Il Blog di Rosario Frasca

Le opinioni di un Clown, ovvero: Il mito di Er

Monologo di Giuda

apr 162025

 

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il bacio di giuda caravaggio 

 

Monologo di Giuda

Nessuno dica che Gesù non l’ho amato. Dopo aver visto i Suoi primi miracoli, mi sembrava d’impazzire; mi ripetevo: 

rallegrati o terra è giunta la liberazione del povero; e tu Roma incomincia a tremare; e tu Giuda preparati: sarai uno dei suoi dodici re.

Ma presto cominciarono le delusioni. La cosa prese una piega vagamente spirituale; guariva servi di centurioni come se niente fosse; risolveva solo casi personali: numerosi sì, ma solo personali; cinquemila bocche affamate saziate nel deserto; ma solo in quanto bocche personali. Invece i poveri li avrete sempre con voi diceva.

Bah! Presto si vide che non portava al mondo una rivoluzione politica; parlava come se la politica non esistesse. Quegli occhi chiaroveggenti vedevano solo il cuore privato; accecati dalla loro stessa luce non vedevano il mondo. Che importa il cuore di Giuda di fronte ai problemi del mondo; di fronte all’enormità storica del male e delle ingiustizie. Eppure a lui importava molto il mio cuore: io ero tutto per lui. I suoi occhi dentro di me vedevano tutto ma non vedevano i mali e le ingiustizie del popolo d’Israele.


Ah quell’eterna ambiguità: non sono re, sì lo sono, anzi, no non lo sono; o meglio lo sono, ma solo nel senso immateriale della parola, solo in senso spirituale. Bella roba poi quell’entrata trionfale in Gerusalemme: un Rabbi vestito da prima comunione al trotto di un asinello. Costui vuole soltanto morire sgozzato.

Giuda preparati che la storia ti assolverà; il senso della storia... ma non mi considero peggiore degli altri: Giovanni il carino che Gli dorme sul petto, Pietro la roccia su cui fondare la chiesa, Giacomo il tuono che dorme anche lui nella Sua mano… Maledetti undici dell’altro mondo! Ruffiani; e poi si dirà che son io il vile.

La parola vile mi perseguita dall’infanzia. La vidi scritta negli occhi del maestro; la si leggeva nelle pupille di questi galilei; si moltiplicava per undici con estrema facilità. Io non so cos’è esser vile; sò soltanto cos’è essere Giuda; e intanto Lui insiste stupidamente a voler essere un agnello sgozzato.

Da un pezzo mi guarda come fossi un moribondo; non sopporto quello sguardo mite; non sopporto le sue allusioni mistiche: Io sono Giuda e lo odio! Ah con che dolcezza sibila il serpente dell’odio. Il mio nome è importante in questi abissi: Giuda, sì son Giuda! Non avevo mai sentito una voce così bella dopo quel “Giuda vieni e seguimi”; dopo quel maledetto inganno dell’altro mondo nella mia giovinezza.

(Testo parafrasato da: "Il libro della passione" di Josè Miguel Ibanez Langlois - edizioni Ares)

 link L'invidia di Giuda https://www.letteratour.it/ilblogdirosariofrasca/index.php?controller=post&action=view&id_post=36



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ratio imitarum naturam

 

La poesia che manca al mondo

ott 152024

Il testo "Ascoltare la voce di qualcuno" è tratto dalla "Lettera sul Ruolo della Letteratura nella Formazione"

scritta da Papa Francesco

 Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana


 

Scrivo dunque intorno a cose che né vidi né provai né appresi da altri,undefinede inoltre

di cose che non esistono affatto, e che non possono assolutamente esistere.

Perciò occorre che i miei lettori non ci credano per nulla.

(Luciano - Storia vera)

 

L'ottimismo è un'attitudine psicologica verso la vita. La speranza va oltre:

È l'ancora che si getta al futuro.

Consente di tirare la corda per raggiungere ciò che si desidera.

È sforzarsi nella giusta direzione.

Inoltre, la speranza è teologale: c'è Dio in mezzo. Per tutto questo, credo che la vita trionferà.

(Cardenal Jorge Bergoglio - El Jesuita)

 

 

 sono solo parole

 

 

ASCOLTARE LA VOCE DI QUALCUNO

 

Quando il mio pensiero si rivolge alla letteratura, mi viene in mente ciò che il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges diceva

undefinedai suoi studenti:

La cosa più importante è leggere, entrare in contatto diretto con la letteratura, immergersi nel testo vivo che ci sta davanti, più che fissarsi sulle idee e i commenti critici.

 Borges spiegava questa idea dicendo loro che:

- Forse all’inizio avrebbero capito poco di ciò che stavano leggendo,
- Ma avrebbero ascoltato “la voce di qualcuno”.

Questa è una definizione di letteratura che mi piace molto:


- Ascoltare la voce di qualcuno.
- Non si dimentichi quanto sia pericoloso smettere di ascoltare la voce dell’altro che ci interpella!

Si cade subito nell’autoisolamento e si accede a una sorta di "sordità spirituale”. Questo incide negativamente sul rapporto con noi stessi e sul rapporto con Dio, a prescindere da quanta teologia o psicologia abbiamo potuto studiare.
Seguendo questa via, che ci rende sensibili al mistero degli altri, la letteratura ci insegna a toccare il loro cuore.
Come non ricordare, a questo punto, la parola coraggiosa che, il 7 maggio del 1964, San Paolo VI rivolse agli artisti e, dunque, anche ai grandi scrittori. Egli disse:

«Noi abbiamo bisogno di voi. Il Nostro ministero ha bisogno della vostra collaborazione. Perché, come sapete, il Nostro ministero è quello di predicare e di rendere accessibile e comprensibile, anzi commovente, il mondo dello spirito, dell’invisibile, dell’ineffabile, di Dio. E in questa operazione, che travasa il mondo invisibile in formule accessibili e intelligibili, voi siete maestri».

Ecco il punto:
- Compito dei credenti, e dei sacerdoti in particolare, è proprio “toccare” il cuore dell’essere umano contemporaneo affinché si commuova e si apra dinanzi all’annuncio del Signore Gesù.
- In questo loro impegno, l’apporto che la letteratura e la poesia possono offrire è di ineguagliabile valore.

 

T.S. Eliot, il poeta a cui lo spirito cristiano deve opere letterarie che hanno segnato la contemporaneità, ha giustamente descritto la crisi religiosa moderna come quella di una diffusa incapacità emotiva.

Alla luce di questa lettura della realtà, oggi il problema della fede non è innanzitutto quello di credere di più o di credere di meno nelle proposizioni dottrinali. È piuttosto legato all’incapacità di tanti di emozionarsi davanti a:
- Dio,
- La sua creazione,
- Gli altri esseri umani.

