Il Blog di Rosario Frasca

Le opinioni di un Clown, ovvero: Il mito di Er

Il lascito del manager

Jul 302018

 Riflessioni di lettura dell'articolo di Mario Calabresi su La Repubblica del 26/7/2018, in memoria di Sergio Marchionne.

La libertà

 

 

Chagal - Crocifissione bianca

 

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"Con questa intervista ho comprato la mia e la tua libertà.” (Sergio Marchionne)

Perché la scelta di questa frase? Per il fascino della parola "libertà". Sergio Marchionne l'ha pronunciata quasi in segno di vittoria, non tanto per lui, quanto per Mario Calabresi, il giornalista che lo ha intervistato.

Dal racconto del giornalista, traspare la soddisfazione e la gioia del manager per aver conquistato la libertà per il suo interlocutore oltre che per se stesso.

Il manager appare consapevole e sicuro della propria libertà ma, probabilmente, voleva che anche il suo interlocutore si affrancasse dalle possibili sudditanze politiche, economiche e aziendali che lo avrebbero costretto a inevitabili autocensure ovvero alle mezze verità e alla menzogna, privandolo della libertà; lo ha fatto semplicemente: comunicandogli una verità nascosta agli altri ma palese a lui, in quanto amministratore delegato della Fiat, fonte sorgente di quella verità: la Fiat non aveva alcun interesse per gli "incentivi alla rottamazione” proposti dal governo.

Con questa notizia-verità, in esclusiva personale, il manager ha costruito, forgiato e corazzato un canale comunicativo preferenziale con il giornalista; un canale sicuro e coeso verso il mondo esterno, verso il mercato; un canale unico a vantaggio sia della Fiat sia del giornale La Stampa. L'articolo commemorativo, di sapore "umano", scritto da quel giornalista in occasione della morte del manager, reso in forma di testimonianza, è la prova tangibile del rapporto umano che correva tra i due.

 

 

 

 

L'articolo

 

undefinedI due titoli, (prima e seconda pagina):

"Marchionne, l'orgoglio della fatica"
"Marchionne, l’uomo che viveva di lavoro"

Due titoli “lapidari” per rispondere alla probabile domanda che qualche (o molti) ignaro lettore si sarà posto leggendoli, confuso dal turbinio di informazioni e notizie propinate a pioggia dai media: "Chi è questo Marchionne da meritare per giorni le prime pagine dei giornali?

I richiami dei due titoli sono emblematici: identità della persona, la sua umanità, la sua vita, la sua opera.

Due titoli concatenati, seppur a sé stanti in prima e seconda pagina; due frasi di poche parole; parole forti e chiare, che non lasciano spazio a fraintendimenti; parole che orientano il lettore verso una lettura formativa, educativa e pedagogica dell’articolo.

 

L'occhiello

L’occhiello dell’articolo è strutturato su alcune frasi (di cui una con citazione) che preannunciano gli argomenti trattati:

- L’azienda era la sua passione.
- Aveva quella voglia di rivalsa e affermazione che nasce dalla fatica e dall’emigrazione.
- Apprezzava Obama ma era certo dell’elezione di Trump: “Chi non lo capisce non capisce l’americano medio”.
- La sua felicità quando stava ai box Ferrari

Queste frasi possono essere ridotte in termini generici, adatti cioè ad evidenziare possibili vizi e virtù di qualsiasi persona:

- Passione
- Desiderio
- Discernimento
- Felicità

Desiderio, passione, discernimento e felicità, dunque, sono i capisaldi esistenziali sui quali Mario Calabresi incardina la personalità, la vita e le opere di Marchionne.

Su questi termini così generici, occorre fare un pò di chiarezza; per non confondermi e confondere ambiti che sono estranei agli argomenti che intendo trattare in questo lavoro.

Il desiderio va riferito al "desiderio mimetico" di René Girard ovvero al suo significato antropologico; un significato che può essere riformulato come "volontà di operare per ottenere un "bene oggettivo" che è l'oggetto del desiderio. Girard lo chiama desiderio mimetico perchè lo fa nascere dall'imitazione del desiderio di un altro:

"l'oggetto (del desiderio) non è che un mezzo per raggiungere il mediatore (l'altro). È all'essere del mediatore che mira il desiderio. Proust paragona alla sete questo desiderio di essere l'altro.(...) questo desiderio di assorbire l'essere del mediatore si presenta frequentemente in forma di desiderio di iniziazione a una nuova vita. L'improvviso prestigio di un modo di esistere sconosciuto è sempre connesso con l'incontro di un essere che risvegli il desiderio." 

Il discernimento va inteso come la capacità di giudizio sulla realtà oggettiva; giudizio che permette e motiva le scelte per l’agire orientato al bene. La virtù cui fa riferimento è la prudenza.

La passione va intesa in senso estensivo come "una realtà che suscita interesse".

La felicità intesa come la compiuta esperienza di ogni appagamento.

 

 La passione

 

Il testo

Come nasce una passione

undefinedL'iniziazione - "L'improvviso prestigio di un modo di esistere sconosciuto è sempre connesso con l'incontro di un essere che risvegli il desiderio." (Renè Girard)

“Sono arrivato in Canada dall’Abruzzo che avevo 14 anni, parlavo l’inglese malissimo, con un marcatissimo accento italiano. Ci ho messo più di sei anni a perderlo. Sei anni persi con le ragazze. L’imbarazzo di aprire la bocca mi paralizzava."

Sergio davanti alle ragazze resta paralizzato perché parla male l'inglese: non le capisce e non sa farsi capire.

Sergio non riesce a mettersi in gioco e a competere con gli altri ragazzi per conquistare le ragazze. L’imbarazzo di aprire la bocca lo paralizza. 

Sergio desidera quelle ragazze, vuole assorbirle, vuole trasformarsi, essere come quei ragazzi che riescono ad parlare e scherzare con le ragazze.

Sergio vorrebbe capire quel che dicono i ragazzi e le ragazze della sua età ma non ci riesce: parlano un'altra lingua;

Sergio con le ragazze vorrebbe essere irresistibile, affascinarle, conquistarle. Ma non riesce a parlare, qualcuno lo schernisce;

Sergio si sente preso in giro perché non sa ascoltare, non sa parlare.

Sergio resta come paralizzato, schiva le compagnie, schiva le ragazze, si emargina nel sottosuolo esistenziale.

Sergio cova vendetta: è tormentato da un’atroce sete di vendetta: vuole diventare come gli altri senza cessare di essere se stesso. La tentazione dell’orgoglio è eterna ma per lui, per un immigrato diventa irresistibile poiché è orchestrata e amplificata in maniera inaudita in quella terra straniera, in quella selva oscura.

Sergio sente le voci dell’orgoglio, la coscienza d’essere un immigrato che deve vivere in una città che non conosce, che non lo ha cullato nell'infanzia, che non lo ha visto crescere,  si fa più amara e solitaria e la solitudine acuisce la pena.

Sergio non può condividere con gli altri la sua sua sofferenza; lui è diverso, è solo, è un immigrato che non sa parlare. Lui è solo loro sono tutti.

"Sei anni persi con le ragazze”... quanta dolcezza, quanta nostalgia, quanto distacco in queste parole, dette da Sergio qualche decennio dopo, in una confessione; quando ormai si erano consumate le braci del suo desiderio di vendetta; quando ormai era diventato "Marchionne, l'uomo che viveva di lavoro".

Riflessioni 

undefinedMario Calabresi, ripercorrendo le tappe nella sua memoria affettiva, affida alle parole di Marchionne la presentazione di se stesso e l'apertura dell'articolo:

“Sono arrivato in Canada dall’Abruzzo che avevo 14 anni, parlavo l’inglese malissimo, con un marcatissimo accento italiano. Ci ho messo più di sei anni a perderlo. Sei anni persi con le ragazze. L’imbarazzo di aprire la bocca mi paralizzava."

È un incipit che segna il luogo, il tempo e il fatto in cui Marchionne stesso colloca la sua iniziazione da migrante: “Sono arrivato in Canada dall’Abruzzo che avevo 14 anni".

Un migrante che approda nel territorio sconosciuto del Canada, proveniente dalla fine di un mondo conosciuto: l'italico Abruzzo. Un migrante proveniente dalla fanciullezza che approda nell'adolescenza. Ma aveva un handicap comunicativo che lo imbarazzava; davanti alle ragazze restava paralizzato: "Sei anni persi con le ragazze. L'imbarazzo di aprire la bocca mi paralizzava".

Forse a 14 anni, davanti alle ragazze si può rimanere bloccati per svariate e molteplici ragioni; ma per Marchionne ce n'è stata una sola: la lingua non in senso anatomico, ma in quello linguistico; quello della parola, dell'espressione verbale: "Parlavo l'inglese malissimo, con un marcatissimo accento italiano".

Lo scarto culturale scopre la menzogna. Parlare in inglese e farsi scoprire italiano nasconde la menzogna di "cercare d'apparire per ciò che non sei". È il disagio pirandelliano dell'essere e dell'apparire; quello vissuto da Vitangelo Moscarda nel romanzo "Uno nessuno e centomila" (Discussione "Luigi Pirandello, "uno, nessuno, centomila"") . Marchionne lo ha vissuto come immigrato legale nell'Ontario, in Canada a 14 anni. In un paese straniero il migrante soffre di questo mal di comunicazione.

È una regola che vale per tutti i migranti; anche per quelli che muoiono inghiottiti dal mare. Un ragazzo di 14 anni, in un paese straniero, davanti a ragazze che parlano un'altra lingua...viene inghiottito dal mare dell'inadeguatezza, dell'impaccio, dell'imbarazzo. Per Marchionne è stato così.

Il desiderio di rivalsa

undefinedDa questo mare dell'inadeguatezza e della vergogna ci si può salvare. Nel mio taccuino di lettura, sotto il capitolo "La rivalsa" ho appuntato i tre passaggi per me più significativi dell'articolo. Il primo è riferito al cammino di salvezza che Calabresi sintetizza con poche parole:

"Ogni giorno, per oltre mezzo secolo, ha voluto dimostrare che non si sarebbe più lasciato paralizzare o mettere in un angolo da quelli più grossi di lui, anche per questo prese tre lauree."

Sergio Marchionne, offeso nell'amor proprio in un Paese straniero, decise di "vendicarsi" e affrancarsi da quelle situazioni imbarazzanti per vincere la sua battaglia di migrante italiano. Si laureò in filosofia presso l'Università di Toronto; in un'intervista dichiarò: «Quando ho iniziato l’università, in Canada, ho scelto filosofia. L’ho fatto semplicemente perché sentivo che, in quel momento, era una cosa importante per me».

Successivamente si laureò in giurisprudenza alla Osgoode Hall Law School della York University (Ontario, Canada) con il massimo dei voti, conseguendo poi presso la University of Windsor (Ontario, Canada) un Master in business administration. Esercitò quindi come commercialista, procuratore legale, avvocato ed esperto contabile diplomato. (wikipedia)

Ebbe la sua rivalsa combattendo con le sue armi (filosofia, giurisprudenza, business amministrazion) contro un avversario smisuratamente più grande; proprio come il bibblico pastorello Davide contro il gigante Golia. E qui entra in gioco il secondo passaggio appuntato sul mio taccuino:

 

"Il Golia da battere nell’ultimo decennio sono state le case undefinedautomobilistiche tedesche e le pubblicità del Superbowl erano ogni anno il suo manifesto; (Eminem, Clint Eastwood e Bob Dylan… e il cruccio per non aver convinto Bruce Springsteen.)"

