Il Blog di Rosario Frasca

Le opinioni di un Clown, ovvero: Il mito di Er

Il rito e la maschera

Nov 152017

Dal desiderio mimetico al doppio mostruoso

Violenza e sacrificio, un binomio indissolubile

 

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Gustav-Klimt - "Danae"

Il capitolo VI dell’opera "La violenza e il sacro” di René Girard, titola: "Dal desiderio mimetico al doppio mostruoso”. Riporto una sintesi scelta di questo capitolo, finalizzata a descrivere la genesi dei rituali e delle maschere.

La maschera ha la fondamentale funzione di transito tra l'umano e il divino, tra la realtà e il suo aldilà; un aldilà "indifferenziato che è anche la riserva di ogni differenza, la totalità mostruosa dalla quale verrà fuori un ordine rinnovato", scrive Girard che sulla maschera, specifica:

"La maschera è al di là delle differenze, non si accontenta di trasgredirle o di cancellarle, se le incorpora, le ricompone in modo originale; in altre parole, fa tutt’uno con il doppio mostruoso."

 

 

 Il rito

La violenza: un dio seducente pronto a prostituirsi agli uni e agli altri

 

"La trascendenza non può ridiscendere tra gli uomini se non ricadendo nell’immanenza trasformandosi in una seduzione propriamente immonda".

Mentre muoiono le istituzioni e i divieti che poggiavano sull’unanimità fondatrice, la violenza sovrana vaga tra gli uomini ma nessuno riesce a mettere le mani su di essa e possederla in modo duraturo. Pronto, almeno in apparenza, a prostituirsi agli uni e agli altri, il dio sceso dal cielo finisce sempre per sfuggire, seminando rovine dietro di sé. Tutti coloro che vogliono possederlo, escludendo gli altri, finiscono per uccidersi a vicenda.

La rivalità verte sulla divinità stessa, ma dietro alla divinità è rivaleggiare per niente: la rivalità non ha altra realtà che quella trascendente, una volta che la violenza sia stata espulsa, una volta che sia definitivamente sfuggita agli uomini. La rivalità isterica non genera direttamente la divinità: la genesi del dio si effettua solo per il tramite della violenza unanime di tutta la comunità.

Nella misura in cui la divinità è reale, non è onnipotenza, non è una posta in gioco. Nel momento in cui la si considera una posta, essa si rivela un’illusione che finirà per sfuggire a tutti gli uomini senza eccezione. Nessun uomo è onnipotente.

 

 

 …e Dionisio si diverte a veder gli uomini che, come le Baccanti, brancolano nel bosco della violenza per appropriarsene esclusivamente, illudendosi di trasformarsi così in divinità, gli uni per gli altri; ma la trasformazione non avviene e tra gli uomini é il dominio del caos; un riflesso del caos primordiale che l'uomo rivive nella violenza del sacrificio rituale.

 

“… non è più il valore intrinseco dell’oggetto desiderato a provocare il conflitto tra gli uomini, eccitando bramosie rivali, è la violenza stessa che valorizza gli oggetti che dinventano desiderabili, che inventa pretesti per meglio scatenarsi. È la violenza ormai a dirigere il gioco; è lei la divinità che tutti tentano di padroneggiare ma che si fa gioco di tutti successivamente, è il Dioniso delle Baccanti."

 

 

“Al parossismo di questa crisi, la violenza è al tempo stesso, lo strumento, l’oggetto e il soggetto universale di tutti i desideri. Ecco perché sarebbe impossibile qualsiasi forma di esistenza sociale se non vi fosse una vittima espiatoria, se, al di là di un certo parossismo, la violenza non si risolvesse in nuovo ordine culturale. Al circolo vizioso della violenza reciproca, totalmente distruttrice, si sostituisce allora il circolo vizioso della violenza rituale, creatrice e protettrice."

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Le maschere

L’uso delle maschere come pratica rituale.

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Le maschere sono da annoverare tra gli accessori d’obbligo di numerosi culti primitivi, ma non possiamo rispondere con certezza a nessuna delle domande poste dalla loro esistenza. Che cosa rappresentano, a che servono, qual’è la loro origine? Dietro la grande varietà degli stili e delle forme, deve esserci una unità della maschera alla quale siamo sensibili anche se non riusciamo a definirla.

Mai infatti, quando ci troviamo in presenza di una maschera, esitiamo a identificarla in quanto maschera. L’unità della maschera non può essere estrinseca. La maschera esiste in società molto lontane nello spazio, perfettamente estranee le une alle altre. Non è possibile far risalire la maschera a un centro di diffusione unico. Si sostiene a volte che la presenza quasi universale delle maschere risponde a un bisogno ”estetico”.

Gli uomini hanno sete di “evasione”; non possono fare a meno di creare delle forme, ecc. Non appena ci si sottrae al clima irreale di un certo tipo di riflessione sull’arte, ci si accorge che questa non è una spiegazione vera. L’arte ha una destinazione religiosa.

Le maschere devono servire a qualcosa di analogo in tutte le società. Le maschere non sono “invenzioni autonome". Hanno un modello che può, certo, variare da una cultura all’altra ma di cui certe caratteristiche rimangono importanti.

Non si può dire che le maschere rappresentino il volto umano ma sono a esso quasi sempre legate, in quanto destinate a ricoprirlo, dargli il cambio o, in un modo o nell’altro, sostituirsi a esso nell'apparenza.

 undefinedMaschera in bronzo di Papposileno, Roma, Fondazione Sorgente Group

 

Come la festa nella quale assume spesso un ruolo di primo piano, la maschera presenta combinazioni di forme e colori incompatibili con un ordine differenziato che non è, in primo luogo, quello della natura ma quello della cultura stessa.

La maschera unisce l’uomo e la bestia, il dio e l’oggetto inerte. Victor Turner, in uno dei suoi libri, menziona una maschera ndembu che raffigura a un tempo una figura umana e una prateria. La maschera affianca e mescola esseri e oggetti separati dalla differenza. La maschera è al di là delle differenze, non si accontenta di trasgredirle o di cancellarle, se le incorpora, le ricompone in modo originale; in altre parole, fa tutt’uno con il doppio mostruoso.

Le cerimonie rituali che richiedono l'uso della maschera, riproducono l'esperienza originaria. È spesso al momento del parossismo, appena prima del sacrificio, che i partecipanti indossano le maschere, perlomeno coloro che hanno nella cerimonia un ruolo essenziale.

 undefinedI riti fanno rivivere a quei partecipanti tutti i ruoli successivamente sostenuti dai loro antenati nel corso della crisi originaria. In un primo tempo fratelli nemici, nei simulacri di combattimento e nelle danze simmetriche, i fedeli scompaiono in seguito dietro le loro maschere per tramutarsi in doppi mostruosi.