C’è qui, dunque, il compito di guarire e di arricchire la nostra sensibilità. Per questo, al mio ritorno dal Viaggio Apostolico in Giappone, quando mi hanno chiesto che cosa ha da imparare l’Occidente dall’Oriente, ho risposto:

Credo che all’Occidente manchi un po’ di poesia

 

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ratio imitarum naturam

 

Immagini:

Raffaella Castagna (orribile mostro & signora mostra)

Marc Chagall (Blue Circus)

 

Bibliografia:

- Storia vera - Luciano di Samosata

- "El Jesuita" - Sergio Rubin - Francesca Ambrogetti

- Lettera di Papa Francesco (link): https://www.evernote.com/shard/s236/nl/45966055/bcc34105-7f87-bf01-92fa-6c88f5480bd9

Le porte del Paradiso

ago 262024

Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.

(Mt 11, 25-30)

Citazione: "Molti anni dopo, davanti al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía avrebbe ricordato quel pomeriggio remoto in cui suo padre l’aveva portato a conoscere il ghiaccio."
(incipit Cent'anni di solitudine G. G. Marquez)
Ci sono tre modi per educare:
- Con la paura
- Con l’ambizione
- Con l’amore
Noi rinunciamo ai primi due. (Rudolf Steiner)

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Questo è ciò che accade esattamente nel fare musica, a tutti i livelli:
- Mettere in relazione funzionale due o più elementi distinti per costruire o ricostruire una forma

 

L'approccio pedagogico

"Dopo di noi rimane la traccia del nostro cammino. Le tracce brillano e diventano stelle per le nuove generazioni." (Konstantin Iliev).

 


Quello che più mi ha intrigato nella lettura dei documenti e delle testimonianze su Konstantin Iliev, reperibili in rete e che da qualche tempo sto raccogliendo per conoscere l'uomo e l'artista, è stata una frase iconica, un lascito, il testamento culturale di un maestro d'arte che mi ha spinto a focalizzare la ricerca sulla valenza pedagogica del suo agire e del suo operare nelle rovine di un mondo sconvolto dalla guerra e in cerca di nuovi riferimenti sicuri, universali, eterni.
Come per magia, nell'ordinare gli appunti mi è capitato sotto gli occhi un libro che è stato il mio personale "rompighiaccio":

"Cent'anni di solitudine" di G.G. Marquez; il romanzo iconico di un autore latino-americano che per me è diventato il vademecum generazionale del "sessantotto"; in quegli anni in cui tutto il sistema sociale è stato scosso da spiriti di ribellione di una gioventù mortificata nei stereotipi "occidentali" del politicamente corretto. Nel rapportarlo alle vicende e all'opera di Konstantin Iliev ho potuto constatare che "tutto il mondo è paese".


Anche Konstantin, come me, come noi, ha dovuto rompere il ghiaccio generazionale e politico che bloccava gli spiriti liberi di una gioventù che si sentiva rifiutata, emarginata, inappagata, incompresa.
Cent'anni di solitudine di un uomo, cent'anni di insegnamenti, cent'anni d'amore per la musica, per i colleghi Maestri, Direttori, Orchestrali, Allievi assetati di musica e di novità proprio come lui.


Nell'ambito sconfinato e immanente dell'universo, cent'anni sono un attimo fuggente; quell'attimo che nelle limpide sere d'estate ci fa vedere le scie luminose di lontanissime stelle che tracciano a gran velocità la volta celeste; un cielo silenzioso, sereno, musicale che si estende armonioso sopra le nostre teste: un cielo che ci culla, ci custodisce, ci ama: quelle scie sono le tracce dei nostri desideri impossibili, dei nostri sogni irrealizzati, del nostro bisogno d'amore totale; stelle che che disegnano infinite tracce luminosissime che mai smetteranno d'illuminarci anche se non le vediamo, anche se non ce ne accorgiamo.
La frase di Konstantin Iliev meriterebbe d'essere affissa nel portale di tutte le scuole, accademie, conservatori, istituzioni musicali e artistiche:


"Dopo di noi rimane la traccia del nostro cammino. Le tracce brillano e diventano stelle per le nuove generazioni." (Konstantin Iliev).


Maestri, sacerdoti del politicamente corretto, ossequiosi operatori culturali, paladini del potere, fatevi da parte: lasciate alle nuove generazioni il compito di innovare questa umanità perduta, imprigionata nel reticolo dell'ipocrisia e del potere. Questo è il messaggio che io personalmente ho letto in quelle poche ma significative parole lasciate ai posteri dal Musicista, Compositore e Direttore d'Orchestra KONSTANTIN ILIEV.


Parlando del valore pedagogico, mi sono venute in mente le parole che Dante mette sul portale del suo Inferno; ma parafrasando ne ho ribaltato il senso, come se fosse la porta del Paradiso:


Per me si va ne la città celeste,
per me si va ne l'eterno amore,
per me si va tra l'amata gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi divina potestate,
la somma sapienza e 'l primo amore.
Dinanzi a me non fur cose create
se non eterne, e io eterna duro:
lasciate ogni tristezza, voi ch'entrate."

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L'Opera di Konstantin Iliev apre le porte del Paradiso.

 

ratio imitarum naturam

Monologhi o-scurati

apr 242024

Premessa

Si tratta di due monologhi lontani tra loro anni luce. Uno è l’attuale monologo salito alla ribalta dei media dopo essere stato rifiutato dalla Rai e divenuto virale nei social. L’altro è il monologo immaginato da Fellini che lo mette in bocca al violoncellista Mastorna il quale rifiuta il premio fasullo che gli viene assegnato nell’aldilà da una bella signora e dai notabili di turno. L'accostamento dei due monologhi è solo un divertimento scribacchino che ho voluto sperimentare per far arrivare un messaggio di gioia e di libertà in occasione della Festa di Liberazione: una festa democratica una memoria importante che non merita inutili polemiche e faziosità politiche. Buona festa e buona lettura a tutti.

 

La premiazione

tratto da "Il viaggio di G. Mastorna" di Federico Fellini)

Avanza, sul palcoscenico, una stupenda signora, in mantello di visone, broccato, parure di diamanti: come una Madonna. Sorride, a destra e a sinistra, rispondendo all'uragano di applausi. La segue un valletto dall'aria ascetica e glabra: un valletto che porta un enorme cofano stipato di buste. La bella e maestosa signora sorride e, di colpo, il suo enorme sorriso diventa un dettaglio ripercosso simultaneamente da tutti gli schermi televisivi.
Prende con la mano bianca, una busta e si prepara, con un gesto diafano, ad aprirla. Ma prima di ciò il presentatore dice, indicando un grande schermo che si illumina, come per incanto, dietro i trofei floreali del palcoscenico:

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Come sempre, lo sapete bene (la perfezione non ammette novità), noi proietteremo su questo schermo le scene esemplari della vita dei premiati. Questo dovrà servire, se non da esempio - visto che quello che uno fa non è detto che sappia farlo anche un altro, - almeno da giustificazione per la scelta che è stata fatta.

La bella signora sorride, come per mettere il punto a questo discorsetto e poi, con agili dita, apre una busta. Ed ecco che l'altoparlante scandisce rimbombando il suo nome. Chiamano lui, proprio lui.

