi fa venire in mente te. A quanto devi essere stanca dell’occuparti di tutto. Vero?”
Vero.

Torno al presente, la voce sorride. Sorrido anch’io ora. Carezze. “Stai cercando di dirmi che quello era il tuo modo di carezzarmi?” Rifletto. Sì dopo tutto è anche il mio modo di fare carezze.


La voce, la tua voce che mi scalda il cuore che dice “non vi è un solo modo di abbracciare, baciare, accarezzare le persone a cui vuoi bene. Non vi è solo il gesto. Ci sono anche e soprattutto le carezze nell’anima. La carezza nell’anima è qualcosa di poco tangibile nell’immediato, ma rimane lì e torna a sfiorarti ogni volta che ricordi. Basta volerlo!”
Sì, ricordare e volere.

Ora è tardi, devo scendere. Ma prima di andare voglio abbracciare la voce. Mi avvicino, la stringo forte forte, sento il suo profumo, poi le sussurro “grazie mamma di tutto quello che mi hai dato.”
E mi porto dietro il suo sorriso, l’ultima carezza del nostro breve incontro.

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Girardiana

La memoria affettiva

Le “cristallizzazioni" di immagini letterarie consolidate nel suo bagaglio culturale dell'autore, si riflettono nella narrazione. In alcuni esseri la vita metafisica prospera a tal punto da riapparire nelle circostanze più avverse. Essa peraltro può sfociare in forme alquanto mostruose." (Renè Girard - Menzogna romantica e verità romanzesca)

Già nell'incipit brevissimo, "Ho fatto un sogno.", l'autore si distacca dal soggetto del racconto, e assegna un particolare peso al tempo e all'immagine: due categorie che codificano il concetto di "memoria affettiva". Prepara così il lettore a ricevere immagini e situazioni che possono apparire assurde, surreali.

Davanti a me una corda sottilissima scende dall’alto, una voce mi sprona a salire. “Dai vieni, ce la puoi fare se vuoi, non è così difficile.”
E’ troppo sottile, non reggerà il peso, si spezzerà e mi schianterò a terra!
Ma decido di provarci. Una mano dietro l’altra fino a raggiungere la cima, fino a raggiungere la voce.

 

La nozione di trascendenza deviata verso l’umano illumina la poetica dello scrittore: gli permette di dissipare la confusione che sussiste nella reminiscenza del ricordo. Ciò che viene rivissuto, nel contatto sensibile con una reliquia del passato, è la qualità trascendente del desiderio di un tempo. Il ricordo attualizzato, non è più avvelenato, come lo era il desiderio, dal desiderio rivale. “Ogni persona che ci fa soffrire può essere da noi ricondotta a una divinità di cui è solo un riflesso frammentario… divinità (Idea) la cui contemplazione ci dà attualmente gioia, in cambio della sofferenza che avevamo un tempo.

La memoria affettiva ritrova lo slancio verso il sacro e tale slancio è puro godimento poiché non è più infranto dal mediatore-rivale, (divenuto rivale nel desiderio). La piccola madeleine simboleggia una vera e propria comunione; possiede tutte le virtù di un sacramento.

La memoria dissocia gli elementi contraddittori del desiderio. Il sacro emana il suo profumo mentre l’intelligenza, attenta e staccata, può ora riconoscere l’ostacolo nel quale urtava; ci fa comprendere la funzione del mediatore e ci svela il meccanismo infernale del desiderio.

La memoria affettiva reca dunque in sé la condanna del desiderio originale. I critici parlano a riguardo di contraddizione in quanto viene ripudiata l’esperienza che, a conti fatti, procura felicità. È vero. Ma la contraddizione non è nello scrittore, è insita nel desiderio metafisico. Cogliere il desiderio significa in realtà cogliere il mediatore nella sua duplice funzione malefica e sacra. L’estasi del ricordo e la condanna del desiderio di un tempo si implicano vicendevolmente come il rovescio e il diritto. La psicologia del romanziere è un tutt’uno indivisibile con la rivelazione mistica: ne è l’altra faccia. Non costituisce, come oggi si afferma, una seconda impresa letteraria di interesse alquanto mediocre.