La maschera non costituisce una comparsa ex nihilo; essa trasforma l’apparenza normale degli antagonisti. Le modalità dell’uso rituale, la struttura in seno alla quale si inserisce la maschera, nella maggior parte dei casi, sono rivelatrici più di tutto ciò che coloro che l’indossano possano dirne al riguardo. Se la maschera è fatta per dissimulare tutti i visi umani a un determinato momento della sequenza rituale (in genere prima del sacrificio), è perché la prima volta le cose sono andate così. Occorre riconoscere nella maschera una interpretazione e nel rito, una rappresentazione dei fenomeni originari fondativi già descritti.

Non c’è da chiedersi se le maschere rappresentino ancora gli uomini, o già gli spiriti, esseri soprannaturali. La maschera si colloca all’equivoco confine tra l’umano e il divino, tra l’ordine differenziato che sta disgregandosi e il suo aldilà indifferenziato che è anche la riserva di ogni differenza, la totalità mostruosa dalla quale verrà fuori un ordine rinnovato. Non c’è da interrogarsi sulla natura della maschera; è nella sua natura di non averne alcuna, poiché le ha tutte.

Come la festa e tutti gli altri riti, la tragedia greca inizialmente non è altro che una rappresentazione della crisi sacrificale e della violenza fondatrice. L’uso della maschera nel teatro greco non esige quindi nessuna spiegazione particolare; non si distingue assolutamente dalle altre consuetudini. La maschera scompare quando i mostri ridiventano uomini, quando la tragedia dimentica completamente le sue origini rituali, il che non vuol certo dire che abbia smesso di svolgere il suo ruolo sacrificale, nel senso lato del termine. Si è anzi completamente sostituita al rito.

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La caccia, un tomtom per il cammino dell'uomo.

Oct 302017


 La caccia

 

Il brano che segue, tratto dal romanzo "Le braci" di Sandor Marai, è stato scelto per l'efficacia argomentativa sull'innato desiderio di uccidere dell'uomo e per una portentosa descrizione di un gesto sacrificale nel mondo arabo.

 

Affiorano in questo brano, quelle figure che caratterizzano le tesi antropologiche con cui René Girard approfondisce analisi, motivazioni e finalità del "desiderio mimetico".

 

Questi affioramenti, partendo da una circoscritta e attenta osservazione, distinguono ed evidenziano nella natura umana, un latente e irriducibile carattere "bestiale". L'uomo è visto antropologicamente come animale aggressivo, violento e capace di compiere cruente uccisioni ed efferati abominii. Ma è sempre l'uomo che è capace di ordinare questa viscerale violenza, questo innato desiderio di uccidere nell'ambito religioso, con l'immolazione della vittima sacrificale.

 

Sandor Marai in queste pagine mostra una maestria particolare nel descrivere le sensazioni dei personaggi, facendo rivivere al lettore le situazioni che le suscitano. La "memoria affettiva", descritta da Girard nel suo "Menzogna romantica e verità romanzesca", è la linfa che alimenta il racconto che il generale fa al suo amico "non ritrovato"; la memoria di una giornata di caccia dove viene messa a nudo la verità sull'uomo e sul suo innato e viscerale desiderio di uccidere.

 

L'uomo ha bisogno di un "tomtom" per ritrovare se stesso

Buona lettura.

"Dopo quarantun anni, due uomini, che da giovani sono stati inseparabili (una di quelle amicizie maschili non meno intense del rapporto fra due gemelli monozigoti), tornano a incontrarsi in un castello ai piedi dei Carpazi. Uno ha passato quei decenni in Estremo Oriente, l’altro non si è mosso dalla sua proprietà. Ma entrambi hanno vissuto in attesa di quel momento. Null’altro contava, per loro. Perché? Perché condividono un segreto che possiede una forza singolare: «una forza che brucia il tessuto della vita come una radiazione maligna, ma al tempo stesso dà calore alla vita e la mantiene in tensione». Tutto converge verso un «duello senza spade» – e ben più crudele. Tra loro, nell’ombra, il fantasma di una donna." (Risvolto di copertina del romanzo Le Braci di Sandor Marai)

 

 

Il desiderio di uccidere.               undefined

Siamo uomini, uccidere è un imperativo della nostra vita. Non possiamo fare diversamente…

L'uomo uccide per difendere qualcosa, uccide per procurarsi qualcosa, uccide per vendicarsi di qualcosa.

...tuttavia la caccia rappresenta ancora un sacrificio, un riflesso imperfetto di un antichissimo rito religioso che ha la stessa età dell'uomo. (Sandor Marai)

 

 "Fu una bella caccia. Fu l'ultima grande caccia che si tenne in questi boschi. A quei tempi esistevano ancora dei cacciatori, dei veri cacciatori… può darsi che ce ne siano ancora oggi, non lo so. Quella fu l'ultima volta che andai a caccia nei miei boschi. Da allora qui si presentano solo uomini armati di fucile, ospiti che vengono accolti dall'amministrazione della tenuta e fanno esplodere colpi di arma da fuoco nel bosco. La caccia era quella vera, era qualcosa di diverso. Tu non puoi capirlo perché non sei mai stato un cacciatore.

Per te anche questo rappresentava solo un obbligo, uno degli obblighi da gentiluomo che facevano parte del tuo mestiere, come l'equitazione o la vita di società. Andavi a caccia, sì, ma con l'aria di chi si sottomette a una convenzione sociale. Andavi a caccia col disprezzo scritto in volto. E anche l'arma che reggevi con noncuranza, come un bastone da passeggio.

Non essendo cacciatore, non conoscevi quella strana passione, la più segreta dell'animo maschile, al di là di ogni ruolo e cultura, radicata e profonda come il fuoco nelle viscere della terra. Questa passione è il desiderio di uccidere. Siamo uomini, uccidere è un imperativo della nostra vita. Non possiamo fare diversamente… L'uomo uccide per difendere qualcosa, uccide per procurarsi qualcosa, uccide per vendicarsi di qualcosa.

Sorridi con disprezzo? Tu eri un artista: forse questi istinti bassi e brutali si sono attenuati nella tua anima delicata?… Credi di non aver mai ucciso qualcosa di vivo? Non esserne così sicuro. In questa serata che ci vede riuniti non ha senso parlare di nient'altro all'infuori della verità, dell'essenziale, perché il nostro incontro non si ripeterà, e forse non saranno più molti i giorni e le sere che che seguiranno, tantomeno poi le serate speciali come questa.

undefinedForse ricorderai che una volta, tanto tempo fa, andai anch'io in Oriente; fu durante il mio viaggio di nozze con Krisztina. Attraversammo terre abitate dagli arabi, e a Baghdad fummo ospitati da una famiglia araba. E' gente di grande nobiltà d'animo, come saprai anche tu che hai girato il mondo. La loro fierezza, il loro contegno dignitoso, la loro passionalità e la loro calma, la disciplina del loro corpo e la sicurezza dei loro gesti, i loro giochi, il fuoco del loro sguardo, tutto rispecchia una nobiltà di antica data, quella particolare nobiltà dei tempi in cui l'uomo, nel caos dei primordi, prese coscienza per la prima volta della propria dignità umana.

