Il Blog di Rosario Frasca

Le opinioni di un Clown, ovvero: Il mito di Er

Il sacrificio, un diritto accordato da Dio.

Oct 302020

undefinedUn elegante ed arabesco esempio di sacrificio(*) nei gesti quotidiani di Amina, la giovane sposa del sayyed Ahmad

 

Il brano è tratto dal romanzo "Tra i due palazzi” - primo romanzo della "Trilogia del Cairo" di Naghib Mafuz, Nobel 1988. 

Questo breve racconto dell'ora consacrata al terrazzo della giovane sposa del sayyed Ahmad, può essere considerato un esempio di quella "varietà straordinaria di forme narrative, cui Marco Porta, nella sua relazione sull'ermeneutica realista di René Girard (vedi l'articolo René, il testo e la verità), riconduce le mitologie di ogni luogo del pianeta; narrazioni che attestano, con una sostanziale e ineludibile unanimità, la vicenda che nel caos primordiale la violenza di tutti contro tutti si risolve improvvisamente nella violenza di tutti contro uno. 

 

 

 

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 Amava le galline

L'ora consacrata al terrazzo traboccava per lei d'amore e di gioia, poiché era una riserva inesauribile di cose di cui occuparsi, una fonte di divertimento e di allegria. Non c'è da meravigliarsi, poiché il terrazzo era il mondo nuovo, sconosciuto alla grande casa, prima che ella ne entrasse a far parte. L'aveva infatti ristrutturato a gusto suo, mentre la grande casa aveva mantenuto il medesimo aspetto con cui era stata costruita in epoca remota. In quelle gabbie, fissate ad alcuni muri, dal giorno in cui erano state istallate tubavano le colombe; in quei piccoli pollai di assi di legno, dal giorno della loro costruzione le galline chiocciavano.

La gioia s'impadroniva di lei quando gettava il grano o metteva a terra i recipienti con l'acqua verso i quali le galline si spingevano seguendo il gallo. I becchi si abbattevano allora sul grano, frettolosi e regolari come aghi di macchine da cucire, lasciando sulla terra polverosa minuscole cavità simili a quelle lasciate dalla pioggerella. Come esultava quando, guardandole, ne vedeva qualcuna alzare la testa e osservarla con occhi stretti e puri, curiosa e intrigante, chiocciante, in un sentimento d'affetto reciproco che le riempiva il cuore di tenerezza! Amava le galline e i piccioni come tutte le creature di Allah in generale. Faceva loro dei discorsi affettuosi credendoli capaci di comprendere e di recepire con emozione.

 

 undefinedUn diritto accordato da Dio

 La sua immaginazione riconosceva il privilegio di sentire e di capire agli animali e talora anche alle cose. Era praticamente convinta che queste creature cantassero la gloria del Signore, partecipi per motivi diversi al mondo dello spirito. Il suo universo, quindi, con la sua terra e il suo cielo, i suoi animali e le sue piante, era un universo vivo e intelligente. Inoltre, ella non vedeva le qualità particolari di questo universo solo nel canto della vita che da esso emanava, ma anche nel senso di adorazione che se ne sprigionava! Non era strano, pertanto, che lasciasse aumentare il numero dei vecchi galli e delle galline decrepite, adducendo questo o quel pretesto: che una era molto prolifica, l'altra buona ovaiola e che un gallo in particolare, era la sua sveglia mattutina!

Forse, se fosse dipeso solo da lei, non avrebbe mai accettato di usare su queste creature il coltello e, se le circostanze la obbligavano a sgozzarne qualcuna, sceglieva la gallina o il piccione con una sorta di malessere. Gli dava da bere, gli diceva "Dio abbia misericordia di te" invocava il nome del Signore implorandone il perdono. Poi sgozzava la bestia, avendo come unica consolazione il fatto di usufruire di un diritto accordato da Dio, il Benefattore, e da Lui esteso a tutto il genere umano.