La memoria affettiva è il Giudizio universale dell’esistenza dello scrittore. Essa separa il grano dal loglio; ma il loglio deve figurare nell’opera romanzata perché il romanzo è il passato. La memoria affettiva è il focolare di tutta l’opera dello scrittore. È fonte di verità e fonte di sacro; da essa scaturiscono le metafore religiose; essa svela la funzione divina e demoniaca del mediatore. Non bisogna limitarne gli effetti ai ricordi più antichi e felici. Mai il vivo ricordo è più necessario che nei periodi di angoscia, perché dissipa la nebbia dell’odio. La memoria affettiva è in gioco in tutta la successione temporale. Chiarisce altrettanto bene sia l’inferno che il paradiso.

La memoria è la salvezza dello scrittore e dell’uomo. Noi lettori indietreggiamo dinanzi al messaggio trasparente del romanzo salvifico dello scrittore. Il nostro romanticismo tollera la salvezza soltanto se immaginaria; tollera la verità soltanto se disperante. La memoria affettiva è estasi, ma è anche conoscenza. Se trasfigurasse l’oggetto, come spesso viene ripetuto, il romanzo ci descriverebbe non tanto l’illusione vissuta al momento del desiderio, ma una nuova illusione, frutto di questa trasfigurazione. Non vi sarebbe realismo del desiderio, né del desiderare.

Resurrection

Aug 032020

 La maschera si colloca all’equivoco confine tra l’umano e il divino, tra l’ordine differenziato che sta disgregandosi e il suo aldilà indifferenziato che è anche la riserva di ogni differenza, la totalità mostruosa dalla quale verrà fuori un ordine rinnovato. Non c’è da interrogarsi sulla natura della maschera; è nella sua natura di non averne alcuna, poiché le ha tutte. (René Girard)

 

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Poco più di un anno è passato da quel giorno che ho accarezzato per l'ultima volta il volto di mia moglie; ora non ho più bisogno di accarezzare la carne perché lo spirito è perennemente presente in me e in tutto ciò che mi circonda e che vivo.

Quella notte, le accarezzavo la fronte con insistenza ossessiva, quasi a voler risucchiare in me tutta la sua persona; lei, come al solito, si lasciava accarezzare e si abbandonava alla mia ossessione tattile.

Volevo sentirla ancora, con il palmo della mano che lentamente le scivolava sulla sua fronte, percorrendola tutta, fino all'attaccatura dei capelli. Nell'accarezzarla, mi sentivo custodito e protetto in quel contatto fugace e, forte di questo, con la mente cercavo di carpire i suoi pensieri. Volevo mi raccontasse cosa vedeva e sentiva nell'intimità di quel momento; volevo sentire e conoscere con lei, il profumo dell'aldilà.

Ascoltavo il suo respiro. Tutta la nostra vita passava attraverso quelle ripetute carezze; il loro ritmo era accordato al soffio del respiro e scandiva inesorabile gli ultimi battiti del suo cuore pulsante; lei conosceva bene quelle carezze: le conosceva fin dalla fondazione del mondo; erano movimenti nell'anima, tramandati di generazione in generazione, fino a quell'ultimo letto che ospitava il suo corpo: le chiamava affettuosamente "le carezze nell'anima".

Ascoltavo il suo respiro: e sentivo con lei il profumo dell'aldilà. Mi cullavo con abbandono nei rivoli di un mondo sconosciuto e misterioso che tante volte aveva offerto rifugio e ai nostri pensieri peregrini; di quel mondo misterioso, ne gustavo intimamente il sapore divino trasmesso, incontaminato e incorrotto, in quelle silenziose carezze.

Gustavo il sapore dell'aldilà e osservavo il suo volto che sorgeva nitido e corposo, dalla massa informe e molle di un asettico e anonimo cuscino. Ho disegnato nella mia mente l'immagine di quel volto: era come disegnare la sua maschera ancestrale. Pian piano ho sentito montare in me, un prepotente bisogno di fissare quell’immagine su di un qualsiasi supporto, per conservarne traccia; ero in preda a un nebuloso timore di dimenticare.