Esiste una teoria secondo la quale la nostra specie ha avuto origine dal mondo arabo, all’inizio dei tempi, prima di frazionarsi in tribù, popoli e civiltà diverse. Forse è per questo che sono talmente orgogliosi. Non lo so, non sono addentro in questioni del genere… Invece so qualcosa della fierezza degli uomini. Così come gli individui, anche in assenza di particolari segni distintivi, riconoscono di appartenere alla stessa razza e allo stesso rango, durante quelle settimane in Oriente intuii che laggiù tutti, anche il più sudicio dei cammellieri, erano dei signori.

Come ti dicevo abitavamo presso una famiglia indigena, in una casa che era una specie di palazzo; ci ospitavano dietro raccomandazione del nostro ambasciatore. Quelle case candide e fresche… Le conosci, non è vero? Il grande cortile, in cui ferve incessantemente la vita della famiglia e della tribù, e che serve al tempo stesso da mercato, da parlamento e da luogo di preghiera… Quella scioltezza w quella passione dei giochi che traspare da ogni loro gesto. Quell’inerzia dignitosa, dietro alla quale il piacere di vivere e le passioni si annidano come il serpente tra le pietre immobili battute dal sole.

 

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Una sera, in nostro onore, venne offerta una cena. Fino a quel momento ci avevano ospitati secondo uno stile quasi europeo; il padrone di casa, uno degli uomini più facoltosi della città, era giudice e al tempo stesso contrabbandiere. Le camere degli ospiti erano arredate con mobili inglesi, la vasca da bagno era di argento massiccio.

Ma quella sera vedemmo qualcosa di eccezionale. Gli invitati arrivarono dopo il tramonto; erano tutti uomini, signori con i loro servi. In mezzo al cortile divampava un fuoco che emanava un fumo soffocante, il fumo dello sterco di cammello che fa bruciare gli occhi. Tutti si sedettero in silenzio attorno al fuoco. Krisztina era l’unica donna tra noi.

Quindi portarono un agnello, un agnello bianco, e il padrone di casa tirò fuori il coltello e lo sgozzò, con un gesto che non potrò mai dimenticare… È impossibile impararlo, perché è un gesto orientale che risale a un’epoca in cui l’atto di uccidere possedeva ancora un significato simbolico, religioso, collegato a qualcosa di essenziale: la vittima.

 

undefinedFu così che Abramo alzò il coltello su Isacco, quando decise di compiere il sacrificio; con quel gesto, nei templi dell’antichità si immolavano gli animali dinanzi all’altare, all’idolo, al simulacro della divinità; con il medesimo gesto venne decapitato San Giovanni Battista. In Oriente esso sopravvive in maniera occulta nelle mani di ogni uomo. Fu questo gesto a segnare l’avvento dell’uomo, a stabilire la distinzione tra l’animale e l’essere umano...

 

Secondo gli antropologi, l’uomo nacque quando acquistò la facoltà di opporre il pollice alle altre dita ossia nell’istante in cui riuscì a impugnare un’arma, uno strumento di lavoro. Ma può anche darsi che i suoi inizi siano legati alla sua anima piuttosto che ai suoi pollici; su questo non sono in grado di pronunciarmi.

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 Il gentiluomo arabo sgozzò l’agnello e per un attimo quell’uomo anziano avvolto in un burnus bianco, sul quale non era schizzata neanche una goccia di sangue, apparve simile a un gran sacerdote orientale nell’atto di immolare la vittima sacrificale. Gli brillavano gli occhi che sembrava ringiovanito.

 

Tutt’intorno regnava un silenzio di tomba. Gli invitati sedevano attorno al fuoco, seguivano con lo sguardo l’atto di infliggere il colpo mortale, il balenio della lama, il corpo dell’agnello che si dibatteva, il sangue che sgorgava a fiotti. Gli occhi di tutti i presenti luccicavano.

Allora compresi che quella gente era ancora così vicina all’atto di uccidere che la vista del sangue le era familiare, e il balenio di un coltello era per loro un fenomeno naturale come il sorriso di una donna o la pioggia che cade. Immagino che lo avvertisse anche Krisztina, perché la vedevo come affascinata; arrossiva, impallidiva, respirava a fatica, poi tutt’a un tratto voltò la testa, per l’imbarazzo di assistere a una scena di sfrenata sensualità.

 

Comprendemmo cheundefined in Oriente la gente conosce ancora il significato sacro e simbolico dell’uccisione, e anche il suo occulto significato erotico. Giacchè sorridevano tutti, e su quei nobili volti bruni si vedevano espressioni di giubilo e sguardi estasiati, come se l’uccisione fosse qualcosa di salutare e di esaltante, simile a un amplesso.

È strano: nella lingua ungherese queste due parole, uccisione e amplesso, rimano tra loro e derivano l’una dall’altra… Ovviamente noi siamo degli occidentali” dice con voce diversa, in tono un po’ didascalico. “Apparteniamo all’Occidente, o per lo meno siamo degli immigrati divenuti ormai sedentari.

 

L’uccisione, per noi, rappresenta una questione giuridica e morale o un problema di pertinenza medica, comunque una cosa ammessa o proibita, un fatto definito con la massima precisione da un ampio codice morale e giuridico. Anche noi uccidiamo, ma in maniera più complicata, secondo i modi prescritti o autorizzati dalla legge. Uccidiamo in difesa di ideali sublimi e di beni umani preziosi, uccidiamo per tutelare le regole della convivenza umana. Nè possiamo fare diversamente. Siamo cristiani, adepti della civiltà occidentale, siamo portati a sentirci colpevoli.

La nostra storia è disseminata fino ai nostri giorni di una lunga serie di stermini, eppure parliamo dell’uccisione tenendo gli occhi bassi, in tono di pia recriminazione; non possiamo fare diversamente, è questo il ruolo che ci è stato assegnato.

 

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Solo la caccia fa eccezione” dice rasserenandosi.

 

 

"Anche in questo caso dobbiamo osservare certe regole cavalleresche e di ordine pratico, risparmiamo la selvaggina nella misura in cui lo esigono le condizioni di una determinata zona, tuttavia la caccia rappresenta ancora un sacrificio, un riflesso imperfetto di un antichissimo rito religioso che ha la stessa età dell'uomo. Perchè non è vero che il cacciatore uccide per procurarsi la preda. Non ha mai ucciso unicamente per questo, neanche in epoca primordiale, ai tempi in cui la caccia era l'unica possibilità di procacciarsi il cibo.

 

 

undefinedLa caccia è stata sempre accompagnata da riti di ordine tribale e religioso. Il buon cacciatore è sempre stato il primo della sua tribù, che gli attribuiva poteri e dignità di sacerdote. Naturalmente tutto questo si è perso con il passare del tempo. Ma sebbene i riferimenti siano ormai sbiaditi, la caccia ha conservato la sua natura di rito.