Il Golia tedesco e/o americano lo lascio da parte perchè è Davide che interessa in questa sede. E siamo al terzo passaggio appuntato nel mio taccuino di lettura:

"Una bambina afroamericana che raccontava una storia di rivincita con parole che sembravano scritte da lui; sembrava la sua biografia: - Siamo circondati da giganti, abbiamo dovuto imparare ad affrontarli e a batterli, siamo piccoli ma veloci e sappiamo che essere svegli è più importante che essere il ragazzo più grosso del quartiere -."

Calabresi ha colto nel segno: quella bambina afroamericana, che racconta la storia della sua rivincita, è Marchionne!

 

 

L'opera 

"Poiché nell'opera consiste la bontà e perfezione dell'uomo." (Aristotele)

«Quando ho iniziato l’università, in Canada, ho scelto filosofia. L’ho fatto semplicemente perché sentivo che, in quel momento, era una cosa importante per me»

 

Sergio iundefinednizia il percorso universitario a Toronto; sceglie la facoltà di Filosofia semplicemente perché sentiva che, in quel momento, era una cosa importante. Probabilmente perché vedeva nello studio della filosofia la possibilità di iniziare la sua opera secondo l’assunto aristotelico di definir bene i prìncipi:

"Si metta ogni studio a definir bene i princìpi, avendo ciò una grandissima importanza per quel che viene dopo: poiché si può dire che il principio è più della metà del tutto, e per esso divien chiaro gran parte di quel che si cerca". (Aristotele - Etica Nicomachea)

In seguito si laurea in giurisprudenza con il massimo dei voti, conseguendo un Master in Business Administration. Esercita quindi come commercialista, procuratore legale, avvocato ed esperto contabile diplomato.

Sergio, nel 2003 approda alla Fiat, dopo aver esercitato per 20 anni in Nord America e in Europa. La sua opera prende forma; è diventato un manager stimato in ambito internazionale. Parla con franchezza e professionalità, con i Presidenti USA Obama e Trump diversi nelle loro reciproche vision politiche ma egualmente attenti ed efficaci nelle decisioni da prendere per salvare dal caos l’industria automobilistica americana, ormai sull’orlo del baratro.undefined

Procede con piglio e tenacia nell’opera di trasformazione dell’azienda facendola diventare un formidabile realtà produttiva globale, non un colosso ma un gruppo produttivo, agile, duttile, di grande valore strategico per il mercato mondiale dell'auto; razionalizza, accorpa, dismette, apre nuove vie; negozia con chiarezza di idee; immagina e prospetta il mercato del futuro e accompagna gli interlocutori nel prendere le decisioni più convenienti per tutti.

Con filosofia e professionalità manageriale è riuscito a definir bene il principio di un nuovo mercato globale, rispondendo al bisogno di chiarezza dei suoi interlocutori e dei compagni di strada, facendo "divenir chiaro gran parte di quel che si cerca.”

 

undefinedSergio ormai parla in inglese con i colleghi, con i presidenti…

anche con quelle ragazze della sua adolescenza migrante;

Sergio parla una lingua universale che tutti possono capire e parlare;

Sergio ha ormai recuperato quei sei anni persi della sua adolescenza,

vissuta da migrante nelle strade di una città che non conosceva,

dove si parlava una lingua che non conosceva;

Sergio ha recuperato quei sei anni

da qui all'eternità.

 

 

Il riposo

“Adesso non vedo l’ora di risalire sull’aereo,

è piccolo e scomodo

ma devo dormire a tutti i costi.

Dormire sarà il mio modo di festeggiare.

(Sergio Marchionne)

 

La felicità

 

Era felice ai box della Ferrari,undefined

con le cuffie in testa,

quando cercava di azzeccare al millesimo

i tempi dei giri di prova.

Nel suo futuro forse

sarebbe stata la sua nuova vita

e ci era quasi riuscito.

(Mario Calabresi)

 

 


La memoria affettiva

 

La prima volta che l’ho incontratoundefined

nella hall di un albergo

sul Central Park a New York.

quando stavo per essere nominato

direttore della Stampa,

non lo riconobbi,

aveva una sciarpona blu

che gli copriva anche il naso

e continuava a tossire.

 

Non mi chiese nulla di politica

e mi parlò della sua infanzia,

dell’idealizzazione dell’Italia

e delle nostalgie che aveva

di suo padre, di sua madre

e degli studi di filosofia.

 

 

Ma soprattuttoundefined

della sorella Luciana

che amava tantissimo,

morta a 32 anni di cancro.

Mi raccontò di quando accompagnò

per l’ultima volta

il figlio di lei all’ospedale

per salutare la mamma.

 

 

 

 

 

 

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Si commosse

e smise di parlare per un po’;

poi cambiò discorso e ordinò

una bottiglia di vino e due bistecche.

(Mario Calabresi)

 

 

 

 

 

 

undefinedSergio Marchionne

(Chieti, 17 giugno 1952 – Zurigo, 25 luglio 2018[1]) è stato un dirigente d'azienda italiano naturalizzato canadese.

È noto a livello internazionale per aver guidato il profondo rinnovamento della FIAT. Ha ricoperto ruoli importanti nel gruppo Fiat: è stato amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles N.V., FCA Italy e FCA US, di cui è stato anche presidente. È stato presidente anche di CNH Industrial N.V. e Ferrari N.V., oltre che Presidente e amministratore delegato di Ferrari S.p.A.

È stato inoltre vicepresidente di Exor S.p.A. e membro permanente della Fondazione Giovanni Agnelli, Presidente del CdA dell'ACEA (associazione costruttori) per l'anno 2012 e membro del CdA del Peterson Institute for International Economics, nonché co-presidente del Consiglio per le Relazioni tra Italia e Stati Uniti.

 

(wikipedia)

 

 

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Mario Calabresi

(Milano, 17 febbraio 1970)

è un giornalista e scrittore italiano, direttore del quotidiano la Repubblica dal 15 gennaio 2016.

 

 

(wikipedia)

 

 

Appendici

1 - La memoria affettiva e il desiderio

Per definireil desiderio René Girard parla dell'effetto dissociante della memoria affettiva:

"La memoria dissocia gli elementi contraddittori del desiderio. Il sacro emana il suo profumo mentre l'intelligenza attenta e staccata può ora riconoscere l'ostacolo nel quale urtava; comprende la funzione del mediatore e ci svela il meccanismo infernale del desiderio.

La memoria affettiva reca dunque in sé la condanna del desiderio originale. I critici parlano a tale riguardo di contraddizione. Viene ripudiata l'esperienza che, a conti fatti, procura la felicità. E' vero. Ma la contraddizione non è nell'autore, è nel desiderio metafisico. Cogliere il desiderio significa in realtà cogliere il mediatore nella sua duplice funzione malefica e sacra. L'estasi del ricordo e la condanna del desiderio si implicano vicendevolmente come la lunghezza e la larghezza o il rovescio e il dritto. La psicologia aurorale è indisgiungibile dalla rivelazione mistica: ne è l'altra faccia. Non costituisce, come oggi si afferma, una seconda impresa letteraria di interesse alquanto mediocre.

La memoria affettiva è il giudizio universale dell'esistenza dell'autore. Essa separa il grano dal loglio, ma il loglio deve figurare nel romanzo perché il romanzo è il passato, è l'identità dell'autore. La memoria affettiva è il focolare di tutta l'opera dell'autore. E' fonte di verità e fonte di sacro; da essa scaturiscono le metafore religiose; essa svela la funzione divina e demoniaca del mediatore. Non bisogna limitarne gli effetti ai ricordi più antichi e più felici. Mai il vivo ricordo è più necessario che nei periodi di angoscia, perché dissipa la nebbia dell'odio. La memoria affettiva è in gioco in tutta la successione temporale. Chiarisce altrettanto bene l'inferno di Sodome et Gomorrhe quanto il paradiso di Combray.

La memoria è la salvezza dello scrittore e di Marcel Proust uomo. Noi indietreggiamo dinnanzi al messaggio trasparente del Temps retrouvè. Il nostro romanticismo tollera la salvezza soltanto se immaginaria; tollera la verità soltanto se disperante. La memoria affettiva è estasi, ma è anche conoscenza. Se trasfigurasse l'oggetto, come spesso viene ripetuto, il romanzo ci descriverebbe non tanto l'illusione vissuta al momento del desiderio, ma una nuova illusione, frutto di questa nuova trasfigurazione. Non vi sarebbe realismo nel desiderio."

 

2 - La felicità

Per definire la felicità Aristotele fa ricorso all'attività umana ovvero all'opera che è propria dell'uomo:

Il concetto della felicità ha da essere ricavato dal concetto dell'attività umana nella sua perfezione.


La felicità è il più grande dei beni. Questo verrà detto più chiaramente se si potrà cogliere l'opera che è propria dell'uomo. Poiché nell'opera consiste la bontà e perfezione dell'uomo.

L'opera propria dell'uomo è la vita in atto ovvero l'attività dell'anima secondo ragione o, almeno, non priva di ragione: in tutti i casi e senza eccezione, quando nell'operare si raggiunge la perfezione.

Se poniamo che l'opera dell'uomo è una certa vita e che questa non sia altro che attività dell'anima e azione congiunte con la ragione (l'agire), diremo che proprio dell'uomo eccellente è operare bene e bellamente.

La perfezione dell'agire umano è da riporre nell'attività dell'anima secondo virtù, e se più sono le virtù, in quella che è secondo la virtù ottima e perfettissima.

Aggiungi: in una vita perfetta. Perché, come in una sola rondine o in un sol giorno non fa primavera, così neppure un sol giorno né un picciol tempo fa l'uomo beato e felice."
(Etica Nicomachea - Aristotele)

 

Ora lascio alle parole dell'articolo di Mario Calabresi, che ho sintetizzato e raggruppato in distinti punti di riflessione, l'arduo compito di accompagnare chi legge alla ricerca di sè e della verità. Buona lettura

 

3 - Appunti

(sintesi organizzata dell'articolo di Mario Calabresi) Marchionne, l'uomo che viveva di lavoro

La presentazione
“Sono arrivato in Canada dall’Abruzzo che avevo 14 anni, parlavo l’inglese malissimo, con un marcatissimo accento italiano. Ci ho messo più di sei anni a perderlo. Sei anni persi con le ragazze. L’imbarazzo di aprire la bocca mi paralizzava."

La rivalsa

- Ogni giorno per oltre mezzo secolo ha voluto dimostrare che non si sarebbe più lasciato paralizzare o mettere in un angolo da quelli più grossi di lui, anche per questo prese tre lauree.
- Il Golia da battere nell’ultimo decennio sono state le case automobilistiche tedesche e le pubblicità del Superbowl erano ogni anno il suo manifesto; (Eminem, Clint Eastwood e Bob Dylan… il cruccio per non aver convinto Bruce Springsteen).
- Lo spot che amava di più. Maserati in America, 2014. Una bambina afroamericana che raccontava una storia di rivincita con parole che sembravano scritte da lui; sembrava la sua biografia: “Siamo circondati da giganti, abbiamo dovuto imparare ad affrontarli e a batterli, siamo piccoli ma veloci e sappiamo che essere svegli è più importante che essere il ragazzo più grosso del quartiere”.