Giuseppe Mastorna, violoncellista.

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Dietro le quinte, dove fervono i preparativi. Mastorna, con la faccia tutta impiastricciata di cerone, di rossetto e di nerofumo, esasperato da tutti quei toccamenti, (da tutte quelle attenzioni plateali, quegli occhi che lo fissavano), si alza di scatto e, pulendosi il viso con l'asciugamano, si avvia verso il palcoscenico, mentre scoppiano attorno applausi fragorosi. Squilli di fanfare, sventolio di bandiere, lancio di palloncini.

Un uomo con la fascia da sindaco gli si fa incontro, leggendo sui suoi foglietti la solita litania di lodi:

Avvicinati eletto figlio del vecchio pianeta Terra, splendida bandiera della raz...

Vuol dire "della razza umana" ma, nell'allargare le braccia, i foglietti gli volano via di mano e si sparpagliano per terra. Faticosamente s'inchina a raccoglierli ansimando, e continua, impappinandosi, il suo discorsetto.

...avvicinati, fa' che le mie indegne mani... l'aureo simulacro... ah no, ecco qua... maestro di armonia, artefice di incantesimi sonori, ti aspettavamo! Alla timida voce del tuo strumento palpitavano le foglie, l'uomo scuro e afflitto si sentiva chiamato al paradi...

si interrompe di nuovo, cercando il foglietto giusto. Il Presentatore gli viene in aiuto, raccogliendo da terra il foglietto dove c'è il seguito della frase, e continuando a leggere per lui:

...paradiso, il musicofilo assaporava l'esaudimento delle sue pretese estetiche. Tu ci onori, maestro, con la tua presenza, tu ci conforti, accettando il tangibile segno della nostra inesausta ammirazione!

Sul grande schermo che fa da fondale sul palcoscenico, appare un'immagine che dovrebbe essere quella di Mastorna. Ma non è Mastorna. L'immagine ritrae uno squallido tipetto insaccato in una veste da prete, che con aria sciocca e immobilizzato con la mano alzata regge un ombrello.

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Mastorna (indicando l'immagine): Ma quello non sono io!

Mastorna ripete con voce strozzata dalla rabbia: Quello non sono io! Non v'accorgete che è l'immagine di un altro?

Tutti ridono divertiti come d'innanzi all'incomprensibile capriccio di un bambino (con vivaci scuotimenti di testa e a gesti sembrano voler rassicurare Mastorna che l'immagine proiettata sul telone è proprio lui).

Implacabilmente la bella signora, sorridendo in uno sfavillio di denti bianchissimi, continua con la sua rotonda voce da cantante:

...l'aureo simulacro a cui si volgono i sogni di tanti. Che tu possa trascorrere qui da noi un'eternità felice!...

Così dicendo apre l'astuccio e fa per consegnarlo a Mastorna. L'astuccio, foderato di seta, contiene una piccola piastrina metallica dorata. Ma Mastorna non ritira il premio. Guarda il modestissimo trofeo in silenzio, con una smorfia di derisione e poi, con uno scatto furioso, dà un colpo all'astuccio e lo fa schizzar via dalle mani della signora, che rimane impietrita, con la bocca spalancata e gli occhi sgranati.


Nel silenzio improvviso che è sceso su tutti, una voce robotica fuori scena, comincia a parlare:

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 La fabbrica del tempo (Franco Fortunato)

 

(dal monologo di Antonio Scurati)

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"In questa nostra falsa primavera non si commemora soltanto l'omicidio politico; si commemorano anche le stragi nazifasciste perpetrate dalle SS tedesche, con la complicità e la collaborazione dei fascisti italiani, nel 1944. Sono luoghi nei quali i demoniaci alleati di Mussolini massacrarono a sangue freddo migliaia di inermi civili italiani. Tra di essi centinaia di bambini e perfino di infanti. Molti furono addirittura arsi vivi, alcuni decapitati.

Queste concomitanti ricorrenze luttuose - primavera del '24, primavera del '44 - proclamano che il fascismo è stato lungo tutta la sua esistenza storica - non soltanto alla fine o occasionalmente - un irredimibile fenomeno di sistematica violenza politica omicida e stragista. Lo riconosceranno, una buona volta, gli eredi di quella storia?

Tutto, purtroppo, lascia pensare che non sarà così.

Il gruppo dirigente post-fascista ha preso le distanze dalle efferatezze indifendibili perpetrate dal regime (la persecuzione degli ebrei) senza mai ripudiare nel suo insieme l'esperienza fascista, ha scaricato sui soli nazisti le stragi compiute con la complicità dei fascisti repubblichini, infine ha disconosciuto il ruolo fondamentale della Resistenza nella rinascita italiana (fino al punto di non nominare mai la parola "antifascismo"nelle diverse occasioni commemorative della Resistenza).

Mentre vi parlo, siamo di nuovo alla vigilia dell'anniversario della Liberazione dal nazifascismo. La parola che la Presidente del Consiglio si rifiutò di pronunciare palpiterà ancora sulle labbra riconoscenti di tutti i sinceri democratici, siano essi di sinistra, di centro o di destra. Finché quella parola non sarà pronunciata da chi ci governa, lo spettro del fascismo continuerà a infestare la casa della democrazia italiana".

Mastorna, dopo aver ascoltato la voce robotica, interviene animosamente:

Ma che state a di'? Eternità felice? Antifascismo? Qui? Con voi? In questa specie di circo equestre? In questa confusione, in questa volgarità? In questo cretinismo? Ma io ne faccio a meno della vostra felicità eterna!

Questa sarebbe la seconda vita, la vera vita? Questo il traguardo dove dovevamo arrivare dopo tanti anni di paure, di ansie, di solitudine, di male? Una vita tanto magra e amara, tutto per arrivare a questa festa sciagurata? È questo il regno di Dio?

(Con un urlo disperato).

Non è possibile! Con tutte le mie forze, con tutta la mia passione, con tutta la mia intelligenza, tutto il mio cuore io grido: non è possibile che la morte sia questa! Non dobbiamo accettarla, non possiamo accettarla!

Da bambini si andava in chiesa, ricordate?... Ci accompagnavano in chiesa,...si dicevano le preghiere, ci si andava a confessare... gli uomini hanno costruito cattedrali immense... hanno sofferto, sperato, si sono fatti uccidere... perché cosa? Rispondete: tutto per questo carnevale?


Da quando sono capitato qui, ogni cosa è confusione, tutto è incomprensibile, tutto è peggio di prima, una ridicola pagliacciata priva di senso che mi fa rimpiangere la nostra vissuta umanità, il nostro buon senso, ci fa rimpiangere la vita umana, con tutti i suoi errori. Chi ha inventato questa dimensione è un pasticcione confuso che ha bisogno del nostro aiuto, dei nostri consigli.
Che squallore, che desolazione di fantasia! È questa dunque la favolosissima morte?

Qualcuno dalla platea grida

Ma tu cosa aspettavi che ci fosse? Come te l'eri immaginata questa faccenda?