Forse non ho mai amato nulla in vita mia come quelle partenze per la caccia alle prime luci dell'alba. Ci si sveglia che è ancora buio, ci si veste in modo totalmente diverso dagli altri giorni, con indumenti adatti alla circostanza, si fa colazione in maniera diversa, ci si rincuora con un bicchiere di acquavite e sbocconcellando un po' di arrosto freddo nella stanza illumunata da una lanterna.

Amavo l'odore degli abiti da caccia; il panno era impregnato degli effluvi del bosco, delle fronde, dell'aria pura e degli schizzi di sangue, perchè gli uccelli abbattuti si attaccano alla cintura e il loro sangue insudicia gli abiti. Ma il sangue è sudiciume?... Non credo. È la materia più nobile che esista al mondo: ogni volta che l'uomo ha sentito il bisogno di comunicare il suo Dio qualcosa di grandioso, di ineffabile, lo ha sempre fatto offrendogli un sacrificio di sangue. E poi amavo l'odore di metallo oliato del fucile. E l'odore acre e ammuffito delle parti in cuoio grezzo dell'equipaggiamento da caccia.

Amavo tutto questo" dice il generale quasi con vergogna, come fanno i vecchi quando confessano qualche piccola debolezza. "E poi esci di casa e scendi nel cortile, i tuoi compagni ti stanno già aspettando, il sole non è ancora spuntato, il guardacaccia tiene i cani al guinzaglio e ti riferisce sottovoce gli avvenimenti della notte. Poi sali in carrozza e parti.

undefinedIl paesaggio comincia a destarsi, il bosco si stiracchia, sembra che si strofini gli occhi uscendo dal sonno. Tutto esala un profumo così puro che ti sembra di tornare in una patria diversa, quella in cui ebbero inizio la vita e le cose. Poi la carrozza si ferma ai margini del bosco, tu scendi, il cane e il guardacaccia ti accompagnano in silenzio. Il fruscio del fogliame umido si percepisce appena sotto le suole dei tuoi scarponi.La pista è disseminata di tracce di animali.

E adesso tutto comincia a vivere intorno a te: la luce, come se mettesse in moto un meccanismo nascosto che aziona il sipario del mondo, squarcia il velo che ricopre la foresta. Inizia il concerto degli uccelli e, in lontananza, a trecento passi di distanza, un cervo sta avanzando sul sentiero. Ti ritrai nel folto della boscaglia per osservarlo. Sei venuto col cane, oggi non fai la posta ai cervi...

La bestia si ferma, non vede niente, non fiuta la tua presenza perchè il vento soffia nella tua direzione, e tuttavia avverte il pericolo fatale; solleva la testa, torce il collo delicato, le sue membra si tendono, per alcuni istanti rimane immobile davanti a te, in posizione di attesa allarmata, come un individuo messo di fronte al suo destino si arresta impotente perché sa che il fato non è un evento fortuito nè un incidente, ma la conseguenza naturale di circostanze imprevedibili e difficilmente comprensibili.

A questo punto sei pentito di non aver portato con te delle cartucce a pallettoni. Anche tu, immobile nel folto del bosco, sei a tua volta in balia dell'attimo, tu, il cacciatore.

E nella mano avverti un fremito antico come l'uomo, l'impulso di uccidere, questa attrazione proibita, questa passione più forte di tutto il resto, uno degli stimoli segreti, nè buoni nè cattivi, che animano la vita in tutte le sue forme: essere più forti dell'altro, dimostrarsi più abili, non commettere errori, restare padroni della situazione.

È la stessa sensazione che prova il leopardo mentre si prepara a balzare, il serpente mentre si rizza tra le rocce, l'avvoltoio mentre piomba sulla preda da mille metri di altezza. La stessa che prova l'uomo mentre scruta la sua vittima. Ed è quella che provasti anche tu, forse per la prima volta in vita tua, quando, appostato nel bosco, alzasti l'arma e la puntasti su di me con l'intensione di uccidermi."

Il generale si china sul tavolino che si trova in mezzo a loro davanti al camino; si riempie il bicchiere e assaggia con la punta della lingua il liquore purpureo e sciropposo. Quoindi rimette il bicchiere sul tavolo, con aria soddisfatta.

 

 

 Pier Paolo Pasolini ha visto così il "sacrificio" assoluto per l'umanità:

la crocifissione di Dio.

 

La mia recenzione del romanzo di Sandor Marai:

 Le braci: l'arte del monologo

 

La Tensione di Eva

Oct 242017

 

 

La mia prefazione a "La Tensione di Eva"

di Giuliana Mangione


Prefazione


“L’immagine rispecchia il sacro come un’eco rimanda il suono al luogo d’origine.” (René Girard)

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Novembre 1974. Mi apprestavo a compiere il quinto lustro e la vita mi stava scivolando addosso senza lasciare traccia. Ci accomunava una certa parentela con gli sposi e il fatto che eravamo diversi: io maschio, lei femmina. La guardavo per scoprire qualcosa che mi potesse arpionare a lei e con lei, alla vita.

Al tavolo che ci ospitava per il pranzo, lei era seduta quasi di fronte a me e parlava con i ragazzi che le erano seduti accanto. Io la osservavo e ascoltavo senza intervenire, ma il fatto che parlasse con loro un po’ m’infastidiva; non la volevo condividere con gli altri; desideravo l’esclusiva.

Era carina, più giovane di me, un’adolescente in una delle sue prime uscite sociali. Mi affascinava il suo modo di tenere a bada quei ragazzi: annullava con arte e con garbo, qualsiasi tentativo di sorprenderla. Evidentemente non gradiva la loro compagnia ed io lo percepivo. Volevo stare con lei; magari con una scusa trovarci soli e parlare di noi tra noi, senza sguardi indiscreti.

L’occasione si presentò e ci trovammo fuori in giardino da soli. Lei parlava, io ascoltavo e di tanto in tanto interloquivo con monosillabi di consenso e di sostegno alle sue perifrasi esistenziali. Mi parlava di lei, delle sue sofferenze, dei suoi rapporti con i genitori, del suo sentirsi oppressa, prigioniera, relegata in ruoli che non gradiva; del suo rapporto difficile con il padre, con la scuola e con il lavoro; del suo non sentirsi libera. Era bellissima, più parlava e più mi piaceva. Una ribelle come me.

Con una scusa trovai il coraggio di prenderle le mani e tenerle tra le mie. Le toccavo, le accarezzavo; lei se le lasciava trastullare. Sentivo che muoveva docilmente le sue dita chiuse nella mia mano; sentivo il suo abbandono, il suo lasciarsi guidare in quei movimenti docili e minimi delle dita. Si era avvicinata con il suo corpo al mio; la sentivo senza toccarla; i nostri corpi quasi respiravano insieme. Non ne ero ancora consapevole, ma accanto a me c’era la donna della mia vita.