La filosofia

- Comandare non significa solo decidere ma essere capobranco che non molla mai la presa e lavora più di tutti gli altri.
- La fatica era la sua compagna di vita e la cartina tornasole con cui giudicava le biografie di chi incontrava. I suoi ritmi, per chi lavorava con lui, a volte erano insostenibili. Non ne faceva mistero e prendeva in giro quei manager che a Torino sparivano all’ora di pranzo: “Si mettono la protezione cinquanta per non farsi vedere abbronzati”. Qualche estate fa apparve abbronzato anche lui e raccontò di essere stato finalmente in vacanza: “Un fine settimana a Boston, per vedere da turista l’università di Harward e la Kennedy Library. Poi mi sono messo a leggere un libro su una panchina al sole e mi sono scottato”.
- Era un uomo di poche raffinatezze, viaggiava con uno zainetto, molto spesso con due buste di plastica, una per le sigarette e il the freddo, l’altra per i caricatori dei tre cellulari: uno americano, uno svizzero e uno italiano. Da uno dei sacchetti faceva capolino una statuetta di Ganesh (divinità indiana con testa di elefante) il suo portafortuna.
- L’amore per il metodo lo legava a John Elkann; spesso parlavano in inglese tra loro, per capirsi più in fretta; era fissato con la velocità: “La lingua italiana è troppo complessa e lenta: per un concetto che in inglese si spiega in due parole, in italiano ne occorrono almeno sei."

La politica italiana

- Allergico ai riti della politica italiana, per lui più soffocanti dell'odiata cravatta.
- Rifiutava le dicerie sulla sua presunta incapacità di mediazione: “Ho riportato in Italia una produzione che era stata delocalizzata in Polonia, quella della Cinquecento, e trovano il modo per contestarmi. Ho rilanciato Pomigliano, una fabbrica del sud Italia, un luogo dove c’erano i cani randagi in giro per lo stabilimento, dove trovavi i loro peli sulla carrozzeria dopo la verniciatura”.
- Gli piacque Renzi; gli sembrava diverso, più dinamico, non ingessato, diretto. Pensò che avrebbe cambiato l’Italia. Quando lo vide in difficoltà ragionò che aveva sbagliato a non scegliere i migliori, ma a circondarsi da una stretta cerchia di “amici” fiorentini.

La comunicazione

- Quando ero direttore di La Stampa (di proprietà Fiat), mi chiamò una sola volta per lamentarsi del giornale; in particolare riguardo a un titolo apparso sul sito in cui si diceva che "Er Batman” (Franco Fiorito) si era comprato una jeep con i soldi pubblici: “Non ha comprato una Jeep ma un fuoristrada, non si può usare il termine come se fosse generico perché è un marchio, soprattutto perché non facciamo automobili per politici ladri."
- Durante il governo Berlusconi, mi propose un’intervista per dire che Fiat non aveva alcun interesse a chiedere incentivi per la rottamazione. Alla fine del colloquio si alzò e disse soddisfatto:”Con questa intervista ho comprato la mia e la tua libertà”.
- Una volta l’anno chiedeva i conti dell’editoria e non sopportava il rosso, però di fronte a un piano serio di recupero, non fece problemi a investire: "Se perdete vi dobbiamo sovvenzionare ogni anno, allora finirete per essere l’Illustrato Fiat; ma a me la cosa non interessa: state in piedi da soli e questa sarà la migliore garanzia della libertà del giornale”.
- All'Italia contestava l’incapacità di scommettere sui giovani, di dare spazio alle nuove generazioni, anche per questo rimase folgorato quando lo invitarono al Meeting di Rimini: “Ho visto l’energia dei ragazzi in un Paese che li soffoca”.

La politica americana

- Amò molto Obama di cui lodava la capacità di visione, di aver salvato Detroit, l’auto è un pezzo fondamentale della storia dell’industria americana; di aver aperto la porta agli italiani. Il rapporto tra i due era fortissimo. Ma questo non gli impedì una certa familiarità anche con Trump:

- “Chi non lo capisce, non capisce l’americano medio; che non è quello che vive a New York o a San Francisco, ma che sta nel mezzo. Quello che è orgoglioso di farti vedere quanto è grande il suo televisore o ti trascina in garage prima del barbecue per mostrarti la macchina nuova. Trump è esattamente quella cosa lì. Quando sono entrato alla Casa Bianca mi ha portato a fare il giro delle stanze per farmi vedere tutto quello che aveva cambiato, le sue aggiunte, dalle tv alle tende dorate. Poi mi ha dato una gran pacca sulla schiena. La rappresentazione perfetta dell’americano medio".
- "Hillary aveva l’accordo con i leader sindacali, ma anche nelle nostre fabbriche gli operai hanno votato per Trump. Erano storici elettori democratici ma avevano trovato uno che per la prima volta parlava la loro lingua e diceva quello che volevano sentirsi dire: nessuno porterà più il lavoro fuori dai confini dell’America”.

La famiglia

- La prima volta che l’ho incontrato, a New York, non mi chiese nulla di politica e mi parlò della sua infanzia, dell’idealizzazione dell’Italia e delle nostalgie che aveva di suo padre, di sua madre e degli studi di filosofia. Ma soprattutto della sorella Luciana che amava tantissimo, morta a 32 anni di cancro. Mi raccontò di quando accompagnò per l’ultima volta il figlio di lei all’ospedale per salutare la mamma. Si commosse, smise di parlare per un po’, poi cambiò discorso e ortinò una bottiglia di vino e due bistecche.

La Ferrari

- Era felice ai box della Ferrari, con le cuffie in testa, quando cercava di azzeccare al millesimo i tempi dei giri di prova. Nel suo futuro forse sarebbe stata la sua nuova vita e ci era quasi riuscito.

La Chrysler

- Era stato appena firmato l’accordo tra Fiat e Chrysler. “Dovrò dividere il mio tempo e la mia vita tra l’Europa e gli Stati Uniti, ma certo dovrò alleggerire certe cose che facevo perché ho raggiunto i miei limiti fisici e di più non posso chiedere a me stesso.
- Adesso non vedo l’ora di risalire sull’aereo, è piccolo e scomodo ma devo dormire a tutti i costi.
- Dormire sarà il mio modo di festeggiare."

 

I giorni della fine

Jul 272018

 


(da: Il Libro della Passione ñ di J. M. I. Langlois)

José Miguel Ibànez Langlois, nato a Santiago del Cile nel 1936 e sacerdote dal 1960, è stato membro della commissione teologica internazionale. Si è laureato in Lettere e filosofia presso l’università di Madrid e in Filosofia presso la Pontificia Università Lateranense, ricoprendo poi incarichi di docente universitario in Cile. Figura di spicco nella vita culturale latinoamericana - dal 1966 è critico letterario del principale quotidiano cileno, El Mercurio -, Ibanez Langlois accompagna a un’intensa attività di teologo una personalissima produzione poetica che, partendo dai Poemi dogmatici (1971), attraverso Futurologie (1980) e Storia della filosofia (1983), culmina con Il Libro della Passione” (@ Editorial Universitaria Santiago del Cile, 1986 - @ Edizioni Ares Milano, 2002)

Prologo

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Gesù di Nazaret che pover'uomo
fallimento fallimento completo
unici discepoli pochi pescatori locali
com’era prevedibile a quei tàngheri
non ci fu verso di fargli capire ciò che intendeva
e tuttavia vagò con loro per tutta la Giudea
risvegliando tra le masse un’esaltazione sporadica e superficiale
un breve starnazzare nella polvere dei casali
come accade a quasi tutti i predicatori itineranti
neppure i suoi parenti credevano in lui
lo ritenevano pazzo e di certo non erano i soli

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fu vinto da una cricca di politici e di teologi del suo paese
i suoi discepoli lo abbandonarono a mezzanotte
e tutti i galli di Gerusalemme cantavano a sproposito
fu venduto per 30 dollari in contanti non una lira di più
fu condannato come bestemmiatore menzognero e rivoluzionario
dietro richiesta delle stesse folle che parevano dalla sua

 

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ai piedi della croce dei suoi quasi nessuno
solamente sua madre e un qualche imberbe seguace
di quelli che non mancano neppure al più demente dei visionari
soltanto un qualche imberbe a scacciare i cani che venivano a leccargli il sangue

persino la sua biancheria se la divisero i carnefici
passò per il mondo come se non fosse passato nessuno

a poche ore dalla sua morte tutto restava identico nell'universo
solo luccicava come insegna luminosa sul suo sangue l'INRI
dura avvertenza per i pazzi che si credono re
non ci fu uomo più morto di quest’uomo morto sulla croce

la sua morte a una semplice occhiata era profonda d'infinito
Gesù oh che morto
soprannaturale

le anime si arrendevano a lui morto
la croce patibolare divenne il suo trionfo
i morti uscivano dalla terra per amarlo fino all'adorazione

 

assiso sul sermone della montagnaundefined
il suo sguardo cambiò il corso della storia affatto bruscamente
facendola passare per i precipizi più incredibili

 

il cosiddetto corso della storia umana
non fa che rigirargli intorno per i secoli
non fa che precipitarsi nell’abisso del suo cuore

La sua voce pacata d’accento galileo
risuonò come un tuono che ammutolisce i cesari
e i filosofi e i saggi

la sua parola illuminò ogni cosa dall'interno
fece tremare il pensiero umano col fulgore di una luce incognita
che il corso dei secoli non è ancora riuscito a decifrare

Gesù di Nazaret
oh che morto che morto risuscitato

dal suo respiro sgorgano a fiotti vite di santiundefined
dal fondo dei suoi occhi spiccano camminando
trasparenti legioni di vergini confessori martiri
che dopo esser passati dalle fiamme da tutte le croci
camminando ritornano al fondo del suo cuore

vie di Damasco sgorgano dalle sue dita mistiche
dalla polvere della terra sgorgano vie che conducono a lui

il suo spirito ha preso l’abitudine di giungere in lingue di fuoco
sulle più umili parrocchie di taglialegna e di pubblici impiegati
continuamente accade che s’impazzisca d’amore per lui

con una parabola lancia in volo tutti i sogni del genere umanoundefined
con una parabola fonda il metodo scientifico sperimentale
un gesto della sua fine mano crea tutti gli stili classici e romantici
con un dito fa girare le settemila forme della bellezza pura

è capace di trarre gigli dalle ghiande
di trarre il bene dal male col metodo di crocifiggersi
nella carne più peccatrice e di seppellirsi in essa
e di uscire dal sepolcro alla velocità della luce
e di uscire dal sepolcro a rallentatore
diffondendosi nell’aere glorioso ah che bellezza

chi chi racconterà la storia delle sue morti e risurrezioni
non si può lottare contro un uomo simile
battaglia che perde battaglia che vince
per invisibili procedimenti con centrale in Roma
e filiali negli angoli più remoti dell'universo

ah sempre le lacrime del pentimento
gli appartengono tutte le lacrime di mezzanotte
tutti tutti gli amori lavorano in incognito per lui

le piaghe sue antichissime non si chiudono mai
quelle piaghe dicono io sono la via la verità la vita
la sua tunica scarlatta oggi risuscitata
fiammeggia ai quattro venti sì fiammeggia come un arcangelo
che indica l’esatta direzione del paradiso

Gesù di Nazaret
oh che morto
che morto risuscitato.

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Il desiderio, il bacio e il possesso

Apr 162018

Da Dante a Boll, da Nemirovsky a Tolstoj, il bacio è protagonista della storia più antica del mondo: la storia che racconta dell'uomo e della donna e del loro instancabile, irriducibile e reciproco desiderio di amare ed essere amati.

Autori diversi, esempi e situazioni diverse nel tempo e nello spazio, che raccontano con arte poetica il meraviglioso, misterioso e unico desiderio, dell'uomo e della donna, di unirsi l'uno all'altra.

 

 

 

Il bacio di Paolo e Francesca

Il Canto V dell’Inferno è il canto di Paolo e Francesca. Interrogata da Dante Francesca risponde raccontando le circostanze del suo cedimento al bacio dell'amante.

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Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,

quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».

Poi mi rivolsi a loro e parla' io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo d'i dolci sospiri,
a che e come concedette Amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».

E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.

Ma s'a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.