 

Commento

La gallina sgozzata assume così le caratteristiche di vittima sacrificale; la violenza di tutti contro tutti del caos famigliare si risolve nella violenza di Amina, (in rappresentanza di tutta la famiglia), contro la gallina.

Emblematica la scelta di una vittima con una sorta di malessere ("se le circostanze la obbligavano a sgozzarne qualcuna, sceglieva la gallina o il piccione con una sorta di malessere") che avvalora la tesi del "sacrificio sostitutivo" di cui Renè Girard scrive nel suo lavoro "La violenza e il sacro".

Il ruolo di Amina è quello della sacerdotessa;
il ruolo della gallina è quello "vittima";
il terrazzo è il "tempio".

Compiuto il sacrificio, la pace e l'amore che pervade Amina si trasmette e si effonde a tutta la famiglia. L'ora "consacrata" al terrazzo da Amina, assume tutto il valore di un rito sacrificiale ri-fondativo della piccola comunità famigliare.

 

Note

(*)

Sacrificio: atto rituale attraverso il quale si dedica un oggetto o un animale o un essere umano a un’entità sovrumana o divina, sottraendolo alla sfera quotidiana, come segno di devozione oppure per ottenere qualche beneficio. (Treccani)

Il sacrificio (Sacer-facere) é l'atto che rende sacro un tempo, uno spazio, un oggetto, che da quel momento é separato dalla realtà comune, la quale diviene perciò "profana"(pro-fanum, davanti o fuori dal tempo). (Marco Porta - L'enigma del sacro)

"Indagato senza i pregiudizi e le eccessive cautele di derivazione relativista, il vasto universo mitologico ha potuto svelare nell’analisi girardiana una verità “storica” di fondamentale importanza, e cioè che l’ordine e l’organizzazione sociale delle primitive comunità umane traggono origine da una violenta crisi risolta per mezzo di un sacrificio". (Marco Porta - La verità nel testo)

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Marc Chagall, "Crocifissione bianca " (1938) 

 Link:René il testo e la verità

La poesia bambina

Apr 272020

Apr 032020

In tempo di pandemia da coronavirus, sono venuto a conoscenza che era stato fatto il tampone a una coppia di nostri amici. La loro figlia più grandicella, probabilmente stimolata dalla straordinarietà dall'evento, ha voluto raccontare il suo punto di vista con una poesia, per dare testimonianza all'evento.

Ho rimurginato su questa bellissima voglia di poetare un dramma sociale, da parte di una bambina; e ho deciso di impegnarmi a leggere la poesia e trovare spunti di riflessione "socialmente stupidi"; potevo farlo, il tempo non mi sarebbe mancato.

Ho telefonato agli amici "tamponati", un po' per confortarli, un po' per avere notizie dirette e, soprattutto, per chiedere della poetessa bambina. Parlando con il papà al telefono, mi sono rasserenato sullo stato di salute della famiglia e gli ho chiesto se potevano farmi avere la poesia che aveva scritto la sua poetica bambina. Con i potenti mezzi di comunicazione, che stiamo tutti rivalutando in questi tempi di forzato isolamento, due minuti dopo ho ricevuto l'innocente e originale testimonianza poetica di una bambina di nove anni ai tempi del coronavirus.

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Mercoledì 25 marzo

Sono preoccupata

Oggi mamma fa il tampone,

se è positiva che figurone!

Domani sapremo i risultati

Siamo tutti preoccupati.

Intanto cerco la speranza

di godermi questa vacanza.

Mi mancano molto gli insegnanti

E di giorni tristi ce ne sono tanti.

La situazione.