Quella stessa donna che nel novembre del 1974, in un giardino di un ristorante romano, teneva le sue mani nelle mie, mi ha chiesto ora di scrivere la prefazione del suo primo libro. Mi sono sentito importante e, per qualche giorno mi sono crogiolato in un intimo e sottile piacere di vanità che ha orientato i miei tentativi di approccio verso improbabili e assurde elucubrazioni letterarie. Poi sono tornato alla realtà di un libro scritto con amore e che parla d’amore in tutte le forme in cui si è presentato a una donna del nostro tempo.

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«Il romanzo è il luogo della più profonda verità esistenziale e sociale del XIX secolo» . (René Girard)


La tensione di Eva non è proprio un romanzo, cui Renè Girard si riferisce per rilevare l’approccio interpretativo basato sul realismo ermeneutico, ma è una raccolta di racconti e poesie estemporanee che indicano il cammino di donna dell’autrice; un cammino visto come “il romanzo” dell’asserzione girardiana. Dall’intimo conflitto esistenziale di una ragazza piena di femminilità, che il padre in cuor suo desiderava fosse maschio (“ah se tua sorella fosse nata maschio, allora sì…Prima che Lady Macbeth), alla riconciliazione affettiva, amorevole e filiale di una donna matura con quello stesso padre, uomo ormai vecchio, rugoso e sorridente (vola il pensiero mio / alla speranza di guardarti per molto tempo ancora - Ti guardo ora).

Un cammino in cui il sogno e la realtà sono espressi in un’unica unità narrativa. Una narrazione che riflette il vissuto sentimentale ed emozionale dell’autrice. Sogno e realtà dunque, come unica verità, agita e mediata da una donna che non vuole rinunciare alla sua natura femminile nonostante i tempi e le situazioni le chiedano il contrario. Una femminilità preziosa, che sola può condurla a quella “maternità” che pervade e risplende nei componimenti La carezza nell’anima ed Eri mio figlio, e a quell’unicum coniugale che traspare dal racconto-monologo La valigia.

In questa raccolta l’autrice ha scelto e riunito i suoi componimenti, scritti in tempi e situazioni diverse, (dalla conduzione della casa e della famiglia, all’educazione dei figli, dalla condivisione coniugale, al lavoro professionale, fino alla sua rilevante e personale esperienza teatrale e cinematografica, ecc.). Il risultato è un insieme organico che rappresenta il suo romanzo ovvero la sintesi emozionale di fatti e accadimenti che hanno forgiato la sua personalità.

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Lo stile seguito è libero, scevro da qualsiasi classificazione e catalogazione; una sorta di diario poetico e narrativo in cui l’esperienza teatrale dell’autrice riaffiora nelle fervide immaginazioni sceniche e nelle trame. Racconti e poesie rese in una sequenza ordinata, non sempre secondo la cronologia in cui sono state scritte, ma secondo i richiami emozionali della sua memoria affettiva; un ordine che segue comunque un filo logico che lega i singoli componimenti e che culmina nell’ultima e dolcissima poesia Ti guardo ora.

 

La lettura in sequenza di questi componimenti, (che in parte mi erano, singolarmente già noti), rende l’immagine di una donna viva e vera. Una donna le cui gioie, sofferenze e le emozioni vissute, deposte nelle pieghe più recondite della sua anima femminile, hanno formato e caratterizzato la sua poliedrica personalità d’artista, di figlia, di moglie, di mamma… di donna.

 

Un diario intimo della quotidianità. Un riflesso poetico di un’esistenza femminile del nostro tempo. Un’opera che ci racconta i sogni e i ricordi di una donna, trasfigurati sublimati dalla sua memoria affettiva. Un’opera che è appunto quella girardiana “immagine che rispecchia il sacro come un’eco che rimanda il suono al luogo d’origine.”

Rosario Frasca

 

Il sottosuolo delle coscienze

Oct 132017

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"Tutti gli eroi del romanzo s'attendono dal possesso una metamorfosi radicale del loro essere."

 

Il capitolo secondo del suo "Menzogna Romantica e Verità Romanzesca", René Girard sceglie di titolarlo con una frase emblematica "gli uomini saranno dei gli uni per gli altri”.

In questo titolo, Girard, configura il carattere trascendente del "desiderio mimetico”, assegnando ad un ente divino, il ruolo di mediatore, uno dei tre vertici del triangolo mimetico.

 

 

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Il desiderio mimetico triangolare si articola e si sviluppa geometricamente nei tre vertici del triangolo:

  • il soggetto che desidera
  • l'oggetto del desiderio
  • il mediatore

"L'oggetto non è che un mezzo per raggiungere il mediatore. È all'essere del mediatore che mira il desiderio".

Il desiderio mimetico trascendentale, è caratterizzato da una dinamica tutta “interiore”; ovvero il mediatore è la proiezione ideale interna del soggetto che desidera; cioè, mediatore e soggetto sono nella stessa persona: la realtà e la sua proiezione ideale (divinità).

Girard chiama questo tipo di mediazione interna:

"Parleremo di mediazione interna laddove la distanza tra le due sfere di possibili, che s'accentrano rispettivamente sul mediatore e sul soggetto, sia abbastanza ridotta perchè le due sfere si compenetrino più o meno profondamente."

La compenetrazione totale tra le due sfere di possibili, del soggetto e del mediatore, ovvero tra l'uomo e il suo dio, genera un ibrido uomo-dio che non si lascia definire nella concretezza della realtà. Il superuomo di Nietzche arriva a competere con una divinità che lo supera, nonostante la "volontà di potenza" l'uomo è costretto a soccombere e annichilire.

Quando due persone (soggetto e mediatore) desiderano la stessa cosa, finché l’oggetto del desiderio può essere condiviso, si instaura tra loro un'amicizia solidale e fraterna; non appena si arriva al possesso esclusivo dell'oggetto desiderato, da parte del soggetto che desidera, si innesca tra loro una irriducibile rivalità; il soggetto diventa rivale del suo dio: idolo-fratello-mediatore; l'io reale diventa rivale del se stesso ideale; il soggetto diventa "antagonista" del mediatore ovvero di quello che fino ad allora era il suo dio. La schizofrenia ci sguazza in queste situazioni; il cervello di Nietzsche lo ha sperimentato.

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Il soggetto desidera la divinità del mediatore, cioè desidera essere il mediatore; l'uomo aspira a questa qualità divina perché vuole essere dio; il suo divino e irraggiungibile ideale di se stesso.

Nella religione cristiana, questa sovrapposizione tra soggetto e mediatore, si realizza completamente nella "perfetta integrazione dell'uomo con Dio”; Gesù è infatti "perfetto uomo e perfetto Dio".

 

Il desiderio mimetico, la società e la razza

Sotto l'aspetto sociale, le stesse dinamiche della mediazione interna del desiderio mimetico, possono essere applicate e sviluppate assumendo come soggetto desiderante, non la singola persona (il superuomo) ma il popolo eletto, la razza perfetta ed esclusiva.

Nell'ideologia nazista, le aspirazioni e i desideri del popolo tedesco sono perfettamente spiegate applicando le dinamiche del desiderio mimetico triangolare con mediazione interna.