 

 

 

Noi leggiavamo un giorno per diletto undefined
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante

 

 

Il bacio giovanile

"Senza parlare, sorridendo, lei si lasciava baciare, come Solange Saint-Clair tra le braccia di Dominique Hèriot, come tutte le ragazze che Antoine aveva conosciuto. Senza amore, senza ancora immaginare il piacere, il presentimento dell’amore e del piacere dava a quelle carezze incompiute, ansimanti, un sapore che non avrebbero più ritrovato."

discussione del gruppo di lettura: Irene Nemirovsky - Due

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Continua la descrizione delle sensazioni giovanili che non lasciano spazio alla passione; tutto è sostenuto da un appagamento intimo di piacere sensuale e non passionale.

Traspare dalle parole dell'autrice un'intima consapevolezza di ri-vivere situazioni irripetibili.

L'autrice è ben consapevole - e si nota un suo intimo e mal celato compiacimento nella descrizione di quei momenti - che la morte è sempre pronta a falciare la sua vita; è lì, accanto a lei, allora come ora, nascosta, magari dietro l'angolo del piacere, o del tempo che fugge; questo è il suo vivere; la sua è una vita pro-fuga.

E allora, prendere tutto, non lasciar niente, perché il vivere è adesso.

Questo sarebbe il pensiero dell'autrice, ma il personaggio del romanzo non lo fa suo.

Quel "senza amore, senza ancora immaginare il piacere", fa trapelare lo sguardo a posteriori dell'autrice; la sua memoria affettiva colora il personaggio con una tinta di rosa pastello, dolce e malinconica; dolce per la delicatezza del gesto; malinconica per l'assenza di amore e di piacere; quasi a sottolineare il rammarico di un'occasione perduta, di una felicità che il bacio avrebbe potuto darle ma che la giovane protagonista lascia dormire nell'immaginario, senza abbandonarsi alla voluttà del momento, spinta da quella fretta giovanile di fare "tutto e subito"; senza essere consapevole dei tesori nascosti di quel piccolo e semplice gesto; tesori che solo una improbabile, dolce e lasciva lentezza potrebbe far emergere dallo scrigno serrato dell'abitudine; l'abitudine di fare ciò che si fà solo perché si deve fare.

Lorenzo Il Magnifico scrive, una manciata di secoli prima di Nemirovsky:

Quant'è bella giovinezza che si fugge tuttavia,
chi vuol esser lieto sia, di doman non c'è certezza.

 

 

 

 

Il bacio passionale

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"… quello che per Anna era un impossibile, orribile e tanto più incantevole sogno di felicità, quel desiderio era soddisfatto. Pallido con la mascella inferiore che gli tremava, egli stava ritto al di sopra di lei e la supplicava di calmarsi, non sapendo lui stesso di cosa e di come." (Lev Tolstoj, Anna Karenina)

In questo brano non c'è narrazione ma la descrizione dell’anima dei personaggi, confusi nella reciproca passione. E` la capitolazione delle loro personalità; sono perduti a loro stessi, avvinghiati i loro corpi nel vortice della passione non riescono a riconoscersi, non si guardano, nascondono i loro volti nelle pieghe oscure della passione.

"- Nemmeno una parola di più,- ella ripeté…"

La fine del desiderio di un possibile rapporto amoroso e l’inizio di una carnale passione. Non più il gioco, le schermaglie e il rincorrersi tra due persone che si desiderano ma il naufragio passionale e assassino; l'autore, infatti, descrive con la parola assassino e assassinato  per indicare gli amanti. L’assassino che infierisce sul corpo della donna:

"E l’assassino si getta su questo corpo con rabbia, si direbbe con passione, e lo trascina, e lo taglia".

La passione è il lato oscuro dell'amore: il desiderio nel maschio si converte convulsamente in volontà di possesso della femmina.

 

Il desiderio di possesso

"Avevo ventun anni e lei diciannove quando una sera andai semplicemente nella sua stanza per fare con lei le cose che uomo e donna fanno insieme. Al pomeriggio l'avevo vista con Zupfner, mentre uscivano insieme dalla Casa della Gioventù; si tenevano per mano e sorridevano e ne avevo provato una fitta." (H. Boll - Opinioni di un clown)

Secondo lo schema triangolare del desiderio mimetico i personaggi nominati in questa frase sono:

Hans il clown soggetto che desidera

Zupfner mediatore - rivale

Lei (Maria) l'oggetto desiderato

Dei tre vertici del triangolo solo due sono identificati con un nome: Hans e Zupfner ovvero il soggetto e il suo mediatore-rivale. La donna non è nominata nel pensiero di clown Hans-Boll: c'è solo un piccolo pronome d'appoggio; quel "lei" sfuggevole che fa scivolare l'importanza del rapporto sull'interazione generalizzata tra un uomo e una donna:

"...fare con lei le cose che un uomo e una donna fanno insieme."

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Quello che prova Hans per Maria non è amore ma desiderio di possesso; il desiderio di "avere" la donna di un altro svanisce con il possesso e, nella mente di Hans, lascia il posto al desiderio mimetico per il "mediatore" Zupfner: il soggetto vuole essere il suo mediatore; il suo idolo diventa il rivale per il "possesso" di Maria.

Normalmente questo desiderio lo chiamiamo "invidia"; Hans desidera "ciò" che desidera Zupfner perché in realtà desidera essere Zupfner.

 

Emulazione e invidia muovono l'agire dell'uomo nella relazione con gli altri. Quello di Hans non e' amore a prima vista, come in un primo momento potrebbe sembrare, ma desiderio di possesso. Il suo primo desiderio di avere Maria nasce perché un giorno qualsiasi, la vede mano nella mano con Zupfner, il suo mediatore e rivale.

Hans vede in Zupfner il modello da seguire che diventa rivale per il "possesso" esclusivo di Maria.

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L'invidia di Giuda

Mar 302018

Il desiderio

A volte pretendiamo “un dio che possa piegarsi alle nostre richieste e magicamente intervenire per cambiare la realtà e renderla come noi la vogliamo; un idolo, appunto, che in quanto tale non può fare nulla, impotente e menzognero”.

"Il desiderio secondo l’altro è sempre desiderio di essere l’altro.

Non v’è nulla di immutabile in ciò che si può osservare direttamente nel desiderio degli eroi".

(René Girard - Menzogna romantica e verità romanzesca)

 

Il Bacio

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Il bacio - R. Frasca
(fotogramma "Il vangelo secondo Matteo" di Pierpaolo Pasolini)

 

 

Il tradimento

Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: "Quello che bacero', è lui; arrestatelo!". Subito si avvicinò a Gesù e disse: "Salve Rabbi!". E lo baciò. (Mt,26,48-49). E, non con astio ma con affetto, gli chiese: “Giuda, con un bacio tu tradisci il figlio dell’Uomo?” (Lc 22, 48). Con parvenza di pace mi muovi guerra? Con segni di amore mi consegni alla morte? E, per costringerlo maggiormente a riconoscere la sua colpa, gli pose perfino un’altra domanda, piena d’amore: “Amico, a ché sei venuto?” (Mt 26, 50).
(Luis de la Palma, La passione del Signore)

 

 

L'ombra

Posso infine scordare. Giungo al centro,
alla mia chiave, all’algebra,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono.
("Elogio dell’ombra” di Jorge Luis Borges)

 

L'obiettivo

Il protagonista di una sceneggiatura è il personaggio, la cui principale caratteristica è il desiderio, solitamente molto intenso, di raggiungere un determinato obiettivo. L’interesse del pubblico è suscitato proprio dal vedere come questo personaggio va verso la sua méta. Questo movimento verso l’obiettivo determina dove inizia e finisce la storia.
(Carmen Sofia Brenes - Tema e trama di un film)

 

La scelta

"Il tradimento di Giuda non fu casuale; fu cosa prestabilita, e che ebbe il suo luogo misterioso nell’economia della redenzione. Incarnandosi il Verbo passò dall’ubiquità allo spazio, dall’eternità alla storia, dalla felicità senza limiti alla mutazione e alla morte; per rispondere a tanto sacrificio, era necessario che un uomo, in rappresentanza di tutti gli uomini, facesse un sacrificio condegno. Giuda Iscariota fu quest’uomo. (Runeberg)

Ascrivere il suo delitto alla cupidigia, è rassegnarsi al movente più turpe. Runeberg propone il movente contrario: un ascetismo iperbolico e addirittura illimitato. L’asceta per la maggior gloria di Dio, avvilisce e mortifica la carne; Giuda fece la stessa cosa con lo spirito. Rinunciò all’onore, al bene alla pace, al regno dei cieli come altri, meno eroicamente, rinunciano al piacere. Premeditò con lucidità terribile le sue colpe. Giuda scelse quelle colpe cui non visita alcuna virtù: l’abuso di fiducia e la delazione. Agì con gigantesca umiltà; si stimò indegno d’essere buono.

La profezia del crocifisso (Isaia LIII 2-3) nell’ora della morte, è per Runeberg la profezia non d’un momento solo, ma di tutto l’atroce avvenire, nel tempo e nell’eternità, del Verbo fatto carne. Dio interamente si fece uomo, ma uomo fino all’infamia, uomo fino alla dannazione e all’abisso."
(dal racconto: "Le tre versioni di Giuda" di Jorge Luis Borges - Finzioni - Ed. Einaudi – 1985 Trad: F. Lucentini)

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Borges non si esprime su queste posisizioni di Runeberg; da scaltro e sornione divulgatore culturale, si limita a registrare sia le eresie sia le reazioni del "teologicamente corretto".

Ma il Giuda protagonista, quello che vogliamo rappresentare, dovrebbe essere più vicino al “Che" Guevara o a Garibaldi: un eroe che non instaura il nuovo, né restaura il vecchio, ma sempre cerca, magari altrove, una corruzione da debellare un invasore da scacciare, un nemico da combattere.

Giuda è amico dei poveri, non nel senso soprannaturale che predica Gesù, ma nel senso materiale e concreto della storia; una specie di cavaliere del "materialismo storico" ante-litteram; o, nel migliore dei casi, un Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri.
Giuda è profondamente convinto che l’unica strada sia l’insurrezione d’Israele contro l’occupazione dei Romani.
Giuda vuole servirsi di Gesù per dimostrare ai sacerdoti del Sinedrio, che la straordinaria capacità mediatica di quest’uomo potrebbe essere spesa per "addomesticare" il popolo alle necessità della nazione per ribellarsi e liberarsi dall’occupazione dei Romani. Giuda, in cuor suo, vorrebbe l’insurrezione sociale, popolare e nazionale d’Israele, non la resurrezione personale predicata da Gesù; per questo pianifica di consegnarlo ai sacerdoti.

Caifa, il Sommo Sacerdote politicamente compromesso con i Romani, ha paura che il potere mediatico di Gesù possa detronizzare il Sinedrio; finge dunque di accogliere la proposta di Giuda; pur avendo deciso in cuor suo che, dopo l’arresto operato con la necessaria complicità di Giuda, lo avrebbe sottoposto al giudizio del Sinedrio, nella speranza di farlo cadere in dichiarazioni blasfeme e poterne così deliberare la condanna a morte (ovvero l'“estirpazione” mediante “lapidazione").

Qui entra in gioco la legge di Israele per la condanna a morte di un colpevole da “estirpare" dalla comunità. Il sinedrio non avendo raggiunto l'unanimità per l'opposizione di Nicodemo (e forse di qualche altro sacerdote e/o anziano), non ha potuto decretare la condanna a morte per lapidazione; Caifa decide così di cconsegnare Gesù a Pilato, allo scopo di ottenere la condanna, secondo le leggi romane. Una condanna che avrebbe sollevato il Sinedrio dai vincoli della legge d'Israele; una condanna che sarebbe servita a riconquistare i seguaci di Gesù e ricompattare Israele.