Mamma deve fare il tampone; certo se vien fuori che è positiva, sarebbe un dramma, però, con gli altri faremo un figurone: abbiamo fatto il tampone! Ma i risultati non ce li danno subito, li sapremo domani; questa attesa lascia sospesi, ci mette in ansia: l'ansia dell'attesa; l'ansia di non conoscere, di non sapere. Ecco, siamo preoccupati; ma a me non importa: stò con mamma e con papà e con loro sono al sicuro, non ho nulla da temere.

La metamorfosi

Nell'attesa, per non pensare alla mancanza dei risultati, provo a cercare un po' di speranza; per esempio, immagino di godermi una bella vacanza.

La catarsi

Già la vacanza; ma in vacanza non ci sono gli insegnanti! In questa situazione, a casa da sola, mi mancano molto gli insegnanti, i loro rimproveri, le lodi, le coccole, le interrogazioni, le punizioni... uffa, che faccio?... sono un po' triste; e di giorni tristi ce ne sono ancora tanti...

Sono preoccupata.

Commento

Ha nove anni, é leggera, educata, spiritosa, vivace, intelligente. Lei guarda il mondo intorno a sé, osserva e percepisce la preoccupazione della mamma, la precarietà della situazione, il sospetto di un contagio: che non sa cos'é ma mette in agitazione i suoi genitori; percepisce la loro paura, la metabolizza e muta il suo umore secondo quello che la situazione le suggerisce: cerca, immagina, attende, ricorda, sente, immagina ancora e si preoccupa.

Il poetare, é la sua via di fuga da una situazione precaria, verso una stabilità affettiva, verso una carezza, uno sguardo; verso una coccola dei suoi insegnanti di cui sente tanto la mancanza.

È ancora piccola per preoccuparsi e lo grida nel titolo della sua poesia.

...qualche giorno dopo aver scritto la poesia, la poetessa invia un messaggio di auguri alla sua maestra

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RF

Pasolini

Mar 032020

"Le ceneri di Gramsci", il poemetto che dà il titolo alla raccolta, datato 1954 e pubblicato sul n. 17-18 di Nuovi Argomenti del novembre-febbraio '55-'56.

 

undefinedAntonio Gramsci (1891-1937), filosofo italiano, organizzatore e co-fondatore del Partito Comunista Italiano. Gramsci scrisse più di trenta quaderni di storia e analisi durante la sua prigionia voluta da Mussolini. I suoi Quaderni dal Carcere contengono sia idee relative alla storia italiana e al nazionalismo, sia riflessioni originali sul Marxismo e principi critici ed educativi, tra cui il famoso concetto di egemonia culturale. Morì poco dopo il suo rilascio a causa di problemi di salute.

 

 

 

 

 

Scrive Pasolini:

Intorno ai quarant'anni, mi accorsi di trovarmi in un momento molto oscuro della mia vita. Qualunque cosa facessi, nella «Selva» della realtà del 1963, anno in cui ero giunto, assurdamente impreparato a quell'esclusione dalla vita degli altri che è la ripetizione della propria, c'era un senso di oscurità. Non direi di nausea, o di angoscia: anzi, in quell'oscurità, per dire il vero, c'era qualcosa di terribilmente luminoso: la luce della vecchia verità, se vogliamo, quella davanti a cui non c'è più niente da dire.

 

Mi sono immaginato un piccolo dialogo tra il poeta e il filosofo che s'incontrano a Testaccio.

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Pasolini chiede a Gramsci, che dorme "nella stessa pasta dei sogni" di una tomba, nel cimitero acattolico di Testaccio:

 

«Mi chiederai tu, morto disadorno,

d'abbandonare questa disperata

passione di essere nel mondo?»

 

Gramsci dall'aldilà risponde a Pasolini, che si consuma nell’al di qua, alle falde del "Monte de' cocci":

 

Solo l'amore, solo il conoscere conta,
non l'aver amato, l'aver conosciuto.
Dà angoscia il vivere di un consumato amore
L'anima non cresce più.