Lo stesso discorso vale per ogni esaltazione etnica e/o razziale, in tutto il mondo, ovunque accada; laddove una sola razza si ritiene eletta da Dio e investita del ruolo di guida delle nazioni del mondo; e la singola etnia non si identifica in un territorio ben definito; questa mancata identificazione territoriale attiva la gestazione fagocera dell’ideale nazista - un nazismo - che si svilupperà fino a tutto l’esistente, con le stesse dinamiche del "buco nero” definito in astrofisica; una superpotenza  omnivora e insaziabile... il principio del perfetto nichilista, del superuomo inarrivabile.

L’odio razziale è paura dell’altro, è esclusività egoistica, è illusione di onnipotenza solitaria attraverso l’eliminazione-fagocitazione dell’altro. Ma senza l’altro, verso chi si può manifestare l’onnipotenza? Il cane si morde la coda e l'uomo “annichilisce” nel nulla cosmico.

 

Il sottosuolo delle coscienze.

undefinedLa famigerata "volontà di potenza" di Nietzsche, è spiegata perfettamente con le dinamiche del desiderio mimetico girardiano: il Superuomo ovvero l’Anticristo, è l'ibrido e schizofrenico uomo-dio; la personificazione del desiderio mimetico, è portata alle estreme titaniche conseguenze conflittuali; una rivalità irriducibile dell’uomo reale con il suo dio d'occasione.

Si può parlare quindi dell’uomo senza Dio, perchè esso stesso è dio con tutta l’illusione di onnipotenza di un dio.

Il Dio causa esterna, religiosamente riconosciuto e adorato dall'uomo, è l'ultimo ostacolo che si oppone al raggiungimento del traguardo divino del superuomo; e diventa così un acerrimo nemico da estirpare dalla comunità e/o confinare nella singola, misera e solitaria coscienza di ognuno...nelle oscure e misteriose stanze del "sottosuolo umano".  

 

 

 

 

 

 

Zoe Rondini è Nata Viva

Oct 122017

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Quando ero piccola tutti mi dicevano che ero uguale agli altri bambini, poi crescendo mi è venuto qualche dubbio. (Zoe Rondini – Nata Viva)

 

Il libro

Dopo aver letto Nata Viva di Zoe Rondini, ho chiuso il libro con una domanda che mi roteava nella testa anche nelle situazioni più improbabili: cosa ha voluto dire Zoe raccontandosi? Ero convinto che, se riuscivo a rispondere a questa domanda, forse avrei trovato il bandolo della matassa: il tema di fondo dell'opera. Ero altrettanto convinto che rispondere non sarebbe stato facile, perché la mia conoscenza di Zoe si fermava ad alcuni eventi pianificati e a pochi, occasionali e amichevoli incontri con lei, con la famiglia e il suo entourage; ciò non sarebbe stato sufficiente per conoscere la "vera" Zoe e non mi avrebbe consentito di rispondere all'intrigante domanda: "Cosa ha voluto dire Zoe scrivendo questa sua opera prima?

 

La prova e la rappresentazione teatrale de La cantastorie Zoe


La domanda mi ha accompagnato per un po' di tempo fino a quando un giorno qualcuno mi disse che con Zoe stavano lavorando su una presentazione teatrale di "Nata Viva" e che avrebbero avuto piacere di fare l'anteprima o la prova generale a casa nostra, con la presenza dei famigliari e di qualche amico. Mia moglie ed io, forse per motivi diversi, abbiamo accolto con entusiasmo la richiesta. L'evento è stato pianificato e organizzato con infantile trepidazione, (come fosse la vigilia di Natale), e si è svolto come previsto in un clima di serena empatia.                (1) La cantastorie Zoe al Rifugio del Menestrello


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 Dopo questa presentazione casalinga, la mia conoscenza di Zoe era aumentata e ho iniziato ad abbozzare qualche approfondimento e riflessione su quanto raccontato nel romanzo di formazione dal titolo così pregno di significati, (ex utero vivus editus). Gli approfondimenti e le riflessioni però, non andavano più in là di una rilettura fredda e distaccata di quanto raccontato e rappresentato nell’anteprima teatrale; non riuscivo a convincermi né a calarmi nelle situazioni raccontate; tutto mi rimaneva estraneo... fino al giorno in cui ho assistito allo spettacolo "La cantastorie Zoe" in un teatrino del quartiere San Lorenzo a Roma.

Dopo aver assistito a questa rappresentazione pubblica, in un caldo e accogliente teatrino di Roma (Abarico), la mia conoscenza di Zoe aumentò ulteriormente; l'osservazione di una platea a me estranea ovvero non domestica e familiare come quella dell'anteprima casalinga, aveva aggiunto spunti di riflessione ulteriori sulla vita e le avventure di Zoe la cantastorie

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Zoe e gli altri


Seppur aumentata, la conoscenza di Zoe non era ancora sufficiente a inquadrare la sua opera nel panorama letterario. Tanti sono gli autori: nuovi e vecchi, classici ed emergenti, occasionali e sporadici. Giornalisti che scrivono libri, scrittori che scrivono articoli; scienziati che giocano a fare i filosofi, filosofi che scherzano a fare gli scienziati; chi scrive di qua, chi legge di là; chi fa da sponda a quel partito; chi invece la fa ai preti; chi fa il politico, chi il religioso. Chi scrive sul web, chi sui lenzuoli, chi sulla sabbia, chi sugli alberi, sui muri, sui marciapiedi; un panorama caotico pieno d'arte e d'artisti, di lettere e letterati, ecc. Un caos letterario in cui è difficile, se non impossibile inquadrare una nuova voce, pura e sincera come quella di Zoe con il suo romanzo di esordio; un’opera che, nella sua cerchia di amici esperti, più di qualcuno concorda nel definirlo “romanzo formazione”.


Tutto e tutti trovano il loro spazio, il loro angolino esistenziale in cui riconoscersi e specchiarsi - come Vitangelo Moscarda di Uno nessuno e centomila di Pirandello - per trovarsi diversi da quella figura estranea riflessa nello specchio, con il naso pendente da una parte. Sì, con questo romanzo Zoe Rondini si è vista riflessa sullo specchio, ha guardato la sua immagine e si è trovata all'improvviso diversa da se stessa e da tutti gli altri.

Gli altri, già gli altri; quelli che sono tutti contro me che sono sola; quelli che camminano e non gattonano; quelli che corrono e giocano tra loro e mi lasciano sola a guardarli; quelli che fingono vicinanza e amicizia ma al momento del bisogno si eclissano nel confuso via vai di una stazione, di un supermercato, di una discoteca, di una città. Gli altri, quelli che Dio dice di amare ma che non fanno nulla per farsi amare. Gli altri, quelli che mi escludono, mi emarginano, mi eclissano, mi dimenticano; quelli che mi considerano un peso sociale; quelli che fanno finta che non ci sono. Gli altri, quelli che qualcuno ha definito "ipocriti".