Pilato, però, non trova colpe in Gesù e lo condanna alla sola fustigazione solo per accontentare il Sinedrio. Caifa non si arrende e trova la soluzione nella consuetudine imperiale di liberare, nella ricorrenza della festa del popolo d’Israele, un condannato a morte scelto dal popolo. Pilato accetta la proposta di Caifa ma solo con una chiara indicazione del popolo. Affida dunque al popolo la scelta tra Gesù o un altro condannato a morte rinchiuso nelle carceri. Il popolo, fomentato e manipolato da Caifa e gli anziani, acclama la liberazione di Barabba e chiede la condanna a morte di Gesù per "crocifissione".

Giuda, vista la piega che aveva preso la vicenda, si è sentito preso in giro e usato dal sinedrio per i suoi infimi scopi. Il suo bacio, il suo tradimento non è servito per la liberazione del popolo ma per riconfermare l'inciucio del potere e della corruzione; la sua rivoluzione è naufragata miseramente ancor prima di cominciare per i giochi della politica e del potere; per la scaltrezza politica di Caifa e la debolezza imperiale di Pilato, del tutto inaspettata.

Non c’è di peggio, per un romantico idealista, che il sentirsi usato e manipolato dal potere; contro se stesso e il suo ideale, a cui si arriva solo con la ribellione e la lotta; il fatto di aver tradito l’amicizia di Gesù, il Maestro che lo amava e che di lui si fidava pur avendone previsto il tradimento, lo tormenta fin nelle viscere e lo angoscia nell'anima.

Come può ritornare al cospetto di Gesù! Ecco la disperazione che si fa strada…il sentirsi impotente contro il male…l’umiliazione della sconfitta politica inflittagli dai sacerdoti del sinedrio… tornare da Gesù, certo, è l’ultimo dei suoi pensieri…combattere contro il sinedrio e i romani, non è alla sua portata… Ecco: forse solo un grande gesto per redimere la sua colpa; non la morte in croce di Gesù… non il pentimento ed il perdono di Pietro… ma la fuga… l’eliminazione fisica del colpevole. Un atto di profondo egoismo… non di umiltà come dice Runeberg (Borges); è solo egoismo il pensare solo a sé; invilupparsi nelle proprie colpe e dolersi… non tener conto degli insegnamenti del Maestro, del perdono; il ritorno alla casa del padre del figliol prodigo… le lacrime di Pietro… il fare la volontà del Padre di Gesù… No! niente di tutto questo ma solo il dolersi della colpa: "Io son colpevole, Io son peccatore, Io son traditore, io..io..io, solo io! Quale grande ego alimenta il pensiero di Giuda… è lui, é il maligno in persona che si appropria della sua anima, del suo corpo, delle sue azioni e lo travolge nella perdizione, per sempre.

Giuda, (il mancato) eroe della liberazione d’Israele; Che Guevara, (il ripudiato) eroe della liberazione di Cuba; Garibaldi (l’esiliato) eroe…. dei due mondi; tutti attori, tutti eroi sconfitti; come appaiono miseri questi eroi sconfitti al cospetto di Gesù, uomo vittorioso sulla morte dell'anima; Gesù non è un eroe romantico ma l’uomo vero, la creatura di Dio; l'umile figlio di Dio fatto uomo… questo figlio che ha indicato il cammino… che ha lasciato detto: io sono la via, la verità e la vita… Ecco il dramma di Giuda: non aver compreso il messaggio salvifico di Gesù… forse per troppa prossimità a quell’io divino, forse perché non consapevole della via che sta percorrendo, della vita che sta vivendo, della verità si sta nascondendo (nella realtà); come quando non ci accorgiamo del trave nel nostro occhio e ci scandalizziamo della pagliuzza nell’occhio dell'altro.

L’invidia, la rabbia impotente, la disperazione, l'angoscia; questi sono i sentimenti in cui matura il tradimento di Giuda; quando si accorge che gli altri, i potenti contro cui si ribella e si combatte, lo “fregano”, lo prendono in giro, lo giocano, lo manipolano, lo usano, ecc… e si accorge che tutto cambia perché nulla cambi; è su queste basi che matura il gesto estremo di Giuda, il suo urlo d'impotenza: il suicidio ovvero il gesto estremo dello sconfitto, la fuga; la rinuncia alla vita; la morte dell'ego e il disconoscimento di Dio, della Sua paternità universale; la solitudine estrema dell'emarginato, il naufragio nel nulla cosmico, la perdizione eterna senza speranza, l’inferno dantesco di: "lasciate ogni speranza voi c’entrate".

La scelta della morte: qualunque, comunque e dovunque essa sia, non è - e non sarà mai - il riconoscimento di Dio; sarà piuttosto la sua negazione e l’ostinato e vigliacco rifiuto di conoscerlo; come dire: “meglio morire che riconoscere Dio e dichiararsi sconfitto ovvero peccatore.

 

undefinedIl pensiero

(monologo)

 

Nessuno dica che Gesù non l’ho amato. Dopo aver visto i Suoi primi miracoli, mi sembrava d’impazzire; mi ripetevo: rallegrati o terra è giunta la liberazione del povero; e tu Roma incomincia a tremare; e tu Giuda preparati: sarai uno dei suoi dodici re.

Ma presto cominciarono le delusioni. La cosa prese una piega vagamente spirituale; guariva servi di centurioni come se niente fosse; risolveva solo casi personali: numerosi sì, ma solo personali; cinquemila bocche affamate saziate nel deserto; ma solo in quanto bocche personali

Invece i poveri li avrete sempre con voi diceva. Bah! Presto si vide che non portava al mondo una rivoluzione politica; parlava come se la politica non esistesse. Quegli occhi chiaroveggenti vedevano solo il cuore privato; accecati dalla loro stessa luce non vedevano il mondo.

che importa il cuore di Giuda di fronte ai problemi del mondo; di fronte all’enormità storica del male e delle ingiustizie. Eppure a lui importava molto il mio cuore: io ero tutto per lui. I suoi occhi dentro di me vedevano tutto ma non vedevano i mali e le ingiustizie del popolo d’Israele.

Ah quell’eterna ambiguità: non sono re, sì lo sono, anzi, no non lo sono; o meglio lo sono, ma solo nel senso immateriale della parola, solo in senso spirituale.

Bella roba poi quell’entrata trionfale in Gerusalemme: un Rabbi vestito da prima comunione al trotto di un asinello. Costui vuole soltanto morire sgozzato. Giuda preparati che la storia ti assolverà; il senso della storia... ma non mi considero peggiore degli altri: Giovanni il carino che Gli dorme sul petto, Pietro la roccia su cui fondare la chiesa, Giacomo il tuono che dorme anche lui nella Sua mano… Maledetti undici dell’altro mondo! Ruffiani; e poi si dirà che son io il vile.

La parola vile mi perseguita dall’infanzia. La vidi scritta negli occhi del maestro; la si leggeva nelle pupille di questi galilei; si moltiplicava per undici con estrema facilità. Io non so cos’è esser vile; sò soltanto cos’è essere Giuda; e intanto Lui insiste stupidamente a voler essere un agnello sgozzato.

Da un pezzo mi guarda come fossi un moribondo; non sopporto quello sguardo mite; non sopporto le sue allusioni mistiche: Io sono Giuda e lo odio! Ah con che dolcezza sibila il serpente dell’odio. Il mio nome è importante in questi abissi: Giuda, sì son Giuda! Non avevo mai sentito una voce così bella dopo quel “Giuda vieni e seguimi”; dopo quel maledetto inganno dell’altro mondo nella mia giovinezza.

(da: "Il libro della passione" di Josè Miguel Ibanez Langlois - edizioni Ares)

 

 

Il Vangelo secondo Matteo di Pierpaolo Pasolini

Il tradimento di Giuda

 

Analisi mimetica

Il desiderio triangolare

Il discepolo si precipita sugli oggetti che il modello ideale  di uomo scelto (maestro) gli indica, o sembra indicargli. Noi chiameremo questo modello "mediatore" del desiderio. L'esistenza è l'imitazione di un ideale preesistente proprio come l'esistenza del cristiano é imitazione di Gesù Cristo.

Nella maggior parte delle opere di finzione i personaggi desiderano in maniera più semplice: non vi é mediatore, ma soltanto il soggetto e l'oggetto. Quando la natura dell'oggetto che appassiona non basta a giustificare il desideri, ci si volge al soggetto appassionato; si fa la sua psicologia, o si invoca la sua libertà, ma il desiderio è sempre spontaneo: lo si può sempre rappresentare con una semplice linea retta che unisce il soggetto e l'oggetto.

 

Le opere romanzesche si possono raggruppare in due categorie fondamentali, nel cui ambito sono possibili infinite distinzioni secondarie. Parleremo di mediazione esterna laddove la distanza fra le due sfere di possibili, che s’accentrano rispettivamente sul mediatore e sul soggetto, sia tale da non permetterne il contatto. Parleremo di mediazione interna laddove questa stessa distanza sia abbastanza ridotta perché le due sfere si compenetrino più o meno profondamente.

Evidentemente non è lo spazio fisico quello misurato dallo scarto tra mediatore e soggetto che desidera; anche se la distanza geografica può rappresentare un fattore, la distanza tra mediatore e soggetto è innanzitutto spirituale.
(la distanza tra Gesù (mediatore) e Giuda (soggetto) è innanzitutto spirituale)

Don Chisciotte e Sancio Pancia sono fisicamente sempre l’uno vicino all’altro, ma la distanza sociale e intellettuale che li separa rimane insuperabile: mai il servo desidera quello che desidera il padrone. (date a cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio). Sancio brama le vettovaglie abbandonate dai frati, la borsa d’oro trovata lungo il cammino e altri oggetti ancora, che Don Chisciotte gli concede senza rammarico; quanto all’isola favolosa, Sancio conta di averla proprio da Don Chisciotte, quale fedele vassallo che possiede ogni cosa in nome del suo signore. La mediazione di Sancio è dunque una mediazione esterna, qualsiasi rivalità con il mediatore è impossibile e l’armonia tra i due compagni non è mai seriamente turbata.
(Tra Gesù, mediatore e Giuda, soggetto che desidera, in un primo momento, si instaura una mediazione esterna dove Giuda, fedele vassallo desidera e possiede ogni cosa in nome del suo signore Gesù).

L’eroe della mediazione esterna proclama a piena voce la vera natura del proprio desiderio, venera apertamente il modello e se ne dichiara discepolo.(Giuda eroe della mediazione esterna proclama a piena voce la vera natura del proprio desiderio, venera apertamente il modello Gesù e se ne dichiara discepolo).

L’imitazione non è meno fedele e letterale nella mediazione interna che nella mediazione esterna. Se questa verità ci sembra sorprendente, non lo si deve soltanto al fatto che l’imitazione riguarda un modello “ravvicinato”, ma anche al fatto che l’eroe della mediazione interna, lungi questa volta dal ricavare gloria dal suo proposito di imitazione del modello, lo cela con cura.
(Il cambiamento da mediazione esterna a interna: Giuda, eroe della nuova mediazione interna, lungi dal ricavare gloria dal suo proposito di imitazione del modello Gesù (proposito dell’invidia), non proclama apertamente il suo desiderio ma lo cela con cura (nascondimento), finge di essere ancora fedele vassallo e discepolo ma in cuor suo è già entrato in nella rivalità mimetica).