 

Un pensiero profondo, abissale; parole che inchiodano e vincolano inesorabilmente l'amore e la conoscenza - cioè la realtà - solo al presente, nell'atto, nell'azione; e vestono il passato di quel "consumato amore” nell'immobilità paralizzante di un'angoscia non voluta e rabbiosa.

 

undefinedUna rabbia che cova dentro. Pasolini sente la sua esistenza dispendersi - come le ceneri di Gramsci - nell'indeterminatezza di un nulla abissale. Questa è stata la sua vita il suo dolore, la sua rabbia poetica.

Il suo "Il Vangelo secondo Matteo", oggi rivalutato e restaurato, rappresenta la sintesi simbolica di questo suo "vivere contro".

 

 

Bisogna rileggere tutta l'opera pasoliniana in questa chiave di angoscia esistenziale, per rivalutare tutta la potenza del suo "j'accuse" contro la casta ipocrita e arrogante del potere politico e mediatico.

 

 

La sua morte e le sue opere assumono, in quest'ottica, il valore di testimonianza e di documento storico.

La sua memoria affettiva e il suo vissuto angoscioso è presente, latente e virulento, in tutte le sue opere; eppure lui in quella selva oscura vedeva "la luce della vecchia verità, quella davanti a cui non c'è più niente da dire."

 

 

Io, tu...l'altra

Jan 272020

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Giuliana Mangione
27 gennaio 2016

Ai miei amori
Rosario, Matteo, Luca

Io, tu... l'altra

È un mese che abbiamo smesso di frequentarci.
Un mese che non ci tocchiamo più, non ci parliamo più, non usciamo più insieme.
Ho deciso io di non avere più nulla a che fare con te, io ho troncato ogni rapporto, io ho eluso ogni occasione per stringerti ancora tra le dita.


Mi hai fatto troppo male e questa volta non sono riuscita a perdonarti. Troppo male ho sopportato per una malsana attrazione che avevo e forse ho ancora verso di te.


Devo riconoscere che in alcuni momenti della mia vita, specialmente quelli dolorosi, se non ti avessi avuta accanto sarebbe stato difficile venirne fuori. Mi hai tenuto compagnia nelle notti insonni, mi hai consolata quando la solitudine mi attanagliava, alcune volte ho pensato tu fossi l'unica che potesse capirmi.


Mi sbagliavo.


Vedere negli occhi dell'uomo che amo la paura di non essere in grado di aiutarmi a liberarmi di te, della tua subdola manipolazione nei miei confronti e in quelli degli altri, del tuo spregiudicato modo di amarmi fino a togliermi il respiro, mi hanno dato il coraggio di lasciarti e questa volta per sempre.


I primi giorni senza di te sono stati duri, una sera sono stata sul punto di accarezzarti ancora, mi sembrava persino che senza te non valesse la pena vivere. A che punto mi hai portata... altro che "50 sfumature di grigio"!
Quella sera ho capito che avevo bisogno di aiuto. Il rischio era che riprendessi ad avere talmente bisogno di te da permetterti di abusare di me. Ancora una volta.


Poi ho trovato lei, ormai posso considerarla un'amica, mi ha aiutato e mi sta aiutando a non considerarti più di quello che vali. Certo non brucia di passione come facevi tu quando eri parte della mia vita, ma posso farmi accompagnare da lei in quasi tutti i luoghi dove io e te insieme non eravamo benvolute.


Gli amori della mia vita la vedono di buon occhio, sorridono quando mi rivolgo a lei con allegria dopo una serata insieme.
So che tenterai ancora di farmi tua, di farmi sentire inadeguata in alcuni luoghi, in certi contesti, ma dopo quarant'anni ed oltre di convivenza, ti conosco abbastanza per sapere che non hai la pazienza per aspettarmi più di tanto. Chi te lo fa fare, hai un mondo ai tuoi piedi, per te è più facile fare a meno di me.

 
Io dovrò lottare ancora per fare a meno di te, ma con il suo aiuto ci riuscirò.