Mi sono allontanato da lei per cercare qualcosa su cui abbozzare i contorni di quell’immagine, ormai ingombrante, che mi possedeva. Gettando lo sguardo intorno, ho fermato l’attenzione su un foglio di carta da imballaggio, ammucchiato e abbandonato sul tavolo d'appoggio della stanza-ripostiglio in cui ci avevano confinati; ne ho strappato un lembo; l’ho stirato e lisciato alla meno peggio per predisporlo a ricevere il mio disegno e, presa una matita tra i miei gingilli personali, mi sono riaccostato a lei per trovare il punto di osservazione corrispondente all'immagine che avevo in mente; i miei movimenti erano guardinghi e nascosti: non volevo importunare i parenti intorno a me: non volevo disturbare la loro situazione affettiva con lei, i loro pensieri, le memorie che galleggiavano nella loro mente. Il silenzio regnava in quella stanza ma, sicuramente, ciascuno aveva i suoi "rumori" interiori.

Ho tracciato velocemente e con molta approssimazione le poche righe essenziali e distintive di quella poderosa immagine, confidando nella mia memoria per poterla completare a tempo debito, in luogo deputato; senza interferenze estranee che avrebbero sminuito la potenza del ricordo ancora vivo e tranciante. Tracciata sul foglio, la bozza di quel volto dormiente, ho piegato accuratamente e riposto in tasca quel prezioso pezzo di carta, su cui era rimasta impressa la maschera ancestrale, a futura memoria di qualcuno.

 

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 La maschera ancestrale (Rosario Frasca)

 

Mi sono riaccostato a lei e ho alzato lo sguardo verso il monitor che, come un oracolo, restituiva inesorabile e impietoso, il lento processo di appiattimento delle residue funzioni vitali; ancora riuscivo ad ascoltare il soffio rantoloso del suo respiro. Per distogliermi da quell'incantesimo, ho scambiato qualche parola con qualcuno a me vicino, sulla sorprendente serenità che mi pervadeva e che acuiva la potenza titanica di quel transito di cui eravamo testimoni. Lei, mia moglie, la donna della mia vita, con il suo residuo soffio e con la sua maschera ancestrale, stava transitando da questo mondo all'altro mondo; dall'aldiqua all’aldilà; dall’ente apparente all’ente immateriale, spirituale e misterioso, in un aldilà sconosciuto.

Io ero con lei, disperso in lei; immersi in una placenta che ci univa; intorno a noi sentivamo un rumore osmotico, avvolgente, come il sussurro di una brezza leggera. Era la genesi della resurrezione, l'inizio di una nuova vita, uno dei miti della creazione

 

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Mammma (Martina Fortunato)

 

Il rito e la maschera 

Placenta. Diciotto racconti per piccoli e Grandi

Letteratura e... mito della creazione

La carezza nell'anima

 

Ratio imitarum naturam (I, 60, 5.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La poesia bambina

Apr 272020

Apr 032020

In tempo di pandemia da coronavirus, sono venuto a conoscenza che era stato fatto il tampone a una coppia di nostri amici. La loro figlia più grandicella, probabilmente stimolata dalla straordinarietà dall'evento, ha voluto raccontare il suo punto di vista con una poesia, per dare testimonianza all'evento.

Ho rimurginato su questa bellissima voglia di poetare un dramma sociale, da parte di una bambina; e ho deciso di impegnarmi a leggere la poesia e trovare spunti di riflessione "socialmente stupidi"; potevo farlo, il tempo non mi sarebbe mancato.

Ho telefonato agli amici "tamponati", un po' per confortarli, un po' per avere notizie dirette e, soprattutto, per chiedere della poetessa bambina. Parlando con il papà al telefono, mi sono rasserenato sullo stato di salute della famiglia e gli ho chiesto se potevano farmi avere la poesia che aveva scritto la sua poetica bambina. Con i potenti mezzi di comunicazione, che stiamo tutti rivalutando in questi tempi di forzato isolamento, due minuti dopo ho ricevuto l'innocente e originale testimonianza poetica di una bambina di nove anni ai tempi del coronavirus.

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Mercoledì 25 marzo

Sono preoccupata

Oggi mamma fa il tampone,

se è positiva che figurone!

Domani sapremo i risultati

Siamo tutti preoccupati.