Lo slancio verso l’oggetto è in fondo slancio verso il mediatore. Nella mediazione interna, tale slancio è infranto dal mediatore stesso che desidera, o forse possiede, l’oggetto; affascinato dal modello, il discepolo non può fare a meno di vedere nell’ostacolo meccanico frapposto da quest’ultimo, la prova di una volontà a lui contraria, e lungi dal dichiararsi fedele vassallo, ambisce soltanto a ripudiare i legami della mediazione.

Questi legami sono tuttavia quanto mai saldi, poiché l’apparente ostilità del mediatore, lungi dall’indebolire il prestigio di questi, non può che accrescerlo. Persuaso che il modello si ritenga a lui troppo superiore per accettarlo come discepolo, il soggetto prova infatti neli confronti del modello stesso un sentimento lacerante formato dall’unione dei due contrari: la venerazione più sottomessa e il rancore più profondo. È il sentimento che chiamiamo “odio".

Soltanto l’essere che ci impedisce di esaudire un desiderio da lui stesso suggeritoci è veramente oggetto di odio. Colui che odia, odia innanzitutto se stesso, a causa della segreta ammirazione che il suo odio dissimula; con l’intento di nascondere agli altri, e a se stesso, tale sviscerata ammirazione, egli vuole scorgere nel mediatore unicamente un ostacolo. La parte secondaria che il mediatore svolge passa dunque in primo piano e dissimula la parte primordiale di modello religiosamente imitato.

Nella contesa che lo oppone al rivale, il soggetto inverte l’ordine logico e cronologico dei desideri con l’intento di dissimulare la propria imitazione, afferma che il suo desiderio è anteriore a quello del rivale: a suo dire, cioè, responsabile della rivalità non è mai lui, bensì il mediatore. Tutto ciò che proviene dal mediatore è sistematicamente spregiato, per quanto segretamente sempre desiderato e il mediatore diventa un nemico scaltro e diabolico, che cerca di spogliare il soggetto di ciò che ha di più caro e contrasta ostinatamente le sue più legittime ambizioni.

Tutti i fenomeni del risentimento appartengono alla mediazione interna. Il termine risentimento sottolinea il carattere di reazione, di contraccolpo che caratterizza l’esperienza del soggetto in questo tipo di mediazione. L’ammirazione appassionata e la volontà di emulazione urtano nell’ostacolo apparentemente ingiusto che il modello oppone al discepolo e ricadono su questi in forma di odio impotente, provocando così quella specie di autointossicazione psicologica che Max Scheler ha descritto tanto bene.

Così come intende Scheler il risentimento può imporre il proprio punto di vista anche a coloro che non vi sono asserviti. È il risentimento che ci impedisce di apprezzare la funzione dell’imitazione nella genesi del desiderio. Non sospettiamo, per esempio, che la gelosia e l’invidia, come l’odio, altro non sono che i nomi tradizionali della mediazione interna, nomi che ce ne nascondono, quasi sempre, la vera natura.

 

Analisi girardiana

"Se l'imitazione è certamente presente nel desiderio, e contamina il nostro impulso ad acquisire e a possedere, non si limita però ad avvicinare le persone: le allontana anche, e il paradosso è che può fare le due cose simultaneamente. Coloro che desiderano lo stesso oggetto sono uniti da un legame così intenso che, fino a quando sussiste la possibilità di condividerlo, sono amici strettissimi; appena essa viene meno, diventano acerrimi nemici.” (René Girard)

Giuda desiderava ciò che desiderava Gesù. Giuda desiderava “essere” Gesù. Giuda invidiava Gesù

Tra Giuda e Gesù succede proprio questo: desiderano la stessa cosa: la liberazione, per Giuda quella del popolo d’Israele, per Gesù quella dell’umanità; in un primo momento, l’oggetto del desiderio è lo stesso: la liberazione; sono uniti da un legame intenso fino a quando sussiste la possibilità di condividere il desiderio di liberare l'uomo dal dominio del male, che per Giuda è l'Impero mentre per Gesù è il peccato; appena appena questa condivisione viene meno ovvero quando Giuda si accorge che la liberazione spirituale che predicava Gesù non era la stessa liberazione che lui desiderava, diventa nemico e rivale di Gesù e ne invidia le qualità umane e divine: più ancora di Caifa, dei sacerdoti, degli scribi e dei farisei.

Giuda appena si accorge che il suo Maestro punta a una liberazione spirituale e personale dell'uomo - del tutto diversa da quella che desiderava lui -, inizia a meditare su come procedere per liberarsi e uscire dalla cerchia dei più stretti discepoli di Gesù. Il comportamento cambia; Giuda diventa sospettoso e pensieroso; nasconde agli altri il suo desiderio e assume atteggiamenti che lasciano trapelare il disagio del nascondimento della menzogna;  nelle situazioni critiche, viene corretto da Gesù davanti agli altri; Giuda inizia a covare risentimento e invidia verso Gesù: è pronto a consegnarlo a Caifa su un piatto di ..."trenta denari"; un misero prezzo pur di liberarsi da quella presenza incorrotta, pura, ingombrante, troppo grande, troppo forte, troppo lontana per perseguire i suoi obiettivi "materiali".

 - "Giuda vieni e seguimi" -

mai aveva sentito una voce così bella.

 

Appendici

A1

Le tre versioni di Giuda – (Finzioni - J. L. Borges)

“Non una sola cosa, tutte le cose che la tradizione attribuisce a Giuda Iscariota sono false” (De Quincey 1857)

Il tradimento di Giuda non fu casuale; fu cosa prestabilita, e che ebbe il suo luogo misterioso nell’economia della redenzione. Incarnandosi il Verbo passò dall’ubiquità allo spazio, dall’eternità alla storia, dalla felicità senza limiti alla mutazione e alla morte; per rispondere a tanto sacrificio, era necessario che un uomo, in rappresentanza di tutti gli uomini, facesse un sacrificio condegno. Giuda Iscariota fu quest’uomo. (Runeberg)

Ascrivere il suo delitto alla cupidigia, è rassegnarsi al movente più turpe. Runeberg propone il movente contrario: un ascetismo iperbolico e addirittura illimitato. L’asceta per la maggior gloria di Dio, avvilisce e mortifica la carne; Giuda fece la stessa cosa con lo spirito. Rinunciò all’onore, al bene alla pace, al regno dei cieli come altri, meno eroicamente, rinunciano al piacere. Premeditò con lucidità terribile le sue colpe. Giuda scelse quelle colpe cui non visita alcuna virtù: l’abuso di fiducia e la delazione. Agì con gigantesca umiltà; si stimò indegno d’essere buono.

La profezia del crocifisso (Isaia LIII 2-3) nell’ora della morte, è per Runeberg la profezia non d’un momento solo, ma di tutto l’atroce avvenire, nel tempo e nell’eternità, del Verbo fatto carne. Dio interamente si fece uomo, ma uomo fino all’infamia, uomo fino alla dannazione e all’abisso.

A2

La pena capitale in Israele al tempo del profeta Jirmijah

Pagina tratta dal romanzo di Franz Werfel “ASCOLTATE LA VOCE” - Arnoldo Mondatori Editore – Medusa volume CLXXXIX Edizione provvisoria 1947 - Unica traduzione autorizzata dal tedesco di Cristina Baseggio – Titolo originale “ORET DIE STIMME”


In Jehuda vigevano ancora (dunque) tutti i comandamenti che si riferivano all’esercizio della giustizia e al sistema penale. Il Signore, nella sua misericordia, non permetteva che la sentenza venisse pronunciata da un giudice singolo e nemmeno da uno di grado superiore agli altri.

In ogni città, in ogni comune si doveva radunare una corte di giustizia dei seniori, affinché dopo una scrupolosa delucidazione della legge divina e del delitto commesso venisse pronunciata secondo diritto una saggia sentenza.

E se in questo tribunale una sola voce non giudicava degno di morte il delitto imputato, la pena della “estirpazione dal popolo” non era più applicabile. Ma anche se la condanna a morte veniva pronunciata all’unanimità, il Dio della vita aveva provveduto a creare ancora ultimi ostacoli, che rendevano difficile l’esecuzione.

I re ed i popoli del mondo, tutti quanti più splendidi d’Israele, mantenevano nella loro giurisdizione gli esecutori ufficiali della “estirpazione”. Erano i provetti carnefici, giustizieri, boia o comunque venissero timidamente chiamati, gli uomini dal braccio muscoloso e dal poderoso petto nudo, che vibravano con sicurezza la bipenne sopra la testa del colpevole o con gesto ben esercitato lo cacciavano dentro la fornace.

Non così Israele. Unico fra tutti i popoli del mondo, Giacobbe non teneva un carnefice, perché la bontà astutamente saggia della Dottrina non prescriveva una estirpazione, che potesse essere compiuta da uno solo. Ecco il significato segreto di quel processo che si chiamava lapidazione.

Qualcuno aveva peccato così gravemente, che secondo la legge divina il popolo non poteva più tollerarlo senza nuocere a se stesso. Per amore della purezza e della santità d’Israele la macchia d’infamia doveva essere cancellata e si doveva versare del sangue. Ma il sangue era una cosa sacra della vita, anche il sangue di un assassino.

Il comandamento “non ammazzare” valeva sempre e dappertutto senza la minima restrizione. Nessun individuo poteva uccidere in Israele, nemmeno un impiegato addetto all’uccisione. Solo il popolo nella sua collettività poteva difendersi da un malfattore mediante lo sterminio, non altrimenti che doveva difendersi da un nemico nella guerra cruenta. Perciò il precetto divino ordinava che tutti gli abitanti maschi del luogo, dove si eseguiva una estirpazione, si recassero fuori dalle porte per colpire a morte, ciascuno individualmente e tutti collettivamente, con la pietra aguzza in mano, l’essere nocivo.

Il sangue versato, a chiunque appartenga, grida sempre vendetta dal Cielo. Anche questo sangue versato gridava vendetta dal Cielo, ma non contro un individuo, bensì contro la comunità d’Israele, la quale doveva rispondere di tal sangue e scolparsi, il che non poteva riuscire mai a nessun tiranno né a chi aveva versato il sangue per incarico di lui.

Al tempo stesso gli uomini del tribunale, che si accingeva a pronunciare una condanna a morte, avevano sempre dinnanzi agli occhi il crudele dovere della lapidazione, che smorzava il loro sdegno, e inoltre l’opprimente responsabilità del delitto capitale di cui venivano gravare il popolo intero.

Nota sulla morte di Gesù crocifisso

In questo contesto, Gesù non è stato condannato alla lapidazione dal trbunale di Israele perchè non fu raggiunta l'unanimità (Nicodemo intervenne a suo favore). Condotto da Pilato è stato giudicato innocente secondo le leggi romane; il popolo, aizzato dai sacerdoti, ha voluto e richiesto la sua morte e ha costretto Pilato alla sentenza di condanna a morte, per crocifissione e la liberazione di Barabba. Condannato dai sacerdoti e dalla piazza d'Israele, invece di essere lapidato, è stato crocifisso dai romani. Israele lo condanna e Roma lo uccide.

A3
Giuda traditore (Divina Commedia - Dante Alighieri)

D. considera G. come l'esempio tipico dell'avaro e soprattutto del traditore. Egli ha venduto Gesù Cristo (Pg XXI 84); la sua arma fu il tradimento (la lancia / con la qual giostrò Giuda, Pg XX 73-74). Rappresenta l'anima ria per eccellenza (If XIX 96). Il suo peccato è considerato gravissimo; fra tutti i dannati nessuno soffre le pene di quest'apostolo traditore, neppure i due traditori di Cesare, ossia Bruto e Cassio, che gli fanno compagnia nel posto più profondo dell'Inferno, tutti e tre maciullati da una delle tre bocche di Lucifero: " Quell'anima là sù c'ha maggior pena ", disse 'l maestro, " è Giuda Scarïotto, / che 'l capo ha dentro e fuor le gambe mena... " (If XXXIV 61-63; cfr. IX 27, XXXI 143). In If XIX 94-96 l'accenno a G. fa parte dell'invettiva contro i simoniaci; gli undici apostoli non pretesero né oro né argento da Mattia quando l'elessero al posto di Giuda. Senza dubbio non è casuale il fatto che G. non sia mai nominato nel Paradiso: il suo ricordo avrebbe costituito una stonatura; a lui è riservato il punto più tetro dell'Inferno.

