Il Blog di Rosario Frasca

Le opinioni di un Clown, ovvero: Il mito di Er

C'è ancora domani: la mia visione

Jan 012024

 

 Prologo

La memoria affettiva è il giudizio universale dell'esistenza. Essa separa il bene dal male, ma il male deve figurare nella storia perché la storia è il passato. La memoria affettiva è il focolare di tutta l'opera. E' fonte di verità e fonte di sacro; da essa scaturiscono le metafore religiose; essa svela la funzione divina e demoniaca dell'uomo. (Renè Girard - MRVR)

 

Il programma era quello di mangiare qualcosa insieme per poi andare nel pomeriggio a Le Scuderie del Quirinale a vedere la Mostra allestita per il centesimo compleanno di Calvino*. Ma la Mostra è saltata giù per la ripida pendenza del colle fino a spiattellarsi alle falde della "salita di montecavallo" che è diventata così "discesa di smontacalvino".

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Perchè quella discesa l'hanno chiamata salita avrà un suo motivo; ma lasciamo perdere le elucubrazioni toponomastiche e andiamo avanti con la storia vera, quella che per Luciano di Samosata* è comunque falsa.

Bene, ci siamo detti, il gioco è fatto; pochi clic, qualche tap sullo smartphone e improntiamo subito il nuovo programma: all'Adriano proiettano sui bianchi schermi cinematografici, l'opera prima di una regista che, seppur attrice brillante politicamente scorretta, in realtà, a sentir le voci, con questo film pare voglia dimostrare di essere perfettamente allineata alla memoria storica, all'attualità contestatrice... e al miglior domani che verrà; in altri termini una ribelle omologata classificabile come "accettabile" nella famigerata finestra di Overton*; e come dimostra la fredda e sintetica declatoria di Wikipedia:

"Paola Cortellesi* (Roma, 24 novembre1973) è una regista, attrice, comica e sceneggiatrice italiana".

Seguendo notizie tam tam, mi sono fatto l'idea che il suo film strizza un occhio ruffiano a un passato statico, immobile, morto che non diventa mai presente ma lo scavalca per continuare la sua folle corsa verso un futuro immaginario, visionario, illusorio, ...surreale."C'è ancora domani" invita a pensare che il passato è morto e non ci appartiene"; e già ...ma è il titolo di un film, un'opera di finzione: e quando si finge, cioè, quando si mette una maschera alla storia, tutto è permesso nel nome della narrazione, e della creatività; e vedere questa maschera storica messa in scena con grande maestria, regolata da una regia attenta, nascosta e inappellabile, consente a noi spettatori di riflettere sulla nostra esistenza passata, presente e futura; e di vivere la quotidianità  all'interno di una imprescindibile e misteriosa eternità, dimenticata forse per distrazione, deviata da opportunismi e compiacenze effimere e fallaci.

Il "domani" del titolo mi intriga, mi smuove curiosità: qualche scambio d'idee sul possibile valore artistico, morale e sociale del film e decidiamo di andare al cinema; pago il conto; montiamo in macchina e, dal quartiere degli orti del Giannicolo, rotoliamo giù, fino agli enormi e allineati palazzi di Prati: quartiere savoiardo edificato oltre i borghi di Castel Sant'Angelo che si erge maestoso ai margini del biondo Tevere; il fiume generatore dell'urbe che scorre invisibile nel suo letto, occultato alla vista dagli ottocenteschi muraglioni d'argine.

Lasciamo la macchina nel posteggio sotterraneo di Piazza Cavour, alle falde di quel mastodontico palazzo, icona di una illusoria Giustizia, simbolo di una posticcia unità condivisa tra le diverse indoli italiche: un enorme e grottesco agglomerato di pietre, muri, archi, altissimi portali, corridoi spettrali, fontane a prospetto che sputano acqua in goffe vasche, colme di inutilità e sorvegliate da improbabili statue con fattezze da guardiani della notte del "Trono di Spade"; insomma, un monumento imponente che il sottile e bonario sarcasmo romano ha ribattezzato ironicamente "er Palazzaccio".

Il Teatro Adriano divenuto cinema multisala, è lì di fronte: distribuito in un edificio elegante e sobrio che, con la sua luminosa semplicità, protetto dagli antistanti giardini della Piazza e dalla compassata statua di "Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour (1810 – 1861), politico italiano" senza passaporto e senza portafoglio, sberleffa quel tronfio, ingombrante e autoreferenziale Palazzo di Giustizia.