Ti ho amata molto, troppo, un amore mal corrisposto, ma mi rendo conto ora che era l'unico fossi in grado di darmi. Ciao bionda, anzi... addio.

 

(Il ritratto è opera di Sara Mangione)

Il viaggio nell'aldilà di Fellini

Jan 242020

 

 

"Il viaggio di G. Mastorna", storia di uno che è morto ma non lo sa (Fellini)

 

boni operis
bene operandum

 

 

"In quei giorni mi sono convinto di poter morire di infarto anche perché ho temuto che l'impresa fosse sproporzionata alle mie forze. Liberare l'uomo dalla paura della morte. Come l'apprendista stregone che sfida la sfinge, l'abisso marino, e ci muore. È il mio film - ho pensato - che mi ammazza."(Federico Fellini, "Fare un film")

 

Fellini ricorre alla metafora dell'apprendista stregone per spiegare il suo senso di frustrazione nell'aver ideato, progettato e sceneggiato un film che non ha saputo o potuto o voluto realizzare: liberare l'uomo dalla paura della morte, per Fellini è rimasto un sogno, un proposito eroico, un'opera incompiuta.

L'apprendista stregone (in tedesco Der Zauberlehrling) è una ballata composta nel 1797 da Wolfgang Goethe, ispirata a un episodio del Φιλοψευδής (Philopseudḗs , ovvero "l'amante del falso") di Luciano di Samosata.[1]

Dall'opera letteraria, il compositore francese Paul Dukas ricavò l'impianto del suo poema sinfonico "L'apprendista stregone". Alla storia si sono ispirate diverse opere successive, la più famosa delle quali è un episodio del film d'animazione Disney Fantasia (1940) con protagonista Topolino.

La ballata di Goethe racconta di uno stregone che si assenta dal suo studio, raccomandando al giovane apprendista di fare le pulizie. Quest'ultimo si serve di un incantesimo del maestro per dare vita a una scopa affinché compia il lavoro al posto suo. La scopa continua a rovesciare acqua sul pavimento, come le è stato ordinato, fino ad allagare le stanze: quando si rende conto di non conoscere la parola magica per porre fine all'incantesimo, l'apprendista spezza la scopa in due con l'accetta, col solo risultato di raddoppiarla, perché entrambi i tronconi della scopa continuano il lavoro. Solo il ritorno del maestro stregone rimedierà al disastro. La morale della ballata è chiara: il limite delluomo di fronte al mistero, di fronte all'immensità di tutto ciò che non conosce. La conoscenza è come l'acqua della metafora: più ne togli, più ce n'è da togliere.

L'espressione è diventata proverbiale anche in italiano. Nel lessico letterario e giornalistico, l'apprendista stregone è una persona che ha la presunzione di avventurarsi in ambiti che non conosce, applicando metodi e tecniche che ancora non è in grado di padroneggiare, con l'alto rischio di provocare danni irreversibili per tutta la collettività. La figura dell'apprendista stregone si può inoltre considerare anticipatrice di quella dello scienziato pazzo, personaggio tipo della narrativa e del cinema popolare nel Novecento.

 

"Il viaggio di G. Mastorna", il film ideato, scritto e mai girato di Federico Fellini, rientra in pieno tra le opere riconducibili al mito letterario dell'apprendista stregone. L'ossessione di Fellini, per la parola "fine", che non voleva apparisse al termine del film, racchiude questo significato mitico dell'apprendista stregone:

 

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l'impotenza dell'uomo di fronte al mistero dell'aldilà

 

La realizzazione dell'aldilà onirico di Fellini, resta un'opera incompiuta; un logos sovrumano che l'artista non ha saputo e/o potuto e/o voluto rappresentare. Il grande regista, come l'apprendista stregone, sembra che si sia arreso al suo desiderio inappagato; ma, a ben guardare, la parola "FINE" al termine del suo film non è stata scritta. Questa sua irrequietezza di fronte alla parola "fine", è già un segno che connota il suo personale e problematico rapporto con la morte: il suo intimo rifiuto per quell'ultimo respiro, l'atto che per lui rappresentava la "fine" di tutto. Un pensiero che lo costringe nell'angoscia; al vuoto esistenziale di un uomo che si nega qualsiasi futuro: un uomo senza speranza.