È vero... è vero. Cosa avrei voluto trovare?...Non lo so...

(Con uno scatto accorato).

Ma qualcosa deve pur esserci di diverso... qualcosa che non assomiglia a tutto quello che abbiamo già conosciuto. Non è possibile che tutto sia identico a prima.

(Aspettando Godot)

La stessa ignoranza, la stessa paura, le stesse vanità, la stessa baraonda. E nessuno che sia in grado di spiegarci che cosa è successo, che cosa si debba fare. Abbiamo diritto di avere almeno delle spiegazioni.

 Una voce dalla platea:

- Ha ragione, che cosa siamo morti a fare, allora?

Ero venuto qui con fiducia ed umiltà, pronto a rispondere a tutto quello che mi sarebbe stato chiesto, disposto a pagare in ogni modo il conto che mi sarebbe toccato; domandavo in cambio una parola definitiva, una sistemazione, un'indicazione da seguire, un po' di chiarezza.


Mi si dà invece una medaglietta accompagnata da una motivazione che farebbe ridere il più squallido e il più frivolo dei nostri tribunali. Mi si consegna uno stupido trofeo per azioni altrettanto insignificanti. Si sbaglia persino la mia fotografia. Fate finta di non riconoscermi? Debbo aiutarvi io a ricordarvi di me? Devo proprio dirvi io chi sono e che cosa ho fatto? Ma allora, se devo dirvelo io, a che cosa è servito sentirsi spiati, osservati alle spalle per tutta la vita?

Voi dovete ricordarvi tutto di me. Tutto deve essere scritto a lettere di fiamma nella vostra mente, nella vostra memoria; e se non c'è scritto allora siete stati negligenti voi, e voi dovete meritare una punizione, non io.

O forse questa medaglia, che mi date senza nessun criterio, è un pot-pourri di tutta la mia vita, un allegro incomprensibile "e visse felice e contento" con il quale mi si vuol liquidare?

In questo caso io rifiuto un simile vergognoso riconoscimento. Io dico di no Io dico di no Io dico di no. Ora basta. Quello che sta succedendo qui è mostruoso e criminale, uno sberleffo avvilente, un insulto al mio cuore e alla mia intelligenza.


Mi si è fatto credere illusoriamente in un'idea di giudizio, di premio, di castigo, ed ora mi accorgo di avere in questo modo imposto alla mia vita un senso del tutto immaginario che mi ha impedito di scoprire quello vero.

Che debbo fare? Piangere per la delusione, per l'amarezza, per il dolore? Sarebbe troppo poco, significherebbe annullarmi in questa melma schifosa che sta tentando di soffocarmi. Io sputo su questo tribunale assente e pazzo e disprezzo il suo silenzio.


La fine del discorso di Mastorna è accolta da vivacissime reazioni contrastanti: C'è chi applaude freneticamente, chi piange di entusiasmo e di commozione, chi urla di sdegno, chi invoca maledizioni su Mastorna, l'arresto immediato. Gruppi di applauditori si sono fatti sotto il palcoscenico e acclamano Mastorna come un liberatore. tra le varie fazioni cominciano a volare insulti, schiaffi risse e vere lotte nascono in ogni dove dell'immenso salone.

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Qualcuno fa segno all'orchestra di attaccare a suonare: esplode una fragorosa musica da ballo in mezzo a tanto sconvolgimento, si formano delle coppie. Molti si mettono a ballare, mentre gli altoparlanti rimbombano inviti alla calma, alla moderazione.

Un gruppo, tra i più esagitati applauditori, è salito sul palcoscenico circondano Mastorna,lo sollevano e lo portano in trionfo.

 ratio imitarum naturam

C'è ancora domani: la mia visione

gen 012024

 

 Prologo

La memoria affettiva è il giudizio universale dell'esistenza. Essa separa il bene dal male, ma il male deve figurare nella storia perché la storia è il passato. La memoria affettiva è il focolare di tutta l'opera. E' fonte di verità e fonte di sacro; da essa scaturiscono le metafore religiose; essa svela la funzione divina e demoniaca dell'uomo. (Renè Girard - MRVR)

 

Il programma era quello di mangiare qualcosa insieme per poi andare nel pomeriggio a Le Scuderie del Quirinale a vedere la Mostra allestita per il centesimo compleanno di Calvino*. Ma la Mostra è saltata giù per la ripida pendenza del colle fino a spiattellarsi alle falde della "salita di montecavallo" che è diventata così "discesa di smontacalvino".

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Perchè quella discesa l'hanno chiamata salita avrà un suo motivo; ma lasciamo perdere le elucubrazioni toponomastiche e andiamo avanti con la storia vera, quella che per Luciano di Samosata* è comunque falsa.

Bene, ci siamo detti, il gioco è fatto; pochi clic, qualche tap sullo smartphone e improntiamo subito il nuovo programma: all'Adriano proiettano sui bianchi schermi cinematografici, l'opera prima di una regista che, seppur attrice brillante politicamente scorretta, in realtà, a sentir le voci, con questo film pare voglia dimostrare di essere perfettamente allineata alla memoria storica, all'attualità contestatrice... e al miglior domani che verrà; in altri termini una ribelle omologata classificabile come "accettabile" nella famigerata finestra di Overton*; e come dimostra la fredda e sintetica declatoria di Wikipedia:

"Paola Cortellesi* (Roma, 24 novembre1973) è una regista, attrice, comica e sceneggiatrice italiana".

Seguendo notizie tam tam, mi sono fatto l'idea che il suo film strizza un occhio ruffiano a un passato statico, immobile, morto che non diventa mai presente ma lo scavalca per continuare la sua folle corsa verso un futuro immaginario, visionario, illusorio, ...surreale."C'è ancora domani" invita a pensare che il passato è morto e non ci appartiene"; e già ...ma è il titolo di un film, un'opera di finzione: e quando si finge, cioè, quando si mette una maschera alla storia, tutto è permesso nel nome della narrazione, e della creatività; e vedere questa maschera storica messa in scena con grande maestria, regolata da una regia attenta, nascosta e inappellabile, consente a noi spettatori di riflettere sulla nostra esistenza passata, presente e futura; e di vivere la quotidianità  all'interno di una imprescindibile e misteriosa eternità, dimenticata forse per distrazione, deviata da opportunismi e compiacenze effimere e fallaci.

Il "domani" del titolo mi intriga, mi smuove curiosità: qualche scambio d'idee sul possibile valore artistico, morale e sociale del film e decidiamo di andare al cinema; pago il conto; montiamo in macchina e, dal quartiere degli orti del Giannicolo, rotoliamo giù, fino agli enormi e allineati palazzi di Prati: quartiere savoiardo edificato oltre i borghi di Castel Sant'Angelo che si erge maestoso ai margini del biondo Tevere; il fiume generatore dell'urbe che scorre invisibile nel suo letto, occultato alla vista dagli ottocenteschi muraglioni d'argine.