 

 

Il Gruppo di lettura


La conoscenza di Zoe aumenta ancora in una successiva occasione, un network sociale: il forum di Letteratour e il gruppo di lettura che ha condiviso per qualche tempo osservazioni e riflessioni sulla lettura di Nata Viva. In tale occasione abbiamo potuto scandagliare i diversi ambiti di riflessione che la lettura attenta del romanzo stimolava; e abbiamo avuto modo anche di fruire di una dichiarazione autografa di Zoe sulla sua vocazione letteraria. Discussione Gruppo di lettura di Letteratour

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Nella discussione, sono venuti fuori argomenti che nella lettura solitaria non riuscivo a focalizzare; è venuta fuori la diversità, la letterarietà, l'essere e il non essere, l'essere e l'apparire, la rabbia, il risentimento, l'invidia, l'amore, la famiglia (e i suoi personaggi in cerca d’autore), la verità, la libertà, l’amore. Una rilettura e una discussione che mi ha consentito di conoscere Zoe molto più a fondo di come l'avrei potuta conoscere nella vita reale.

 

Zoe, il testo e la verità


Un altro incremento della conoscenza di Zoe l’ho potuto acquisire con l’approccio girardiano che consente al lettore una ricerca della verità che fa leva sul desiderio mimetico. In questa prospettiva mimetica ho usufruito di una lettura sussidiaria che mi ha aiutato nell’analizzare gli aspetti veritativi del romanzo; un approfondimento filosofico sul realismo ermeneutico di Renè Girard: La verità nel testo di Marco Porta. René, il testo e la verità

 

 

La nuova edizione


Ma le sorprese non sono finite: poco dopo aver chiuso la discussione del gruppo di lettura, la casa editrice Dante Alighieri ha curato una nuova edizione del romanzo Nata Viva, arricchita da una preziosa prefazione e di un nuovo racconto sulla figura del nonno. Una seconda edizione con integrazioni importanti che consentono un miglioramento editoriale all'opera prima di Zoe e la collocano in un panorama letterario più definito.

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In onore di questa importante seconda edizione della Società Editrice Dante Alighieri, mi sono premurato di rileggere qualche passo della Divina Commedia e ho trovato una terzina che compendia pienamente il mio pensiero su Nata Viva:

 

Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.
(Paradiso, Canto XXXIII, 7-9)

 

 

 

L'amor che move il sole e l'altre stelle

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 L’amore appunto è il fondamentale alimento che completa la conoscenza umana; il filo mancante che mi ha fatto trovare il bandolo della matassa per la conoscenza di Zoe e della sua famiglia. L’amore che dà senso e significato a questo romanzo di formazione, rapsodico quanto basta a farne uno strumento educativo sulle diversità umane; un significato esistenziale in senso letterario e pedagogico, così come Zoe stessa invita a considerare nelle pagine di Nata Viva. Lo stesso amore del verso con cui Dante Alighieri chiude la sua Commedia: L’amor che muove il sole e le altre stelle.

 

Con quest’ultimo verso “paradisiaco” auguro la buona lettura a chi ha voglia di conoscere come Zoe Rondini è Nata Viva nonostante tutto.

 

 

 

 

Il film-corto Nata Viva

La perla finale è il film corto di Lucia Pappalardo; un film che ci mostra una Zoe Rondini piena di voglia di vivere, immersa e protetta dall'abbraccio affettuoso di una famiglia sempre presente. Nata Viva di Zoe Rondini - Film di Lucia Pappalardo

NATA VIVA è la storia di Zoe Rondini una ragazza che per i primi 5 minuti della sua vita non ha respirato. Zoe ha scritto un libro che racconta la sua vita, allegra e faticosa (Società editrice Dante Alighieri). Lucia Pappalardo l'ha trasformato in un breve film grazie al supporto dell'Associazione Nazionale Filmaker r Videomaker Italiani. Fotografia ENrico Farro e Valerio Nicolosi, Suono Marco Antonelli, Trucco Ilaria Mantini e Ilaria Puppio. E poi grazie a Marco Scali, Lorenzo Pierno, Delfy Santoro, Alessandra Fantini, Intro Spezione Abbraccialberi, Daniele Napolitano. E soprattutto grazie a Guido Damev.

Il matrimonio e la menzogna romantica

Oct 112017

Dalla discussione su Opinioni di un clown, di Heinrich Boll, libro scritto dallo scrittore tedesco nel 1963.

Riporto alcune considerazioni sul matrimonio scaturite e condivise nella discussione del gruppo di lettura sull'opera Opinioni di un clown, di Heinrich Boll, libro scritto dallo scrittore tedesco nel 1963.

 

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....potrebbe essere la sintesi di "stato" del clown Hans

 

 

Il mio intervento introduttivo

Scaldo l’atmosfera con le mie impressioni di lettura e le conseguenti intime risonanze rimurginate tra i miei neuroni ormai sfittici e le varie tastiere che al momento mi trovavo sottomano. Il mio approccio di lettura è stato molto energico perché ho ritardato l’acquisto del libro fino a qualche giorno prima dell'apertura della discussione. L’energia messa in gioco mi ha subito fatto fermare l’attenzione sulla prima frase, l'esergo scelto dall’autore per introdurre e connotare il romanzo: "Coloro ai quali non è stato annunciato nulla di Lui, lo vedranno, e coloro che non ne hanno udito parlare, lo intenderanno. (Rm 15,21)"


Dunque, come in Anna Karenina, anche in Opinioni di un clown, una frase di San Paolo introduce alla lettura del romanzo. Mentre Tolstoj si appella alla vendetta di Dio ovvero il perdono, in Boll l'appello è sulla capacità d'intendere il vero agire cristiano da parte di chi non conosce il vangelo; persone che, nella consapevolezza di "non sapere" ovvero di non conoscere la verità rivelata da Cristo, si affidano all’istinto rabbioso, alla poesia e a quel “lirismo” da clown ben evidenziato da Eloise; un lirismo molto più vicino alla verità che non la sbeffeggiante, compassata e arrogante ipocrisia sacerdotale dei notabili di turno.

Si entra in argomento.

Il titolo, la dedica ad Annemarie (moglie dell'autore) e la frase di San Paolo (dalla lettera aiRomani) sono i primi segni del romanzo; e ciascuno ha un significato specifico, che guida e orienta verso un tipo di lettura e una interpretazione; anche se, per altri versi, ogni lettura resta soggettiva perché è sempre mediata e filtrata dal vissuto esclusivo ed unico di chi legge.

 undefinedIl titolo "Opinioni di un clown" personalmente mi ha portato ad approfondimenti su "cosa significa essere clown" e che valore possono avere le sue opinioni nel contesto letterario, della storia, del racconto e, in generale, della vita. L'autore stesso, proprio nelle prime pagine del romanzo, fa "pensare" il suo clown con queste parlole:

"Sono un clown. Definizione ufficiale: attore comico, non pago tasse per nessuna Chiesa, ho ventisette anni e uno dei miei numeri si chiama "Arrivo e partenza": una (quasi troppo) lunga pantomima in cui lo spettatore confonde arrivo e partenza fino alla fine." L'interpretazione del personaggio è vincolata quindi a questa definizione che ci presenta un attore che interpreta e mette in scena in chiave comica, i paradossi della vita. Il fatto di non pagare tasse a nessuna Chiesa, fa pensare che questo uomo si sente libero, o meglio , un anarchico. La confusione tra "arrivo e partenza" del suo numero di pantomima, può essere letto come una metafora della vita, ovvero una confusione tra i momenti che la definiscono fisicamente nel tempo: la nascita (rinascita) e la morte.