A4

Giuda siamo noi (Il Signore - Romano Guardini)

Giuda dev’essere venuto con una reale disponibilità alla fede e alla sequela, altrimenti Gesù non l’avrebbe accolto. Almeno non abbiamo alcuna notizia di una resistenza o di un sospetto da parte del Signore - ancor meno di idee così abnormi, come se egli a priori e di proposito avesse accolto il traditore nel numero degli intimi. Non possiamo far altro se non supporre che Giuda era realmente disposto [alla sequela del Maestro].

"Non ho scelto io voi dodici, e uno di voi è un diavolo?” (Gv 6, 70). Giuda non lo era fin da principio, come ritiene il popolo; lo è diventato, e precisamente vicino al Redentore. Diciamo tranquillamente: vicino al Redentore, poiché "questi era posto a risurrezione e a caduta” (Lc 2, 34). Specialmente dopo Cafarnao la situazione per lui deve essersi fatta insopportabile. Avere perennemente davanti agli occhi questa figura; sentire di continuo la sua purezza sovrumana; avvertire sempre - e questa era la cosa più pesante - questa disposizione intima al sacrificio, questa volontà di dedizione agli uomini - tutto ciò poteva sopportarlo solo chi amava Gesù.

È già difficile abbastanza tollerare la grandezza umana - propriamente si dovrebbe dire: perdonarla - se non si è a nostra volta grandi. Ma quando è grandezza religiosa? Grandezza sacrificale divina? La grandezza del Redentore? Se allora non è presente una pura disponibilità a credere e ad amare, decisa per volontà a prendere come principio e misura questa Realtà possente nella sua santità, tutto può intossicarsi.

Una maligna eccitazione si forma in tale persona. Si ribella contro il pathos possente che è davanti ai suoi occhi; esercita della critica sulla parola e sull’atto, sempre più, con sempre maggior asprezza e odio; finché non può più sostenere il santo, non può più vedere i suoi gesti, non può più udire la sua voce…

Qui Giuda è divenuto alleato naturale dei nemici. Tutti gli istinti farisaici si sono risvegliati in lui ed egli ha visto in Gesù il grande pericolo per Israele. Al tempo stesso si è mosso quanto in lui v’era di basso. È esploso appunto nell’odio contro l’insostenibile altezza. Il denaro gli si è fatto di nuovo importante, è divenuto la tentazione soverchiante - finché forse occorse solo una piccolezza, una combinazione per far emergere il piano.

In che cosa consistette il tradimento? La risposta più semplice è certo la migliore: ai potentati doveva interessare di riuscire ad avere in loro potere Gesù nel modo meno vistoso possibile, poiché il popolo si trovava ancora sotto l’impressione dell’ingresso a Gerusalemme; ma Giuda, che conosceva le abitudini di Gesù, poteva dire loro dove coglierlo in silenzio.
….
Il Dio in cui noi crediamo è il Dio che viene, che entra in casa nostra e si da in potere del nostro spirito e del nostro cuore. Quindi Egli fa conto della fedeltà di questo cuore, sulla "cavalleria" di questo spirito. Perché cavalleria? Poiché Dio quando entra nel mondo si spoglia del suo potere. Dio viene inerme nel mondo. E' un Dio che tace paziente. Ha svuotato se stesso assumendo la forma di servo. Tanto più profondo è l'appello alla fede: riconosca essa il Dio privo di apparenza e splendore e mantenga la fedeltà all'indifesa altezza. ...

Ma vi sono nella nostra vita molti giorni in cui non abbiamo abbandonato lui, il nostro sapere migliore, il nostro sentimento più santo, il nostro dovere, il nostro amore per una vanità, una sensualità, un guadagno, una sicurezza, un odio, una vendetta? Questo e' forse più di trenta denari d'argento?

Abbiamo poche giustificazioni di parlare ancora con indignazione sul traditore come su qualcosa che sta là remoto.

Giuda svela noi stessi. Lo si capisce cristianamente nella misura in cui lo si comprende a partire dalle potenzialità malvage del proprio cuore, e si prega Dio che non consenta di consolidarsi al tradimento, in cui continuamente scivoliamo. Perché se questo tradimento si consolida, si arresta; se prende possesso del cuore e il cuore non trova più una via verso il pentimento - ecco Giuda!

A5 - Dio è realista (La libertà interiore - Padre Jacques)

La grazia divina non opera in situazioni di fantasia, ideali o da sogno. Agisce nella realtà concreta, nella nostra esistenza concreta. (...) La persona che Dio ama con la tenerezza di un padre, la persona di cui egli si interessa e mediante il suo amore vuole trasformare, non e` la persona che avrei voluto essere, o che avrei dovuto essere, ma e', assai banalmente, la persona che   sono.
Molto spesso, ciò che blocca l'azione della grazia divina nei nostri cuori non sono poi tanto i nostri peccati o i nostri errori, quanto piuttosto la mancanza di assenso alla nostra debolezza, tutti i rifiuti, più o meno coscienti, a ciò che siamo o alla nostra situazione concreta.

A6

Monologo di Giuda (Il libro della passione - Josè Miguel Ibanez Langlois)

Nessuno dica che Gesù non l’ho amato. Dopo aver visto i Suoi primi miracoli, mi sembrava d’impazzire; mi ripetevo: rallegrati o terra è giunta la liberazione del povero; e tu Roma incomincia a tremare; e tu Giuda preparati: sarai uno dei suoi dodici re.

Ma presto cominciarono le delusioni. La cosa prese una piega vagamente spirituale; guariva servi di centurioni come se niente fosse; risolveva solo casi personali: numerosi sì, ma solo personali; cinquemila bocche affamate saziate nel deserto; ma solo in quanto bocche personali

Invece i poveri li avrete sempre con voi diceva. Bah! Presto si vide che non portava al mondo una rivoluzione politica; parlava come se la politica non esistesse. Quegli occhi chiaroveggenti vedevano solo il cuore privato; accecati dalla loro stessa luce non vedevano il mondo.

che importa il cuore di Giuda di fronte ai problemi del mondo; di fronte all’enormità storica del male e delle ingiustizie. Eppure a lui importava molto il mio cuore: io ero tutto per lui. I suoi occhi dentro di me vedevano tutto ma non vedevano i mali e le ingiustizie del popolo d’Israele.

Ah quell’eterna ambiguità: non sono re, sì lo sono, anzi, no non lo sono; o meglio lo sono, ma solo nel senso immateriale della parola, solo in senso spirituale.

Bella roba poi quell’entrata trionfale in Gerusalemme: un Rabbi vestito da prima comunione al trotto di un asinello. Costui vuole soltanto morire sgozzato. Giuda preparati che la storia ti assolverà; il senso della storia... ma non mi considero peggiore degli altri: Giovanni il carino che Gli dorme sul petto, Pietro la roccia su cui fondare la chiesa, Giacomo il tuono che dorme anche lui nella Sua mano… Maledetti undici dell’altro mondo! Ruffiani; e poi si dirà che son io il vile.

La parola vile mi perseguita dall’infanzia. La vidi scritta negli occhi del maestro; la si leggeva nelle pupille di questi galilei; si moltiplicava per undici con estrema facilità. Io non so cos’è esser vile; sò soltanto cos’è essere Giuda; e intanto Lui insiste stupidamente a voler essere un agnello sgozzato.

Da un pezzo mi guarda come fossi un moribondo; non sopporto quello sguardo mite; non sopporto le sue allusioni mistiche: Io sono Giuda e lo odio! Ah con che dolcezza sibila il serpente dell’odio. Il mio nome è importante in questi abissi: Giuda, sì son Giuda! Non avevo mai sentito una voce così bella dopo quel “Giuda vieni e seguimi”; dopo quel maledetto inganno dell’altro mondo nella mia giovinezza.

(Testo parafrasato da: "Il libro della passione" di Josè Miguel Ibanez Langlois - edizioni Ares)

L'opera poetica: segno, suono e colore

Mar 202018

La città promessa

(di Giulia Michelini)



In questo impervio
sentiero della vita
dove si disperde l'eco
di un'amara tristezza,
l'unica meraviglia
che può risvegliarmi
è quella dell'arte.

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Nulla è più guaritore
del suono melodioso
di una poesia,
del tintinnio
di uno shamisen,
della completa sordità
di uno spartito bagnato.

 


Lontana è la città.

Avvolta ancora
in un assordante silenzio.

 


Sul tronco dell'antico villaggioundefined
vi è,
tra le sue cicatrici,
la cura dettata
da un'antica leggenda.


Ondeggia il ramo
e d'impeto
altrove mi porta
quest'irrazionale animo.

 

Attraverso il segno,
il suono
e il colore
trovo una parte
di ciò
che tu arte
hai lasciato.

 



 

E verso te conduco
oh dolce meraviglia
questo mio folle pensiero:

 

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che tra l'eco disperso,
lo spartito bagnato
e l'assordante silenzio
tu possa liberare
il mio inferriato animo
da questo pumbleo, irragionevole sonno.

 

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Giulia Michelini

Il desiderio, l'invidia e lo stupro.

Mar 072018

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Memoria d'infante

Da bambino cercavo di fissare a memoria i nomi dei sette re di Roma intronati dal giorno della violazione del sacro solco; ma la mia memoria, recalcitrante e piena di vaghezza sognante, dissolveva per magia i nomi della régia sequenza e mi lasciava ripetere come un ritornello, il primo e l'ultimo dei sette Re: Romolo...Romolo...e... Tarquinio il Superbo; poi, stufo dei re davo sfogo alla mia irrequietezza e correvo verso il campo, all'inseguimento di un pallone che non si lasciava prendere; i compagni più bravi ed esperti, lo nascondevano dietro i loro piedi, spostandolo avanti e indietro, a destra e a manca; e il mio piede arrivava sempre troppo tardi, anche solo per toccarlo; ma i miei due nomi del reame, ripetuti a cantilena, coronavano trionfanti l'esclusivo bottino di conoscenza storica. Dopo qualche giorno, un terzo silenziosamente s'incuneò nella régia tiritera; così, senza preavviso, mi son trovato a ripetere: Romolo che uccise Remo, Numa Pompilio,... e Tarquinio il Superbo!

Ora, con i potenti mezzi della rete, posso permettermi di elencarli tutti, come un sapientone:

  1. Romolo (che avrebbe regnato dal 753 a.C., anno della fondazione di Roma, al 713)
  2. Numa Pompilio (713-670)
  3. Tullo Ostilio (670-638)
  4. Anco Marzio (detto anche Anco Marcio, 638-616)
  5. Tarquinio Prisco (616-578)
  6. Servio Tullio (578-534)
  7. Tarquinio il Superbo (534-509)

Il mio interesse però, è per le relative storie ovvero per le due crisi che hanno portato alle "due fondazioni" sociali che hanno dato vita a due diverse ere storiche di Roma: quella Régia e quella Republicana; vale a dire: la storia dell'insediamento di Romolo e quella della fuga di Tarquinio il Superbo.

Lo stupro divino di Rea Silviaundefined

Dopo esser sfuggito alla distruzione di Troia insieme con alcuni compagni, Enea, al termine di un lungo peregrinare, sarebbe infine approdato sulle coste del Lazio, fondando la futura città di Lavinio. Il re degli Aborigeni, Latino, avrebbe stretto con Enea un’alleanza, cementata con il matrimonio tra l’eroe troiano e la figlia del re, Lavinia.