Lasciamo la macchina nel posteggio sotterraneo di Piazza Cavour, alle falde di quel mastodontico palazzo, icona di una illusoria Giustizia, simbolo di una posticcia unità condivisa tra le diverse indoli italiche: un enorme e grottesco agglomerato di pietre, muri, archi, altissimi portali, corridoi spettrali, fontane a prospetto che sputano acqua in goffe vasche, colme di inutilità e sorvegliate da improbabili statue con fattezze da guardiani della notte del "Trono di Spade"; insomma, un monumento imponente che il sottile e bonario sarcasmo romano ha ribattezzato ironicamente "er Palazzaccio".

Il Teatro Adriano divenuto cinema multisala, è lì di fronte: distribuito in un edificio elegante e sobrio che, con la sua luminosa semplicità, protetto dagli antistanti giardini della Piazza e dalla compassata statua di "Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour (1810 – 1861), politico italiano" senza passaporto e senza portafoglio, sberleffa quel tronfio, ingombrante e autoreferenziale Palazzo di Giustizia.

L'umile Adriano ci accoglie sorridente e sollecito, con i suoi paggetti premurosi che ci vengono in soccorso per dirimere le nostre evidenti incertezze situazionali, dovute al malfunzionamento di un distributore di caffè che si ostinava a non erogare la calda e sospirata bevanda. Sciolto il conflitto d'interessi, tutto sirisolve in pochi minuti e lesti ci addentriamo nella sala di proiezione per gustarci quel domani che per nostra fortuna, c'è ancora.

Al buio troviamo la fila e i posti assegnati dall'Intelligenza Artificiale dello smartphone e ci apriamo al titolato domani sprofondati nelle poltrone e con il naso all'insù a rimirar il prepotente ingombro delle immagini semoventi sul gigantesco schermo che domina la sala.

 undefinedInizia il film: un dolce e lento risveglio di una coppia dormiente che termina bruscamente con un sonoro e ben amplificato schiaffo del maschio verso l'imbambolata e costernata femmina; in sala percepisco un sussulto di sorpresa: la donna schiaffeggiata sullo schermo e gli spettatori in sala, forse si aspettavano che la scena scivolasse dolcemente su una carezza, un bacio, una tenerezza piuttosto che sobbalzare al frastuono di un fumettistico "schiafff" la cui sonorità amplificata e impietosa si è diffusa roboante sulla silente platea di spettatori interdetti; ma la faccia imbalsamata della protagonista è strabiliante, convince e prepara bonariamente lo spettatore che è in me alla serena visione film.

Con lo sguardo fisso sul gigantesco schermo scopro che quella appena descritta è solo la sequenza-prologo; "promette bene", ho pensato, ma senza ridere: non me la sono sentita, anche se ero fortemente tentato; d'altra parte il film è presentato come un'opera seria e impegnata: tratta argomenti importanti, come il maschilismo, la violenza, la subalternità della donna, il sotterraneo patriarcato, prepotente e sottilmente condizionante, ecc... peraltro, in concomitanza con fatti di cronaca tragici e agghiaccianti, sono mesi che in giro che non si sente altro; e io non posso ridere così, alla prima scena, senza nemmeno sapere il perché: come si fa a ridere per uno schiaffo violento sul dolce viso di una donna? Trattengo la risata e mi guardo i titoli di testa che alla chetichella compaiono e scorrono sullo schermo.

 Guardo i titoli un po' distrattamente e mi sospendo un attimo quando leggo i nomi della "produzione"; mi sfiora appena l'idea di riflettere sulla produzione multinazionale; ma è un attimo e subito mi costringo a non pensare: voglio godermi il film. Noto anche che lo stile fotografico è il bianco e il nero; anche qui vorrei riflettere sulla scelta della regia ma mi costringo ancora a non pensare...c'è ancora domani per farlo.

Scorrono le immagini rincorse lentamente dai titoli di testa; ma non riescono a catturare più di tanto la mia attenzione: nebulosamente il mio pensiero cerca qualcosa su cui fissarsi. Mi guardo dentro e rifletto.

Vagano i miei pensieri e, per un brevissimo tempo, si fermano sull'enigma del sacro*, sulla sacralità del titolo: "C'è ancora domani". Forse vuol dire che siamo ancora vivi, che la morte non ci appartiene, che siamo ancora capaci di futuro, d'immaginazione, di sogni, visioni. Ma in fondo, che cos'è la morte? A questa domanda mi rifiuto di rispondere, c'è ancora domani penso ...e, dai pascoli inesplorati di un futuro visionario, abitato dall'incolpevole morte, istintivamente mi riapproprio e assaporo le voluttuose immagini del film che scorrono sullo schermo indisturbate e mute, anzi mugugnanti a bocca chiusa; mi sistemo meglio nell'avvolgente poltrona ed entro nel film, con la morte che pascola inascoltata nella mia anima; ed incurante dell'anima mortifera dissolvo il mio corpo sulla poltrona e in voluttuosa osmosi entro nel film.

Le sequenze si susseguono a ritmo incalzante non ci sono stati altri spazi di riflessione; e la storia scorre, tutto è narrato con semplicità, con un linguaggio essenziale, scarno ed efficace per l'economia della narrazione. I personaggi sono ben caratterizzati da subito: via via prendono forma e consistenza e io li osservo, li incontro e li conosco, uno per uno, senza tralasciare nessuno; fino alla fine del film. 

Rifletto in silenzio mentre intorno sento il brusio della fine; si accendono le luci ed esco dal cinema Adriano contento di aver visto un bel film... a bocca chiusa. Sono entrato dubbioso, ho visto e sono uscito soddisfatto; sicuro che,

per quanto l'uomo e la donna siano magnificamente diversi, per essere uguali... c'è ancora domani.

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Epilogo

Dopo lo schiaffo prologo, ci sono state alcune sequenze che sono rimaste accantonate nella mia memoria per il loro contenuto affettivo. Le ambientazioni romane e alcune situazioni del film mi hanno fatto rivivere momenti iconici dell'infanzia; una in particolare ha aperto la finestra della memoria affettiva: la scena dei bambini che dormono "da capo a piedi" sullo stesso letto; forse non è una scena che rispecchia l'attualità del mio vivere quotidiano, ma è raffigurata quella miseria spensierata e a suo modo felice che ha accompagnato la mia infanzia romana; è la stessa miseria, forse meno felice, anzi, forse più drammatica, che in forme diverse, pervade le periferie urbane, suburbane e culturali della metropoli attuale.

 

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C'è una frase con la quale la protagonista Delia risponde alla figlia che, contrariata dall'atteggiamento remissivo della madre di fronte alle angherie e alla violenza del padre-padrone, la esorta a ribellarsi, ad andare via, fuggire per non subire, a non sottomettersi alla bruta violenza del marito nonché padre; ma Delia, in tono calmo e serafico, risponde: 'ndo' vado? Due parole che fanno riflettere sulle situazioni della vita coniugale: quando le liti, a volte o forse spesso, finiscono nel mutismo riflessivo dei litiganti: son quasi sicuro che entrambi si domandano in silenzio: 'ndò vado?