 

 

 undefinedIl grande sipario si è chiuso inesorabilmente anche per lui; ma aldilà del sipario, il suo set resta pienamente operativo: la sua opera continua per sempre, in eterno, nei percorsi misteriosi dell'aldilà. "Il viaggio di G. Mastorna" non finirà mai. Il fastidio fobico di Fellini per la parola "fine" è superato: quella brutta, incombente e minacciosa parola, non è comparsa nei titoli di coda del suo film: la "fine" non ha corrotto il senso e la purezza del suo mondo onirico. In fondo, qualsiasi opera d'arte è, e resta, un'incompiuta d'autore: perchè comunque l'opera si perpetua e si sviluppa in chiunque la guarda, la legge e la interpreta, risuscitandola a nuova vita, nei secoli dei secoli.

 

L'opera omnia di Fellini altro non è che la rappresentazione onirica e della sua vita, filtrata e addolcita dalla memoria affettiva; il ricordo indulgente verso l'icona di un vissuto in un mondo di macerie, ruderi oscuri e fondali luminosi; terrificante e poetico; una realtà onirica che si rivela in tutti i suoi film, in tutte le sue stupefacenti e immaginifiche sceneggiature.

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Ogni personaggio dei suoi film è una maschera di un vero Fellini, che ci guarda sornione dallo schermo velato e rugoso di un cinema di periferia e ci dice: "Ecco, anche questo film serve a qualcosa. Io non lo so a che cosa serve… se uno sapesse tutto, quando si nasce, quando si muore, sarebbe Dio. Io non lo so a che cosa serve questo film, ma serve. Perché se non serve questo film, non servono neanche le stelle.." (cfr. Federico Fellini, La Strada).

 

 

 

 

L'opera incompiuta di Fellini ci rappresenta, insieme a tutte le nostre periferie esistenziali che cercano alloggio nei quartieri "incorrotti" e misteriosi di un aldilà onirico e purificante. La morte, ovvero la porta dell'aldilà, qualcuno ha voluto fissarla in immagini danzanti in note dolcissime.

 


 

 Dialogo dal finale di 8 e 1/2

(R) Luisa, mi sento come liberato; tutto mi sembra buono, tutto ha un senso, tutto è vero.

Ah come vorrei sapermi spiegare, ma non so dire.

Ecco, tutto ritorna come prima, tutto di nuovo confuso; ma questa confusione sono io: io come sono e non come vorrei essere; e non mi fa più paura.

Dire la verità, quello che non so, che cerco, che non ho ancora trovato;

solo così mi sento vivo e posso guardare i tuoi occhi fedeli senza vergogna. È una festa la vita, viviamola insieme.

Non so dirti altro Luisa, nè a te nè agli altri; accettami così come sono, se puoi; è l'unico modo per tentare di trovarci.


(L) Non so se quello che hai detto è giusto; ma posso provare ...se mi aiuti.

 

 

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Per correr miglior acqua alza le vele

ormai la navicella del mio ingegno,

che lascia dietro a sé mar sì crudele;

 

   e canterò di quel secondo regno,

dove l'umano spirito si purga

e di salire al ciel diventa degno.

(Purgatorio, Canto I - Dante Alighieri)

 

Deo gratias!