Quest’ultimo fatto avrebbe però scatenato l’ira di Turno, re dei Rutuli e promesso sposo di Lavinia, il quale, alleatosi con l’etrusco Mezenzio, avrebbe infine mosso guerra a Latino e ad Enea. Lo scontro, violentissimo, si sarebbe concluso con la morte di Turno e la vittoria dei Troiani-Aborigeni.

A seguito della morte di Latino, anche lui perito negli scontri, Enea avrebbe assunto il comando dei due popoli, che da quel momento si sarebbero comunemente chiamati Latini. Pochi anni dopo, morto Enea, il trono sarebbe passato nelle mani del figlio Ascanio, che avrebbe infine fondato la città di Alba Longa, su cui i suoi discendenti avrebbero regnato per sedici generazioni.

Amulio, fratello minore di Numitore, ultimo re di Alba Longa, desideroso di impossessarsi del trono, avrebbe ordito un complotto ai danni del re facendo uccidere il figlio e costringendo la figlia Rea Silvia a diventare una vergine vestale, impedendole così di dar vita a una successione legittima. Poco tempo dopo, tuttavia, Rea Silvia sarebbe rimasta incinta: secondo alcuni a seguito di uno stupro perpetrato da uno dei suoi corteggiatori, secondo altri per opera del dio Marte. Amulio, temendo che questo potesse intralciare i suoi piani, avrebbe fatto rinchiudere Rea Silvia e, dopo che ella ebbe dati alla luce una coppia di gemelli, Romolo e Remo, avrebbe ordinato alle sue guardie di condurre i bambini presso un’ansa del fiume Tevere e lì di abbandonarli al loro destino.

Scrive Tito Livio:  (Wikipedia)

« Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dei che proteggevano quei luoghi indicare, attraverso gli aruspici, chi avessero scelto per dare il nome alla nuova città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione. Così, per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l’Aventino.

Il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo. Dal momento che a Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio era stato annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re l’uno e l’altro contemporaneamente. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti. Ne nacque una discussione e dal rabbioso scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra.

È più nota la versione secondo la quale Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena erette [più probabilmente il pomerium, il solco sacro] e quindi Romolo, al colmo dell’ira, l’avrebbe ammazzato aggiungendo queste parole di sfida: «Così, d’ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura». In questo modo Romolo s’impossessò da solo del potere e la città appena fondata prese il nome del suo fondatore. »

(Livio, I, 6-7 – traduzione di G. Reverdito).

La legenda alternativa

undefinedUna versione alternativa che si rifà a Plutarco, racconta che Romolo fece costruire sul solco (urvus, da cui la parola Urbs = città) tracciato con l'aratro, una cinta muraria, mettendovi a guardia Celere, cui impartì l'ordine di uccidere chiunque avesse osato scavalcarla. Purtroppo Remo non era venuto a conoscenza dell'ordine imposto dal fratello e quando si avvicinò alla cinta, notando quanto essa era bassa, la scavalcò con un salto. Il fedele Celere gli si avventò contro e lo trapassò con la spada. Romolo, saputo della disgrazia, ne rimase sconvolto, ma non osò piangere di fronte al suo popolo, essendo ormai un sovrano.

Faustolo, il pastore che li aveva allevati fu inumato presso l'allora Comizio, mentre Remo fu seppellito sull'Aventino in una località chiamata Remoria, in ricordo del quale ogni 9 maggio è celebrata una festa Remuria (o Lemuria) per ricordare i defunti come ci racconta Ovidio. Romolo diventava così il primo re di Roma.

 

 Ritornando ai sette nomi dei Re di Roma, sono convinto che i racconti legendari della fondazione  mi hanno aiutato a fissare il nome del primo re; ma, per quanto riguarda il nome dell'ultimo re, il ricordo rimase vivido per quell'aggettivo di rinforzo "il Superbo" che stimolava la fantasia "fanciulla" ad arroccarsi in un'icona regia magnifica e potente...e antipatica; eh sì, perchè gli etruschi a quei tempi erano descritti dagli insegnanti filo-romani come i cattivi nemici di Roma. Dunque Tarquinio il Superbo chiudeva il ciclo "regio" e apriva il nuovo ciclo della (Res publica Populi Romani).

 

Uno stupro regale di Lucrezia

L'episodio dello stupro di Lucrezia da cui scaturisce la rivolta popolare contro Tarquinio il Superbo, la fine del Regno e la conseguente fondazione della prima Res publica Populi Romani, non lo ricordavo affatto; - ero in un collegio di preti e certe cose non si potevano dire ai bambini -.

La passione per il teatro e l'analisi "girandiana" dell'opera di Shakespeare, mi ha portato ad approfondire l'episodio dello Stupro di Lucrezia, a cui Shakespeare si è ispirato per scrivere e mettere in scena la commedia "I due gentiluomini di Verona" e la tragedia del poemetto "Stupro di Lucrezia"; ovvero i primi due capitoli dell'opera di Renè Girard "Shakespeare - il teatro dell'invidia". Così, un racconto storico oscurato nei tempi bambini, trova tutto il suo spazio e dà nuova luce alla storia... non solo di Roma; una storia che, nella mia conoscenza, danzava tra il sacro solco violato, il Ratto delle Sabine e le coltellate assassine di Bruto e company a Giulio Cesare.

Il racconto

In rete, ho rapinato qua e là quanto scritto sull'argomento da penne-tastiere più o meno autorevoli e ne ho tratto il seguente racconto.

L'episodio storico riguardante la morte di Lucrezia, ci è stato tramandato da Tito Livio nella sua la versione sulla istituzione della Repubblica dopo il periodo monarchico dei famosi Sette Re di Roma.

Secondo lo storico, era in corso a Roma un assedio alla città di Ardea e, per non annoiarsi troppo, iundefined figli del re Tarquini il Superbo ed i nobili, durante la notte tornavano in città per controllare come passavano il tempo durante la loro assenza le loro donne.

Fra questi giovani c'era Collatino che, sicuro dell'onestà di sua moglie Lucrezia, portò con se alcuni amici ai quali aveva decantato le lodi della onesta e laboriosa moglie. Infatti, entrati nascostamente in casa, trovarono Lucrezia che filava la lana con le sue ancelle, mentre altre mogli stavano felicemente banchettando con altri uomini.

Fra gli amici di Collatino c'era il figlio del Re, Sesto Tarquinio che ne restò affascinato e preso dal desiderio di possederla. Alcuni giorni dopo, Tarquinio, all'insaputa del marito, tornò alla casa di Lucrezia, con un solo uomo di scorta e venne accolto con grande ospitalità.

Dopo cena, mentre tutti dormivano, si introdusse nella camera da letto di Lucrezia che, svegliata dal sonno tentò di respingerlo; ma l'uomo minacciò la donna con la spada dicendo che se non si fosse concessa, l'avrebbe uccisa con accanto il corpo mutilato di uno schiavo, e avrebbe sostenuto di averla colta in flagrante adulterio.

Lucrezia, per salvare il suo onore, fu costretta a cedere allo stupro del figlio del re Tarquinio; ma appena Sesto Tarquinio ripartì, Lucrezia inviò un messaggero a suo padre Spurio Lucrezio Tricipitino e uno al marito pregandoli di tornare da lei al più presto con un amico fidato perché era accaduta una grande sciagura.

 

Tito Livio racconta così il fatto (wikipedia):

" Alla vista dei congiunti, scoppia a piangere. Il marito allora le chiede: "Tutto bene?" Lei gli risponde: "Come fa ad andare tutto bene a una donna che ha perduto l'onore?

Nel tuo letto, Collatino, ci son le tracce di un altro uomo: solo il mio corpo è stato violato, il mio cuore è puro e te lo proverò con la mia morte. Ma giuratemi che lo stupratore non rimarrà impunito.

Si tratta di Sesto Tarquinio: è lui che ieri notte è venuto qui e, restituendo violenza in cambio di ospitalità, armato e con la forza ha abusato di me. Se siete uomini veri, fate sì che quel rapporto non sia fatale solo a me ma anche a lui."

Uno dopo l'altro giurano tutti e cercano quindi di consolarla con questi argomenti:

- in primo luogo la colpa ricadeva solo sull'autore di quell'azione abominevole e non su di lei che ne era stata la vittima;
- poi non è il corpo che pecca ma la mente e quindi, se manca l'intenzione, non si può parlare di colpa.

Ma lei replica:
"Sta a voi stabilire quel che si merita. Quanto a me, anche se mi assolvo dalla colpa, non significa che non avrò una punizione. E da oggi in poi, più nessuna donna, dopo l'esempio di Lucrezia, vivrà nel disonore!"
Afferrato il coltello che teneva nascosto sotto la veste, se lo piantò nel cuore e, piegandosi sulla ferita, cadde a terra esanime tra le urla del marito e del padre. »

Il marito Collatino, il padre e l'amico Lucio Giunio Bruto decisero di vendicarla, provocando e guidando una sommossa popolare che cacciò via i Tarquini da Roma e li costrinse a rifugiarsi in Etruria.

Così nacque la Res Publica Romana, i cui primi due Consoli furono proprio Lucio Tarquinio Collatino e Lucio Giunio Bruto, artefici della sollevazione contro quello che poi fu ricordato come l'ultimo re di Roma.

Lo stupro di Lucrezia e il suo suicidio sono diventati uno dei temi rappresentati nelle arti, soprattutto a partire dal XVI secolo.

Shakespeare - Il teatro dell'invidia

Shakespeare scrisse il poemetto tragico “Stupro di Lucrezia”, su cui René Girard sviluppa la sua analisi antropologica, secondo le dinamiche del desiderio mimetico; il capitolo II dell'opera di Girard: SHAKESPEARE - IL TEATRO DELL'INVIDIA", titola: L’INVIDIA DI UN TESORO COSÌ RICCO”; in entrambi i titoli (libro e capitolo), la parola “invidia” fa bella mostra di sè; e sarà l'invidia, infatti, la chiave di lettura illuminante di tutta l'analisi girardiana.

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Lo strupro come violenza in atto e l'invidia come desiderio movente costituiscono l'argomento comune tra la tragedia del poemetto e la comicità della commedia; quest'ultima infatti, mette in scena il tentato stupro di Silvia, (la donna amata Valentino), da parte di Proteo, amico fraterno di Valentino.

Dopo questa breve e personale premessa sulla relazione tra le due opere shakespeariane, nell'incipit del capitolo Girard scrive:

“Lungi dall’essere una mania passeggera del giovane Shakespeare, il desiderio mimetico è ciò che struttura i rapporti umani non solo nelle sue opere teatrali, ma anche nello Stupro di Lucrezia, un poemetto pubblicato nel 1594, lo stesso anno in cui, secondo la maggior parte degli studiosi, egli scrisse I due gentiluomini di Verona”.

Lette queste poche righe, il mio pensiero si è arpionato nella convinzione che la tesi di Renè Girard, scevra da psicologismi oscuri, consunti e nascosti, e comunque insufficienti a spiegare l'efferatezza bestiale di uno stupro, carica tutto il peso distruttivo della violenza, sull'invidia; cioè sul desiderio di possesso della femmina da parte del maschio; un rabbioso desiderio per conquistare la supremazia sul rivale invidiato, il suo idolo e mediatore, il amico fraterno. Il maschio violentatore Proteo vuole essere Valentino.

Per Girard-Shakespeare, l'invidia (desiderio mimetico) è la base su cui si strutturano tutti i rapporti dell'umana commedia.

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