Verso la metà del film, sono stato pervaso da un indefinito malessere, una rabbia sopita e dimentica, ribolliva e montava sempre più, come schiuma di birra versata velocemente nel boccale: la tenevo a bada per non farla traboccare. È indubbio che come spettatore ero ormai coinvolto: ero dentro il film, ero un personaggio inespresso che partecipava la scena e seguiva il ritmo delle sequenze incalzanti che, come violente frustrate, flagellavano la dignità della donna; mi veniva quasi voglia d'intervenire per dare una lezione a quel marito che continuava imperterrito a dar botte all'incolpevole moglie; noi spettatori che guardavamo il film, sapevamo che le botte alla moglie erano solo per sfogare le taciute frustrazioni di uomo incompiuto, di figlio succube, di padre assente, di marito al ribasso, di un fallito...di un sottoproletario, squattrinato e rassegnato: una nullità ingombrante, antipatica e impertubabilmente idiota; bravissimo, superbo l'attore che lo interpreta, Valerio Mastandrea.

 

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Un'altra parentesi riflessiva mi è capitata nelle sequenze finali del film: la corsa di Delia verso la libertà. Quando l'inquadratura indugia  sulla folla di donne e uomini che si accalcano davanti a un edificio pubblico, forse una scuola o qualcosa di simile, sono rimasto in colpevole imbambolamento come a dire: tutto qui? Non capivo il tipo di libertà, la mèta, l'obiettivo che aveva motivato la corsa di Delia; poi la narrazione del film ha dissolto il mio dubbio amletico: per la prima volta nella storia della Repubblica, la donna contava qualcosa nella società vincolata ancora a tradizioni e consuetudini di tipo patriarcale.

 Delia poteva finalmente considerarsi cittadina al pari del suo violento marito; il suo voto valeva quanto quello del coniuge idiota: non era il massimo ma era la sua vendetta "democratica" contro la sopraffazione del maschio a tutti i costi, del marito, del suocero e di tutti quegli uomini un po' idioti, un po' saccenti, un po' stupidi che numerosi affollavano la sua vita e le toglievano il respiro della libertà.

 undefinedDelia, prima di quella corsa era una semplice donna al pari dell'adamitica Eva immersa in situazioni che la opprimevano e le negavano la libertà; dopo quella corsa invece è diventata una cittadina della Repubblica, una donna che ancora e comunque subisce la violenza e le botte del maschio ma, con il diritto di voto, ha compiuto un salto epocale verso quella giustizia sociale che stenta ad affermarsi nelle periferie esistenziali di un mondo che annaspa per arrivare a quel domani che c'è ancora.

  Dea madre (Paleolitico)   

 

 

 

 

 

 

 

 

 ratio imitarum naturam

 

 

LE VIRTÙ SOCIALI TRA NATURA E CULTURA

dic 282023

di Jimmy Kwizera

Lord of Flies - 

Il Film - Il signore delle mosche Peter Brook, versione italiana 1963, tratto da un romanzo scritto nel 1952 dal premio Nobel per la letteratura, William Golding, e pubblicato nel 1954 con 14 milioni di copie vendute nei soli paesi anglofoni.
Viene descritta passo dopo passo la discesa nella barbarie di un gruppetto di studenti ordinari e dei membri di un coro musicale abbandonati a se stessi in un luogo paradisiaco totalmente isolato dalla moderna civiltà.

 

 LORD OF FLIES: LE VIRTÙ SOCIALI TRA NATURA E CULTURA

Riflessione  di Jimmy Kwizera

 undefinedPremessa
In questa breve riflessione, vorremmo partire dal film Lord of the Flies (1963) ispirato dal romanzo di William Golding (1954) per abbordare il tema delle virtù sociali nell’intento di cogliere il rapporto tra la natura e la cultura. Nella vicenda narrata nel Film, troviamo un accenno a quasi tutte le tendenze e virtù relazionali quali Pietas, Observantia, Honor, Obbedientia, Gratitudo, Veracitas, Vindicatio, Liberalitas, Affabilitas, ecc. (Pietà, Osservanza, Onore, Obbedienza, Gratitudine, Verità, Rivendicazione, Liberalità, Affabilità, ecc)

L’analisi di queste tendenze sociali evidenziano che l’essere umano agisce liberamente senza che la sua libertà sia in contraddizione con i condizionamenti dell’ambiente in cui vive. In questo ordine di considerazioni intendiamo cogliere per analogia il rapporto tra la natura e la cultura mettendo in risalto quello tra la libertà e la tradizione in quanto contesto vitale nel quale la libertà umana viene espressa e esercitata.

1. Le tendenze e virtù relazionali nella vicenda narrata nel film

Già sin dall’inizio del film, si riscontra nell’attegiamento e nelle parole dei ragazzi un certo desiderio e una nostalgia dei genitori e di tornare a casa. Fanno di tutto perché possa venire qualcuno a salvarli affinché possano tornare a casa. Il fuoco che hanno acceso ne era un segnale. Si riscontra anche da parte loro il riconoscimento dell’apparteneza ad una terra quando esprimono la bravura britannica. Ben più, in mezzo alle difficoltà avvertono la nostalgia di una personna adulta che sarebbe più ragionevole di loro. Ciò dà da pensare che il fallimento della loro organizzazione sia stata dovuta ad un certo spaesamento nella misura in cui non hanno più nessun modello che poteva fungere da punto di riferimento. Questo rispecchia la tendenza che perfeziona la virtù della Pietas.

Dal primo momento del loro arrivo sull’isola, i ragazzi confermano il fatto che in qualsiasi gruppo c’è sempre uno che funge da capo. La prima cosa a cui hanno pensato è stato di eleggere il capo. Confermano anche il fatto che in ogni gruppo c’è qualcuno che spicca per certe qualità e ciò fa sì che egli sia spontaneamente rispettato dagli altri. Le figure di Ralph e Jack fanno vedere delle persone che hanno certe qualità che spingono gli altri a lasciarsi commandare da loro.

Viene confermata anche la tendenza di fondare ogni organizzazione su certe regole che tutti devono rispettare. Tutti i ragazzi sono d’accordo che per soppravivere ci vuole una condotta regolata dalle norme. Ma si vede anche che quando cominciano a non obbedire alle regole, allora nascono problemi nel gruppo. Anche nel gruppo di Jack che appare come un gruppo di delinquenti, egli voleva stabilire delle regole e voleva che gli altri le rispettassero. La figura di Pigy quanto ad essa rimanda al riconoscimento del capo e delle regole. Piggy ha stima per Ralph e vuole che gli altri facciano lo stesso. Egli stesso vuole essere stimato dagli altri anche se il gruppo non lo vuole accettare. Vediamo qui rispecchiate le tendenze che modellano le virtù di observantia, honor e obbedientia.