La religione cristiana, basata sulla nascita, morte (e resurrezione), pregna già dalle prime righe, le vicende narrate nel romanzo.

 

 

 

Entra in scena Socrate

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"O Ateniesi, io ho per voi venerazione e affetto, ma debbo obbedire a Dio piuttosto che a voi; e finchè avrò un soffio di vita e le forse me lo concederanno, non cesserò di filosofare, di esortarvi e di ammonire chiunque di voi mi capiterà. [...] Giacchè, sappiatelo bene, è questo che mi ha comandato Dio, e credo che nessun bene maggiore abbia la vostra città che questo mio zelo a servire Dio, sollecitando voi, giovani e vecchi, a non prendervi cura nè del corpo nè delle ricchezze più che dell'anima, perchè divenga quanto migliore possibile, giacchè non dalla ricchezza deriva la virtù, ma dalla virtù la ricchezza e ogni altro bene ai cittadini e alla città."

 

 

Questa memorabile dichiarazione di Socrate starebbe benissimo in bocca al nostro clown. Il cristianesimo ancora non c'era, ma le teorie della filosofia si sostenevano con la religione. Socrate è stato condannato perchè il suo agire al servizio della Verità (incontrollabile dagli oligarchi del potere) avrebbe dato fastidio all'ordine sociale; il nostro clown... lo stesso.

 

Un inciso su René Girard.

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I Libri di Girard offrono una complessiva spiegazione religiosa dei comportamenti umani e sociali; giudicano Cervantes, Shakespeare, Marivaux e Proust più realisti di Marx; libri che, nel bel mezzo del soqquadro strutturalista sulle sponde del boulevard Saint-Michel, dichiarano: la chiave del paradiso è sotto i nostri occhi da duemila anni, nei Vangeli, dove non abbiamo avuto il coraggio di afferrarla, e Gesù è davvero l'unico Dio fattosi carne per l'eternità, come dicono il papa e le nonne bigotte... Un enorme sasso nello stagno delle nostre discussioni parigine e universitarie.

 

(Michel Treguer - Presentazione Bulzoni - Roma 2005).

 

 

Il rapporto tra Hans e Maria

Premetto un brano di Romano Guardini sul matrimonio cristiano che mi è servito per definire il rapporto tra Hans e Maria.

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"Il matrimonio non è meramente l'adempimento dell'amore nella sua immediatezza, che porta uomo e donna a unirsi, ma la loro lenta trasformazione che si compie nello sperimentare la realtà. Il primo amore non vede ancora questa realtà. Lo stimolo dei sensi e del cuore le conferisce un incantesimo; la avvolge in un sogno di fiaba e d'infinitezza. Solo lentamente essa si apre la strada, quando l'uno vede nell'altro la quotidianità, le insufficienze, il fallimento. Se allora accetta l'altro come è, in modo sempre rinnovato e attraverso tutte le delusioni; se porta con il partner le gioie e le pene dell'esistenza quotidiana così come la grande esperienza di vita, davanti a Dio e con la forza di Dio - cresce allora gradualmente il secondo amore, il vero e proprio mistero del matrimonio." (Romano Guardini - Matrimonio cristiano e verginità - Il Signore - Vita & Pensiero - Morcelliana)

 

Hans e Maria sperimentano il primo amore; l'amore non ancora trasformato dalla quotidianità coniugale. Considerato che l'amore cristiano trova nel secondo amore la coerenza della conversione, le mie riflessioni guardiniane - stavolta Girard aspetta da una parte - mi hanno condotto a riscrivere la storia di Hans e Maria nel modo seguente: Hans, toccato e sconvolto dalla morte della sorella, sente in sé un disperato bisogno d'amare e d'amore; il bisogno di una affettività che la sua età e la teutonica madre, cerbera e inebriata dal fascinoso potere del denaro, non sono in grado di offrirgli.

Maria, il primo amore, diventa così per Hans l'amore definitivo, coniugale e materno; un amore totale in cui annientare se stesso, in cui perdersi. Questo amore spaventa Maria e la spinge a rifugiarsi nell'accomodante, protetta e rassicurante coniugalità di un matrimonio cattolico. Hans acconsente per amore ma "la casta dei cattolici" chiede di più: vogliono che i figli siano educati al cattolicesimo. Hans non ci sta, si rifiuta e Maria fa la sua scelta rassicurante. Hans il clown diventa la pecora nera; il capro espiatorio di una società distrutta dalla guerra che cerca di rifondarsi sul "mito" falsamente cattolico; un mito fondato sulle regole dei sacerdoti e non sull'amore cristiano.

 

undefinedL'attualità di questa divaricazione tra società reale e chiesa cattolica è confermata dal fatto che finalmente un Papa innovativo come Francesco ha convocato un Sinodo straordinario per trovare rimedio a situazioni balorde e ipocrite che non fanno che alimentare l'anticlericalismo mai sopito che, personalmente considero ormai svilito e anacronistico. Il matrimonio che cerca (e vive) Hans è puro; quello che gli offre Maria è corrotto e imbrattato di mondanità clericale. Il clown Hans abdica e si lascia uccidere nella moltitudine emarginata di una stazione. L'arrivo, la partenza, i treni, i viaggiatori, Maria, gli emarginati, i mendicanti, tutti si confondono nel movimento e svaniscono nel nulla assoluto.

l buio rassicurante del caos primordiale.

 


La necessità di rifondazione sociale che Boll descrive nel romanzo, fa emergere contraddizioni che ancora  adesso caratterizzano la società evoluta del terzo millenio; contraddizioni che nessuna alchimia potrà mai ridurre a semplici convenzioni sociali. L'amore tra l'uomo e la donna non è scritto sui libri nè sui registri parrocchiali ma è quel secondo amore che Romano Guardini è riuscito a definire con chiarezza: un amore che prende linfa dalla realtà vissuta nella quotidianità coniugale. Un amore che piano piano accoglie e ama l'altro così com'è "nella buona e nella cattiva sorte" diceva una volta la formuletta del prete; quello che "univa due metà" in matrimonio; anzi due unità che il "secondo amore" guardiniano, piano piano potrà trasformare nelle due metà dell'unità coniugale.

 

 

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Per chi desidera sbirciare cosa ci siamo detti nella discussione, ecco il link:  Discussione Opinioni di un clown

 

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