L'umile Adriano ci accoglie sorridente e sollecito, con i suoi paggetti premurosi che ci vengono in soccorso per dirimere le nostre evidenti incertezze situazionali, dovute al malfunzionamento di un distributore di caffè che si ostinava a non erogare la calda e sospirata bevanda. Sciolto il conflitto d'interessi, tutto sirisolve in pochi minuti e lesti ci addentriamo nella sala di proiezione per gustarci quel domani che per nostra fortuna, c'è ancora.

Al buio troviamo la fila e i posti assegnati dall'Intelligenza Artificiale dello smartphone e ci apriamo al titolato domani sprofondati nelle poltrone e con il naso all'insù a rimirar il prepotente ingombro delle immagini semoventi sul gigantesco schermo che domina la sala.

 undefinedInizia il film: un dolce e lento risveglio di una coppia dormiente che termina bruscamente con un sonoro e ben amplificato schiaffo del maschio verso l'imbambolata e costernata femmina; in sala percepisco un sussulto di sorpresa: la donna schiaffeggiata sullo schermo e gli spettatori in sala, forse si aspettavano che la scena scivolasse dolcemente su una carezza, un bacio, una tenerezza piuttosto che sobbalzare al frastuono di un fumettistico "schiafff" la cui sonorità amplificata e impietosa si è diffusa roboante sulla silente platea di spettatori interdetti; ma la faccia imbalsamata della protagonista è strabiliante, convince e prepara bonariamente lo spettatore che è in me alla serena visione film.

Con lo sguardo fisso sul gigantesco schermo scopro che quella appena descritta è solo la sequenza-prologo; "promette bene", ho pensato, ma senza ridere: non me la sono sentita, anche se ero fortemente tentato; d'altra parte il film è presentato come un'opera seria e impegnata: tratta argomenti importanti, come il maschilismo, la violenza, la subalternità della donna, il sotterraneo patriarcato, prepotente e sottilmente condizionante, ecc... peraltro, in concomitanza con fatti di cronaca tragici e agghiaccianti, sono mesi che in giro che non si sente altro; e io non posso ridere così, alla prima scena, senza nemmeno sapere il perché: come si fa a ridere per uno schiaffo violento sul dolce viso di una donna? Trattengo la risata e mi guardo i titoli di testa che alla chetichella compaiono e scorrono sullo schermo.

 Guardo i titoli un po' distrattamente e mi sospendo un attimo quando leggo i nomi della "produzione"; mi sfiora appena l'idea di riflettere sulla produzione multinazionale; ma è un attimo e subito mi costringo a non pensare: voglio godermi il film. Noto anche che lo stile fotografico è il bianco e il nero; anche qui vorrei riflettere sulla scelta della regia ma mi costringo ancora a non pensare...c'è ancora domani per farlo.

Scorrono le immagini rincorse lentamente dai titoli di testa; ma non riescono a catturare più di tanto la mia attenzione: nebulosamente il mio pensiero cerca qualcosa su cui fissarsi. Mi guardo dentro e rifletto.

Vagano i miei pensieri e, per un brevissimo tempo, si fermano sull'enigma del sacro*, sulla sacralità del titolo: "C'è ancora domani". Forse vuol dire che siamo ancora vivi, che la morte non ci appartiene, che siamo ancora capaci di futuro, d'immaginazione, di sogni, visioni. Ma in fondo, che cos'è la morte? A questa domanda mi rifiuto di rispondere, c'è ancora domani penso ...e, dai pascoli inesplorati di un futuro visionario, abitato dall'incolpevole morte, istintivamente mi riapproprio e assaporo le voluttuose immagini del film che scorrono sullo schermo indisturbate e mute, anzi mugugnanti a bocca chiusa; mi sistemo meglio nell'avvolgente poltrona ed entro nel film, con la morte che pascola inascoltata nella mia anima; ed incurante dell'anima mortifera dissolvo il mio corpo sulla poltrona e in voluttuosa osmosi entro nel film.

Le sequenze si susseguono a ritmo incalzante non ci sono stati altri spazi di riflessione; e la storia scorre, tutto è narrato con semplicità, con un linguaggio essenziale, scarno ed efficace per l'economia della narrazione. I personaggi sono ben caratterizzati da subito: via via prendono forma e consistenza e io li osservo, li incontro e li conosco, uno per uno, senza tralasciare nessuno; fino alla fine del film. 