Si riscontra un ugualmente, benché implicito, un accenno alla virtù della gratitudo quando Jack vuole che Ralph non sia più il capo del gruppo. I ragazzi non erano d’accordo perché provavano una sorta di debito riguardo a quello che faceva Ralph per loro. Anche dopo la condivisione delle banane, qualcuno ringrazia il ragazzo che le aveva procurate. Invece, la tendenza che si vede esplicitamente è quella della reazione di fronte alla morte di Simone. Anche se Pigy cerca di tranquilizzare Ralph, egli piange e si sente colpevole affermando che avrebbe potuto fare qualcosa.

Allo stesso modo, tutti i ragazzi avevano un certo rimorso quando si sono accorti che non avevano ucciso il mostro ma Simone il loro compagno. Questo accenna à la virtù della vindicatio nel senso di una tendenza a voler riparare il male commesso ma anche della veracitas nel senso di sincerità e di accettazione della verità così come è. La veracità si rispecchia anche nella figura di Simone che praticamente non era interessato a quello che facevano gli altri ragazzi ma era piuttosto impegnato a scoprire la verità sul mostro. La figura di Pigy dà anche prova di veracità. Egli esprime le cose così come sono e cerca sempre di esprimere ciò che pensa anche se a volte gli altri non lo ascoltano.

In fine, la virtù della liberalitas si riscontra chiaramente nella vicenda del film. Tutta la vita dei ragazzi è stata una vita di condivisione: acqua, frutta, carne…. La formazione del gruppo dei cacciatori attorno a Jack rispecchia un certo scambio dei beni che ha a che vedere con la tendenza che perfeziona la liberalitas.

2. Le radici antropologiche della socialità

Nell’ambito dell’antropologia relazionale, c’è una serie di virtù che costituiscono le cosiddette radici antropologiche della socialità. Nel film che stiamo analizzando emergono principalmente quelle di observantia e di honor. La virtù dell’observantia si presenta come una virtù che modella e perfeziona la tendeza a riconoscere e a rispettare l’eccellenza altrui. L’observantia si può tradurre con rispetto, ossequio, osservanza. Cicerone la definisce come la virtù per la quale quelli che spiccano per una certa dignità sono degni di culto e di onore. La dignità di cui parla può derivare da tanti fattori: l’abilità in un certo ambito, la sapienza, l’esperienza, ecc. Perciò sono i destinatari del rispetto le persone famose, gli anziani, i maestri, le autorità, i santi, gli eroi, ecc.

La virtù dell’observantia è necessaria per orientare al bene e cioè al perfezionamento del soggetto e della società la tendenza spontanea a rispettare chi spicca per certe caratteristiche personali. La virtù brilla quindi nel distinguere chi è davvero meritevole di ossequio o chi non lo è, e nel tributare il rispetto nella giusta misura. L’observantia non è in contrasto con la libertà al contrario di quanto si può pensare. Anzi, è segno della natura sociale dell’uomo visto che quando molti individui sono assieme ordinati ad un unico fine, c’è sempre qualcuno che è capo e guida. In un gruppo di individui, c’è sempre qualcuno che spicca per determinate qualità e i propri simili hanno spontaneamente tendenza a rispettarlo. In alcuni autori delle correnti anarchisti si riscontra la conferma di questa tendenza. Gli autori come Bakunin, Proudhon e Kropotkin confermano questa tendenza quando propugnano l’abolizione di ogni autorità statale o coercitiva affinché possa esplicarsi la tendenza naturale all’ordine sociale.

Quanto all’onore, essa è secondo San Tommaso una parte dell’observantia. La tendenza a riconoscere il merito di chi è migliore in qualche ambito porta spontaneamente ad onorarlo. Così la virtù dell’onore perfeziona la tendenza ad onorare chi è meritevole ma anche a desiderare di essere stimato, di eccellere, di migliorare sé stesso. Secondo Aristotele, la virtù dell’onore viene congiunta alla magnanimità giacché tutti cercano l’onore non tanto per le qualità innate ma per quelle acquisite per il proprio impegno.

Come distinguere l’observantia e l’onore tradotto con i termini di dulia in greco e honor in latino? L’observantia ha un’estensione più ampia e include sia la disposizione interiore chele azioni da essa ispirate mentre l’onore riguarda principalmente i gesti che hanno una finalità
onorifica e sono cercati per sé o compiuti verso un altro. San Tommaso quanto a lui dice che l’observantia rispetto all’onore funge da principio e da movente che spinge ad onorare, poichè si è spinto ad onorare una persona per il rispetto che si ha verso di essa. Ma essa funge anche da fine poichè si onora una persona affinché gli altri ne abbiano rispetto.

Anche se naturalmente, l’uomo è portato a manifestare una certa sudditanza verso qualcuno, la virtù dell’onore è necessaria per il perfezionamento morale di questa tendenza naturale per non cadere in comportamenti quali l’adulazione o la vanagloria e per non covare nel proprio cuore l’invidia che ne è anch’essa una deviazione poichè se non si riconosce il giusto merito altrui, non si è in grado neanche di rivendicare fondatamente i propri meriti.

La virtù dell’onore richiama anche la consapevolezza del diritto alla buona reputazione e alla fama di ognuno poichè è giusto riconoscere l’onorabilità altrui. E secondo Max Scheller, l’attrazione assiologica di un individuo esemplare è indispensabile per la crescita
dell’autotrascendenza e la crescita personale, ciò che è un accenno pure implicito alla virtù dell’onore.

Come traspare nel film, il fatto che la prima cosa a cui i ragazzi hanno pensato è stato eleggere il capo ma anche il fatto che le figure di Ralph e Jack spingono spontaneamente gli altri ragazzi a lasciarsi comandare da loro rende l’idea della tendenza e della virtù
dell’observantia. La figura di Pigy quanto ad essa rimanda all’onore verso chi spicca per merito e a farlo onorare. Piggy stimava Ralph e voleva che gli altri facciano altrettanto. Perciò illustra bene la tendenza e la virtù dell’honor. Nel film si riscontra soprattutto da parte di Jack, i vizi opposti alle virtù dell’observantia e dell’honor che sono l’invidia e la vanagloria.

3. La virtù dell’amicizia

Un’altra virtù che traspare nel film che ci occupa e quella dell’amicizia. Nella questio 114 della della Summa Theologiae (IIa-IIae), San Tommaso tratta dell’amicizia in due articoli. Si chiede prima se l’amicizia sia una virtù speciale e poi si chiede se sia una parte (potenziale) della giustizia.