Oct 062019

 

E ancora proteggi la grazia del mio cuore

Adesso e per quando tornerà l'incanto

L'incanto di te, di te vicino a me

(Vinicio Capossela - Ovunque proteggi)

 

Suor Beatrice di Gesù Fortunati

 

Monastero - Manziana, 18 settembre 2019

Professione perpetua di Suor Beatrice

Nota di ringraziamento

 

Il giorno dopo è… 

Se la felicità fosse un vizio oggi mi potrei dire molto viziosa, se fosse una virtù molto virtuosa, se fosse un’abitudine potrei dire che sono stata rivestita di un abito di gioia e oggi ne sono ornata come non mai. Ed è molto più bello di ciò che mi aspettavo, avevo infatti un po’ di timore del “giorno dopo…” …e invece…

Il giorno dopo la professione perpetua, alle 11 di mattina, mi sono ritrovata sulla panchina del terrazzo del Noviziato, seduta stanca serena, e stavo lì; semplicemente lì, in quell’angolino di mondo, a guardare il celeste intenso del cielo e seguire i movimenti del vento tra le nuvole e c’era in me la sensazione della bellezza della vita che mi veniva incontro: semplice, fresca, accogliente.


E ripensai a quando tutto cominciò.

Ero adolescente e sognavo il mio futuro. C’è sempre stato in me il desiderio profondo di essere felice e insieme l’idea che, prima o poi, anch’io avrei vissuto il mio “giorno speciale”, il giorno del “Si per sempre”. Poi a 17 anni, mi capitò di partecipare ad un ritiro spirituale, grazie a mia madre, che mi obbligò ad andare senza possibilità di replica, e fu il primo “deserto” della mia vita. In quel giorno, erano circa le quattro del pomeriggio, aprii la bibbia e lessi nel capitolo secondo di Osea i versetti 21-22:

Amore e Psiche - (M. Capitolini)

undefined“Ti farò mia sposa per sempre,
ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto,
nella benevolenza e nell’amore,
ti fidanzerò con me nella fedeltà,
e tu conoscerai il Signore”.

Dentro le mie viscere ci fu uno sconvolgimento, non sapevo dove mi avrebbero portato quelle parole, ma sapevo chiaramente che Dio aveva parlato a me, alla mia vita. Sono passati 22 anni da quel caldo agosto a Collevalenza e oggi quella parola si è realizzata, oltre ogni mia immaginazione.


Ed è tutto vero!

Dire il “Sì per sempre” a Dio: per, con, in Gesù Cristo; dire il “Sì per sempre” all’amore ha come frutto: l’Eternità. Cioè il gusto di sentire che la propria vita è stata innestata definitivamente nel flusso di quel tempo eterno che passa attraverso i secoli, di generazione in generazione, e che dà valore ad ogni singolo atto che viene compiuto, e in cui nulla viene perduto, ma tutto, proprio tutto di ciò che si vive, diventa “materia di futuro”. Da qui il grande desiderio di fare del bene ed evitare il male; e di “fare del bene” - o come si dice qui in Monastero - di “fare di ogni azione un atto d’amore!”.


 E ora penso proprio d’aver preso l’abitudine d’essere contenta; infatti sin dal mattino c’è un sorriso sereno sulle mie labbra e vedendo il sole che sorge faccio un grande respiro e sento l’anima come volare e poi mi viene una gran voglia di vivere. Come la sensazione chiara d’essere felice semplicemente, di esistere, di esserci, e sentire nel cuore sbocciare un sentimento profondo di gratitudine per essere amata tanto, comprese fragilità, e poi meravigliarmi ancora per il nuovo giorno che si apre dentro una promessa, che mi accoglie e mi dice: “Questo oggi è per te, perché tu viva e sia felice!”.

 

 Noli me tangere - Beato Angelico


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Grazie di aver partecipato alla mia gioia,
grazie per la benevolenza e l’amicizia,
grazie di esserci.
Nel cuore e nella preghiera… ora per sempre!
Deo gratias!

 

Suor Beatrice di Gesù Fortunati

 


 

 

 

 

 

 

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