Rifletto in silenzio mentre intorno sento il brusio della fine; si accendono le luci ed esco dal cinema Adriano contento di aver visto un bel film... a bocca chiusa. Sono entrato dubbioso, ho visto e sono uscito soddisfatto; sicuro che,

per quanto l'uomo e la donna siano magnificamente diversi, per essere uguali... c'è ancora domani.

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Epilogo

Dopo lo schiaffo prologo, ci sono state alcune sequenze che sono rimaste accantonate nella mia memoria per il loro contenuto affettivo. Le ambientazioni romane e alcune situazioni del film mi hanno fatto rivivere momenti iconici dell'infanzia; una in particolare ha aperto la finestra della memoria affettiva: la scena dei bambini che dormono "da capo a piedi" sullo stesso letto; forse non è una scena che rispecchia l'attualità del mio vivere quotidiano, ma è raffigurata quella miseria spensierata e a suo modo felice che ha accompagnato la mia infanzia romana; è la stessa miseria, forse meno felice, anzi, forse più drammatica, che in forme diverse, pervade le periferie urbane, suburbane e culturali della metropoli attuale.

 

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C'è una frase con la quale la protagonista Delia risponde alla figlia che, contrariata dall'atteggiamento remissivo della madre di fronte alle angherie e alla violenza del padre-padrone, la esorta a ribellarsi, ad andare via, fuggire per non subire, a non sottomettersi alla bruta violenza del marito nonché padre; ma Delia, in tono calmo e serafico, risponde: 'ndo' vado? Due parole che fanno riflettere sulle situazioni della vita coniugale: quando le liti, a volte o forse spesso, finiscono nel mutismo riflessivo dei litiganti: son quasi sicuro che entrambi si domandano in silenzio: 'ndò vado?

Verso la metà del film, sono stato pervaso da un indefinito malessere, una rabbia sopita e dimentica, ribolliva e montava sempre più, come schiuma di birra versata velocemente nel boccale: la tenevo a bada per non farla traboccare. È indubbio che come spettatore ero ormai coinvolto: ero dentro il film, ero un personaggio inespresso che partecipava la scena e seguiva il ritmo delle sequenze incalzanti che, come violente frustrate, flagellavano la dignità della donna; mi veniva quasi voglia d'intervenire per dare una lezione a quel marito che continuava imperterrito a dar botte all'incolpevole moglie; noi spettatori che guardavamo il film, sapevamo che le botte alla moglie erano solo per sfogare le taciute frustrazioni di uomo incompiuto, di figlio succube, di padre assente, di marito al ribasso, di un fallito...di un sottoproletario, squattrinato e rassegnato: una nullità ingombrante, antipatica e impertubabilmente idiota; bravissimo, superbo l'attore che lo interpreta, Valerio Mastandrea.

 

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Un'altra parentesi riflessiva mi è capitata nelle sequenze finali del film: la corsa di Delia verso la libertà. Quando l'inquadratura indugia  sulla folla di donne e uomini che si accalcano davanti a un edificio pubblico, forse una scuola o qualcosa di simile, sono rimasto in colpevole imbambolamento come a dire: tutto qui? Non capivo il tipo di libertà, la mèta, l'obiettivo che aveva motivato la corsa di Delia; poi la narrazione del film ha dissolto il mio dubbio amletico: per la prima volta nella storia della Repubblica, la donna contava qualcosa nella società vincolata ancora a tradizioni e consuetudini di tipo patriarcale.

 Delia poteva finalmente considerarsi cittadina al pari del suo violento marito; il suo voto valeva quanto quello del coniuge idiota: non era il massimo ma era la sua vendetta "democratica" contro la sopraffazione del maschio a tutti i costi, del marito, del suocero e di tutti quegli uomini un po' idioti, un po' saccenti, un po' stupidi che numerosi affollavano la sua vita e le toglievano il respiro della libertà.

 undefinedDelia, prima di quella corsa era una semplice donna al pari dell'adamitica Eva immersa in situazioni che la opprimevano e le negavano la libertà; dopo quella corsa invece è diventata una cittadina della Repubblica, una donna che ancora e comunque subisce la violenza e le botte del maschio ma, con il diritto di voto, ha compiuto un salto epocale verso quella giustizia sociale che stenta ad affermarsi nelle periferie esistenziali di un mondo che annaspa per arrivare a quel domani che c'è ancora.

  Dea madre (Paleolitico)   

 

 

 

 

 

 

 

 

 ratio imitarum naturam

 

 

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