Per San Tommaso, l’amicizia è una virtù speciale nella misura in cui la virtù essendo ordinato al bene, laddove si riscontra un bene speciale da compiere, là è necessaria che ci siaanche una virtù speciale che ordina a quel bene. L’amicizia è quindi la virtù che conserva
l’ordine a cui l’uomo deve essere ordinato nel rapporto con gli altri in modo da trattargli secondo il dovuto.
L’amicizia di cui parla qui San Tommaso è da distinguere da quella che consiste nell’affetto reciproco che è legato alla virtù della carità ed è pertanto un corollario di tutte le virtù. L’amicizia come affabilitas di cui parla qui San Tommaso è quella che si limita alle parole e ai fatti esterni in quanto uno si comporta bene, in un modo conveniente verso le persone con cui tratta. Questa amicizia che si dimostra anche agli sconosciuti mica è una simulazione. Anzi, esprime l’amore che ogni creatura ha naturalmente verso il suo simile. Ben
più, l’amicizia tende a procurare piacere alle persone verso cui si indirizza. Tuttavia, per un bene da conseguire o per un male da escludere essa non esita a rattristare le stesse persone.

Tutto sommato, l’amicizia mira ad un rapporto giusto, conveniente e piacevole della persona rispetto agli altri.
Per quello, l’amicizia è una parte potenziale della giustizia in quanto si affianca ad essa come alla rispettiva virtù cardinale. L’amicizia ha in comune con la giustizia la relatività ad altri. Tuttavia, alla differenza della giustizia, il debito a cui riferisce non è né legale né
proporzionalmente reciproco ma si limita a sodisfare un debito di onestà dovuto più alla persona virtuoso che a quanti ne sono l’oggetto facendo sì che tale persona faccia agli altri ciò che conviene che ella faccia.

Il compito che si ha per amicizia di convivere piacevolmente con gli altri si collega alla giustizia in quanto l’uomo come essere sociale è tenuto moralmente a vivere in veracità.

Ora l’uomo non può vivere senza soddisfazioni. Pertanto è un debito di onestà e quindi di giustizia che sia tenuto a vivere piacevolmente con gli altri a meno che per un motivo utile sia necessario vivere diversamente. E poi l’amicizia non vuol dire che tutte le persone vanno trattate allo stesso modo indistintamente. Vuol dire piuttosto che proporzionalmente si deve trattare ciascuno nella maniera che a lui conviene.

La virtù dell’amicizia si trova rispecchiata nella vicenda narrata nel film. Fin dall’inizio del film, si vede che i ragazzi avevano il desiderio di stare bene insieme. La condivisione della carne, della frutta ma anche il giocare insieme dei ragazzi danno prova di una certa amicizia. La figura di Ralph e di Pigy è anche esplicita. Loro cercavano sempre di rapportarsi agli altri in un modo conveniente anche se l’attitudine degli altri nei loro confronti dava a volte prova del contrario. Dalla parte di Jack invece, si vede il vizio contrarioall’amicizia: il litigio. Egli cercava sempre di contrariare Ralph. In definitiva, si vede che la virtù dell’amicizia era palese all’inizio del film ma va svanendo man mano che i ragazzi perdono il senso delle regole e dell’osservanza e pervertono la loro natura.

4. Il rapporto natura e cultura

Il discorso fino ad ora tenuto ci porta a tentare una riflessione sul rapporto tra la natura e la cultura. A dire il vero, non si potrebbe mai cogliere meglio il rapporto tra la natura che mettendole in stretta relazione in modo imprescindibile. Infatti, partendo dalla libertà umana
in rapporto all’ambiente condizionale (si potrebbe anche chiamare tradizione) nel quale essa viene esercitata, ci si può accorgere che, allo stesso modo, l’idea di natura umana è inscindibile da quella di cultura.
Già derivato dal verbo latino colere, il termine cultura, giacché rinvia al mondo dell’agricoltura, è inseparabile dall’idea di natura. Cicerone parlando della Filosofia come cultura animi e Bacon come georgica dell’animo, tutti accennano all’anima come un campo da coltivare. Lo stesso Gadamer parla di Bildung che include le idee di riproduzione e di modello ma anche di coltivazione delle disposizioni naturali. Così segue Hegel che afferma
che l’individuo singolo nello svilupparsi si trova necessariamente sulla via della cultura trovando nella lingua, costumi e istituzioni del suo popolo come una sostanza preesistente che deve far propria. Quindi per svilupparsi, l’individuo deve già superare la propria naturalità in quanto il modo in cui si sviluppa è formato dall’uomo nella lingua e nei costumi. Nella
cultura, l’individuo si dà una forma portando alla luce ciò che è in sé stesso.

Arendt quanto a lei mette a fuoco l’idea di cultura presente dai latini per sottolineare due elementi fondamentali: il trasformare la natura in un luogo adatto alla dimora di un popolo e il prendersi cura dei monumenti del passato. Secondo lei, la dimensione culturale si forma alla base di ciò che è dato originariamente e che l’individuo assume, trasforma e incrementa tramite la sua libertà. Poi dal sentirsi legato ad una storia di cui si è parte, le acquisizioni
culturali si continuano e si trasmettono.

Così si può prolungare la tradizione in cui si è innestato rinnovandola in una dialettica di ricettività e creatività. Ricevendo dagli altri, si può allora innovare e assumere iniziative.

Quando ci si inserisce nella tradizione facendosene erede operante e accettandola come patrimonio da conservare, da preservare e da interpretare, allora la si può innovare. Pertanto èimpossibile individuare uno stato di natura precedente alla cultura giacché, come l’afferma Hegel, è proprio l’emergere della cultura che permette di riconoscere la specificità dell’essere umano.
In definitiva, si può dire che natura e cultura sono inseparabili e in continuità. La cultura è la trasformazione o personalizzazione della natura grazie alla libertà che è l’appannaggio della natura umana. Tramite la libertà propria alla natura umana, quest’ultima viene personalizzata dalla cultura.
Nel film in questione, si vede che i ragazzi quando si sono trovati sull’isola, hanno cercato di organizzarsi secondo un modello culturale che già avevano. Ma alla fine, la mancanza di ogni riferimento culturale ha fatto che si pervertisse la natura dei ragazzi che si sono finalmente comportati in modo meno umano. Si può dire che ad un certo momento la loro natura e quindi la loro libertà non hanno trovato un contesto culturale nel quale svilupparsi il che fa capire che la natura umana non viene personalizzata se manca il contesto culturale che inquadra la libertà individuale.

Conclusione

Incorniciare le varie tendenze e virtù sociali nel film Lord of the Flies ci ha aiutato a evidenziare in modo chiaro e palese il rapporto tra la natura e la cultura. Così come la libertà individuale non può prescindere dal contesto in cui viene espressa e esercitata, neanche la cultura umana può prescindere dalla natura che le serve da sostrato.

Le tendenze e virtù sociali evidenziate nel film in questione fanno vedere l’indole che emerge dall’uomo che pur agendo liberamente non può fare a meno dell’interazione con gli altri ma anche è necessariamente condizionato non soltanto dalla relazionalità ma anche dalle circostanze e dall’ambiente vitale.

Questo ci porta a ribadire la nostra tesi di partenza che libertà e tradizione sono inscindibili esattamente come cultura e natura lo sono. E le radici antropologiche della socialità fungono da ponte tra la natura in quanto sono naturali e la cultura in quanto sono frutto di un agire libero ma "ambientato" in un determinato "contesto".

Jimmy Kwizera

 

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