Intanto cerco la speranza

di godermi questa vacanza.

Mi mancano molto gli insegnanti

E di giorni tristi ce ne sono tanti.

La situazione.

Mamma deve fare il tampone; certo se vien fuori che è positiva, sarebbe un dramma, però, con gli altri faremo un figurone: abbiamo fatto il tampone! Ma i risultati non ce li danno subito, li sapremo domani; questa attesa lascia sospesi, ci mette in ansia: l'ansia dell'attesa; l'ansia di non conoscere, di non sapere. Ecco, siamo preoccupati; ma a me non importa: stò con mamma e con papà e con loro sono al sicuro, non ho nulla da temere.

La metamorfosi

Nell'attesa, per non pensare alla mancanza dei risultati, provo a cercare un po' di speranza; per esempio, immagino di godermi una bella vacanza.

La catarsi

Già la vacanza; ma in vacanza non ci sono gli insegnanti! In questa situazione, a casa da sola, mi mancano molto gli insegnanti, i loro rimproveri, le lodi, le coccole, le interrogazioni, le punizioni... uffa, che faccio?... sono un po' triste; e di giorni tristi ce ne sono ancora tanti...

Sono preoccupata.

Commento

Ha nove anni, é leggera, educata, spiritosa, vivace, intelligente. Lei guarda il mondo intorno a sé, osserva e percepisce la preoccupazione della mamma, la precarietà della situazione, il sospetto di un contagio: che non sa cos'é ma mette in agitazione i suoi genitori; percepisce la loro paura, la metabolizza e muta il suo umore secondo quello che la situazione le suggerisce: cerca, immagina, attende, ricorda, sente, immagina ancora e si preoccupa.

Il poetare, é la sua via di fuga da una situazione precaria, verso una stabilità affettiva, verso una carezza, uno sguardo; verso una coccola dei suoi insegnanti di cui sente tanto la mancanza.

È ancora piccola per preoccuparsi e lo grida nel titolo della sua poesia.

...qualche giorno dopo aver scritto la poesia, la poetessa invia un messaggio di auguri alla sua maestra

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RF

Pasolini

Mar 032020

"Le ceneri di Gramsci", il poemetto che dà il titolo alla raccolta, datato 1954 e pubblicato sul n. 17-18 di Nuovi Argomenti del novembre-febbraio '55-'56.

 

undefinedAntonio Gramsci (1891-1937), filosofo italiano, organizzatore e co-fondatore del Partito Comunista Italiano. Gramsci scrisse più di trenta quaderni di storia e analisi durante la sua prigionia voluta da Mussolini. I suoi Quaderni dal Carcere contengono sia idee relative alla storia italiana e al nazionalismo, sia riflessioni originali sul Marxismo e principi critici ed educativi, tra cui il famoso concetto di egemonia culturale. Morì poco dopo il suo rilascio a causa di problemi di salute.

 

 

 

 

 

Scrive Pasolini:

Intorno ai quarant'anni, mi accorsi di trovarmi in un momento molto oscuro della mia vita. Qualunque cosa facessi, nella «Selva» della realtà del 1963, anno in cui ero giunto, assurdamente impreparato a quell'esclusione dalla vita degli altri che è la ripetizione della propria, c'era un senso di oscurità. Non direi di nausea, o di angoscia: anzi, in quell'oscurità, per dire il vero, c'era qualcosa di terribilmente luminoso: la luce della vecchia verità, se vogliamo, quella davanti a cui non c'è più niente da dire.

 

Mi sono immaginato un piccolo dialogo tra il poeta e il filosofo che s'incontrano a Testaccio.

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Pasolini chiede a Gramsci, che dorme "nella stessa pasta dei sogni" di una tomba, nel cimitero acattolico di Testaccio:

 

«Mi chiederai tu, morto disadorno,

d'abbandonare questa disperata

passione di essere nel mondo?»

 

Gramsci dall'aldilà risponde a Pasolini, che si consuma nell’al di qua, alle falde del "Monte de' cocci":

 

Solo l'amore, solo il conoscere conta,
non l'aver amato, l'aver conosciuto.
Dà angoscia il vivere di un consumato amore
L'anima non cresce più.

 

Un pensiero profondo, abissale; parole che inchiodano e vincolano inesorabilmente l'amore e la conoscenza - cioè la realtà - solo al presente, nell'atto, nell'azione; e vestono il passato di quel "consumato amore” nell'immobilità paralizzante di un'angoscia non voluta e rabbiosa.

 

undefinedUna rabbia che cova dentro. Pasolini sente la sua esistenza dispendersi - come le ceneri di Gramsci - nell'indeterminatezza di un nulla abissale. Questa è stata la sua vita il suo dolore, la sua rabbia poetica.

Il suo "Il Vangelo secondo Matteo", oggi rivalutato e restaurato, rappresenta la sintesi simbolica di questo suo "vivere contro".

 

 

Bisogna rileggere tutta l'opera pasoliniana in questa chiave di angoscia esistenziale, per rivalutare tutta la potenza del suo "j'accuse" contro la casta ipocrita e arrogante del potere politico e mediatico.

 

 

La sua morte e le sue opere assumono, in quest'ottica, il valore di testimonianza e di documento storico.

La sua memoria affettiva e il suo vissuto angoscioso è presente, latente e virulento, in tutte le sue opere; eppure lui in quella selva oscura vedeva "la luce della vecchia verità, quella davanti a cui non c'è più niente da dire."

 

 

Io, tu...l'altra

Jan 272020

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Giuliana Mangione
27 gennaio 2016

Ai miei amori
Rosario, Matteo, Luca

Io, tu... l'altra

È un mese che abbiamo smesso di frequentarci.
Un mese che non ci tocchiamo più, non ci parliamo più, non usciamo più insieme.
Ho deciso io di non avere più nulla a che fare con te, io ho troncato ogni rapporto, io ho eluso ogni occasione per stringerti ancora tra le dita.


Mi hai fatto troppo male e questa volta non sono riuscita a perdonarti. Troppo male ho sopportato per una malsana attrazione che avevo e forse ho ancora verso di te.


Devo riconoscere che in alcuni momenti della mia vita, specialmente quelli dolorosi, se non ti avessi avuta accanto sarebbe stato difficile venirne fuori. Mi hai tenuto compagnia nelle notti insonni, mi hai consolata quando la solitudine mi attanagliava, alcune volte ho pensato tu fossi l'unica che potesse capirmi.


Mi sbagliavo.


Vedere negli occhi dell'uomo che amo la paura di non essere in grado di aiutarmi a liberarmi di te, della tua subdola manipolazione nei miei confronti e in quelli degli altri, del tuo spregiudicato modo di amarmi fino a togliermi il respiro, mi hanno dato il coraggio di lasciarti e questa volta per sempre.


I primi giorni senza di te sono stati duri, una sera sono stata sul punto di accarezzarti ancora, mi sembrava persino che senza te non valesse la pena vivere. A che punto mi hai portata... altro che "50 sfumature di grigio"!
Quella sera ho capito che avevo bisogno di aiuto. Il rischio era che riprendessi ad avere talmente bisogno di te da permetterti di abusare di me. Ancora una volta.


Poi ho trovato lei, ormai posso considerarla un'amica, mi ha aiutato e mi sta aiutando a non considerarti più di quello che vali. Certo non brucia di passione come facevi tu quando eri parte della mia vita, ma posso farmi accompagnare da lei in quasi tutti i luoghi dove io e te insieme non eravamo benvolute.


Gli amori della mia vita la vedono di buon occhio, sorridono quando mi rivolgo a lei con allegria dopo una serata insieme.
So che tenterai ancora di farmi tua, di farmi sentire inadeguata in alcuni luoghi, in certi contesti, ma dopo quarant'anni ed oltre di convivenza, ti conosco abbastanza per sapere che non hai la pazienza per aspettarmi più di tanto. Chi te lo fa fare, hai un mondo ai tuoi piedi, per te è più facile fare a meno di me.

 
Io dovrò lottare ancora per fare a meno di te, ma con il suo aiuto ci riuscirò.


Ti ho amata molto, troppo, un amore mal corrisposto, ma mi rendo conto ora che era l'unico fossi in grado di darmi. Ciao bionda, anzi... addio.

 

(Il ritratto è opera di Sara Mangione)

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